L’Isola di Bouvet è la più remota del mondo: si trova nell’Atlantico meridionale

L’Isola di Bouvet è la più remota del mondo: si trova nell’Atlantico meridionale

L’isola di Bouvet è una fredda isola che si trova nell’Oceano Atlantico meridionale, quasi a metà strada tra il Sudafrica e l’Antartide. È considerata una delle isole più remote del Pianeta, ha clima sub polare con estesi ghiacciai che ricoprono in modo perenne circa il 93% della sua superficie.

Perduta tra le fredde acque dell’Atlantico meridionale, l’isola di Bouvet (in norvegese Bouvetøya) è considerata uno dei luoghi più remoti e inaccessibili dell’intero Pianeta. Poco più di uno scoglio di origine vulcanica, è completamente ricoperta da ghiacciai, e si trova a quasi metà strada tra la costa dell’estremo sud dell’Africa e il vasto deserto antartico.
Posizione e morfologia

L’isola di Bouvet si trova poco oltre il 54° parallelo sud, appena sopra il Circolo Polare Antartico. Possiamo quindi ben immaginare il tipo di clima che vi troveremmo: un clima subpolare e oceanico molto freddo ed estremamente umido, caratterizzato da intese precipitazioni, quasi giornaliere, a carattere soprattutto nevoso per la maggior parte dell’anno.
La superficie è pari a 49 chilometri quadrati, dimensioni piuttosto ridotte, che, per fare un paragone, superano di poco la ben più nota e vicina Ischia (con 46,3 chilometri quadrati di estensione) e comprende diversi isolotti e scogli minori che circondano le scure pareti frastagliate.
L’isola è di origine vulcanica, o, per l’esattezza, è la cima di un vero e proprio vulcano. L’intensa attività tettonica della regione è certamente dovuta alla presenza della vicina dorsale oceanica indiana sud-occidentale.

Dato il clima rigido e ostile, le specie vegetali sono molto simili a quelle che potremmo trovare nella non troppo lontana Antartide, e sono costituite soprattutto da licheni e piccole forme vegetali che crescono nelle limitate porzioni di terra libere dai ghiacci perenni: l’intera superficie dell’isola è infatti coperta per il 93% da ghiacciai.
Di contro, l’isola è un importante habitat per numerose specie di uccelli marini, a cui si aggiungono quelle dei mammiferi, come l’otaria orsina antartica, l’elefante marino e i cetacei che popolano le fredde acque antartiche.

 

Marrakech, oasi d’arte nell’Africa mediterranea

Marrakech, oasi d’arte nell’Africa mediterranea

Non solo cartolina esotica per turisti globali, la città marocchina è un laboratorio in fermento dove l’arte tenta di riappropriarsi della propria voce. Uno spazio di frontiera, dove il contemporaneo è sopravvivenza poetica in una città in piena espansione culturale.

Statista per destino e pittore per diletto, Winston Churchill si innamorò di Marrakech nel 1935 e la definì «la città più bella del mondo». La osservava spesso dal suo appartamento riservato dentro lo storico hotel La Mamounia, dalla cui terrazza era solito ritrarre le cime dell’Atlante. Oggi, Marrakech è una città doppia: da un lato, la cartolina esotica per il turista globale; dall’altro, un laboratorio in fermento dove l’arte africana, attraverso nuovi linguaggi, tenta di liberarsi dagli sguardi imposti e di riappropriarsi della propria voce. Uno spazio di frontiera, dove il contemporaneo non è moda, ma forma di sopravvivenza poetica in una città in piena espansione culturale e immobiliare, in un Paese che si considera un ponte tra l’Africa e l’Europa e che sta usando la cultura visiva in senso strategico come leva geopolitica.

Basti pensare alla nascita del Musée Mohammed VI a Rabat e alla volontà del monarca, che si presenta come garante del rispetto dei precetti dell’Islam per evitare derive teocratiche, di trasformare l’immaginario nazionale attraverso una collezione d’arte che stimola, per emulazione, il collezionismo nazionale e alimenta un mercato in crescita. Dal 2019 Artcurial è la prima casa d’aste internazionale a operare con due vendite all’anno dedicate, rispettivamente, alla pittura orientalista e all’arte africana contemporanea.

Il «progetto Marrakech» è diventare piattaforma culturale dove convergano voci, pratiche e linguaggi da tutto il continente. Una vetrina della creatività africana aperta sul mondo e che comprende anche la moda, come dimostrano alcune presenze eccellenti, e il cinema, con il Film Festival Internazionale di Marrakech che, presieduto dal principe Moulay Rachid, dal 2001 attrae star e produzioni internazionali.

L’ormai defunta Biennale d’arte di Marrakech, che in 12 anni di vita ha segnato una tappa importante nella storia recente della città, ha lasciato in eredità visioni, reti e pratiche. Nel 2019, il suo testimone è stato raccolto da 1-54, fiera boutique esclusivamente dedita all’arte africana nata a Londra e New York, portata nella città natale dalla sua fondatrice, Touria El Glaoui, figlia del pittore berbero Hassan, figura centrale della pittura moderna magrebina. «Cinquantaquattro Stati, un solo continente», dice lei, che ha trasformato Marrakech in meta imprescindibile per collezionisti e curatori (cfr. intervista su www.ilgiornaledellarte.com), coagulando attorno a sé un ecosistema vibrante, stratificato e cosmopolita con il centro operativo nello storico La Mamounia, che ha 102 anni e conta cinque ristoranti, quattro bar, due sale da tè, cinema e spa, oltre a centinaia di camere lussuose e giardini in cui perdersi. Ci sono passati tutti: da Bill Clinton al principe Carlo, da Jimmy Page a Paulo Coelho, più mezza Hollywood.

La modernizzazione di Marrakech affonda le radici in epoche diverse. Come quando Yves Saint Laurent, ancora giovane couturier in ascesa, acquistò nel 1966 con Pierre Bergé la celebre Villa Oasis, contribuendo al restauro degli adiacenti Jardin Majorelle, realizzati negli anni ’30 dall’omonimo pittore orientalista come opera d’arte totale, ispirata ai giardini islamici e alla botanica mondiale, con l’aggiunta del celebre blu Majorelle, da lui ideato. Oggi il giardino custodisce le ceneri dello stilista e il museo, che possiede migliaia di suoi disegni, abiti e accessori, è una meta della moda globale. Di recente anche Romeo Gigli ha aperto il suo raid nella Medina, trasformando una delle tipiche abitazioni marocchine, costruite su due piani attorno a un giardino interno, in un luogo di accoglienza molto adatto a esposizioni d’arte.

Nell’Ottocento, Marrakech è stata crocevia tra Africa nera e mondo arabo, tra Europa bohémienne e misticismo berbero, tra colonialismo e resistenza, tra polvere e luce. Una luce che ha ammaliato Delacroix, Matisse e Canetti. Di questa storia, Dar el Bacha o Musée des Confluences è lo scrigno e il monumento, da poco restauro. Ex residenza del potente pasha Thami El Glaoui, il palazzo nella Medina è sede di un dialogo tra culture: espone oltre 2mila straordinari manufatti berberi, islamici, ebraici, cristiani, asiatici e subsahariani, provenienti da collezioni pubbliche e private, inclusa quella della Fondation nationale des musées. Oltre a ciò, ospita performance di arte contemporanea. Anche per questo, nel 2020 Marrakech è stata eletta per prima Capitale Africana della Cultura.

 

Jacques Majorelle, «Marocaine au foulard rouge, Marrakech»

Joël Andrianomearisoa, «Our land just like a dream», 2022.

 

Oltre le possenti mura della Medina si estende l’altra faccia della città, quella fatta di boulevard moderni, hotel di lusso, resort, campi da golf e villaggi residenziali in continua espansione. In questo ambiente sorge il rinnovato Macaal, Museum of African Contemporary Art Al Maaden, fondato nel 2016 dalla Fondation Alliances della famiglia Lazraq (il fondatore colleziona fin dagli anni ’80) e riaperto a gennaio con una festa «à la grande Gatsby» dopo un’importante ristrutturazione; è diretto da Meriem Berrada (già curatrice ospite di Artissima a Torino) che ha organizzato le 150 opere scelte dalla collezione permanente in sette diversi capitoli e altrettante videopresentazioni di antropologhe, poeti e filosofe che restituiscono la complessità delle identità postcoloniali africane. È una delle istituzioni più importanti per l’arte africana contemporanea e un museo-piattaforma: pedagogico, estetico, relazionale. Spostandosi a venti minuti dal centro, immersa in un parco di ulivi centenari, la Montresso Art Foundation è un’oasi creativa con dieci grandi studi per altrettante residenze d’artista e con ampi spazi espositivi. Fondata da Jean-Louis Haguenauer, è un punto di riferimento per la scena africana: ogni anno organizza una grande mostra con maestri africani affermati e nuove promesse da tener d’occhio.

Tornando in città, nel quartiere moderno di Guéliz si concentrano molte delle gallerie d’arte contemporanea più attive e frequentate. La Loft Art Gallery, fondata nel 2009 dalle sorelle di casa reale Myriem e Yasmine Berrada Sounni, lavora da anni, anche partecipando a fiere internazionali, per valorizzare la scena dell’arte del continente e della città. Comptoir des Mines fonde «déco» e sperimentazione: residenze d’artista, installazioni, narrazioni visive che indagano il corpo, la memoria, le fratture del presente. Poco distante, la David Bloch Gallery espone lavori sospesi tra calligrafia urbana, astrazione e poesia concettuale. Ancora più in là, Galerie 127, la prima galleria fotografica del Maghreb, racconta i volti mutevoli del Paese, muovendosi tra sguardi interiori e alterità. Nella Medina, invece, Dar Bellarj oltre a essere un santuario della cultura artigianale popolare e del patrimonio orale, ha organizzato i suoi «Ateliers Collectifs» dove l’arte diventa gesto sociale, trasmissione di saperi femminili. A pochi passi, Le 18 ospita artisti in residenza e mette in scena conversazioni che attraversano i linguaggi: poesia sonora, videoarte, installazioni partecipative.

Non mancano hotel lussuosi con aree espositive dedicate agli artisti marocchini, come il Mandarin alle porte della città o El Fenn nel pieno della Medina e vero unicum nel suo genere, con 21 riad collegati e arredati con artigianato di altissima gamma. È stato fondato nel 2002 da Howell James (Christie’s) e da Vanessa Branson, collezionista d’arte, gallerista e mecenate, e reinterpreta la cultura dell’accoglienza che in Marocco è tradizione e ritualità.

A Marrakech non mancano gallerie in spazi ex industriali come Mmc Gallery, fondata da Fatima-Zohra Bennani Bennis nel 2016 nell’area di Sidi Ghanem. È una delle principali gallerie d’arte contemporanea di Marrakech e rappresenta artisti e designer che giungono in questi 600 metri quadrati per progetti museali prodotti in loco, come quello recente di Amine El Gotaibi.

Diversi artisti hanno scelto Marrakech per vivere e lavorare. Amina Agueznay, che fonde architettura, scultura e antropologia in una pratica relazionale e profondamente femminile. Qui c’è anche M’barek Bouhchichi, ritrattista tra i più originali del Nord Africa (in Italia rappresentato dalla Galleria Valentina Bonomo). Hassan Hajjaj, soprannominato «l’Andy Warhol della fotografia marocchina», vive tra Londra e Marrakech e ha immortalato Billie Eilish per la copertina di «Vogue», ritraendola in ambienti multicolori e negli abiti tipici del suo stile eclettico e popolare. Daoud Aoulad-Syad, fotografo, regista e intellettuale, ha dedicato un importante lungometraggio a Pasolini. I suoi scatti restituiscono i volti dell’anima marocchina, mentre quelli di Lalla Essaydi, nata a Marrakech nel 1956 ma espatriata a New York, ritraggono le donne arabe e interrogano i modi in cui potere e genere si imprimono sui corpi femminili e sugli spazi che esse abitano.

 

Giardini del Macaal, con vista sulle cime innevate dell’Atlante

Alla scoperta dei bacari veneziani: fra tradizione e gastronomia

Alla scoperta dei bacari veneziani: fra tradizione e gastronomia

A Venezia ci sono dei locali tipici che bisogna visitare per sentire davvero la vita nella Serenissima. Ecco di che si tratta.

Tra le località più visitate dai turisti al mondo, Venezia è una di quelle città capaci di stupire con la sua storia e la sua cultura. Non tutti sanno che, al di là delle grandi opere d’arte che ospita e il fascino dei suoi canali, ci sono anche riti e tradizioni che durano da secoli. Attività che tutti possono provare e che rendono l’esperienza in città davvero unica.

I bacari veneziani sono una vera e propria istituzione popolare: si tratta di piccoli locali che, tra i canali e le strade della Serenissima, mescolano la cultura del buon cibo a quella del vino. Luoghi della tradizione che vale la pena scoprire.

Cosa sono i bacari a Venezia?

Con una storia ricca di eventi e tradizioni popolari, Venezia non poteva non avere anche dei locali tipici. I bacari sono nati come magazzini, poi hanno cominciato a essere utilizzati come mescite (ovvero i luoghi in cui si bevono alcolici). Ma perché si chiamano così?

L’origine del termine è ancora molto discussa tra gli esperti:

  • alcuni lo considerano un nome derivato da Bacco (Dio del vino);
  • altri dall’espressione dialettale “far bàcara” (far festa);
  • altri ancora pensano derivi dal nome dato ai vinai che vendevano il vino insieme a dei piccoli spuntini (i cicchetti, o “cicheti” in veneto).

“Bàcaro” era anche il vino duro, scuro e amaro che veniva portato a Venezia e che presto divenne un’alternativa popolare alla “malvasia”, prodotto pregiato che veniva importato soprattutto dalla Grecia.

Come sono fatti i bacari veneziani?

La particolarità di questi locali rispetto alle comuni osterie deriva proprio dal modo in cui si mangia e si beve. I bacari sono spesso di piccole dimensioni, con pochi posti a sedere e delle vetrine in cui vengono esposti i cibi. In sostanza, in questi locali si possono acquistare le pietanze al pezzo e comporre il proprio piatto con prodotti diversi.

I turisti approfittano dei bacari per fare dei veri e propri pasti a pranzo o a cena; gli abitanti locali invece frequentano questi locali tipici soprattutto per bere, con il cibo che viene visto più come accompagnamento. Anche se i bacari sono nati principalmente per gli aperitivi, questi due modi di frequentarli sono ormai famosi allo stesso modo.

esempio di cicchetti veneziani

La tradizione del bacaro-tour

Il bello dei bacari è che non hanno età: in questi locali è possibile trovare giovani e anziani, turisti o veneziani doc. La particolarità dei bacari e la loro presenza su tutto il territorio di Venezia hanno portato all’istituzione di un’altra tradizione: il “bacaro-tour”.

Come suggerisce il nome, il bacaro-tour consiste in un percorso a tappe tra un bacaro e l’altro, ideale per assaggiare il maggior numero di cicchetti (stuzzichini di vario genere). Ce n’è davvero per tutti i gusti: a base di pesce, di carne o verdure, fritti o su fette di pane. La scusa perfetta per visitare piccoli pezzi di storia veneziana e gustarsi degli aperitivi indimenticabili tra le strade della Serenissima.

Cosa si mangia e si beve nei bacari veneziani

Il cuore della tradizione dei bacari è in ciò che si mangia e si beve. Nella tradizione veneta, i “cicchetti” si ispirano alla cucina locale con ricette davvero gustose. Le più famose sono quelle a base di pesce, ma ci sono anche proposte diverse per chi ama la carne e per i vegetariani.

Ogni bacaro ha la sua personalissima selezione, con i piatti che possono cambiare spesso e sono pensati per essere consumati rapidamente, senza posate. Tutto immancabilmente accompagnato da “un’ombra” di vino (termine con cui in passato si chiamava il bicchiere) o da uno spritz. I bacari di oggi abbracciano la modernità senza dimenticare la tradizione, per questo sono diventati così apprezzati da abitanti e turisti.

Fra i cicchetti più famosi ci sono le sarde in saor, il baccalà mantecato, le polpette e i nervetti con cipolla, ma anche i fagioli in umido, le seppioline grigliate o le alici marinate, la spienza (milza) alla veneziana, i crostini di polenta e le frittate con radicchio di Treviso.

I bacari veneziani più famosi

Venezia è piena di bacari, ma ce ne sono alcuni che non possono proprio mancare per vivere un’esperienza davvero tradizionale. I quartieri in cui sono presenti più bacari sono il sestiere di Cannaregio e il sestiere di San Polo, anche se è possibile trovarne praticamente ovunque. Ecco alcuni dei bacari più famosi da visitare a Venezia:

Cantine del vino già schiavi

Bacaro tipico, aperto agli inizi del ‘900. Vanta una vastissima selezione di vini e cicchetti, da consumare anche in questo caso in piedi o appoggiati sul muretto del canale.

un bacaro di venezia

Cantina dei Do Mori

Si tratta di uno dei bacari più antichi di Venezia, un locale che tiene ancora fede alla propria tradizione e si dice fosse il preferito di Giacomo Casanova. Il “Do Mori” si trova vicino al mercato del pesce di Rialto ed esiste dal 1462.

Oggi si conosce come “Cantina dei Do Mori”, ma è senza dubbio uno dei locali più tipici di Venezia, famoso per i “francobolli” (dei tramezzini monoporzione) e per servire ancora ombre e cicchetti da consumare rigorosamente in piedi.

Bacarando in corte dell’orso

Vicinissimo al ponte di Rialto e a Campo San Bartolomio, questo è uno dei bacari più tradizionali e frequentati della città; anche per questo è consigliabile andarci abbastanza presto, se si vuole prendere posto. Offre un’ottima proposta di cicchetti, tra cui spiccano gli spiedini di pesce.

Codroma

Uno dei bacari più famosi di Venezia, con una cantina di alta qualità e un’ampia varietà di cicheti e piatti tradizionali come spaghetti con le vongole, bigoli, seppie in tecia.

Al Portego

Una tappa imperdibile per i bacaro-tour, alla giusta distanza dalle tratte più turistiche. Il bancone è pieno di assaggi di ogni genere, da abbinare a un drink o al vino della casa.

 

Seychelles: un paradiso per tutti

Seychelles: un paradiso per tutti

Fondali da sogno, sì. Ma anche pedalate tra le palme, mercati esotici e barbecue sulla spiaggia. Queste isole a otto ore di volo dall’Italia non sono solo “da viaggio di nozze”: sicure, accoglienti, con una natura mozzafiato e tante soluzioni (anche low cost), ti aspettano in ogni momento dell’anno.

Ci sono palme uniche al mondo, tartarughe giganti e uccelli rari, spiagge di sabbia bianca come borotalco, un mare turchese e maestose foreste tropicali. Le Seychelles sono un sogno a 8 ore di volo dall’Italia, la cartolina più desiderata, soprattutto da quando Tom Hanks, naufrago in Castaway (alcune scene del film sono state girate proprio qui, sull’isola di La Digue) ce l’ha consegnata come paradiso selvaggio. Abbandona però i soliti stereotipi della destinazione esclusiva, per coppie in luna di miele e pigre vacanze in resort di lusso.

Queste 115 isole ed isolette al largo della costa africana, in mezzo all’Oceano Indiano, sono una scoperta e un’esplorazione continua. C’è chi va con i bambini, perché il Paese è sicuro e accogliente, e non occorrono vaccinazioni; chi le sceglie per la natura, considerato che quasi il 60% del territorio è area protetta, con percorsi trekking mozzafiato; chi è attirato dalla cucina creola, eredità preziosa del passato coloniale, secoli di scambi e contaminazioni tra Europa, Africa, Cina e India.

Una tartaruga gigante di Aldabra. 

Seychelles: un viaggio sostenibile e per tutte le tasche

Organizzare un viaggio alle Seychelles senza spendere un capitale non è affatto complicato ed è anche sostenibile. E il meteo? L’arcipelago è fuori dalle rotte cicloniche, le temperature medie oscillano tra i 25 e i 30 gradi tutto l’anno, i mesi più piovosi sono da dicembre a fine febbraio. Con largo anticipo e un po’ di fortuna si riesce ad acquistare il volo aereo a una tariffa tra i 600 e gli 800 euro. Una vacanza di almeno dieci giorni si può distribuire su tre isole: Mahé, Praslin e La Digue. Le sistemazioni sono per tutte le tasche: le guest house gestite dai locali e i cosiddetti self-catering (camere indipendenti con angolo cottura) offrono prezzi accessibili e un contatto autentico con la vita del posto. L’ente del turismo pubblica su seychelles.com l’elenco sempre aggiornato, ma anche su Booking si trova molto.

Mahé: tra villaggi coloniali e cucina creola

È l’isola principale, ma pur sempre piccola (lunga 27 km e larga 7), con l’aeroporto e la capitale Victoria. Il paesaggio alterna inaspettate montagne di granito che sfiorano i 1.000 metri e foreste lussureggianti, spiagge idilliache e villaggi coloniali. Le strade sono buone e, se non temi il volante a destra, affittare un’auto è l’ideale. Anse Royale è una delle spiagge più belle, al mattino presto e di sera è facile incontrare i pescatori che rientrano dal mare, mentre nel fine settimana i seicellesi organizzano barbecue in spiaggia. In alto, sulla collina, si scopre Le Jardin du Roi, nato a fine ’700 con i primi coloni francesi: un giardino segreto, popolato da oltre 100 specie indigene di spezie e frutti insoliti, tra cui l’albero del pane, con un petit bistrot che serve cucina creola e la bella villa coloniale di legno, oggi museo.

Sul versante nord ovest, Beau Vallon brulica di ristorantini, caffè e negozietti: è la più grande e vivace spiaggia dell’isola, nonché base per tanti sport acquatici. Imperdibile nella capitale, al mattino quando i banchi sono carichi, il Mercato Sir Selwyn Selwyn-Clarke: è il miglior posto per acquistare spezie, olio di cocco, bacche di vaniglia e tè da regalare come souvenir. Dal porto di Victoria partono le escursioni per il Sainte Anne Marine Park, la più antica riserva marina protetta delle Seychelles: a soli 5 km dalla costa, isolette paradisiache e un favoloso mondo subacqueo.

La foresta con cascata a Vallée de Mai, Praslin.

Praslin: la casa del pappagallo nero

A poco più di un’ora di catamarano da Mahé, o a 15 minuti di volo, è l’isola del leggendario Coco de mer, la palma con la noce più grande del mondo. Oltre 1.400 esemplari sono nella Vallée de Mai, la foresta primitiva al centro dell’isola, patrimonio Unesco (ticket circa 30 euro) e habitat del raro pappagallo nero. Le spiagge sono tante, Anse Lazio è tra le più belle. La più segreta Anse Boudin, a nord est, è poco frequentata dai turisti e molto amata dai locali. Da Anse Volbert partono i tour per Curieuse, isola disabitata e protetta: un tempo lebbrosario, oggi è paradiso naturale di mangrovie e tartarughe giganti che placidamente camminano sulla spiaggia. Il tour comprende barbecue creolo e tappa snorkeling all’isolotto St. Pierre, archetipo dell’eden tropicale. Si nuota tra mante giganti e pesci colorati.

Vista dall’alto della costa di Anse Pierrot, La Digue.

La Digue: paradiso a pedali

È un colpo al cuore, l’isola da cui non si vorrebbe mai più ripartire: piccola, semplice e gioiosa, ma soprattutto vera. Fermati almeno 3 notti! L’isola è lunga appena 5 km e larga 3, ma tutto si concentra sulla costa ovest (l’altra parte è pressoché disabitata) e intorno al villaggio di La Passe: case coloniali dai colori pastello, una bakery, qualche ristorantino e ottimi take away. La prima cosa da fare è noleggiare una bicicletta, il principale mezzo di trasporto per turisti e seicellesi, che vedrai pedalare con enormi caschi di banane sulle spalle e ceste di cocco. In dieci minuti si raggiunge il Parco dell’Union Estate (ticket di circa 10 euro), ex tenuta agricola con piantagioni di vaniglia e palme da cocco, memoria della storia coloniale dell’isola, e soprattutto porta di accesso alla celebre Anse Source d’Argent.

La spiaggia si raggiunge a piedi, camminando tra spettacolari blocchi di granito dalla forma sinuosa, che sembrano rotolati come biglie dalle dita di un gigante. Per godersi la baia via mare, il kayak dal fondo trasparente è una buona idea. Al tramonto il ritrovo è più a nord, sulla spiaggia di Anse Severe: un’infilata di palme, chioschi e capanne che servono rum Takamaka, orgoglio nazionale, frullati di frutta tropicale e musica reggae. Un drink al Bikini Bottom è leggenda. Tutto il resto può attendere.

Carnet

DOVE DORMIRE

Hirondelle (Praslin) è una guest house con formula self-catering sulla Côte d’Or di Praslin. Camere ampie con angolo cottura, balconi vista mare e giardino, a pochi passi dalla spiaggia (doppia a 170 euro, hirondelle-seychelles.com). Sables d’or luxury apartments (Mahé) si trova a pochi metri dal mare sulla costa di Beau Vallon, con giardino e piccola piscina. Camere belle, complete di tutto, design contemporaneo (da 150 euro, sables-dor-luxury.apartments/). Patatran Village Hotel (La Digue), a nord dell’isola, davanti alla spiaggia, propone camere vista oceano e ristorantino di cucina creola (camera doppia da 229 euro, patatranseychelles.com).

DOVE MANGIARE

Belle vue (La Digue) è in alto, sulla montagna al centro dell’isola. Cucina creola e terrazza panoramica con vista tramonto (bellevuesnackbar.com). Marie Antoinette a Mahé, sulla strada che porta a Beau Vallon, dal 1972 serve piatti di cucina tradizionale come il polpo al curry con latte di cocco, riso basmati, chutney di papaya verde e lenticchie rosse. L’edificio coloniale in legno è monumento nazionale dal 2011.

I castelli più belli della Sardegna: dove sono, come visitarli

I castelli più belli della Sardegna: dove sono, come visitarli

Da fortezze medievali immerse in paesaggi selvaggi a dimore nobiliari ancora abitate, questi baluardi di pietra raccontano storie di giudicati, battaglie e leggende. Scopriamo i più affascinanti, da Acquafredda a Castelsardo, passando per Sanluri, Las Plassas e Monreale.

La Sardegna custodisce un patrimonio storico meno conosciuto ma altrettanto affascinante: i suoi castelli medievali. Costruiti tra l’XI e il XIV secolo, prevalentemente durante il periodo dei Giudicati, questi baluardi difensivi narrano storie di conquiste, intrighi e leggende. Ecco una selezione dei castelli più belli, basata su fonti ufficiali, che uniscono storia, architettura e panorami spettacolari.
Castello di Acquafredda – Siliqua
Arroccato su un colle vulcanico a 256 metri sul livello del mare, il Castello di Acquafredda domina la valle del Cixerri, a circa 30 km da Cagliari. Costruito nel XIII secolo, è legato alla figura di Ugolino della Gherardesca, il “conte maledetto” immortalato da Dante nell’Inferno. La fortezza, dichiarata Monumento Naturale nel 1993, si sviluppa su tre livelli, con un mastio centrale, una torre di guardia (detta “torre de s’impicadroxiu”) e una cisterna. Nonostante il suo stato di rovina, conserva un fascino misterioso, amplificato dal panorama che spazia dalla Marmilla all’Iglesiente. È visitabile tutti i giorni dalle 9:30 alle 17:30, con visite guidate su prenotazione.
Castello di Sanluri – Sanluri
Situato nel borgo di Sanluri, a circa 50 km da Cagliari, il Castello di Sanluri è l’unico dei 88 castelli sardi ancora abitato. Edificato tra il 1188 e il 1195 per volere del giudice Pietro I di Arborea, fu teatro della storica battaglia di Sanluri del 1409, che segnò la vittoria degli Aragonesi sugli Arborensi. Con la sua pianta quadrangolare, mura alte fino a 12 metri e quattro torrette, il castello è oggi un complesso museale che ospita il Museo Risorgimentale Duca d’Aosta, con reperti come la bandiera tricolore di Trieste liberata. Restaurato agli inizi del Novecento dai conti di Villa Santa, è un gioiello ben conservato, visitabile con eventi culturali come la Festa del Borgo.
Castello di Marmilla – Las Plassas
Nel cuore della Marmilla, su un colle conico alto 270 metri, sorge il Castello di Marmilla, una fortezza giudicale citata già nel 1172. La sua posizione strategica, al confine tra i giudicati di Cagliari e Arborea, lo rese protagonista di scontri medievali, come la battaglia di Sanluri del 1409. Si narra che vi soggiornò Eleonora d’Arborea, co-autrice della Carta de Logu. Oggi in rovina, con resti di mura e una torre, il castello è circondato da un paesaggio fertile, noto come “terra del grano”. Ai piedi del colle, il museo digitale MudA offre un’immersione multimediale nella vita medievale. La salita al castello regala viste mozzafiato, ideali per gli amanti del trekking.
Castello dei Doria – Castelsardo
Sulla costa settentrionale, nel borgo di Castelsardo, il Castello dei Doria (o Castello Bellavista) domina il Golfo dell’Asinara. Costruito nel XII secolo dalla potente famiglia genovese dei Doria, fu un punto strategico per il controllo dei commerci marittimi. Passato agli Aragonesi nel 1448, è ancora ben conservato, con mura, torri e il Museo dell’Intreccio Mediterraneo al suo interno. La sua posizione su un promontorio roccioso offre panorami spettacolari, soprattutto al tramonto. Circondato da 17 torri e un borgo medievale, è una meta imperdibile per chi cerca storia e bellezza paesaggistica.
Castello di Monreale – Sardara
A pochi chilometri da Sardara, il Castello di Monreale si erge su un colle con vista sul Campidano e il Golfo degli Angeli. Costruito prima del XIV secolo, faceva parte della linea difensiva del Giudicato di Arborea, insieme ai castelli di Marmilla e Arcuentu. Residenza di giudici come Mariano IV ed Eleonora d’Arborea, fu anche prigione e luogo di esecuzioni. Oggi restano le mura perimetrali e otto torri, visibili lungo un sentiero accessibile. La vicinanza alle terme di Sardara e il panorama mozzafiato lo rendono una destinazione perfetta per chi ama storia e natura.Questi castelli offrono un viaggio unico nella storia sarda. Dalle rovine suggestive di Acquafredda e Marmilla alla vitalità culturale di Sanluri e Castelsardo, fino alla maestosità di Monreale, ogni fortezza è un invito a esplorare la Sardegna meno conosciuta, tra paesaggi incontaminati e racconti leggendari.

Reggio Calabria. I segreti della “punta dello Stivale” (Bronzi di Riace a parte)

Reggio Calabria. I segreti della “punta dello Stivale” (Bronzi di Riace a parte)

Altro che “di fronte”: tra mare, miti e opere d’arte contemporanee, la città dello Stretto conquista da sé. Dalla passeggiata più bella d’Italia fino a Scilla, è tutto un intreccio di storia e futuro.

«La bellezza di Reggio Calabria? La Sicilia di fronte». È una battuta che si sente ripetere spesso, a raccontare quanto questa città alla punta dello Stivale venga ancora sottovalutata, come se il meglio fosse sempre “oltre”. Ma chi si ferma, anche solo per qualche giorno, scopre che Reggio Calabria non vive di riflesso: ha una luce sua, forte e cangiante, che nasce dall’incontro tra storia millenaria e creatività contemporanea, dal respiro del mare e dalla capacità di trasformarsi. Oggi più che mai, complice un fermento culturale e turistico che la sta riportando sotto i riflettori. Sei nuove tratte Ryanair dall’Italia e dall’Europa – tra cui Londra, Milano-Malpensa e Pisa – hanno accorciato le distanze, favorendo l’arrivo di molti più turisti. Ed eccoli, numerosi, a passeggiare sul lungomare Italo Falcomatà, che Gabriele D’Annunzio battezzò “il chilometro più bello d’Italia” (anche se è lungo quasi il doppio, ben 1700 metri) e che per Pascoli era “luogo sacro”, ricostruito dopo il catastrofico terremoto del 1908.

Antico e moderno

Da qualche anno è pure una galleria d’arte a cielo aperto. Spicca, nella Rotonda 8 marzo, Opera, un monumento alla contemplazione di Edoardo Tresoldi che celebra la relazione tra il luogo e l’essere umano ed è un esplicito richiamo alle origini magnogreche (l’antica Reggio fu fondata dai Greci Calcidesi attorno al 730 avanti Cristo). Evoca un tempio classico, ma lo scompone e lo rende trasparente: il colonnato di rete metallica crea corridoi prospettici in cui l’azzurro intenso del mare si incornicia da solo, come un merletto in controluce. Già la posizione incanta, con armonie e piccole dissonanze che invitano alla contemplazione, ma alla magia visiva si aggiunge un tocco tecnologico: tramite un QR code, infatti, in tre momenti diversi della giornata – mattino, tramonto e notte – si possono ascoltare, direttamente dal proprio smartphone, varie composizioni musicali, mentre un leggero venticello porta l’eco delle onde.

 

Il Vecchio, Bronzi di Riace al MArRC, il Museo Archeologico Nazionale, foto di Isa Grassano
Il Vecchio, Bronzi di Riace al MArRC, il Museo Archeologico Nazionale

 

Sull’altro lato, quasi a fare da contrappunto, tre imponenti sculture dell’artista romana Rabarama si impongono con la forza del loro linguaggio simbolico e fanno da sfondo a selfie e foto ricordo. Si tratta di tre umanoidi, “divinità in forma umana”. C’è Co-stell-azione, una figura di alluminio dipinta di bianco e bordeaux: sembra meditare, gli occhi socchiusi verso il mare, come se affidasse pensieri e desideri alle stelle che ha raffigurate ovunque. Ancora Trans-lettera, in bronzo dipinto di bianco e nero, con il corpo avvolto da lettere dell’alfabeto: vocali e consonanti che sono vincolo del linguaggio e libertà, simbolo di una comunicazione interrotta e frammentaria. È accovacciata, raccolta in sé, come a difendersi da un dialogo che può essere potente ma al tempo stesso problematico.

Le sculture che non ti aspetti…

E infine Labirintite, sempre in bronzo ma dipinta di bianco e verde, si distende con un’apparente rilassatezza, ma le linee spezzate rappresentano la complessità dell’IO e ai suoi disequilibri. Il titolo richiama il disturbo uditivo che provoca vertigini, mentre la decorazione labirintica invita a cercare una via d’uscita dai propri limiti. Tutto intorno, una distesa di alberi, tra palme delle Canarie, pini italici, lecci, eucalipti e ulivi, molti dei quali centenari, con radici che si allargano oltre i marciapiedi. E soprattutto lo sguardo è attratto dall’architettura dei palazzi, come quella di Palazzo Barbera, dall’eleganza anni Venti, con le paraste giganti a capitello ionico, o di Villa Genoese Zerbi su corso Vittorio Emanuele III, dove, alla fine dell’Ottocento, vi era l’antica villa in stile barocco della famiglia dei Marchesi Genoese, famiglia del patriarcato reggino. Si distingue per i richiami neogotici, e in passato ha ospitato mostre ed eventi incluso quelli della biennale di Venezia. Nel cortile della villa, apre le sue porte un locale innovativo voluto dallo chef Vincenzo Pennestrì, un luogo ideale per l’aperitivo.

 

Labirintite una delle tre sculture di Rabarama sul lungomare di Reggio Calabria, foto di Isa Grassano
Labirintite una delle tre sculture di Rabarama sul lungomare di Reggio Calabria

 

Per una sosta più lunga non mancano i locali affacciati sul mare, dove fermarsi a pranzo o a cena: trattorie di pesce con menù che cambiano in base al pescato del giorno e wine bar dove i vini calabresi raccontano il sole delle colline. Tra i ristoranti, merita Royal Reef (tel. 0965 255555) con una veranda proprio sul mare. Sedersi a un tavolino, mentre si accendono le prime luci della sera e il cielo si colora al tramonto, significa lasciarsi abbracciare dalla magia dello Stretto. Per assaggiare la famosa brioche con il gelato, invece, si va da Cesare, la più nota gelateria cittadina, il cui chiosco verde spicca al centro della strada, proprio all’inizio del lungomare.

Teatro e Duomo

Da vedere anche il Teatro Cilea – intitolato al musicista palmese Francesco Cilea e caratterizzato dal grande sipario rosso sul proscenio – e il Duomo nel cuore del centro storico, in stile neo-romanico, con le due statue sulla gradinata di San Paolo, a sinistra, e di Santo Stefano da Nicea, a destra (entrambe opera dello scultore Francesco Jerace, 1934) che sembrano dare il benvenuto a chi arriva. È il più grande edificio sacro della Calabria (94 metri di lunghezza, 22 di larghezza e 21 di altezza) e dal 1978 è stato elevato a Basilica Minore. Al suo interno è custodita anche la cosiddetta “colonna di San Paolo”, legata a una leggenda che affonda nelle origini del cristianesimo sul territorio. Si racconta che l’apostolo, giunto a Reggio come prigioniero dei Romani, durante una festa pagana osò proclamare un Dio giusto che liberava gli afflitti, opponendosi agli dei falsi e bugiardi. Invitato a fare silenzio, accese una candela sul capitello di una colonna, chiedendo di parlare finché la fiamma fosse rimasta viva. Una folata di vento la fece piegare e, al contatto con il marmo, la colonna prese fuoco come fosse legno. La fiamma avvolse la pietra illuminando i volti attoniti della folla, che si inginocchiò chiedendo di essere battezzata.

 

Opera, un monumento alla contemplazione di Edoardo Tresoldi, sul lungomare Italo Falcomatà, foto Isa Grassano
Opera, un monumento alla contemplazione di Edoardo Tresoldi, sul lungomare Italo Falcomatà

 

Ma è dentro il MArRC, il Museo Archeologico Nazionale, che il tempo si comprime e si dilata. I Bronzi di Riace sono lì, sospesi nella loro perfezione di atleti-eroi, a rappresentare l’altro grande tesoro di Reggio Calabria. Denominate “A” e “B”, ribattezzate però affettuosamente “il giovane” e “il vecchio”, sono due guerrieri nudi di epoca greca (V secolo a.C.). Si possono ammirare solo per pochi minuti in ambiente protetto, quanto basta però per restare incantati dalla loro storia e dalle loro fattezze. Furono ritrovati il 16 agosto 1972 a Riace Marina, nella località Porto Forticchio, e misurano rispettivamente 1,98 e 1,97 metri. Il loro peso, originariamente di circa 400 kg, è sceso a 160 dopo la rimozione della terra di fusione. Sulla loro datazione, sul luogo, sugli autori e persino sull’identità dei personaggi rappresentati esistono ben dodici ipotesi accreditate da studiosi di ogni parte del mondo, tutte diverse tra loro.

… e le statue che ti aspetti

Attorno, il percorso museale è un’immersione completa nella Magna Grecia. Nelle sale è esposta la Testa di Arpocrate, divinità del pantheon egizio, figlio di Iside ed Osiride, solitamente rappresentato come un fanciullo, nudo con lunghi capelli raccolti alla sommità del capo. Ancora i kouroi (giovinetti) dal sorriso enigmatico, un sarcofago a forma di piede, raro reperto che commuove con la sua piccolezza, un ripostiglio di 134 monete d’argento che sembra ancora luccicare di storie. Preziose anche le laminette d’oro rinvenute nelle tombe, recanti istruzioni per le anime degli iniziati: in quella di Hipponion, ad esempio, si invita la defunta a evitare la fonte dell’oblio e a bere invece alla fonte della Memoria, per intraprendere il lungo viaggio verso un destino ultramondano di beatitudine. E poi le anfore appuntite, le figurine votive, i vasi miniaturistici dei corredi infantili: ovunque frammenti di un’umanità che non si lascia dimenticare.

 

Panoramica di Scilla, foto di Isa Grassano
Panoramica di Scilla

 

E se Reggio Calabria invita a rallentare il passo, basta spingersi di pochi chilometri per ritrovarsi dentro un mito. Scilla domina l’imbocco dello Stretto di Messina dall’alto del castello Ruffo, arroccato sulla roccia e proteso verso la Sicilia. Subito la mente va alle gesta di Ulisse e dei suoi uomini, lungo la rotta verso Itaca, alle prese con la furia di Scilla, il terribile mostro marino antropofago capace di afferrare e divorare sei uomini contemporaneamente e la forza dirompente di Cariddi, gigantesco gorgo in grado di inghiottire qualsiasi cosa. Secondo Omero, qui vivevano le sirene che, con la loro voce melodiosa, incantavano i marinai: solo il furbo Odisseo riuscì ad ascoltarle senza conseguenze, dopo aver ordinato ai suoi uomini di legarlo all’albero maestro della sua nave.

Scilla e il suo mito

Per questo motivo la spiaggia di Scilla è conosciuta anche come Spiaggia delle sirene. Sul belvedere di piazza San Rocco si staglia la statua della Sirenetta, mentre sull’alto di una rupe domina il maestoso castello Ruffo. E non si può tralasciare Chianalea, il quartiere dei pescatori: case in pietra adagiate direttamente sul mar Tirreno (siamo nella Costa Viola, così chiamata per le sfumature violacee che l’acqua assume in certi momenti della giornata), vicoli stretti che finiscono in scalette d’acqua, reti stese ad asciugare e il rumore delle onde che accompagna ogni passo. Basta guardarlo anche da lontano per capire perché, da secoli, questo borgo incanta poeti e viaggiatori. Come il pittore e scrittore inglese Edward Lear, tra i primi stranieri a percorrere la regione, che ne dipinse gli scorci e ne raccontò lo spirito selvaggio. Qui, mito e quotidianità si fondono e continuano a ispirare.