“E lì ci ritroviamo, concentrati, di fronte alle pietre e al silenzio, mentre il giorno avanza e le montagne si alzano, tingendosi di viola. Ma il vento soffia sull’altopiano di Djemila …”

Così scriveva Albert Camus, uno dei più grandi intellettuali francesi nati in Algeria ne Il vento a Djemila. La meravigliosa città romana, perfettamente conservata tra i monti dell’Atlante, non ha nulla in comune con il Grande Sud per cui il Paese è famoso. Qui, il paesaggio in primavera è verde e fiorito, siamo a circa 900 metri d’altitudine, e in linea d’aria il mare dista solo una cinquantina di chilometri. Nulla a che vedere con le immense distese di sabbia, roccia e fiumi fossili del Sahara. Il fatto che l’antico toponimo locale Cuicul sia stato cambiato dagli arabi in Djemila, la Bella, non è casuale: la città si raggiunge percorrendo una panoramica strada che si addentra nell’altopiano, circondata da paesaggi fatti di dolci colline. Una volta giunti sul crinale della montagna che la sovrasta, su uno sperone roccioso sottostante, la città si rivela all’improvviso con la sua foresta di colonne.

La città di ex legionari

Si può comprendere bene il motivo per cui, già in epoca romana, la zona era favorevole allo sviluppo di una città: il suolo è fertile e produttivo, la posizione è ottima per controllare le vie di comunicazione, che si addentrano dalla costa verso l’interno, e per esportare prodotti agricoli verso i grandi centri urbani del Mediterraneo. Dopo avere sottomesso le tribù berbere dei dintorni, l’imperatore Nerva ebbe l’idea, nel 96-98 d.C., di popolarla grazie a una colonia di veterani: soldati a lui fedelissimi e induriti da una vita passata nelle legioni che, al momento di andare in congedo ricevevano, insieme alla propria buonuscita, anche un pezzo di terra da coltivare ai confini dell’impero, meglio se in una zona di recente conquista e che si voleva romanizzare. L’esperimento fu un successo: la città raddoppiò di dimensioni nel giro di un secolo e, all’epoca di Settimio Severo, grandissimo imperatore che aveva particolarmente a cuore l’Africa, dato che era nato a Leptis Magna, si dotò di un secondo foro molto più sontuoso e monumentale del primo. Il tempio severiano lo domina dal culmine di una ripida scalinata e l’arco di suo figlio Caracalla fa da ingresso monumentale alla nuova, sontuosa piazza.

Il sito si snoda come un museo a cielo aperto, svelando i suoi segreti a mano a mano che si procede lungo le sue antiche strade, ancora perfettamente lastricate. E, grazie all’andamento ondulato della montagna su cui si trova, Djemila si svela un poco alla volta, si rivela in tutta la sua bellezza, aggiungendo inaspettate vedute e un rinnovato stupore non appena un nuovo monumento ci compare di fronte.Come il teatro della città, capace di ospitare tremila spettatori, che ci appare all’improvviso non appena si raggiunge la collina dentro cui è stato scavato. O l’enorme busto in marmo di Giove, che si trova ancora alla base del Campidoglio nel tempio a lui dedicato. E poi, le terme con i resti dei marmi colorati che ricoprivano le sue pareti e, venuti da lontano, aggiungevano un tocco di classe e di esotismo all’intero complesso. Il più semplice, dimesso battistero cristiano si potrebbe usare ancora oggi: è completo, dalla vasca decorata a mosaico alle colonne che sostengono un baldacchino, alle nicchie per le lampade ad olio con cui illuminare l’ambiente. Ben due chiese gli sono vicine, attaccate l’una all’altra, e testimoniano la presenza di una numerosa comunità cristiana, il cui vescovo dominava l’antica Cuicul dalla sua parte più elevata.

Il mercato, il foro, l’Arco di Caracalla

Nella zona bassa della città ecco invece il mercato, con i banchi dei vari venditori. Ma il l cuore della colonia, il suo centro reale è il foro, la piazza centrale fulcro della vita sociale e politica. Arroccato in cima a un’ampia scalinata e con colonne corinzie che ancora si stagliano contro il cielo algerino, il tempio dedicato a Settimio Severo trasuda autorità e riverenza. Accanto, la basilica dove si amministrava la giustizia. L’Arco di Caracalla, costruito nel 216 d.C. in onore dell’imperatore in visita, di sua madre Giulia Domna e del padre defunto, monumentalizza l’ingresso al foro e dona decoro ed eleganza all’insieme, grazie alla sua struttura elegante e aggraziata. Nel 1839 il duca Ferdinando Filippo d’Orléans lo vide in occasione di una spedizione, ne fu conquistato, e progettò di farlo trasportare a Parigi, dove sarebbe stato eretto con l’iscrizione “L’armata d’Africa alla Francia”. Per fortuna non se ne fece nulla. Troppo numerose le abitazioni private, per visitarle tutte, ma i migliori mosaici che le decoravano, dalle tessere vivide e colorate, si trovano nel locale museo del sito e offrono spunti per comprendere la mitologia, la vita quotidiana e l’espressione artistica degli antichi abitanti.

Innegabile, è l’armonia che regna sovrana tra l’architettura romana e l’ambiente naturale circostante. La posizione appartata, l’assenza di visitatori, la solitudine e il silenzio rotto solo dal soffio del vento offrono un’esperienza intima e raccolta di scoperta del mondo antico. È proprio il vento, che si sente soffiare tra le antiche rovine, a esercitare un profondo fascino nel brano sopra riportato di Camus, a farlo entrare in contatto con lo spirito del luogo: il vento che leviga i resti dell’antica Roma, come a cancellare un poco alla volta i simboli di eternità e di grandezza, che quella civiltà voleva realizzare. Eppure, a Djemila le pietre parlano: di imperatori e mercanti, di déi e convertiti, di arte e impero. Parlano dolcemente, ma chiaramente, a chi è disposto ad ascoltare, offrendo ai visitatori uno sguardo vivido sulla vita quotidiana di una provincia romana di quasi due millenni fa.