A differenza di quanto spesso si possa pensare, Roma nasconde diversi scorci d’epoca medievale e uno dei più caratteristici è il cortile delimitato dall’Arco degli Acetari in cui il tempo sembra essersi fermato.
Tra le innumerevoli architetture medievali che è possibile ammirare a Roma ce ne sono alcune che, a causa della posizione centrale e di quell’aura di mistero che spesso le accompagna, hanno avuto grande fortuna sia tra i cittadini che tra i turisti: una di queste è certamente l’Arco degli Acetari a due passi da Piazza Navona.
Il fascino del luogo deriva dal fatto che nella piazza delimitata dall’arco sembra che il tempo si sia fermato e questo probabilmente anche grazie al fatto che l’area non è direttamente accessibile su strada. Bisogna infatti superare il civico 19 di via del Pellegrino ed addentrarsi tra i palazzi per scoprire l’atmosfera incantata che questo cortile è in grado di offrire: le scalette esterne tipiche delle case medievali, i caldi intonaci ocra e la natura che si fonde perfettamente all’architettura contribuiscono a rendere questo posto ancor più pittoresco.
Il termine ‘Acetari’ non è stato ben attestato si pensa tuttavia che derivi da ‘Acquacetosari’, detti poi ‘Acetosari’ cioè i venditori di Acqua Acetosa che presumibilmente veniva distribuita all’adiacente mercato di Campo de’ Fiori. La componente acetosa appunto di quest’acqua era considerata curativa così come viene riportato nella fontana voluta da Papa Paolo V Borghese, nei pressi della fonte a Tor di Quinto, in cui è presente una lapide con l’iscrizione: RENIBVS ET STOMACHO SPLENI IECORIQVE MEDETVR MILLE MALIS PRODEST ISTA SALVBRIS AQVA (Quest’acqua salubre cura i reni, lo stomaco, la milza, il fegato e giova ad altri mille mali). Anche Alessandro VII Chigi apprezzò particolarmente quest’acqua tanto che gli dedicò una monumentale esedra in travertino, recante lo stemma dei Chigi con le sei cime e la stella, fatta costruire su progetto di Andrea Scacchi e Maracantonio De Rossi in cui qualcuno ha visto (erroneamente) la mano del Bernini.
Uscendo da Campo de’ Fiori, imbocchiamo via del Pellegrino. Dopo una trentina di metri, sulla sinistra, un piccolo arco inquadra uno stretto vicolo senza uscita, al termine del quale si apre un largo cortile. Il toponimo che dà il nome al vicolo, Arco degli Acetari, ha un’origine poco chiara. Ad esempio, Alessandro Rufini, autore del “Dizionario storico-etimologico delle strade, piazze, borghi e vicoli della città di Roma” (1847), attribuisce tale nome all’esistenza di una famiglia Acetari: «La famiglia Acetari, di cui vien fatto menzione in diversi manoscritti della Biblioteca Chigi, deve aver abitato in queste vicinanze, e dato il nome al presente arco». Secondo altri, invece, il nome Acetari potrebbe derivare dalle rimesse degli acquacetosari/acetari, cioè i venditori dell’Acqua Acetosa, che giravano la città con i loro carretti. L’Acqua Acetosa, che sgorgava alle pendici dei Parioli, era molto conosciuta, tanto che durante il pontificato di Paolo V Borghese (1605-1621), fu costruita una fontana vicino alla sorgente, successivamente monumentalizzata da papa Alessandro VII Chigi (1655-1667).
Arco degli Acetari. Alcuni elementi di spoglio (qui una colonna, altrove un’architrave) sono stati utilizzati all’interno del vicolo
Arco degli Acetari. Il grande cortile
Arco degli Acetari. Il vicolo e il cortile (linea verde)nella planimetria del Catasto Pio-Gregoriano (1820).
Al confine tra Asia ed Europa, poco più grande della Sicilia, è un eden di natura, storia ed enogastronomia. Tra i Paesi più sicuri al mondo, è ancora poco conosciuta. E ci sorprenderà per vicinanza culturale.
Benedetta Armenia. Ma poco conosciuta, ancora, dal turismo classico nonostante sia uno dei paesi più affascinanti e più sicuri che esista, all’insaputa di molti: in un recente rapporto della piattaforma di analisi Numbeo, infatti, l’Armenia è stata classificata settimo paese più sicuro al mondo secondo il rapporto sul Tasso di criminalità e l’Indice di sicurezza per paese che ha valutato 146 nazioni.
Incastonato nella regione del Caucaso meridionale, o Transcaucasia, tra Asia ed Europa, è una terra di paesaggi da meditazione, ricca di storia, vini eccellenti e calda ospitalità, a circa 4 ore di volo dall’Italia (ci sono collegamenti diretti ogni giorno da Roma e Milano). Confina a ovest con la Turchia, a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaigian, a sud con l’Iran, per un territorio caratterizzato quasi totalmente da altipiani, che ne fa un gioiello terrestre, grande poco più della Sicilia, che ci sta molto più vicino – culturalmente – di ciò che si possa immaginare, grazie una lunga tradizione di scambi con il nostro paese, fin dall’epoca romana e medievale.
Monastero di Khor Virap, sullo sfondo l’Ararat
Ma anche per essere stato il primo paese al mondo ad avere adottato il Cristianesimo come religione di stato nel 301 d.C. (quindi dodici anni prima di “noi” con l’Editto di Costantino che autorizzò il culto cristiano nell’Impero Romano) con l’opera di conversione di San Gregorio l’Illuminatore, (che noi chiamiamo San Gregorio Armeno e di cui a Napoli si conservano alcune reliquie), con testimonianze da toccare e osservare attraverso i suoi monasteri fondati dal IV secolo e fioriti durante il Medioevo, tuttora in funzione. Unici al mondo.
La Via dei Monasteri
Uno dei modi più completi e profondi per conoscere la Repubblica armena (dal 1991 è una Repubblica indipendente che si è pian piano aperta al turismo nei primi anni Duemila offrendo servizi con standard internazionali.) è, infatti, seguire la Via dei Monasteri, che ufficialmente/turisticamente non esiste ancora ma l’abbiamo immaginata e la proponiamo in anteprima. Perché scoprire l’Armenia attraverso questo tematico “percorso” significa intraprendere un “discorso” nel tempo, dove il “corso” dei millenni si intreccia con paesaggi di una bellezza rara.
Tempio di Garni
Si parte da Yerevan, la capitale, dai suoi edifici rosa, il colore caratteristico del tufo locale, una delle città più antiche del mondo, ma vibrante e moderna, che sorge a 900 metri di altitidine, circondata da montagne con diverse vette che superano i 3000 metri tra cui il monte più alto che è l’Aragats (4.095 metri) anche se gran parte dell’Armenia è dominata dal monte Ararat (5165 metri), simbolo atavico di appartenenza per gli armeni che si considerano “il popolo dell’Ararat”, citato nell’Antico Testamento, luogo di appodo dell’Arca di Noé, che tuttavia si trova in territorio turco. Passeggiando per Piazza della Repubblica, tra architetture rosa e fontane danzanti, si percepisce l’orgoglio di un popolo che ha saputo preservare la propria identità. La Cascade, scalinata monumentale con le sue terrazze piene di sculture contemporanee, regala una vista che abbraccia l’intera città fino al monte Ararat.
Antichissima cattedrale
Pochi passi e si arriva a Echmiadzin, la “Santa Sede” della Chiesa apostolica armena, cattedrale, tra le più antiche del cristianesimo, che custodisce reliquie preziose come la Lancia Sacra e affreschi spettacolari. Visitare Echmiadzin all’inizio del viaggio è come aprire un libro sulla spiritualità armena, la miglior guida per ogni tappa successiva.
Monastero di Noravank
Lasciata la capitale, si entra nel mondo sospeso tra paganesimo e cristianesimo di Garni, dove l’unico tempio ellenistico rimasto nel paese, dedicato al dio del sole Mihr, sorge su uno sperone roccioso con una vista spettacolare sulla gola del fiume Azat. Poco più sotto, la “Sinfonia delle pietre” affascina con le sue colonne basaltiche esagonali che sembrano canne d’organo modellate da un gigante. La strada porta poi al primo monastero di Geghard, patrimonio Unesco, parzialmente scavato nella montagna, le cui cappelle ipogee, illuminate da sottili lame di luce, trasmettono una spiritualità intensa; qui un tempo si custodivano reliquie come la punta della lancia che si narra trafisse il costato di Cristo, oggi conservata nel museo di Echmiadzin.
Khor Virap, il simbolo
L’itinerario prosegue verso sud, dove la pianura si apre nuovamente davanti alla magica visione del Monte Ararat: qui si trova il secondo monastero Khor Virap, simbolo della cristianità armena: è qui che San Gregorio l’Illuminatore fu imprigionato per tredici anni prima di convertire il paese al cristianesimo nel 301 d.C. La vista del monastero con il monte innevato sullo sfondo è una delle immagini più conosciute di tutta l’Armenia. Da qui ci si dirige verso il villaggio di Areni, dove la tradizione vinicola risale a oltre 6.000 anni fa: la grotta Areni-1 ha restituito al mondo la cantina più antica mai scoperta e la scarpa di cuoio di un contadino più vecchia del pianeta. Una degustazione dei vini locali, tra cui il celebre rosso Areni, permette di entrare in sintonia con i sapori di questa terra.
“Sinfonia di Pietre”, Garni
L’ultima tappa della giornata è un terzo monastero, Noravank, del XIII secolo incastonato in una gola di rocce rosse che al tramonto sembrano prendere fuoco: un capolavoro di architettura e natura, perfetto per chi ama l’arte e la fotografia. Il giorno seguente si raggiunge la regione di Syunik, dove si trova il quarto monastero di Tatev, raggiungibile con la Wings of Tatev, la funivia più lunga del mondo, che sorvola in 12 minuti per oltre 5 chilometri la gola del fiume Vorotan refalando vedute mozzafiato. Il complesso, risalente al IX secolo, fu uno dei centri culturali più importanti del Medioevo, con una famosa università monastica.
Il caravanserraglio di Selim
Passeggiare tra le sue chiese e i suoi cortili a picco sulla vallata è un’esperienza indimenticabile. Sulla via del ritorno verso nord si incontra il caravanserraglio di Selim, una delle stazioni di sosta lungo la Via della Seta meglio conservate in Armenia: il suo interno in pietra scura, un tempo illuminato solo da lucernari, sembra riecheggiare ancora le voci dei mercanti che trovavano riparo.
Dalle montagne del sud si va verso il lago Sevan, la “perla blu” dell’Armenia, che si apre all’improvviso come un mare in quota, uno dei laghi più grandi al mondo con una penisola su cui sorge il quinto monastero di Sevanavank, fondato nel IX secolo, un tempo luogo di ritiro per monaci penitenti, da cui si gode una vista impagabile sulle acque turchesi e sulle dolci montagne che dipingono i dintorni.
Cascade Complex, Yerevan
Poco distante si trova Noraduz, il più grande cimitero di khachkar del paese: centinaia di stele di pietra scolpite con la croce e altri simboli cristiani, realizzate dal IX al XVII secolo, che formano un incredbile museo a cielo aperto, testimonianza dell’arte e della fede armena. La Via dei Monasteri continua verso la regione di Lori, nel boscoso nord, dal paesaggio più verde e collinare, dove brilla il sesto monastero-fortezza di Akhtala, famoso per i suoi affreschi dai colori ancora straordinariamente vividi, che raffigurano scene bibliche in stile bizantino.
Haghpat e Sanahin
A pochi chilometri si trovano i complessi monastici di Haghpat e Sanahin, entrambi patrimonio dell’umanità Unesco. Questi due centri monastici, risalenti all’alto Medioevo, furono luoghi di studio e di copiatura di manoscritti e ancora oggi trasmettono un senso di erudizione e raccoglimento. Sospesi sopra gole profonde, offrono vedute che non si dimenticano. Si rientra a Yerevan, dove il viaggio trova il giusto completamento con una visita al Matenadaran, l’istituto che custodisce migliaia di manoscritti miniati, veri capolavori medievali, dall’arte alla scienza, molto ben spiegati nelle didascalie in inglese. Per capire, prima di ripartire, anche attraverso libri e pergamene, l’immensità culturale del “popolo dell’Ararat”.
L’onda lunga impetuosa dell’Oceano Pacifico, i forti venti Alisei che soffiano incessantemente e il nero impenetrabile della volta celeste accompagnano, durante la navigazione, i forestieri curiosi che, a bordo della quasi leggendaria nave cargo Aranui 5, adibita in parte al turismo leisure, esplorano le Isole Marchesi, patrimonio mondiale dell’Unesco, per scoprire una Polinesia Francese più selvaggia, remota e autentica. Ogni sera a prua, il conforto della cabina di pilotaggio al ponte numero 10 è dolce, nella luce intima e avvolgente della postazione, a cui è possibile accedere, fissando l’orizzonte in attesa di nuove emozionanti avventure, sognate nell’ascolto di una buona musica francese di sottofondo. Il ricordo di quei momenti è indelebile per chi torna a casa e guarda con inevitabile malinconia i souvenir riportati dal viaggio. Come la collana con il Tiki (è lui a sceglierti e non viceversa) in osso di animale, l’umanoide scolpito sulla pietra che – secondo il folclore – ha dato origine alla popolazione locale, proteggendo lei e la “Terre des hommes” (così veniva chiamato un tempo l’arcipelago delle Marchesi). Una miniatura delle gigantesche sculture che si incontrano, ad esempio, nella scenografica baia di Fatu-Hiva, un eden terrestre che si esplora a piedi in un panoramico trekking di 15 chilometri, dopo l’imperdibile foto-ricordo con questa sacra presenza schierata come una fedele sentinella a ridosso del mare. E, ancora, le reminiscenze sono vive scartando il rotolo della foglia di tapa essiccata, decorata con gli stessi disegni riprodotti nei tatuaggi, il solo elemento di memoria scritta della tradizione delle Marchesi, dove la cultura è orale. Soggetti che vanno dal Tiki stesso alla tartaruga marina, una creatura sacra, considerata messaggera del Divino. Oggi incisa e resa opera d’arte locale, questa fibra naturale un tempo era usata dai polinesiani dell’arcipelago lontano, come capi da indossare. Gli stessi che vengono utilizzati, ai nostri giorni, nelle cerimonie tradizionali. Quando fresca, invece, la tapa va a comporre le decorazioni floreali dei collier con cui gli uomini si adornano; le donne, al contrario, con questi piccoli bouquet odorosi appuntano la capigliatura. In passato, avvicinarsi e annusarli, era il segno di apprezzamento inequivocabile verso chi aveva attirato l’attenzione, dando il via al corteggiamento. La spedizione per avventurieri ed esploratori è un prezioso scrigno di conoscenza, svelata di approdo in approdo, nelle isole avvicinate dalla virtuosa imbarcazione che rifornisce le stesse, mantenendone in vita le ancestrali tradizioni ed economie. Romina Wong, direttrice delle operazioni di crociera e parte della famiglia polinesiana di origine cinese, proprietaria delle navi cargo Aranui, fondate 41 anni fa, spiega: «A salire a bordo sono viaggiatori amanti della vacanza attiva, curiosi di scoprire, senza rinunciare al comfort e in totale sicurezza, la cultura culinaria e artistica, come l’autenticità, dei luoghi raggiunti, e in più, si tratta di gente sensibile al turismo inclusivo. Nostra mission è fare scambi di micro-economia con gli abitanti e usare tutto ciò che ciascuna isola può offrire, come la frutta, i legumi, la verdura e i fiori per le decorazioni, o il pescato locale. Continueremo la tradizione di famiglia della crociera sulle navi cargo con l’Aranoa». Una imbarcazione che sposa in pieno questa filosofia, ma aggiunge tra Jacuzzi e un ristorante esterno, un tocco di lusso al viaggio specializzato solo nell’esplorazione delle Isole Australi (che si raggiungono attualmente anche con l’Aranui) e disponibile dal 2027.
La selvaggia Ua Huka, terra rossa di cavalli selvatici
Aspettando di navigare con la prossima nave cargo in arrivo verso Raivavae, la generosa e florida Tubuai e Rapa Iti, l’isola bijou del Sud, le giornate a terra alle Marchesi sono sempre insieme ai locals, nelle visite, a tavola e per spostarsi, sfruttando magari il passaggio a bordo di un autobus in stile isolano a Ua Huka, l’ultima tappa della crociera, prima di lasciare l’arcipelago. Una terra ruvida, incontaminata, dove si contano più cavalli selvatici che esseri umani. L’esperienza inizia già prima dell’alba, quando l’Aranui compie una manovra super tecnica, girandosi tra rocce insidiose, di 180° gradi, per avvicinarsi a riva. «L’ha eseguita il secondo capitano, deve saper fare tutto. Sono sei anni che lavoriamo assieme – spiega il capitano Arnaud Demesy, responsabile di 200 passeggeri a bordo e un personale di 115 persone, tra marinai polinesiani anche delle Marchesi e ufficiali francesi che hanno frequentato le scuole di Marsiglia, Le Havre e Saint Malo – Interessa molto assistere a queste operazioni e venire a vedere isole così remote con l’Aranui. Abbiamo le canoe più adatte, per scendere in posti dove le altre navi non riescono ad attraccare», conclude Demesy raccontando il fascino che esercitano, più in generale, i 22 viaggi totali computi annualmente dall’Aranui, che copre anche il vivace Festival delle Isole Marchesi, in programma a dicembre. L’appuntamento da non perdere della manovra, invoglia ancora di più l’esplorazione di Ua Huka, un gioiello circondato dal mare blu e disegnato da struggenti montagne rossastre con sfumature color cioccolato e pistacchio, dove si scorgono scene quotidiane insolite: negli abbeveratoi i cavalli fanno il bagnetto; nei musei del mare delle resistenti piroghe risorgono dal passato; nei centri artigianali la gente del luogo canta le gesta di una vita semplice ma eroica, perché isolata, facendo risuonare l’ukulele; nei ristoranti conquista il poisson cru, il piatto realizzato con il tonno fresco, la capra al latte di cocco e la carne di maiale. Pietanze ghiotte e irresistibili per i forestieri in cerca di prelibatezze tipiche.
Ua Huka
Hiva Oa, isola del fine vita di Paul Gauguin e Jacques Brel
Un’altra meta è attesa, o forse, per molti viaggiatori, è la ragione che porta a scegliere di raggiungere le Marchesi: Hiva Oa, meta del fine vita di Paul Gauguin e Jacques Brel, abbinata nella stessa giornata a Tahuata, dove si viene accolti dall’uomo più tatuato dell’arcipelago, che dà il benvenuto ai forestieri soffiando dentro una grande conchiglia. Del pittore francese si ammirano diverse riproduzioni di suoi quadri, la casa ricostruita come l’originale “Maison du jouir” dove visse e il pittoresco cimitero in cui è sepolto, non distante dall’artista belga. Colui che, arrivato sull’isola e presentatosi come un grande valore aggiunto per la comunità, essendo un cantante famoso, si sentì rispondere che in Polinesia tutti cantano. Un aneddoto che riconduce al successivo impegno sociale di Brel, essendo aviatore, a beneficio della popolazione, a cui fece arrivare, pilotando il suo aeropostale Jojo, restaurato e visitabile ancora oggi, medicinali, dottori e beni di prima necessità, lasciando in quella remota terra un senso di benevolenza sincero nei suoi confronti. Quando a bordo dell’Aranui – salpata da Papeete in direzione isola di Fakarava alle Tuamotu – si smette di salutarsi con “Ia orana” (ciao in lingua tahitiana) e si comincia a farlo pronunciando “Ka’Oha Nui”, vuol dire che si è raggiunto l’arcipelago delle Marchesi. Parole che si accompagnano a un rituale, in cui ci si tocca naso a naso e si respira assieme qualche secondo, per creare una sincera connessione evocando compassione e persino amore.
La tomba di Paul Gauguin a Hiva Oa
Nuku Hiva spirituale e mistica tra missioni, danze ancestrali e siti archeologici sacri
Con l’immagine negli occhi e nel cuore del saluto speciale tra i marchesiani, ci si immerge nell’atmosfera mistica, viaggiando indietro nel tempo, di Nuku Hiva, prima tappa di questa remota Polinesia. Una versione selvaggia del paradiso terrestre, dove si scopre la Cattedrale Notre Dame des ìles Marquises al centro dell’isola, nel villaggio di Taiohae, fondata da cattolici missionari che si occuparono poi dell’educazione (lì davanti c’è infatti una scuola) e dove i personaggi biblici riprodotti in sculture, anziché la lira, suonano l’ukulele. Tutte le isole hanno contribuito con le loro pietre a costruire le pareti del luogo sacro a cui si accede dalla porta principale dell’antica cappella che oggi non esiste più. Resta, però, così come l’originale, la parte esterna che era un tempo l’antica piazza pubblica. E, ancora, si esplora il sito archeologico Tohua Kamuihei dove si tenevano i consigli di guerra e si facevano, su un grande tavolo di pietra, le circoncisioni, igieniche e non religiose, e i tatuaggi (spesso realizzati dai preti e con le incantatrici che con le loro melodie placavano il dolore); senza dimenticare di ammirare i preziosi petroglifi, come un pesce premonitore di eventi nefasti, su tutti, lo tsunami. Bellezze a cui si accede però solo dopo una danza ancestrale che consente l’ingresso al luogo sacro ancora considerato vivo. Un ballo eseguito da marchesiani che evocano scene di vita quotidiana come la pesca e la produzione della remunerativa copra (ricavata dalle noci di cocco essiccate), facendo vibrare gonne di foglie di palma da cocco secche, collane di ossi e tamburi sotto un grande e sacro albero Banyan nel villaggio di Hatiheu.
La danza sacra per accedere al sito archeologico di Nuku Hiva
Non solo Isole Marchesi: le tappe a Fakarava, Rangiroa e Bora Bora
La spiritualità incanta, seppur in modo diverso, nella prima tappa della crociera a bordo della nave cargo, quando si scende a Fakarava. Nella chiesa cattolica dell’isola delle Tuamotu, la domenica mattina alle ore 8:30 si compie un rituale imperdibile per i forestieri sbarcati dall’Aranui e accolti, dopo una piacevole pedalata in sella a delle bici prese in affitto, da un prete con indosso una grande corolla di fiori bianchi e rosa, dove si riconosce il tiaré, la gardenia polinesiana che, insieme al cocco, viene usata per il famoso olio locale di Monoï. Nel piccolo e discreto luogo sacro a tre navate ammaliano i lampadari e i filari di conchiglie, come le statue sacre di madreperla nelle nicchie. Un set da sogno per chi si lascia rapire dai canti delle devote scalze in doppia lingua, tahitiana e francese. Uno spettacolo mistico dove non manca un tocco di glamour isolano, tra cappellini e tiarè all’orecchio sinistro, abiti colorati a fiori o di pizzo bianco, e chignon appuntati con la più apprezzata delizia floreale locale. La mattinata nell’isola rinomata per essere una Riserva della Biosfera Unesco, continua, volendo, all’Havaiki Lodge, per bere qualcosa sotto l’ombrellone di palme da cocco dentro l’acqua turchese, abitata da innocui squaletti pinna nera. Creature del regno del mare che si ritrovano nella laguna di Rangiroa (Tuamotu), tra i paesaggi più iconici della Polinesia Francese, e di Bora Bora (Isole della Società), ultima tappa della crociera sulla nave cargo, prima di rientrare nell’isola di Tahiti. Un’isola vulcanica dove il Mana, l’energia vitale che la pervade, si manifesta in ogni angolo. In particolare, in uno dei siti ancestrali dove si svolgevano antichi riti tribali, il Mont Otemanu, che si ammira dalla laguna rinomata per le sue strutture da sogno (come Le Bora Bora By Pearl Resorts, l’InterContinental Bora Bora Le Moana Resort, an IHG hotel, il Conrad Bora Bora Nui, il The St. Regis Bora Bora Resort, il Four Seasons Resort Bora Bora). Solo uno dei luoghi da scoprire partecipando a un tour in barca al seguito di un esperto locale di cultura e biologia marina, escursione che si può prenotare a bordo viaggiando con l’Aranui e che comprende lo snorkeling nel colorato Giardino dei coralli e tra le mante che aleggiano con grazia sotto l’acqua scrigno di tesori variopinti. Un’attività che segue al picnic su un motu (isolotto piatto che si forma dai coralli sedimentati), che regala il più bel colpo d’occhio di Bora Bora, con barbecue a base di carne e pesce, e tanta buona musica della famosa chitarrina a quattro corde. Un passatempo che la domenica, in spiaggia, riunisce ogni famiglia della Polinesia Francese.
L’Aranui 5 in navigazione
La crociera sulla nave cargo Aranui: l’unicità per gli incontri sinceri con la gente del posto
Un pranzo davanti a un mare paradisiaco è solo l’ennesima tradizione in cui immergersi, prima di salutare l’Aranui e sbarcare. «Una nave cargo unica, che rende possibile l’incontro tra i passeggeri e la gente del posto, tra i forestieri e le usanze locali, grazie a una reale e sincera connessione a terra e a bordo. È come una loro grande barca, per i marchesiani che ci lavorano, quelli che oggi sono andati a pescare il tonno e il barracuda che i turisti mangeranno a cena. Un menu nato dal cuore e dalla passione dei marinai dell’equipaggio di far conoscere la loro terra e con cui è permesso dialogare, interagire», racconta con lo stesso spirito di generoso portatore di conoscenza Pascal Erhel, che durante la navigazione incanta con le sue conferenze sugli usi e costumi delle Marchesi, la sua terra d’origine a cui, dopo un pezzo di vita trascorso in Francia, ha sentito il bisogno di dedicarsi «rendendo omaggio ai miei antenati». Parole preziose che non si dimenticano, quando si ritorna nel Vecchio Continente, al di qua di ben due oceani. Un rientro che avrà a che fare con le tante emozioni da elaborare e riporre nel grande posto che meritano, così ingombranti e incisi addosso, dentro il prezioso cassetto dei ricordi, da riaprire spesso per non dimenticare e continuare a sognare. Nel frattempo, ci si lascia ispirare durante la permanenza a Roma da due appuntamenti a tema in compagnia di Tahiti Tourisme: la mostra “Gauguin. Il diario di Noa Noa e altre avventure”, una collezione di scatti fotografici dedicati alle Marchesi in programma fino al 25 gennaio 2026, frutto di una collaborazione tra l’ente di promozione turistica de Le Isole di Tahiti, la compagnia aerea Air Tahiti Nui e Leica Camera Italia; ma anche il “Festival della Letteratura di Viaggio”, fino al 5 ottobre nei Giardini di Villa Celimontana, occasione per ascoltare tutto sulla preziosa eredità della cultura polinesiana tra ispirazioni e approfondimenti, pensati per chi ama esplorare anche a un passo da casa.
La magia del sentiero si vive su questa traccia che aggira i promontori guardando il mare: 10 giorni di trekking indimenticabile per animi pieni di poesia.
Una tersa mattina di fine Aprile mi trovavo a camminare in riva al mare della Cornovaglia, su uno stretto sentierino che, dalla cima di una scogliera, mi stava portando vicina alle onde. Dapprima molto fiocamente sentii, in lontananza, un richiamo. Convinta si trattasse di un cane, forse scappato dai padroni e ora intrappolato fra gli scogli, accelerai il passo con l’intenzione di soccorrerlo, ma, avvicinatami a quella credevo fosse la fonte del richiamo, mi accorsi che proveniva da più lontano: non esattamente dal mare, ma da un’isoletta-scoglio a duecento metri dalla terra ferma.
Le acque vicino a Porthcurno, Cornovaglia.
Aguzzai lo sguardo e indirizzai alle onde un incerto auuuuh?Sull’isola vidi chiaramente la sagoma di una foca inarcarsi e ricambiare il verso. Per quasi un’ora, mentre aggiravo il promontorio di fronte cui si trovava l’isola delle foche, io e quella «sirena» continuammo a scambiarci richiami. Fu con riluttanza che abbandonai la mia compagna di canto con un ultimo saluto e mi lasciai l’isola alle spalle, nascosta dal fianco ripido della scogliera.
Non capita tutti i giorni di interagire così a lungo con un animale selvatico e generalmente timido come la foca, ma durante i miei 10 giorni di trekking solitario sul South West Coast Path in Cornovaglia ho imparato che il silenzio umano in natura viene spesso ricompensato con visite della fauna locale: una delle sfaccettature di quello che, nel mondo anglosassone, viene definito «trail magic», la magia del sentiero.
Per questo weekend lungo (da mercoledì notte a domenica), ho preso una mappa della Scozia, chiuso gli occhi, e lasciato cadere il dito: Isle of Mull. Mai sentita prima. Proprio ciò che speravo…
Il sentiero del sale
Il South West Path (SWCP per gli amici), con i suoi 1014km, è il sentiero ufficiale più lungo della Gran Bretagna e abbraccia la costa sud-occidentale dell’Inghilterra attraversando quattro contee: Somerset, Devon, Cornovaglia, (Devon di nuovo), e Dorset. Camminare il SWCP è mettersi nelle orme dei contrabbandieri e delle guardie costiere che nei secoli hanno inciso, a forza di scappare e pattugliare, le loro tracce sulle alte scogliere di queste regioni. Un camminatore allenato e motivato solitamente impiega dalle quattro alle sei settimane per completare il percorso da Minehead (Somerset) a South Haven Point (Dorset)
Baia nei pressi di St Ives, Cornovaglia.
Per chi, come me, non abbia un mese abbondante da dedicare a questa avventura, sceglierne una sezione è un ottimo compromesso che permette comunque di vivere appieno la sfida e di ottenerne un forte senso di realizzazione. Benché tutte le contee toccate da questo sentiero abbiano le loro attrattive, la Cornovaglia in particolare presenta un paesaggio emozionante fatto di costiere frastagliate e pittoreschi villaggi di pescatori in cui passare le notti. Percorrere questa sezione del SWCP offre un’occasione unica di scoprire la poesia di questa regione.
È stato stimato che 600,000 persone l’anno percorrono sezioni del South West Coast Path. Non si tratta, quindi, di un sentiero isolato o poco frequentato e grazie a ciò è estremamente ben segnato e mantenuto. La fama del percorso è stata accresciuta negli ultimi anni dal bestseller britannico il Sentiero del Sale di Raynor Winn, in cui la protagonista e il suo compagno ritrovano la speranza grazie a quello che diventa un vero e proprio pellegrinaggio lungo il SWCP. Il romanzo autobiografico sta venendo inoltre adattato per lo schermo con Gillian Anderson e Jason Isaacs come protagonisti e dovrebbe uscire nel 2025.
Holywell Bay, Cornovaglia.
Per chi preferisse camminare in solitudine, è importante considerare che la maggioranza dei camminatori frequenta la Cornovaglia in primavera-estate, durante il weekend, e nelle giornate di sole. Benché non consiglierei di affrontare il percorso in inverno, scegliere il mese di aprile aiuta ad evitare molti vacanzieri e, grazie al microclima della Cornovaglia, offre ottime possibilità di meteo clemente. Durante il mio viaggio ci sono state alcune giornate infrasettimanali o di brutto tempo in cui ho incontrato a malapena cinque persone, che spesso si dirigevano in direzione opposta.
Sulle tracce di Virginia Woolf
Grazie alla combinazione di accessibilità, attrattive culturali e panorami, ho scelto di partire da Newquay, facilmente raggiungibile in aereo da Londra (al momento Ryanair offre un volo dall’aeroporto di Stansted) e terminare sulla Lizard Peninsula. Partita da Newquay, dopo tre giorni di cammino ho raggiunto la cittadina di St. Ives, famosa per essere stata una colonia artistica all’inizio del XX secolo e nucleo del Bloomsbury Group: Barbara Hepworth, Virginia Woolf e E.M. Forster sono alcuni nomi che trascorsero le vacanze e trovarono ispirazione a St Ives. Per avere il tempo di esplorare il fantastico avamposto costiero della Tate Gallery, nonché la casa-museo della scultrice Barbara Hepworth, ho preso un giorno di riposo dormendo quindi due notti nel paesino.
Barbara Hepworth Museum and Sculpture Garden, St Ives.
Benché St Ives sia sicuramente cambiata nell’ultimo secolo, è facile comprendere il fascino che esercitò sulla comunità artistica. Seduta in un ristorante in riva al mare in compagnia di un libro a osservare il ritmo ipnotico delle onde frangersi sul bagnasciuga, o su una panchina del Hepworth Museum ad ascoltare il vento mentre i petali di ciliegio cadono su sculture moderniste, il tempo sembra espandersi e la voglia di rimanere a St Ives in villeggiatura per l’intera stagione, come la famiglia di Virginia Woolf, sembra irreprimibile.
Da Land’s End a John O’Groats
Il paradosso di un viaggio a piedi è che, non appena viene raggiunto un luogo di particolare bellezza, è già il momento di spostarsi e procedere verso la prossima meta. Fortunatamente, la costa della Cornovaglia ha in serbo molteplici punti d’interesse e la nostalgia per uno viene rapidamente rimpiazzata dall’ammirazione per un altro. Lasciata St Ives alle spalle, attraverso Pendeen, conosciuta per i siti di archeologia industriale legati al passato minerario della regione. Raggiungo poi Land’s End, famosa per essere la punta più a ovest dell’Inghilterra – benché vi abbiano costruito attrazioni turistiche particolarmente brutte che attirano (giuste) critiche, date loro le spalle e volto lo sguardo verso il mare, il panorama costiero non ne risente. I famosi scogli Longships, con la loro iconica sagoma da nave vichinga e il faro, incorniciano perfettamente il tramonto infuocato che ho la fortuna di vedere, proprio mentre una luna piena sorge dal lato opposto, sui campi di grano.
Tramonto da Land’s End, Cornovaglia.
L’attrazione turistica più famosa (e meno problematica) è un segnale che elenca la distanza di Land’s End da vari punti terrestri fra cui John O’Groats (874 miglia), un villaggio di 300 abitanti nel nord ovest della Scozia. Questa inclusione potrebbe sembrare sorprendente, ma la distanza è significativa perché è tradizionalmente presa come la lunghezza della Gran Bretagna. I 1406km vengono percorsi ogni anno, in un verso o nell’altro, da una manciata di intrepidi camminatori che puntano di completare la End to End Trail in circa due mesi. Nelle tappe precedenti a Land’s End ho avuto la fortuna di incontrarne tre. Il primo è stato un signore di circa settant’anni che mi ha spiegato come non dovendo tornare in quel brutto posto che la gente chiama “ufficio” e non avendo quella cosa insistente che alcuni chiamano “moglie”, fosse arrivato il momento di mettersi in cammino verso la Scozia. Il secondo era un ragazzo molto giovane e molto rapido, che mi ha mostrato come preferisse un’app alla mia mappa cartacea. E il terzo, partito il giorno precedente, era un altro signore di 65 anni, che aveva già completato la sfida trent’anni prima e aveva deciso di rimettersi in gioco, con più calma e più comfort.
Porticciolo di Cadgwith, Cornovaglia.
Dove finisce il viaggio?
Land’s End rappresenta il punto medio del mio viaggio, e il fatto che, per coincidenza, da qui il sentiero cambi direzione e inizi a dirigersi verso est, verso casa, mi spinge a vedere oltre la fatica e godermi ogni singolo momento. Il sentiero passa per Porthcurno, sede del famoso Minack Theatre, Mousehole, uno dei villaggi di pescatori più pittoreschi della Cornovaglia, e Marazion, di fronte cui l’isolotto di St Michael’s Mount, raggiungibile a piedi solo durante la bassa marea, è la risposta inglese alla famosa abbazia francese di Mont Saint Michel.
Lizard Peninsula, Cornovaglia.
Il pomeriggio del nono giorno arrivo alla Lizard Peninsula, il punto più meridionale della Gran Bretagna. Mi guardo alle spalle, a nord-ovest, e vedo un enorme fronte temporalesco abbattersi sulla costa da cui sono provenuta ma, come ostacolato da una barriera invisibile, non sembra volermi seguire così a sud. Mi fermo a osservare il mare dalla punta e, benché la logica geografica suggerisca che il mio sguardo è rivolto verso le lontane Asturie, in Spagna, è difficile credere che un orizzonte marino così profondo possa mai essere interrotto dalla terra ferma. Da est, vedo arrivare uno stormo di uccelli bianchi – troppo grandi e dallo stile di volo troppo distintivo per essere gabbiani: si tratta di sule settentrionali, che finora avevo visto solo dalle isole della Scozia e delle Faroe, mai dalla terra ferma. Mi trovavo davvero sulla terra ferma? Oppure il South West Coast Path, con il suo legame stretto, costante, ineluttabile con il mare che lo erode, lo depista, o lo espande, costituisce una realtà a parte, anfibia?
Poco più di un’ora dopo, abbandono il sentiero per l’ultima volta e apro un cancelletto di legno per raggiungere il mio hotel. Una volta appoggiato lo zaino a terra, penso con rammarico, non farò più parte della comunità di long distance hikers, tornerò a fare gite in giornata. Fortunatamente, nei due giorni successivi scopro che si tratta di un confine permeabile. Il South West Coast Path non discrimina: che uno desideri percorrerne l’intera lunghezza, arrivare fino in Scozia, o godersi solo qualche ora in riva al mare, è là ad aspettarci.
Dal silenzio rarefatto del Pitrizza, dove anche i tetti si mimetizzano nella macchia, al sushi party del Nikki Beach, con trenini e champagne ghiacciato: viaggio nella Costa più esclusiva d’Italia.
La piscina a sfioro con acqua salata ricavata dalla pietra con vista mare, la prima nella storia dell’hospitality, sarà anche uno dei simboli dell’hotel Pitrizza, ma appena ti siedi nella terrazza del ristorante The Grill capisci subito che l’anima del luogo ha anche facce precise. Giuseppe Mele è maître d’hôtel dal 1984, e dopo qualche tempo all’albergo Ramazzino è venuto a lavorare qui e non si è mai spostato, pilastro umano di questo micromondo esclusivo, sempre perfetto in giacca e papillon. Si guarda intorno: «Qui c’era solo macchia mediterranea e cinghiali, me lo ricordo bene, erano gli anni Sessanta. Poi negli anni sono arrivate le case e le ville». In questa carriera ultradecennale, Giuseppe ha stretto legami con ospiti regolari. Come quel signore distinto in camicia e pantaloni di lino, che siede a pochi metri da noi con la moglie: «Nel corso degli anni ho conosciuto tutta la sua famiglia. La ex moglie, quella attuale e i figli che ho visto crescere e sposarsi. Ho seguito l’evoluzione di tutta la sua vita e possiamo dire di conoscerci, sempre con la giusta distanza».
L’albergo Pitrizza.
L’albergo per chi non vuole farsi vedere
L’ospite facoltoso non è certo un volto noto, del resto in questa struttura-simbolo della Costa Smeralda si viene proprio per tenere un basso profilo. Chi vuole farsi vedere, mormorano i locali, va al Cala di Volpe ,leggendario albergo poco lontano progettato da Jacques Couelle una sessantina di anni fa secondo principi avanguardistici, oggi diremmo di sostenibilità ambientale. Il «fratello» Pitrizza, 65 anni di storia, nasce come un albergo privato del principe Aga Khan, figura di spicco nel mondo degli affari e leader spirituale degli musulmani ismailiti, il visionario che inventò la Costa Smeralda trasformando 55 chilometri di costa selvaggia in una destinazione di lusso per il jet-set internazionale. Da residenza privata dell’Aga Khan, il Pitrizza è diventato negli anni il rifugio che più incarna l’idea di quiet luxury della Costa Smeralda. Le 49 camere e le 16 ville di pietra (con prezzi che vanno dai mille fino ai 25 mila euro a notte, a seconda della tipologia di stanza e dalla stagione) circondate da cipressi e ulivi, immerse in un silenzio perfetto, sono state progettate negli anni Sessanta dall’architetto italiano Luigi Vietti per mimetizzarsi nella natura, secondo il diktat di non essere visibili «né da terra né dal cielo né dal mare». E così, la natura ingloba e nasconde tutto e ricopre di erba anche i tetti delle stanze disseminate dall’alto della collina fino giù, alla spiaggia privata silenziosissima. Si narra che qui, tra la natura e una coppa di champagne, il Beatle Ringo Starr abbia composto Octopus Garden, dopo che un marinaio sardo lo aveva portato a vedere le tane dei polpi, molto simili ai muretti a secco.
Una villa con piscina privata all’hotel Pitrizza sulla Costa Smeralda.
Al Pitrizza però oggi sono proiettati verso il futuro, visto che nei prossimi mesi andrà incontro a una trasformazione completa e diventerà il primo avamposto italiano di Cheval Blanc, catena alberghiera di ultra lusso del gruppo LVMH. E chissà se ci sarà un nuovo Giuseppe Mele da queste parti, visto che «oggi ci sono pochi giovani che vogliono intraprendere questa carriera: non capiscono il potenziale, anche economico di un percorso professionale di questo tipo», lamentano dall’albergo.
Sushi, sake e balli
Ma la Costa Smeralda non è solo sussurri e camere mimetizzate nella roccia. A pochi minuti di barca, la scena cambia completamente. Dimenticate il silenzio ovattato del Pitrizza: al Nikki Beach il volume sale, il sushi si mangia ballando e i brindisi seguono il ritmo del dj. Il famoso beach club che si raggiunge solo in barca e che accetta solo ospiti su prenotazione prende il nome dalla figlia del fondatore, scomparsa prematuramente, che tutti i club del mondo ricordano con una foto appesa al muro. I giovani camerieri abbronzati e vestiti di chiaro, che sembrano usciti da una pubblicità di un brand di abbigliamento cool, ti accolgono all’ingresso e sei subito immerso in un sano casino. Oggi c’è un addio al nubilato, con la futura sposa in bikini bianco e pareo che arriva da Berlino e le amiche che sembrano influencer che ballano sul tavolo. Il volume della musica è alto e più che per parlare qua si viene per fare festa. E così, dopo aver assaggiato sushi e un ottimo polpo alla griglia, tutto il locale si fa coinvolgere nel trenino della futura sposa, un serpentone umano che fa un po’ Capodanno ma versione luxury Costa Smeralda. Nel tavolone vicino negli anni si sono sedute celebrity internazionali come Michael Jordan, ghiotto di vitello tonnato, spaghetti allo scoglio e polpo (sì, tutto in un solo pranzo). Lo scorso anno sono sbarcati dallo yacht in questa oasi naturale anche la coppia più esposta del momento, Jeff Bezos e Lauren Sanchez, allora ancora fidanzati, con gli amici Leonardo DiCaprio, Vittoria Ceretti, Orlando Bloom e Katy Perry: per loro un trionfo di spigole, orate e primi in condivisione. Il conto lo avrà pagato Jeff, s’immagina. Fuori dal ristorante, aperto solo a pranzo e dai prezzi alti, una distesa di lettini invita al relax. Qui niente musica, solo l’acqua del mare cristallina della Sardegna e materassi in cui sprofondare.
Il ristorante del Nikki Beach Costa Smeralda.
La vista dall’alto del Nikki Beach.
La sera è il momento in cui chi è amante del sushi (e può spendere) deve andare allo Zuma a Porto Cervo. Fondato a Londra dallo chef Rainer Becker, grande appassionato di cucina giapponese, Zuma è oggi una catena con garanzia di eccellenza culinaria. La filosofia del luogo, elegante e sofisticata, si ispira allo stile di ristorazione giapponese più informale – quello Izakaya. Con un menu autentico ma non tradizionale, che si compone di piatti moderni, il sushi bar, con chef dedicati, e il Robata Grill, che trova origine nello stile di cottura dei pescatori del nord del Giappone. Questo ristorante con vista mare, con un design ispirato ai quattro elementi Terra, Fuoco, Acqua e Aria con giochi d’acqua dall’effetto calmante e costruito con pino antico riciclato da vecchie case giapponesi, è anche il paradiso di chi ama bere bene. C’è addirittura un sommerlier di sake, che qua si trova in 40 varietà diverse, e i cocktail d’autore, che utilizzano ingredienti di prima qualità e alcolici giapponesi selezionati.
Nel blu dipinto di blu
Il giorno è dedicato tutto al mare. Anche i viaggiatori più esperti lo sanno: per l’acqua cristallina e il paesaggio selvaggio più affascinante non serve andare dall’altra parte del mondo. L’Agha Khan lo aveva capito negli anni Sessanta, dopo che un amico miliardario inglese di ritorno dalla Sardegna gli aveva detto di aver visto un posto bellissimo come i Caraibi ma a due ore da Londra. Sessant’anni dopo quella intuizione, il lusso ha esteso il suo dominio ma senza distruggere o rovinare il paesaggio e la natura, con il Consorzio Costa Smeralda (oggi di proprietà di un fondo del Qatar) che vigila e amministra, attraverso una convenzione, il territorio, su cui non si può più edificare nulla. Il tour con barca privata con suggestivo aperitivo a bordo (noi abbiamo provato Enjoy Yacht) è il modo migliore per immergersi nella natura di questo piccolo paradiso. E quando si vede la spiaggia del Principe, un lembo di terra con sabbia finissima e mare che sembra finto da quanto è smeraldo, chiamata così perché leggenda vuole che fosse la preferita dell’Agha Khan, è chiaro che il vero lusso è questa natura da urlo.
Nha Trang, sulla costa sud-orientale del Vietnam, è da tempo la più apprezzata località balneare del paese. Le sue sabbie bianche vengono celebrate nelle canzoni vietnamite e la sua lunga spiaggia a forma di mezzaluna, il comodo aeroporto e la scena gastronomica internazionale la rendono una destinazione molto popolare. Spiagge, sole, mare, certo: ma Nha Trang è anche molto altro. Ecco una breve guida per chi è già stato a Nha Trang e desidera scoprire qualche altro aspetto della tranquilla città sul Mar Orientale.
La spiaggia del Westin Resort & Spa Cam Ranha a Nha Trang, Vietnam.
La buona tavola a Nha Trang
A Nha Trang i viaggiatori hanno solo l’imbarazzo della scelta quanto a cucina internazionale. Molto popolari sono i banchetti a base di pesce proposti dai numerosi ristoranti che si trovano lungo la via principale della città. Ot Hiem, a poche strade dalla spiaggia, è preso d’assalto dalla gente del posto e dai vietnamiti provenienti da altre zone del paese: i suoi punti di forza sono l’ambiente, insieme rustico ed elegante, e il ricchissimo menu che propone i piatti vietnamiti più popolari: cucina casalinga a prezzi molto ragionevoli. Oltre agli stufati e alle grigliate potrete scegliere tra molte insalate, con ingredienti fantasiosi come i germogli di banana sminuzzati con meduse (una specialità locale) e i gambi di loto croccanti con maiale e gamberi.
Per bere qualcosa di fresco nel pomeriggio fermatevi al La Viet Coffee (8 Le Loi), famoso per i chicchi tostati artigianalmente provenienti da Da Lat. Se non volete accontentarvi di un solo caffè, scegliere i quattro assaggi (al cocco, con panna salata, café au lait e caffè freddo con latte condensato) a meno di 4 dollari. Sono intriganti anche le versioni speciali, per esempio il Coldbrew Margarita e il Black Velvet cold brew con more di gelso e limoni sotto sale. Non perdetevi, poi, l’eccellente selezione di chicchi e gli articoli regalo ispirati al caffè.
Un laboratorio di profumeria di LUI&JULI, una bottega che vende prodotti realizzati con materiali naturali ed ecologici.
Per divertirsi: uno spettacoli di marionette e un laboratorio di profumeria
Se ne avete abbastanza di oziare a bordo piscina e di dedicarvi agli sport acquatici, potreste provare qualcosa di più stimolante sotto il profilo culturale. Allo splendido Do Theater, circa 20 minuti a nord del centro della città, va in scena lo spettacolo Life Puppets, eccellente intrattenimento per una serata un po’ diversa. Se siete stati ad Hanoi, potreste aver assistito a uno spettacolo tradizionale di marionette in cui gli artisti che le animano sono immersi nell’acqua fino alla vita, nascosti da un sipario, e le marionette sembrano danzare sulla superficie dell’acqua. Life Puppets aggiunge un affascinante tocco contemporaneo a questa antica arte popolare, con acrobati, musicisti e altri artisti che, vestiti con vivaci costumi, si esibiscono accompagnati da luci, fumo e oggetti che volano sopra di loro: una magnifica stravaganza che si può trovare solo a Nha Trang.
Un passatempo a ritmi blandi è invece offerto da LUI&JULI, una piccola e affascinante bottega che vende saponi biologici, creme, oli essenziali e altri prodotti per la casa e la cura del corpo realizzati con materie prime naturali come plumeria, cocco e mango, in buona parte provenienti da Nha Trang e dintorni. Qui si tengono laboratori di profumeria, solitamente il martedì e il giovedì alle 10:30 e alle 14, anche se previa prenotazione è possibile concordare un orario diverso. Visitate la pagina Instagram del negozio per informazioni e aggiornamenti.
La funivia Vinpearl collega Nha Trang con l’isola di Hon Tre.
Un colpo d’occhio mozzafiato su Nha Trang
Il lungomare della città, che si affaccia per quasi 7 km sulle acque scintillanti, è una meraviglia, ma dal 28° piano dell’Altitude Rooftop Bar si gode di un colpo d’occhio ancora più incantevole. Recatevi in questo elegante lounge (riservato a una clientela maggiorenne) poco prima del tramonto e accomodatevi a un tavolo all’aperto per la cena, oppure venite alle 8 per il DJ set dal vivo e sorseggiate un cocktail mentre ammirate le luci dei pescherecci di cui brulica la baia.
Un altro punto panoramico da non perdere è la funivia Vinpearl, che si protende sul mare per 2 km e mezzo tra l’isola di Hon Tre (sede del parco dei divertimenti VinWonders Nha Trang) e la terraferma: sono disponibili biglietti combinati. Alcuni tour tra le isole prevedono il rientro in città proprio tramite questa funivia.
Un giro per le isole
I tour delle isole di Nha Trang, che moltissimi operatori propongono ovunque a meno di 20 dollari pranzo incluso, sembrano davvero allettanti. Vi consigliamo però di evitare le offerte più economiche, che vi costringeranno a muovervi a bordo di barche affollatissime, con un chiassoso karaoke che non dà tregua e l’immancabile “bar galleggiante”, cioè un membro dell’equipaggio con un giubbotto salvagente che distribuisce bicchierini di liquore a poco prezzo. È di gran lunga preferibile aggregarsi a un gruppo poco numeroso, o meglio ancora ingaggiare una guida per un’intera giornata: vale la pena spendere un po’ di più per visitare a piacimento le spiagge, le attrazioni e i ristoranti galleggianti delle isole, senza essere costretti a seguire i ritmi massacranti delle comitive.
Una sessione di sound healing presso il Westin Resort & Spa Cam Ranh.
Dove alloggiare a Nha Trang
Chi visita Nha Trang per la prima volta tende a soggiornare sulla via principale, Tran Phu, con la sua impressionante concentrazione di hotel, ristoranti e bar, tutti affacciati sul lungomare. Per risparmiare qualche dong si può optare per le pensioni situate nelle vie più interne, poco distanti dalle principali attrazioni.
Tra i visitatori abituali si sta invece facendo apprezzare l’incantevole spiaggia conosciuta come Cam Ranh, circa 40 minuti a sud di Nha Trang: la relativa distanza dalla città viene compensata dall’atmosfera tranquilla e rilassata. Certo, c’è molto meno da vedere rispetto a Nha Trang, ma questa spiaggia lunga 15 km è davvero impagabile. Per decenni i viaggiatori hanno dedicato scarse attenzioni a questo tratto di costa, lungo il quale corre la strada che porta dal Cam Ranh International Airport a Nha Trang. Da tempo controllata direttamente dalla marina militare vietnamita, la zona ha cominciato da poco a dotarsi di strutture turistiche, ma sta recuperando il tempo perduto: oggi vi si trovano infatti numerosi hotel internazionali, ciascuno discosto dalla strada principale per garantire agli ospiti tranquillità e riservatezza.
Molto popolare è il Westin Resort & Spa Cam Ranh, che offre 207 camere, suite e ville con piscina in una proprietà vastissima e molto curata, circondata dalle montagne. I viaggiatori più affaticati apprezzeranno in particolare il programma Gear Lending, che consente di ricevere direttamente in camera prodotti Hyperice studiati per recuperare le energie, come pistole per i massaggi muscolari e stivali a compressione, una vera benedizione dopo un volo lungo e faticoso. Le attività gratuite includono lezioni di yoga, pilates e acquagym, oltre a sport acquatici, film all’aperto e sessioni di corsa, cardio e stretching, nel pieno rispetto della filosofia di questa struttura, che si propone di aiutare gli ospiti a mangiare, dormire e muoversi al meglio. Anche la posizione rispetto all’aeroporto è comodissima: è possibile prendere possesso della camera entro 20 minuti dal ritiro bagagli, compreso il check-in in albergo.