Lontano dalla folla estiva, itinerari antichi e nuovi tra la terraferma e le sue piccole isole sono un’occasione per assaporare l’aura slow di questa parte della Riviera. Scopriamone 5 inediti, dedicati alle architetture difensive.
La Liguria è bella anche d’inverno, quando le temperature restano miti, il mare conserva il suo fascino e i luoghi si offrono a chi li attraversa con maggiore calma e attenzione. È il momento in cui la folla estiva lascia spazio alla lentezza, i sentieri si fanno più silenziosi e il paesaggio – tra costa, isole ed entroterra – può essere osservato con attenzione, senza fretta. Una stagione ideale per scoprire un volto meno prevedibile del Levante ligure, dove la bellezza non è solo scenografia ma racconto stratificato. In questo contesto si inserisce il progetto che propone cinque nuovi itinerari tematici dedicati alle architetture difensive nel sito UNESCO Porto Venere, Cinque Terre e Isole, pensati per promuovere un turismo più sostenibile e consapevole.
Gli itinerari nel sito Unesco
Castelli, torri, forti e batterie costiere diventano il filo conduttore di un sistema di percorsi che collega Porto Venere, le Cinque Terre e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto, offrendo un’alternativa ai tracciati più frequentati. L’obiettivo è duplice: valorizzare un patrimonio storico spesso percepito come marginale e distribuire in modo più equilibrato i flussi, portando i visitatori verso punti panoramici, borghi e sentieri meno conosciuti. Ne emerge una chiave di lettura unitaria del territorio, capace di raccontare il rapporto tra comunità costiere, ambiente e funzione strategica del paesaggio nel corso dei secoli.
Monterosso
I Custodi del mare è un itinerario di mezza giornata che collega il Castello di Levanto a quello di Monterosso, seguendo la linea della costa tra la scogliera a picco sul mare di Punta La Gatta, il casale agricolo gestito dalFAI Podere Case Lovara e l’ex stazione semaforica di Punta Mesco. Un percorso che alterna tratti panoramici e memoria storica, mettendo in relazione due presidi nati per il controllo del mare e oggi affacciati su uno dei tratti più suggestivi del Parco Nazionale.
I castelli da scoprire
La Via dei Castelli, articolata su due giornate, rappresenta il cuore escursionistico del progetto. L’itinerario unisce riviera ed entroterra seguendo sentieri meno frequentati, che solo in alcuni tratti intercettano i percorsi più noti delle Cinque Terre. Parte da Porto Venere, attraversa Campiglia, Riomaggiore, Corniglia, Vernazza per arrivare a Monterosso al Mare. Il percorso, pensato per chi ama camminare con lentezza, intreccia storie medievali e paesaggio rurale, collegando antiche torri, mura e castrum. Lungo la via si scoprono testimonianze come la Torre Capitolare e Castello Doria di Porto Venere, che oggi raccontano l’organizzazione difensiva genovese e offrono vedute ampie sul mare
Vernazza, Castello Doria
Le origini della Spezia (e non solo)
Le origini della Spezia è un percorso di circa quattro ore tocca il Forte Parodi e i borghi di Carpena, con il suo castello, Codeglia e Castè. Un itinerario che si muove ai margini della città contemporanea, riportando alla luce un sistema difensivo e insediativo che precede la nascita dell’Arsenale e della Spezia moderna.
Con Tra costa e collina: dal Varignano a Biassa si attraversa un tratto significativo del sistema difensivo tra mare e alture, passando da un’antica villa romana, presidi costieri a borghi collinari. Il paesaggio cambia rapidamente, ma resta leggibile come un unico organismo, modellato da esigenze militari e agricole.
La strada dei condannati. Sul serio
L’itinerario giornaliero L’Isola Palmaria e il Porto di Venere offre l’opportunità di ritrovare le tracce delle fortificazioni del sistema difensivo insulare del Golfo della Spezia, come il Forte Umberto I e il Forte Cavour, oggi spazi recuperati o accessibili in parte, che restituiscono la complessità storica delle difese marittime. Affascinante la Strada dei Condannati, realizzata dai detenuti dell’isola condannati ai lavori forzati.
Codeglia
Nel loro insieme, questi cinque itinerari costruiscono una rete coerente che integra mare, costa ed entroterra, rafforzando la percezione dell’unità culturale e paesaggistica del sito UNESCO. Un invito a scoprire una Liguria fuori stagione, dove camminare diventa un atto di conoscenza e rispetto. I materiali informativi, con mappe e approfondimenti storici, sono disponibili sul portale dedicato e permettono di pianificare un’esperienza di viaggio lenta, lontana dai picchi dell’estate e più vicina all’anima profonda del territorio.
“E lì ci ritroviamo, concentrati, di fronte alle pietre e al silenzio, mentre il giorno avanza e le montagne si alzano, tingendosi di viola. Ma il vento soffia sull’altopiano di Djemila …”
Così scriveva Albert Camus, uno dei più grandi intellettuali francesi nati in Algeria ne Il vento a Djemila. La meravigliosa città romana, perfettamente conservata tra i monti dell’Atlante, non ha nulla in comune con il Grande Sud per cui il Paese è famoso. Qui, il paesaggio in primavera è verde e fiorito, siamo a circa 900 metri d’altitudine, e in linea d’aria il mare dista solo una cinquantina di chilometri. Nulla a che vedere con le immense distese di sabbia, roccia e fiumi fossili del Sahara. Il fatto che l’antico toponimo locale Cuicul sia stato cambiato dagli arabi in Djemila, la Bella, non è casuale: la città si raggiunge percorrendo una panoramica strada che si addentra nell’altopiano, circondata da paesaggi fatti di dolci colline. Una volta giunti sul crinale della montagna che la sovrasta, su uno sperone roccioso sottostante, la città si rivela all’improvviso con la sua foresta di colonne.
La città di ex legionari
Si può comprendere bene il motivo per cui, già in epoca romana, la zona era favorevole allo sviluppo di una città: il suolo è fertile e produttivo, la posizione è ottima per controllare le vie di comunicazione, che si addentrano dalla costa verso l’interno, e per esportare prodotti agricoli verso i grandi centri urbani del Mediterraneo. Dopo avere sottomesso le tribù berbere dei dintorni, l’imperatore Nerva ebbe l’idea, nel 96-98 d.C., di popolarla grazie a una colonia di veterani: soldati a lui fedelissimi e induriti da una vita passata nelle legioni che, al momento di andare in congedo ricevevano, insieme alla propria buonuscita, anche un pezzo di terra da coltivare ai confini dell’impero, meglio se in una zona di recente conquista e che si voleva romanizzare. L’esperimento fu un successo: la città raddoppiò di dimensioni nel giro di un secolo e, all’epoca di Settimio Severo, grandissimo imperatore che aveva particolarmente a cuore l’Africa, dato che era nato a Leptis Magna, si dotò di un secondo foro molto più sontuoso e monumentale del primo. Il tempio severiano lo domina dal culmine di una ripida scalinata e l’arco di suo figlio Caracalla fa da ingresso monumentale alla nuova, sontuosa piazza.
Il sito si snoda come un museo a cielo aperto, svelando i suoi segreti a mano a mano che si procede lungo le sue antiche strade, ancora perfettamente lastricate. E, grazie all’andamento ondulato della montagna su cui si trova, Djemila si svela un poco alla volta, si rivela in tutta la sua bellezza, aggiungendo inaspettate vedute e un rinnovato stupore non appena un nuovo monumento ci compare di fronte.Come il teatro della città, capace di ospitare tremila spettatori, che ci appare all’improvviso non appena si raggiunge la collina dentro cui è stato scavato. O l’enorme busto in marmo di Giove, che si trova ancora alla base del Campidoglio nel tempio a lui dedicato. E poi, le terme con i resti dei marmi colorati che ricoprivano le sue pareti e, venuti da lontano, aggiungevano un tocco di classe e di esotismo all’intero complesso. Il più semplice, dimesso battistero cristiano si potrebbe usare ancora oggi: è completo, dalla vasca decorata a mosaico alle colonne che sostengono un baldacchino, alle nicchie per le lampade ad olio con cui illuminare l’ambiente. Ben due chiese gli sono vicine, attaccate l’una all’altra, e testimoniano la presenza di una numerosa comunità cristiana, il cui vescovo dominava l’antica Cuicul dalla sua parte più elevata.
Il mercato, il foro, l’Arco di Caracalla
Nella zona bassa della città ecco invece il mercato, con i banchi dei vari venditori. Ma il l cuore della colonia, il suo centro reale è il foro, la piazza centrale fulcro della vita sociale e politica. Arroccato in cima a un’ampia scalinata e con colonne corinzie che ancora si stagliano contro il cielo algerino, il tempio dedicato a Settimio Severo trasuda autorità e riverenza. Accanto, la basilica dove si amministrava la giustizia. L’Arco di Caracalla, costruito nel 216 d.C. in onore dell’imperatore in visita, di sua madre Giulia Domna e del padre defunto, monumentalizza l’ingresso al foro e dona decoro ed eleganza all’insieme, grazie alla sua struttura elegante e aggraziata. Nel 1839 il duca Ferdinando Filippo d’Orléans lo vide in occasione di una spedizione, ne fu conquistato, e progettò di farlo trasportare a Parigi, dove sarebbe stato eretto con l’iscrizione “L’armata d’Africa alla Francia”. Per fortuna non se ne fece nulla. Troppo numerose le abitazioni private, per visitarle tutte, ma i migliori mosaici che le decoravano, dalle tessere vivide e colorate, si trovano nel locale museo del sito e offrono spunti per comprendere la mitologia, la vita quotidiana e l’espressione artistica degli antichi abitanti.
Innegabile, è l’armonia che regna sovrana tra l’architettura romana e l’ambiente naturale circostante. La posizione appartata, l’assenza di visitatori, la solitudine e il silenzio rotto solo dal soffio del vento offrono un’esperienza intima e raccolta di scoperta del mondo antico. È proprio il vento, che si sente soffiare tra le antiche rovine, a esercitare un profondo fascino nel brano sopra riportato di Camus, a farlo entrare in contatto con lo spirito del luogo: il vento che leviga i resti dell’antica Roma, come a cancellare un poco alla volta i simboli di eternità e di grandezza, che quella civiltà voleva realizzare. Eppure, a Djemila le pietre parlano: di imperatori e mercanti, di déi e convertiti, di arte e impero. Parlano dolcemente, ma chiaramente, a chi è disposto ad ascoltare, offrendo ai visitatori uno sguardo vivido sulla vita quotidiana di una provincia romana di quasi due millenni fa.
Esplora Marrakech, Fes ed Essaouira: le città più belle del Marocco con consigli segreti, attrazioni e suggerimenti di viaggio..
Il Marocco è un paese pieno di sorprese, un mix di antiche tradizioni e atmosfera elettrizzante che si respira in ogni città.
La medina di Marrakech è affascinante quanto le terrazze sui tetti di Fes. E il tramonto sulla Kasbah degli Oudayas a Rabat? Semplicemente magico!
Ma il Marocco ha molto più da offrire oltre alle famose città imperiali. Tra il deserto, le montagne dell’Atlante e la costa, ti aspettano incredibili attrazioni turistiche e luoghi segreti da scoprire che ti faranno battere forte il cuore.
Che tu stia cercando tesori nel souk di Marrakech, seguendo le orme di Humphrey Bogart a Casablanca o rilassandoti sull’Atlantico, il Marocco è un vero paradiso per i viaggiatori.
Abbiamo raccolto per te le città più belle del Marocco, dai classici luoghi imperdibili a quelli nascosti che devi assolutamente visitare.
Pronto per l’avventura della tua vita? Allora parti alla scoperta della varietà e del fascino delle città più belle del Marocco! 🌍✨
Le città più belle del Marocco: dalle città imperiali alla costa
Che si tratti di metropoli dinamiche, centri storici ricchi di vicoli o rilassanti località costiere, il Marocco offre un’incredibile varietà di città. Ognuna ha il suo fascino, le sue attrazioni e un’atmosfera che non troverai da nessun’altra parte.
Ti accompagneremo in un viaggio attraverso le città più belle del Marocco e ti mostreremo cosa non puoi assolutamente perdere!
Le città imperiali: i tesori culturali del Marocco
Le famose città imperiali del Marocco erano un tempo sedi dei sultani e sono ancora oggi punti di riferimento culturali del Paese. Ogni città racconta la propria storia, con palazzi sfarzosi, mercati vivaci e tradizioni secolari.👑
1. Marrakech: la “città rossa” con affascinanti souk e palazzi
Marrakech è l’esperienza completa del Marocco in una città: colori, suoni, profumi… qui ti immergerai nel cuore dell’Oriente. La medina è un unico labirinto di vicoli dove troverai di tutto, dai tappeti alle spezie alle lampade artigianali.
E poi c’è la famosa Djemaa el Fna, una piazza che sembra uscita dalle Mille e una Notte, con incantatori di serpenti, giocolieri e bancarelle di cibo.
✅ La mattina: colazione su una terrazza panoramica con vista sulla medina
✅ A mezzogiorno: visita al Jardin Majorelle o al magnifico Palazzo Bahia
✅ Pomeriggio: shopping nei souk e pausa tè orientale
✅ Sera: avventura gastronomica tra gli stand di cibo di strada in piazza Djemaa el Fna e aperitivo al tramonto in un bar panoramico
📖 Lo sapevi che…
… a Marrakech nessun edificio può superare i 77 metri di altezza? Questa è l’altezza del minareto della moschea Koutoubia. In questo modo il minareto è ben visibile anche da lontano. L’interno dell’edificio, inaugurato nel 1158, è accessibile solo ai musulmani.
2. Fès: il cuore culturale del Marocco con la medina più antica del Paese
Fès è un vero e proprio labirinto di storia, cultura e artigianato. La medina di Fès, una delle più antiche e più grandi al mondo, sembra un viaggio nel tempo nel Medioevo: vicoli stretti, asini come mezzo di trasporto e innumerevoli negozietti dove tutto è ancora fatto a mano.
La città è particolarmente famosa per le sue concerie, dove da secoli la pelle viene lavorata in enormi vasche di tintura. Chi desidera vivere l’autentico Marocco non può perdersi Fès!
✅ La mattina: colazione tradizionale con msemen (frittelle marocchine) in un riad
✅ A mezzogiorno: visita alle concerie e vista sullo spettacolo dei colori
✅ Pomeriggio: esplorazione del tortuoso centro storico e sosta all’università al-Qarawīyīn ✅Sera: cena su una terrazza panoramica con vista sulla medina e sulle luci della città
3. Meknès: patrimonio mondiale dell’UNESCO con imponenti porte e rovine
Meknès è forse la più sottovalutata delle antiche città reali, ma è proprio questo che ne costituisce il fascino. Qui l’atmosfera è più rilassata rispetto a Marrakech o Fès, ma la città ha molto da offrire: imponenti porte cittadine, vaste rovine di palazzi e un tocco di antico splendore.
Particolarmente suggestivi sono Bab Mansour, una delle porte più belle del Marocco, e le scuderie reali del sultano Moulay Ismail, che un tempo ospitavano 12.000 cavalli!
✅ La mattina: caffè in Piazza El-Hedim con vista su Bab Mansour
✅ A mezzogiorno: visita alle scuderie reali e ai granai di Moulay Ismail
✅ Pomeriggio: escursione alle rovine romane di Volubilis (a soli 30 minuti con i mezzi pubblici)
✅ Sera: cena tradizionale marocchina in un riad con musica dal vivo
Città costiere: città marocchine sul mare
Il Marocco non offre solo affascinanti paesaggi desertici e montuosi, ma anche meravigliose città costiere. Sulle splendide spiagge dell’Atlantico o del Mediterraneo potrai rilassarti e allo stesso tempo immergerti in una storia emozionante. 🌊
4. Essaouira: città degli artisti dall’atmosfera rilassata e dalle splendide spiagge
Essaouira è il mix perfetto di cultura, spiaggia e atmosfera rilassata. I vicoli bianchi e blu della medina, l’atmosfera rilassata e la fresca brezza marina rendono questa città una vera chicca.
Qui si incontrano surfisti, artisti e viaggiatori che desiderano vivere il Marocco autentico senza frenesia. Al porto puoi osservare i pescatori al lavoro e poi gustare il pesce appena pescato in uno dei piccoli ristoranti. E se hai voglia di un po’ di azione, Essaouira è uno dei migliori punti di kitesurf del Marocco!
✅ La mattina: colazione in un bar con vista sulle onde impetuose
✅ A mezzogiorno: visita della medina e pesce fresco al porto
✅ Pomeriggio: passeggiata sulla spiaggia o sessione di kitesurf
✅ Sera: tramonto sulle mura della città e musica dal vivo in un bar panoramico
5. Tangeri: città portuale storica dal fascino internazionale
Tangeri era un tempo un importante crocevia tra Europa e Africa, e ancora oggi si respira un’atmosfera internazionale. La città offre un mix di tradizione marocchina e influenza europea, che si riflette nell’architettura, nei mercati e nell’atmosfera.
Particolarmente suggestiva è la vista sullo stretto di Gibilterra, che rende Tangeri un luogo davvero speciale.
✅ La mattina: colazione in un bar con vista sullo stretto di Gibilterra
✅ A mezzogiorno: visita alla Kasbah e alla piazza Grand Socco
✅ Pomeriggio: relax su una delle spiagge o passeggiata nella medina
✅ Sera: cena con vista sul porto e drink in un bar con vista sul mare
Città di montagna e nel deserto – Natura e avventura
Le città montane e desertiche del Marocco offrono una combinazione unica di natura mozzafiato e opportunità di avventura. Qui potrai vivere il vero fascino marocchino, dalle oasi segrete del Sahara ai villaggi di alta montagna delle montagne dell’Atlante. 🌄🐪
6. Chefchaouen: la “città blu” tra le montagne
Chefchaouen, famosa per i suoi pittoreschi edifici dipinti di blu, è incastonata ai piedi delle montagne del Rif. La città ha un fascino unico e offre una vista mozzafiato sulle montagne, che, con il loro colore blu, creano un’atmosfera mistica.
Ideale per le escursioni o semplicemente per passeggiare tra i vicoli della medina e godersi l’aria fresca di montagna.
✅ La mattina: colazione in un bar con vista sui vicoli blu della medina
✅ A mezzogiorno: passeggiata nel centro storico e visita alla Kasbah
✅ Pomeriggio: escursione a un punto panoramico sulle montagne
✅ Sera: tramonto da una terrazza e cena in un ristorante tradizionale
7. Ouarzazate: la porta del Sahara con le sue imponenti kasbah
Ouarzazate, porta d’accesso al Sahara, è una città ricca di storia e di tradizione cinematografica. È famosa per le sue imponenti kasbah e fa da sfondo a molti famosi film hollywoodiani.
L’ampio paesaggio sabbioso che circonda la città invita a intraprendere avventurosi viaggi nel deserto, consentendo al contempo di scoprire il patrimonio marocchino della regione.
✅ La mattina: colazione in un riad tradizionale
✅ A mezzogiorno: visita alla Kasbah Taourirt e agli studi cinematografici
✅ Pomeriggio: escursione alle kasbah di Ait Benhaddou, patrimonio mondiale dell’UNESCO
✅ Sera: cena sotto le stelle e conclusione della giornata in un bar nel deserto
Città moderne e consigli segreti: contrasti e diversità
Le moderne città del Marocco offrono un mix unico di storia e contemporaneità. Qui il fascino tradizionale e la vita contemporanea si fondono, consentendoti di scoprire aspetti completamente nuovi del Paese. 🌆
8. Rabat: la tranquilla capitale con il palazzo reale e i siti storici
Rabat è la capitale del Marocco ed è famosa per la sua atmosfera rilassata e i suoi tesori storici. Il maestoso Palazzo Reale, la Torre di Hassan e la Kasbah degli Oudayas sono solo alcune delle attrazioni che rendono Rabat una meta culturale imperdibile.
In questa tranquilla citta’ potrai passeggiare tranquillamente per i vicoli e goderti la vita marocchina lontano dalle mete turistiche.
✅ La mattina: colazione in un bar con vista sull’Oceano Atlantico
✅ A mezzogiorno: visita alla Kasbah degli Oudayas e alla Torre di Hassan
✅ Pomeriggio: relax nel Jardin d’Essais Botaniques
✅ Sera: cena in uno dei ristoranti tradizionali nel quartiere di Oudayas
9. Casablanca: atmosfera hollywoodiana e Moschea Hassan II
Casablanca è il centro economico del Marocco e un crogiolo di architettura moderna e storia. La leggendaria moschea Hassan II, una delle più grandi al mondo, troneggia maestosa sull’Oceano Atlantico.
Ma la città ha ancora molto altro da offrire: un’atmosfera internazionale, quartieri alla moda e naturalmente il mito di Casablanca, il classico del cinema con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman.
✅ La mattina: colazione con vista sul mare sulla Corniche
✅ A mezzogiorno: visita alla moschea Hassan II e passeggiata lungo la costa
✅ Pomeriggio: shopping nei moderni centri commerciali
✅ La sera: cena al leggendario Rick’s Café, dove il classico viene riprodotto in ciclo continuo, e poi un drink in un bar sulla spiaggia.
10. Taroudant: la “piccola Marrakech” con le sue mura ben conservate
Taroudant è spesso definita la “piccola Marrakech” ed è una città affascinante che non è ancora stata invasa dal turismo di massa. Le mura ben conservate e i vivaci souk offrono un’autentica esperienza marocchina.
Taroudant è il luogo perfetto per immergersi nella vita tradizionale marocchina e godersi l’atmosfera di una città meno turistica.
✅ La mattina: colazione in un riad con vista sulle montagne dell’Atlante
✅ A mezzogiorno: passeggiata nel centro storico e visita ai souk
✅ Pomeriggio: relax nel giardino del Palais Salam
✅ Sera: cena in un ristorante tradizionale e conclusione della giornata in un bar
La città più bella del Marocco: domande frequenti
Qual è il posto più bello del Marocco?
Il Marocco offre molti luoghi mozzafiato, ma se cerchi un posto che unisca cultura e bellezza, Marrakech è una meta imperdibile. La “città rossa” incanta con i suoi vivaci souk, il maestoso Palazzo Bahia e la famosa piazza Djemaa el Fna. Ma anche altri luoghi come Essaouira, la città costiera con la sua atmosfera artistica e le belle spiagge, o Chefchaouen, la “città blu” sulle montagne del Rif, sono unici e incredibilmente fotogenici.
Quale città del Marocco vale la pena visitare?
Il Marocco offre numerose città degne di nota, ognuna con il proprio fascino. Oltre a Marrakech, tra le attrazioni culturali più importanti figurano le città imperiali come Fès, con la medina più antica del Paese, e Meknès, con le sue imponenti porte. Per gli amanti della spiaggia, Essaouira e Agadir sono destinazioni perfette, mentre Casablanca brilla come moderna metropoli economica con l’imponente moschea Hassan II. Ognuna di queste città ti offrirà un’esperienza di viaggio indimenticabile.
A circa 200 chilometri a nord del Circolo Polare Artico, a Jukkasjärvi, in Svezia, esiste un hotel che ogni primavera… si scioglie. È l’ICEHOTEL, un hotel costruito interamente con ghiaccio e neve, realizzato da un team di artisti capaci di fondere insieme arte e natura. L’ICEHOTEL 36 è la versione per questo inverno e, tra le installazioni principali, c’è un pianoforte a coda, a grandezza naturale e scolpito nel ghiaccio, che può essere suonato. Scopriamo insieme cosa rende soggiornare nell’ICEHOTEL 36 un’esperienza unica e come si trascorre una notte nel freddo artico.
L’entrata dell’ICEHOTEL.
La creazione dell’hotel inizia molto prima dell’inverno. Il ghiaccio viene raccolto dal fiume Torne già in primavera, mentre la costruzione vera e propria prende forma a novembre. Sotto la direzione creativa di Luca Roncoroni, costruttori, artisti e lighting designer hanno collaborato fianco a fianco per creare questo unicum di neve e ghiaccio. L’ICEHOTEL 36 è dotato di una sala principale, una sala delle cerimonie e dodici Art Suites create da artisti provenienti da dodici paesi diversi. In tutte le sale la temperatura è di circa –5 °C.
ICEHOTEL36.
Dormire nel freddo artico: un’esperienza unica
Dormire nell’ICEHOTEL è un’esperienza ben organizzata. Gli ospiti vengono guidati passo dopo passo, a partire da come vestirsi e preparare il letto fino alla sistemazione nei sacchi a pelo artici, progettati per temperature molto più rigide di quelle interne. Servizi come spogliatoi, deposito bagagli e sauna si trovano in un edificio separato e riscaldato, per garantire maggiore comfort.
ICEHOTEL36.
L’ICEHOTEL 365: la sezione permanente dell’hotel di ghiaccio
Dal 2016, accanto alla struttura invernale, è presente una sezione permanente aperta tutto l’anno, progettata dall’architetto svedese Hans Eek. L’ICEHOTEL 365 è costituito da suite di ghiaccio e neve, una galleria, uno spazio eventi e l’ICEBAR. Il tutto è mantenuto a una temperatura consona grazie a un sistema di pannelli solari. Accanto agli ambienti costantemente sotto zero, sono disponibili anche camere e cabine riscaldate, per chi preferisce alternare l’esperienza sul ghiaccio a notti più confortevoli.
ICEHOTEL36.
L’esperienza a Jukkasjärvi non si esaurisce negli spazi dell’hotel, ma è possibile sperimentare diverse attività tutte legate al territorio come, per esempio, cimentarsi nella scultura su ghiaccio, uscite notturne per osservare l’aurora, o momenti dedicati al relax come una sauna seguita da una cena all’aperto. Anche la cucina riflette questo stretto legame con il territorio circostante, valorizzando ingredienti locali e stagionali.
ICEHOTEL36.
Com’è nata l’idea di un hotel di ghiaccio
Come spesso accade, tutto nasce da un fiume, in questo caso dal fiume Torne. Alla fine degli anni Ottanta, ispirato dalla tradizione giapponese della scultura su ghiaccio, Yngve Bergqvist invitò alcuni artisti a Jukkasjärvi per sperimentare nuove forme d’arte sul fiume ghiacciato. Da qui venne l’idea di creare una prima struttura, l’ARTic Hall, un igloo pensato come piccola galleria d’arte. Negli anni seguenti l’ARTic Hall si è ingrandita e la tecnica di costruzione perfezionata. Poi, una sera, un gruppo di ospiti chiese di poter dormire dentro l’ARTic Hall, avvolti in pelli di renna e sacchi a pelo. Il mattino seguente erano talmente entusiasti dell’esperienza che nacque l’idea dell’ICEHOTEL.
Ma l’ICEHOTEL è sostenibile?
L’ICEHOTEL usa energia solare e geotermica per raffreddare o riscaldare gli edifici, secondo necessità. L’illuminazione è a basso consumo e l’organizzazione privilegia fornitori locali e una logistica che punta a ridurre al minimo le emissioni derivanti dai trasporti e dalle consegne.
Quell’aria mitteleuropea. Quei palazzi dalle tinte pastello che sembrano stati dipinti un attimo prima, e le finestre a croce e i bovindo illuminati nei pomeriggi bui e freddi di dicembre e gennaio. E poi il silenzio lungo le strade, una ragazza in bicicletta sul pavé, lungo la via degli antichissimi portici, da secoli l’anima del commercio della città. Le auto dimenticate chissà dove. Bolzano d’inverno è un piccolo scrigno a misura d’uomo, dove tutto è raggiungibile a piedi. Dove i rumori sono attenuati, dove le luci di Natale e le finestre accese scacciano il freddo come un braciere acceso e un vin brulé tra le mani. Non è solo una città incastonata tra le montagne, ma un ponte culturale che ha imparato a fare del freddo la sua cornice più elegante. Qui, l’inverno non è una stagione, è un’architettura dell’anima.
Non solo il mercatino di Natale
La stagione invernale a Bolzano è segnata chiaramente dall’evento principale della città: il mercatino di Natale. Senza effetti speciali, intorno alla statua del Walther nell’omonima piazza, regala un’atmosfera unica tra stand gastronomici, cioccolaterie pop up e chalet dove acquistare prodotti artigianali, esclusivamente locali. Ma al di là del periodo natalizio, Bolzano d’inverno racconta se stessa attraverso le sue strade e i suoi portici. Via dei Portici è l’arteria commerciale che taglia il centro storico. Questi lunghi corridoi coperti sono una geniale soluzione medievale che ha trasformato una strada in un “centro commerciale ante litteram”, in una città che ha fatto dello scambio e dei commerci il suo tratto distintivo nei secoli.
Il cuore del commercio, sotto i portici
Costruiti per permettere ai mercanti di vendere le loro merci al riparo dalla pioggia e dalla neve, nascondono retrobottega che penetrano nella profondità dei palazzi per decine di metri, dove un tempo c’erano magazzini e abitazioni per la servitù. Oggi, le vetrine creano un contrasto ipnotico con le volte antiche. Proprio qui si concentrano i negozi storici di Bolzano. Tra questi, per esempio, la Rizzolli che dal 1870 realizza cappelli (non solo tradizionali) e calzature (incluse le calde pantofole di feltro). Una vera istituzione bolzanina nel cuore della città. Ancora più antica è l’attività di Zimmermann. Questo negozio, che da 200 anni vende oggetti di design e porcellane, nasce prima come magazzino e poi come vetreria. Nei secoli è rimasto legato alla stessa discendenza che, generazione dopo generazione, ha mantenuto vivo lo spirito delle origini. Ogni oggetto in vendita è selezionato e scelto da Sabina Kompatscher Settari, erede della famiglia, con l’idea di coniugare lo stile nordico con l’eleganza italiana. Altra istituzione bolzanina, presente in piazza Walther, è Hubert Gasser che, con i suoi abiti di cashmere e con uno stile tipico bolzanino, è riuscito a mettere d’accordo negli anni le donne tedesche e quelle italiane.
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Sotto i portici ci sono poi alcuni artigiani del legno. Il più importante è sicuramente Manuel Tschager. Classe 1980, ha studiato presso la scuola per l’artigianato artistico di Ortisei, capitale mondiale del legno intagliato, per poi perfezionarsi presso uno dei maestri locali. “Ho iniziato da piccolo quasi per gioco a intagliare gli gnomi”, spiega Manuel che oggi è uno degli scultori bolzanini più apprezzati. Tra le figure ricorrenti nelle sue opere, la donna con lumaca, la donna libertà (che si lascia oscillare su un’altalena) e l’erudita. “Creo prima un bozzetto con la plastilina e poi realizzo l’opera. Talvolta con il legno e talvolta con il bronzo, utilizzando vecchie radici di legno per lo stampo”. Ogni opera che rappresenta il viso di donna è senza occhi e senza orecchie “per mantenere l’essenzialità del messaggio”. Lo si può vedere scolpire in vetrina lungo via Dr. Josef Streiter, tra i modelli di plastilina, tronchi informi, scalpelli e una motosega elettrica. Nella sua bottega si vendono tutto l’anno anche pregiati presepi in legno.
La gioielleria. A casa
In un’elegante zona residenziale nella periferia nord-est di Bolzano c’è l’atelier MorinZamboni, dove Luisa Zamboni Kettmeir segue la realizzazione di gioielli a partire dai bozzetti. Luisa accoglie le proprie clienti al primo piano del suo villino. Un divano, un tavolino con alcune tazzine e poi, accanto, lo studiolo dove visionare i pezzi più pregiati e dove scegliere i gioielli dai vari cataloghi fotografici. La storia di Luisa è particolare. “Sono di Verona ma da 20 anni vivo a Bolzano. Nasco come avvocato e sono stata giudice onorario al Tribunale”, spiega. “Ma a un certo punto ho sentito il bisogno di volere qualcosa di mio. I gioielli sono sempre stati la mia passione”. Conosce Norbert Morin e inizia a lavorare con lui fino a quando, nel 2018, lo storico gioielliere di Bolzano le lascia la guida della sua azienda.
Il pane, come una volta
La statua del Walther di notte
Poi c’è la tradizione del pane. All’incrocio tra via Streiter e via dei Bottai c’è Hurtig, un fornaio dove viene prodotto, anche questo in vetrina, lo schüttelbrot, tipico e particolarissimo pane a forma di ruota piatta, simile a una schiacciata, realizzato con farina di segale. Era il pane dei contadini che doveva durare per mesi. Infatti, il forno a legna si accendeva solo poche volte l’anno per risparmiare legname, che doveva servire a scaldarsi e per la cottura del cibo quotidiano. Appena si entra dentro Hurtig si viene investiti da un profumo di pane che rimane impresso nelle narici e sui vestiti. Qui si possono acquistare, oltre agli schüttelbrot tradizionali, anche alcune varianti, alcune delle quali con sapori e profumi mediterranei.
I ristoranti. Tra contaminazioni e prodotti locali
Se parliamo di sapori, non possiamo citare anche gli antichi ristoranti di Bolzano. A partire dal tradizionalissimo Virtshaus Voegele (che nasce nel 1895 con il nome di Aquila Rossa) e dove l’arredo e gli ambienti sembrano quasi sospesi in un tempo antico, fino ad arrivare al Loewengrube, antichissima osteria dal 1543, oggi luogo dove la tradizione tirolese viene reintepretata. Qui una cena in cantina è un’esperienza decisamente particolare. All’interno dell’hotel Laurin c’è il ristorante Contanima dello chef napoletano Dario Tornatore che unisce i sapori tirolesi a influenze partenopee e internazionali. Se di contaminazioni parliamo, il Meta Restaurant offre una cucina che utilizza i prodotti locali per dargli una forma contemporanea e internazionale.
L’innovazione e l’arte contemporanea
Ma l’innovazione a Bolzano non passa solo dalla cucina. Il NOI techpark è la “Silicon Valley” bolzanina dove aziende tecnologiche e start-up trovano spazio. Questo polo può essere scoperto con una visita guidata. Si può apprezzare la contemporaneità anche al Museion, museo di arte moderna e contemporanea, nato nel 1985 e ospitato dal 2008 in un modernissimo edificio di forte impatto architettonico con ampie vetrate sul fiume Talvera e sulla città. Questo inverno il Museion ospita – tra le altre – la mostra su Nicola L. I am the last womanobject fino al 1° marzo, e What we carry, fino al 29 marzo, che ripercorre la storia delle fiaccole olimpiche esponendo quelle utilizzate nelle varie edizioni.
Una grotta intatta piena di offerte rituali maya è stata scoperta vicino alla famosa città di Chichen Itza, in Messico. Ci sono piatti, vasi e soprattutto bruciatori d’incenso dedicati a Tlaloc, il dio dell’acqua mesoamericano. È possibile che i Maya stessero cercando il favore degli dèi per far fronte a una grave siccità durante il periodo classico tardo e terminale (700-1000 d.C.). La grotta, già nota in passato ma dimenticata, deve il suo nome a Balamku, il “dio giaguaro” che poteva entrare o uscire dagli inferi.
Quasi dimenticata
La grotta era stata scoperta per caso nel 1966 dagli abitanti della comunità locale. Tuttavia Victor Segovia Pinto, l’archeologo inviato sul posto, ne fece sigillare l’ingresso per motivi ignoti e senza specificarne la posizione. Il ricordo di quella grotta però non si perse: con loro c’era Luis Un, all’epoca un bambino e oggi 68enne. Ebbene, l’anno scorso Luis ha finalmente portato a questo santuario sotterraneo gli archeologi al lavoro presso la piramide di Kukulkan, a soli 2,7 km di distanza. «Quello che abbiamo scoperto è incredibile, nulla è stato alterato da mille anni e uno dei bruciatori di incenso è diventato persino una stalagmite», ha detto Guillermo de Anda, archeologo dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico. «Le centinaia di reperti archeologici, appartenenti a sette diverse offerte, si trovano in uno straordinario stato di conservazione. Poiché il contesto è rimasto sigillato per secoli, contiene preziose informazioni relative alla formazione e alla caduta di Chichen Itza». Non si faceva una scoperta simile dal 1959, quando era stata trovata la grotta di Balankanche.
Richiesta di pioggia
Il difficile accesso e la morfologia della grotta devono aver esaltato le qualità sacre. I ricercatori hanno dovuto percorrere 400 metri passando per gallerie e strisciando in cunicoli di 40 cm, prima di giungere a camere alte fino a 3,80 metri dove vi erano le offerte maggiori. Al momento sono stati percorsi circa 450 metri, ovvero un terzo dell’estensione totale. Non sono stati fatti scavi, ma non si esclude il ritrovamento di resti umani sotto fango e sedimenti. Ad ogni modo le ceramiche conservano i resti carbonizzati di cibo, semi, giada, conchiglie e ossa, che verranno usati per la datazione al radiocarbonio. L’ipotesi è che durante il periodo Classico Tardo (700-800 d.C.) e Terminale (800-1000 d.C.), il nord della penisola dello Yucatan venne colpito da una siccità senza precedenti. Questa costrinse gli abitanti fare richieste di pioggia, andando nelle viscere della terra, negli inferi, dove risiedevano le divinità della fertilità. Ecco il motivo dell’enorme sforzo fatto dagli antichi Maya per depositare le offerte nella grotta Balamkú, “uno dei luoghi più sacri di Chichén Itzá”. Dato che molti oggetti sembrano essere stati volutamente distrutti, una seconda ipotesi suggerisce una desacralizzazione della grotta, forse durante il declino di Chichen Itza.
Curiosità
Su richiesta della popolazione locale, gli archeologi hanno organizzato una cerimonia spirituale di sei ore per evitare drammi durante le ricerche. Apparentemente, nel 1966 avevano effettuato lo stesso rituale insieme all’altro archeologo, ma per ben due giorni. Guillermo de Anda ha anche raccontato che l’accesso alla grotta era rimasto bloccato per quattro giorni per colpa di un serpente corallo. Questo rettile, tra i più velenosi al mondo, è non a caso ancora considerato il guardiano della grotta secondo gli odierni abitanti Maya dello Yucatan.