Camminare tra borghi, pievi e colline: la Toscana si racconta passo dopo passo

Camminare tra borghi, pievi e colline: la Toscana si racconta passo dopo passo

Una vacanza a piedi tra la fine dell’estate e l’autunno è un’occasione speciale per fare un passo fuori dalla consuetudine e vivere un’esperienza di scoperta autentica. Nell’anno del Giubileo, il cammino assume un valore ancora più profondo: offre, anche da un punto di vista laico, l’occasione perfetta per rallentare, per lasciar andare l’urgenza e aprirsi a un tempo diverso, più misurato e intenso.
La Toscana è la meta ideale per intraprendere questo tipo di viaggio: la sua rete straordinaria di cammini disegna un intreccio artistico, paesaggistico, devozionale, culturale e antropologico unico. E la varietà e la ricchezza dei percorsi rendono il territorio toscano la meta di elezione sia per una breve fuga rigenerante sia per itinerari più lunghi, in cui mettersi in cammino e cogliere nel modo migliore lo spirito di questa esperienza, fatto di progressiva sottrazione di certi pesi dei ritmi della quotidianità a favore di un incontro autentico con sé stessi e con il territorio che accoglie il susseguirsi dei passi.

Scoprire la Toscana a piedi

Camminare in Toscana significa immergersi in un’esperienza ancora più ricca e coinvolgente. Il 2025 è infatti un’occasione speciale: la regione celebra questo anno con iniziative pensate per trasformare ogni cammino in un momento di incontro e di condivisione autentica.
Lungo i percorsi, tra pievi millenarie e colline silenziose, non mancano le rievocazioni storiche, le infiorate, i presepi viventi e le tante manifestazioni che animano borghi e città d’arte. Sono eventi radicati profondamente nel tessuto sociale toscano, che arricchiscono il viaggio trasformandolo anche in un tuffo nel folklore, nelle tradizioni popolari e nella bellezza di una comunità che sa accogliere.
Tra antiche vie, città d’arte, paesaggi sorprendenti e spiritualità diffusa, i cammini della Toscana offrono l’opportunità di scoprire una regione che si rivela nel modo più profondo: un passo dopo l’altro. Vale la pena osservarli in dettaglio per coglierne tratti distintivi e unicità.

Via Francigena

Il tratto toscano della Via Francigena si sviluppa per circa 400 chilometri, suddivisi in 16 tappe, lungo l’antico itinerario che collegava Canterbury a Roma. Attraversa la Toscana da nord a sud, iniziando dalla Lunigiana con borghi come Pontremoli, attraversando la Versilia fino a Lucca, per poi risalire verso San Miniato, San Gimignano e Monteriggioni. Il cammino prosegue verso Siena, tocca la Val d’Orcia e l’Amiata, fino a concludersi a Radicofani. Lungo il percorso, si incontrano pievi romaniche, castelli, colline e città d’arte, oltre a varianti che permettono di visitare luoghi come il Padule di Fucecchio o l’Abbazia di Coneo. È un viaggio tra natura, storia e spiritualità, dove ogni passo porta con sé il silenzio e la memoria di secoli di pellegrinaggio.

Via Romea Germanica

In Toscana, la Via Romea Germanica si snoda attraverso sette tappe, attraversando tutto il territorio aretino. Il cammino entra in Toscana dal Passo Serra e si muove lungo i paesi del Casentino, passando per Chitignano e Arezzo, per poi toccare Cortona ed entrare in Umbria. Questo itinerario, basato sul percorso descritto nel 1236 dall’abate Alberto di Stade, conduce i viandanti lungo un tracciato in cui si alternano piste ciclabili, strade naturali e vie secondarie, immersi in paesaggi collinari e borghi intrisi di storia. È un cammino che porta con sé l’eredità dei pellegrini nordici, congiungendo spiritualità e scoperta del territorio.

Romea Strata

La Romea Strata attraversa la Toscana per 108 chilometri, che corrispondono alle ultime sei tappe dell’intero itinerario. Il percorso entra nella regione dalla Montagna Pistoiese, toccando Cutigliano e poi Pistoia, per scendere attraverso il Montalbano verso Vinci, Cerreto Guidi, Fucecchio e infine San Miniato, dove si congiunge alla Via Francigena. Lungo il cammino si scoprono le terre di Leonardo da Vinci, si attraversano borghi silenziosi e si incontrano testimonianze medievali che raccontano il passaggio dei pellegrini dell’Europa centro-orientale. Una porzione di percorso affascinante per la sua varietà paesaggistica e culturale.

Via Romea Sanese

Il collegamento più diretto tra Firenze e Siena, la Via Sanese si articola in quattro tappe e attraversa il contado fiorentino e quello senese lungo un percorso misto tra strade secondarie asfaltate e tratti sterrati. Parte da piazza Santissima Annunziata a Firenze e attraversa luoghi ricchi di storia come Sant’Andrea in Percussina, San Casciano in Val di Pesa, Badia a Passignano, San Donato in Poggio e Castellina in Chianti, per terminare a Siena, nella Basilica di San Francesco. È un cammino immerso nei paesaggi iconici del Chianti, punteggiato da pievi, abbazie e vigneti, che regala la bellezza di un pellegrinaggio in cui storia e natura si fondono in armonia.

Via di Francesco in Toscana

Il sistema di cammini della Via di Francesco in Toscana collega una fitta rete di luoghi legati alla vita del Santo di Assisi. Il percorso principale va dalla Basilica di Santa Croce a Firenze fino al Santuario della Verna, attraversando la Valtiberina toscana con luoghi simbolici come gli eremi di Cerbaiolo e Montecasale, il castello di Montauto, e le città di Anghiari e Arezzo. Da qui si prosegue verso Cortona, dove Francesco fondò l’Eremo Le Celle. Il tracciato può essere suddiviso in più sezioni collegate tra loro, offrendo una grande flessibilità per chi vuole camminare pochi giorni o proseguire fino in Umbria. Ogni tappa è un incontro con la natura, la fede e il paesaggio spirituale della Toscana francescana.

Cammino di San Jacopo

Il Cammino di San Jacopo si estende per circa 170 chilometri tra Firenze e Livorno, articolandosi in sei tappe di difficoltà variabile. Passa per Prato, Pistoia, Lucca e Pisa, e si sviluppa lungo antichi tracciati romani come la Via Cassia e la Via Aemilia Scauri. A Pistoia, il cuore spirituale del cammino, si conserva dal 1145 una reliquia dell’Apostolo Giacomo, custodita nella Cattedrale di San Zeno. Qui si trova anche il prezioso Altare argenteo e il reliquiario di Lorenzo Ghiberti. Il percorso congiunge città d’arte, colline e storia millenaria, ed è pensato per coloro che vogliono vivere l’esperienza di un “Cammino di Santiago” tutto toscano.

Via Lauretana in Toscana

La Via Lauretana collega Siena a Cortona per oltre 114 chilometri, percorribili in cinque giorni (quattro per i più esperti). Attraversa territori straordinari come Asciano, Rapolano Terme, Sinalunga, Torrita di Siena e Montepulciano. Questo cammino segue un’antica direttrice etrusco-romana che si è poi trasformata in una via di pellegrinaggio verso la Santa Casa di Loreto. Lungo il percorso, si cammina tra colline spettacolari, testimonianze mariane, cappelle e chiese storiche, mentre si attraversano luoghi noti per l’arte, l’enogastronomia e il paesaggio. È un itinerario che unisce spiritualità, bellezza e memoria.

Via del Volto Santo

Dal borgo di Pontremoli fino al Duomo di San Martino a Lucca, il cammino del Volto Santo si estende per circa 160 chilometri. Attraversa la Lunigiana, la Garfagnana e la Media Valle del Serchio, seguendo un antico sentiero medievale che univa i territori longobardi con la Tuscia. Si attraversano paesi fortificati, pievi in pietra, ponti medievali e si cammina circondati dalla maestosità delle Alpi Apuane. Il percorso conduce alla celebre statua lignea del Volto Santo, oggetto di culto da secoli, conservata nel cuore di Lucca. Un’esperienza che mescola misticismo, natura e storia.

Via Matildica del Volto Santo

Il tratto toscano della Via Matildica del Volto Santo parte dal valico appenninico di San Pellegrino in Alpe e scende attraverso la Garfagnana e la Media Valle del Serchio fino a Lucca. Fa parte di un percorso più ampio, lungo 284 chilometri totali, che parte da Mantova e tocca tre regioni. Questa sezione toscana si congiunge alla Via del Volto Santo a Castelnuovo di Garfagnana. È un itinerario carico di storia, che attraversa luoghi legati alla figura di Matilde di Canossa e conduce alla maestosa statua del Cristo nero dei lucchesi. Un cammino denso di spiritualità, natura e cultura romanica.

Nell’anno del Giubileo e con la ricchezza di opportunità di scoperta della Toscana, mettersi in cammino diventa più che un semplice itinerario: è un gesto di partecipazione viva alla storia, alla fede e alla cultura di una terra che continua a raccontarsi, dialogando magnificamente anche con la lentezza.

Lady Diana amava rifugiarsi in questo paradiso in Terra

Lady Diana amava rifugiarsi in questo paradiso in Terra

Prende il nome dalla Principessa Diana una spiaggia caraibica dove era solita rifugiarsi.

Prende il nome da lei Princess Diana Beach, un angolo di paradiso in Terra dove Lady D amava rifugiarsi per fuggire dal resto del mondo e godersi la propria privacy, lontana da paparazzi e da occhi indiscreti. Una spiaggia poco frequentata, dalla sabbia rosa, su una piccola isola dove c’è poco o nulla: Barbuda. Oggi, sono i figli Harry e William a tornare di tanto in tanto sull’isola tanto amata dalla loro mamma, scomparsa tragicamente il 31 agosto del 1997 in un incidente d’auto.

Perché la spiaggia è rosa

Il motivo è molto semplice. Non si tratta di una semplice distesa di sabbia. La Princess Diana Beach è fatta di miliardi di conchiglie di dimensioni piccolissime, che stanno sulla punta di un dito. Non sono conchiglie rotte, certo ci sono anche quelle, ma microscopici gusci di molluschi di ogni tipo perfettamente intatti.

Nell’insieme, tutte queste conchigliette colorano la lunga battigia conferendole una sfumatura rosa davvero unica. Prima che la Principessa Diana iniziasse a frequentarla, la spiaggia si chiamava Access Beach e Coco Point Beach.

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Una foto di Lady D con i figli a Barbuda

Questa è solo una delle 365 spiaggie che si trovano nell’arcipelago di Antigua e Barbuda, una per ogni giorno dell’anno, tutte libere, anche quelle davanti agli hotel.

Cosa fare a Barbuda

Molto più piccola rispetto ad Antigua, l’isola di Barbuda, a poco più di un’ora di traghetto di distanza o 15 minuti d’aereo, è incredibilmente selvaggia, anche se non manca qualche chicca.

Oltre alla spiaggia preferita dalla Principessa Diana, ci sono molte altre splendide spiagge incontaminate dove stendere il proprio telo mare e gettarsi nelle acque cristalline e calde del Mar dei Caraibi.

E la Princess Diana Beach non è l’unica spiaggia di sabbia rosa perché c’è anche quella di Coral Bay. E poi c’è anche una zona costiera dall’aspetto primordiale, quella di Two Foot Bay Park, a Est dell’isola, dove ci sono caverne e fossili che si possono esplorare.

Si capisce che Barbuda è un paradiso terrestre perché questo è anche il luogo preferito dalle fregate, splendidi uccelli che si possono vedere a migliaia a Codrington Lagoon. Gli esemplari maschi, con la loro sacca gulare rossa che si gonfia fino quasi a esplodere durante il corteggiamento sono uno spettacolo da vedere durante un’escursione in barca che merita assolutamente.

A differenza di Antigua, dove ci sono tantissimi resort e attraccano le navi da crociera, Barbuda è molto meno turistica, ed è proprio questo il suo bello. Chi cerca un  luogo nascosto e poco frequentato, con pochi servizi, poche auto (le strade sono quasi tutte sterrate), ristorantini locali, villaggi di poche case, proprio come amava la Principessa Diana, e dove è la natura a catalizzare tutta l’attenzione e a scandire le ore della giornata questo è il posto che fa per voi. Almeno per ora.

Secondo i piani di sviluppo turistico, Barbuda dovrebbe, a breve, accogliere molti più visitatori, grazie all’apertura di un nuovo aeroporto, di nuove proprietà e di campi da golf. Al momento c’è un solo hotel ed è di proprietà nientemeno che di Robert De Niro.

Playa de Rodas, un angolo di paradiso nascosto tra sabbia bianca e mare trasparente

Playa de Rodas, un angolo di paradiso nascosto tra sabbia bianca e mare trasparente

Playa de Rodas, paradiso protetto nelle Isole Cíes, offre sabbia bianca e acque cristalline. È stata spesso decretata come una delle “Migliori spiagge del mondo”

C’è chi arriva alle Cíes per una gita e finisce per restare a fissare Playa de Rodas come ipnotizzato. Del resto, è una mezzaluna perfetta di sabbia bianchissima, abbracciata da acque limpide che sembrano rubate ai tropici, ma con l’aria fresca e selvaggia dell’Atlantico. Qui il tempo scorre più lento, il rumore del mare copre ogni pensiero e l’orizzonte sembra non finire mai.

Non stupisce che The Guardian l’abbia incoronata “migliore spiaggia del mondo” nel 2007 e che, nel 2025, sia tornata sotto i riflettori tra le 20 più belle secondo Worlds50Beaches. Ma più dei riconoscimenti, è quella sensazione di libertà assoluta a rendere difficile andarsene

Dove si trova e come arrivare a Playa de Rodas

Playa de Rodas prende vita nelle isole Cies, al largo della costa della Galizia, nel nord-ovest della Spagna. È un vero e proprio angolo di paradiso che fa parte di un parco nazionale protetto, quindi per preservarne la bellezza è accessibile solo a un numero limitato di visitatori ogni giorno.

Il modo più semplice per raggiungerla è salire a bordo di un traghetto da Vigo, Cangas o Baiona, graziose cittadine affacciate sulla costa galiziana. Ci vogliono circa 40 minuti di navigazione, grazie ai quali si attraversa un tratto di oceano già di per sé spettacolare, con le isole che piano piano si avvicinano all’orizzonte. Appena si sbarca, Playa de Rodas è lì, a pochi passi.

Un consiglio: in alta stagione conviene prenotare il traghetto con anticipo, perché i posti si riempiono in fretta.

Spiaggia di Rodas, Galizia
Veduta dall’alto della Spiaggia di Rodas

Le caratteristiche di Playa de Rodas

Partiamo subito con una premessa, Playa de Rodas è una spiaggia davvero unica, figlia di  un arcipelago granitico che fa parte del Parco Nazionale delle Isole Atlantiche di Galizia. Si estende per circa un chilometro ed è famosa per la sua sabbia candida e morbida, che crea un contrasto straordinario con le acque cristalline e turchesi dell’Atlantico.

Tale meraviglia si trova in un territorio segnato da antiche rocce granitiche e vulcaniche, modellate nel corso di milioni di anni dai movimenti della terra e dall’azione costante del mare e del vento. A colpire subito è la duna di sabbia che si estende dietro la spiaggia: si è formata grazie al vento che sposta e accumula la sabbia, dando vita a un ambiente delicato dove cresce una vegetazione tipica delle zone costiere.

Playa de Rodas è anche protetta da una baia che la ripara dalle correnti più forti e dalle onde impetuose dell’oceano, rendendo le sue acque particolarmente calme e adatte al nuoto. La combinazione di questi elementi fa di questo angolo incantato della Spagnaun posto dal fascino irresistibile, dove natura e paesaggio si fondono in un quadro perfetto.

Una piccola curiosità: quando la marea scende, Playa de Rodas si trasforma in una sorta di miracolo naturale perché tra le rocce e la sabbia si formano laguna e zone intertidali, tranquille e protette. Sono come piccoli specchi del mare dove immergersi in acque calme, scoprendo da vicino pesciolini e creature marine che vi si nascondono.

Cosa fare a Playa de Rodas

Chiunque può divertirsi e/o rilassarsi a Playa de Rodas: chi cerca relax può stendersi sulla sabbia soffice e godersi il panorama mozzafiato, mentre gli amanti del mare hanno acque limpide che sono il top per nuotare o fare snorkeling, esplorando i fondali ricchi di vita marina tipica dell’Atlantico.

Soddisfazioni le può avere anche chi ama camminare, perché in zona ci sono sentieri che attraversano l’arcipelago delle Cíes, offrendo scorci spettacolari sulle scogliere e sulla costa, oltre alla possibilità di raggiungere punti panoramici meno conosciuti ma assolutamente da non perdere.

Chi vuole vivere un’esperienza più autentica può affidarsi ai consigli dei locali: molti approfittano delle tranquille baie nascoste per fare kayak o immersioni, scoprendo calette raggiungibili solo via mare. Alcuni esperti avventurieri si spingono anche a esplorare le grotte marine lungo le coste più rocciose, un vero paradiso per chi ama il contatto diretto con la natura.

Contemporaneamente, è importante sapere che in alcune giornate (soprattutto in alta stagione) la folla può rovinare un po’ l’atmosfera tranquilla che ci si aspetta da un paradiso come questo. Inoltre, c’è pochissima ombra naturale, quindi chi non porta un ombrellone rischia di soffrire il sole cocente.

I servizi sono limitati, con solo qualche chiosco e niente di più, il che può mettere a disagio chi ha bisogno di comodità. Infine, le dune, che rendono il paesaggio così affascinante, sono molto fragili e bisogna stare attenti a non rovinarle camminandoci sopra.

In ogni caso, Playa de Rodas offre un equilibrio perfetto tra relax e avventura, adatto sia a chi vuole godersi una giornata di tranquillità sia a chi desidera esplorare a fondo uno degli angoli più suggestivi della Galiz

Regole e costi

Playa de Rodas prende vita in un’area protetta e per accedervi, soprattutto in alta stagione (dal 15 maggio al 15 settembre), serve un’autorizzazione gratuita da richiedere online. I posti sono limitati a 2.000 visitatori al giorno, in modo da riuscire a preservare il prezioso equilibrio dell’ecosistema.

L’unico modo per arrivarci è via mare, con traghetti in partenza da Vigo, Cangas o Baiona in più o meno 40 minuti di traversata. In estate è bene prenotare con largo anticipo, perché i biglietti si esauriscono in fretta. Gli orari delle imbarcazioni vanno indicativamente dalle 9:00 alle 20:00, ma la frequenza varia a seconda del periodo.

Sull’isola non sono presenti molti servizi. Ad essere del tutto onesti, ci sono solo pochi chioschi. Per questo motivo, è indispensabile portarsi dietro acqua, cibo e protezione solare. L’ambiente è estremamente delicato, perciò è vietato lasciare rifiuti, accendere fuochi o danneggiare la flora e la fauna.

Per godervi al meglio la giornata, vi consigliamo di indossare scarpe comode e di mettere in conto di trascorrere l’intera visita in autonomia, con il massimo rispetto per questo luogo unico.

Crociera sul Nilo: viaggiare lenti alla scoperta dell’antico Egitto

Crociera sul Nilo: viaggiare lenti alla scoperta dell’antico Egitto

Non solo un itinerario ma una vera e propria esperienza da provare (almeno) una volta nella vita.

Chi, sfogliando un manuale di storia, non è rimasto stregato – almeno la durata di qualche pagina – da una civiltà tanto misteriosa quanto geniale, come quella degli antichi Egizi?

Si potrebbe parlare quasi di una “certezza granitica”. Granitica come la pietra utilizzata per costruire la camera funeraria del faraone Cheope nella sua piramide a Giza: l’unico edificio tra le Sette meraviglie del mondo antico che si può ammirare ancora ai giorni nostri. Già solo questo sarebbe un buon motivo per volare verso il Cairo e iniziare così questo affascinante viaggio indietro nel tempo.

Vedere stagliarsi all’orizzonte, nel bel mezzo di una piana desertica (a dire il vero, la capitale egiziana – la cui area metropolitana conta 22 milioni di abitanti, la più popolosa di tutto il continente africano – si è espansa così tanto che ormai le abitazioni sono arrivate alle porte di Giza), questi famosissimi monumenti sepolcrali è un’emozione unica, immaginando anche solo quanti miliardi di occhi si sono posati sulle loro pietre. Per esempio, solo per citare un nome altisonante, quelli di Erodoto: fa impressione pensare che quando lo storico greco le visitò nel V secolo a.C. avevano già ben duemila anni di vita.

La piana di Giza con le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino 

E un’altra esperienza da vivere (almeno) una volta nella vita è senz’altro quella di entrare al loro interno, sempre che non si soffra di claustrofobia: percorrendo degli stretti e lunghi cunicoli – talvolta costretti a farlo in ginocchio per quanto angusti – si può arrivare fino alla camera dove veniva custodito il sarcofago del faraone.

Come nel caso della piramide di Cheope (Khufu, in egiziano antico) – la più vetusta e la più colossale rispetto a quelle di Chefren (Khafre) e Micerino (Menkaure) – di cui qualcuno però potrebbe rimanere deluso: dopo tanto sudore (il tasso di umidità è altissimo) e il continuo schivare le persone che salgono e scendono impacciate dallo stesso percorso, si arriva in una stanza spoglia di cinque metri per dieci. Uno potrebbe dire, tutto qui? Ma se è vero che spesso non è tanto importante la meta quanto il percorso per arrivarci, l’idea di aver risalito il ventre di un edificio la cui costruzione è ancora oggi avvolta in un alone di mistero – la posa iniziò nel 2550 a.C, con “tecnologie” dell’epoca che riuscirono a sovrapporre oltre due milioni di blocchi di calcare del peso di almeno due tonnellate e mezzo l’uno per 146 metri d’altezza (ormai dieci in meno per via di uno strato di rivestimento di cui non è rimasto più nulla) – è già di per sé un’esperienza entusiasmante. E se pure foste perplessi, non provate a dirlo alla Sfinge: sguardo enigmatico e penetrante che incute una certa riverenza, sono secoli che custodisce questo segreto sorvegliando fiera un sito archeologico da più di 15 milioni di visitatori l’anno.

L’ingresso del GEM, la cui inaugurazione ufficiale è prevista entro la fine dell’anno

Capolavori dell’ingegneria antica e meraviglie dell’architettura contemporanea qui convivono in perfetta armonia, come dimostrato dal gioco di forme (e di sguardi) che lega le piramidi al nuovo museo egizio di Giza: la loro inconfondibile silhouette si riconosce dalle vetrate a tutt’altezza del Grand Egyptian Museum.

Progettato dallo studio irlandese Heneghan Peng Architects, anche il GEM può vantare numeri “faraonici”: costato 1 miliardo e mezzo di dollari, si estende su quasi 500mila metri quadrati di superficie che ne fanno il museo più grande al mondo (per avere un’idea, è quasi sette volte il Louvre di Parigi) e ospita 100 mila reperti. Solo l’area dedicata ai tesori di Tutankhamon – qui saranno trasferiti tutti i preziosissimi pezzi relativi al faraone bambino, custoditi finora allo storico Museo Egizio di piazza Tahrir, tra cui la celeberrima maschera d’oro 24 carati – ne conterrà 9mila a tema.

Una storia però, quella del GEM, finora molto travagliata. I lavori di costruzione iniziarono ufficialmente nel 2005 ma per colpa di varie vicissitudini, in particolare di natura politica – Primavera Araba, Rivoluzione dei Fratelli Musulmani, ripresa dei conflitti in Medio Oriente – per l’inaugurazione (oltretutto solo parziale) sono dovuti passare quasi vent’anni. Ed era atteso proprio per lo scorso luglio il grande opening – in concomitanza con l’apertura delle due gallerie dedicate al faraone più famoso d’Egitto, seppur non il più potente come invece fu Ramses II (non a caso una sua statua di 11 metri e 83 tonnellate troneggia proprio nell’atrio del museo) – slittata ancora una volta, sullo sfondo dell’escalation militare tra Iran e Israele che avrebbe distolto l’attenzione del mondo verso l’apertura simbolo del futuro del paese.

Nonostante il nuovo arrivato, l’antesignano e storico Museo Egizio del Cairo, che finora aveva ospitato la più vasta collezione al mondo di antichità egizie, continuerà a restare aperto anche se privato di alcuni dei suoi pezzi più rappresentativi. Come, per esempio, le 22 mummie di Re e Regine ricollocate al Museo Nazionale della Civiltà Egizia che ha aperto le porte nel 2020. E proprio alcuni dei capolavori del vecchio Museo Egizio arriveranno in autunno a Roma in occasione della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale dal 24 ottobre, insieme ad altri provenienti dal Museo di Luxor.

La piscina panoramica dello Yacht Savoy, motonave di 50 metri di lunghezza  

Dopo una imprescindibile tappa al Cairo, è proprio a Luxor – l’antica Tebe si può comodamente raggiungere in un’ora di volo dalla capitale – che la crociera sul Nilo può avere inizio: da qui ci si imbarca su battelli che ridiscendono il fiume verso Assuan.

Come nel caso della motonave Savoy, un’esclusiva dell’Agenzia Viaggi Rallo (realtà storica specializzata su Egitto e viaggi archeologici): 12 spaziose ed eleganti suite distribuite su quattro ponti con tutti i confort di una casa in versione galleggiante, ma con un unicum. Seduti in salotto o rilassati nella vasca bagno, anche appena svegli dal proprio letto, basta girare un attimo lo sguardo ed ecco che le ampie finestre di ogni cabina svelano le sponde del Nilo scorrere lente: come fosse un quadro di Rothko, su una placida striscia azzurra si appoggia quella verde accesissima di palmeti rigogliosi, a cui se ne accosta un’altra ancora color ocra. Lo stacco cromatico tra acqua, vegetazione e deserto è ancora visibilmente netto, anche se dalla costruzione della diga di Assuan (eretta tra il 1960 e il 1970) le inondazioni sono ormai controllate e il limo – che rese possibile la vita in una terra circondata dall’arido Sahara e così lo sviluppo di una civiltà prospera come quella egizia – non riesce più depositarsi e a fertilizzare con la frequenza di un tempo.

Al tramonto è un piacere sedersi al cocktail bar o concedersi un tuffo in piscina nell’upper deck del battello e godersi il panorama tingersi di toni caldi lasciandosi accarezzare da una leggera brezza che porta con sé, in sottofondo, il richiamo ritmato del Muezzin alla preghiera.

Le imponenti colonne del tempio di Karnak

Questo momento della giornata è anche l’ideale per dedicarsi alla visita dei siti archeologici, non solo per sfuggire all’afa e al caos, ma anche per godersi un’atmosfera più intima: perdersi all’imbrunire nei meandri di un maestoso tempio di Luxor semi illuminato, con le ombre delle colossali statue di Ramses II e dei colonnati che si allungano a ogni passo sotto i propri occhi, rende l’esperienza ancora più suggestiva e acuisce quell’affascinante percezione di mistero che accompagnerà durante tutto il viaggio.

Grandiosità e imponenza, direttamente proporzionali alla potenza delle 30 dinastie che guidarono l’Antico Egitto, si respirano anche a ogni angolo del tempio di Karnak. Questo piccolo villaggio, appena 2 chilometri e mezzo a nord di Luxor, ospita un complesso monumentale di 100 ettari edificato in onore del dio Amon-Ra a cui si accede affrontando un viale fiancheggiato da sfingi con la testa d’ariete. A lasciare stupefatti è in particolare l’enorme sala ipostila da 134 colonne con capitelli papiformi che ipnotizzano lo sguardo verso l’alto, oltre a tutte le statue, obelischi e decorazioni con scene di cerimonie e battaglie che coprono ogni centimetro del campo visivo. Non c’è quasi spazio lasciato vuoto ed è un continuo meravigliarsi di come queste testimonianze siano arrivate così ben conservate ai giorni nostri. Merito del limo – sì sempre lui, scrisse bene Erodoto: “L’Egitto è il dono del Nilo” – che per secoli è riuscito a proteggere edifici e monumenti ricoperti da strati depositatisi durante le inondazioni del fiume sacro.

La tomba del faraone Ramses IV nella Valle dei Re

Un brullo paesaggio lunare circonda invece le tombe della Valle dei Re – (imperdibile) tappa a ovest di Luxor prevista in tutti gli itinerari di crociera. Nell’esplorazione di questa necropoli risalente al Nuovo Regno, incuneata in un grande wādī (valle), ci si può sentire un po’ Indiana Jones. O quasi. Niente serpenti o teschi che spuntano all’improvviso quando si scende sotto terra lungo i corridoi dei sepolcri che portano alla camera del sarcofago: nel percorso – decisamente molto meno disagevole rispetto a quello delle piramidi – si è circondati da bassorilievi e affreschi che sembrano essere stati dipinti il giorno prima per quanto i colori sono vividi.

E proprio in questo luogo di sepoltura, nel 1922, avvenne una delle scoperte archeologiche più sensazionali della storia dell’umanità. “Vedo cose meravigliose. Oro, ovunque il luccichio dell’oro!”, disse incredulo l’egittologo britannico Howard Carter quando intravide il corredo funerario dell’unico tumulo che nei secoli non era stato trafugato (o meglio, non del tutto) – questo perché rimasto nascosto sotto le rovine di un altro: un tesoro composto da oltre 5.000 oggetti e gioielli. Tra le sette tombe oggi visitabili, quella di Tutankhamon non è certo decorata come quelle di Ramses IV e Ramses IX – dalle pareti al soffitto, è un po’ come entrare in versioni egizie di Cappella Sistina (in miniatura) – ma ritrovarsi trovarsi faccia a faccia con la mummia di un faraone leggendario fa un certo effetto.

Il tempio di Hatshepsut 

Una sensazione continua di sbalordimento e stupefazione accompagna anche le soste successive della crociera sul Nilo: l’imponente tempio dedicato alla Regina Hatshepsut è unico nel suo genere perché ricavato in parte nella montagna retrostante; quello di Medinet Habu ha dimensioni impressionanti con colonne, pilastri e pareti – abbellite da raffigurazioni di divinità e scene di battaglie – che fanno sentire piccoli come un puntino.

Il tempo per elaborare tanta bellezza è offerto dalle cinque ore di navigazione da Luxor alla chiusa di Esna e poi ancora, da tutta la notte, fino ad Edfu dove visitare l’omonimo tempio (ben conservato perché rimasto per secoli nascosto sotto la sabbia).

Avvistare coccodrilli nuotare nel Nilo ormai è sempre più raro ma sarà curioso vederli invece mummificati al Crocodile Museum nei pressi del tempio di Kom Ombo, dedicato al dio rettile Sobek, tappa che precede un’altra delle grandi meraviglie dell’Antico Egitto: il complesso templare di Abu Simbel, scavato nella roccia.

La navigazione sul Nilo termina alla diga di Assuan – una delle maggiori opere contemporanee di ingegneria, 111 metri di altezza e quasi 4 chilometri di larghezza; in caso di siccità, la sua riserva d’acqua basterebbe a soddisfare il fabbisogno idrico del Paese per oltre due anni – ma in poco più di tre ore di pullman si possono raggiungere i templi dedicati al faraone Ramses II e all’amata moglie Nefertari.

Abu Simbel

L’origine e le traversie che li toccarono – negli anni 60’ un team di archeologi lavorò allo spostamento di questi mastodontici edifici, sezionati in più di mille blocchi per essere poi trasferiti e riassemblati su un altopiano 65 metri più in alto rispetto alla posizione originaria, per sfuggire al rischio inondazioni in seguito alla costruzione della famosa diga – sono raccontate da uno spettacolo di luci e videomapping che si tiene dopo il tramonto.

Il tempio di Philae

Stessa sorte, ossia completamente sommerso, sarebbe toccata al tempio di Philae se non fosse che nel 1974 fu anch’esso smontato e ricollocato in un altro punto – in questo caso la vicina e più alta isola di Agilkia.

La particolarità che lo rende speciale e diverso rispetto a tutti gli altri, oltre alle sue forme eleganti e solenni, è il fatto che si può raggiungere solo solcando le acque del lago Nasser a bordo di piccole imbarcazioni in legno.

Riscoprire il piacere della lentezza e lasciarsi sorprendere dal fascino del passato: ecco perché la crociera sul Nilo sarà un viaggio unico e indimenticabile. E la buona notizia è che l’autunno, sempre più vicino, sarà (insieme alla primavera) il periodo migliore per partire.

Stati Uniti e Hawaii: Dalle Rocky Mountains ai Vulcani del Pacifico

Stati Uniti e Hawaii: Dalle Rocky Mountains ai Vulcani del Pacifico

Un viaggio tra montagne e mare, tra altezze che sfiorano il cielo e paesaggi che raccontano la forza della natura. L’itinerario inizia tra le vette maestose delle Montagne Rocciose, dove i picchi imponenti si stagliano contro l’orizzonte, creando uno spettacolo che toglie il fiato. I monti del Grand Teton, con le loro cime aguzze, si ergono come guardiani di una terra selvaggia, intatta e misteriosa. Poi, il paesaggio si trasforma, ma il fascino della natura resta invariato: Yellowstone, con il suo respiro vulcanico e il fascino delle sorgenti termali, delle fumarole e dei geysers, accoglie ogni viaggiatore in un abbraccio di fuoco e acqua. È qui che la terra parla più forte, raccontando storie antiche attraverso il rumore delle eruzioni e la quiete dei laghi.

Ogni viaggio è anche un cambiamento di prospettiva, e così il percorso abbandona le cime rocciose per seguire il richiamo dell’oceano. Dal cuore dell’America, il volo conduce verso l’azzurro sconfinato del Pacifico, dove le Hawaii emergono come frammenti di un mondo primordiale, sospeso tra il cielo e il mare. Qui, le vulcaniche isole raccontano un’altra storia di forza e bellezza, di onde impetuose e terre che continuano a plasmarsi sotto il respiro della lava.

La prima tappa è Maui, un’isola che incarna il perfetto equilibrio tra avventura e contemplazione. L’Haleakalā, il grande vulcano dormiente, domina il paesaggio con il suo cratere lunare, teatro di albe mozzafiato che tingono il cielo di sfumature irreali. Lungo la leggendaria Road to Hana, la strada si snoda tra foreste pluviali, cascate spettacolari e scogliere a picco sull’oceano, offrendo uno dei percorsi più suggestivi al mondo. Maui è un’isola di contrasti, dove la forza degli elementi si mescola con la quiete di baie riparate e con la cultura hawaiana, ancora viva nelle tradizioni e nei canti che accompagnano il tramonto.

Il Mauna Kea, con i suoi 4.210 metri, è il punto culminante dell’isola di Big Island e il più alto vulcano del Pacifico. Un gigante silenzioso, che si copre di neve in inverno e che, nelle notti più limpide, offre uno degli spettacoli astronomici più straordinari del pianeta. Eppure, tra le sue pendici, non si trova solo la maestosità della montagna, ma anche la quiete delle spiagge nere, la forza dei vulcani che si intrecciano con la serenità dell’oceano. Qui, sulla costa Est, si dorme una notte, immersi nell’atmosfera primordiale del Parco Nazionale dei Vulcani, dove la terra continua a respirare, a plasmarsi, a raccontare la propria storia attraverso la lava che sgorga in silenzio dalle profondità.

Poi, il viaggio si sposta verso la costa Ovest di Big Island, dove il paesaggio cambia ancora. Le cime dei vulcani non sembrano più così lontane, ma sembrano rispecchiarsi nel mare cristallino che lambisce le rive. Qui, tre notti si trascorrono tra la pace delle spiagge e la bellezza di un’isola che offre moltissimo oltre alla sua maestosità montuosa: dalla possibilità di esplorare la foresta pluviale alla scoperta delle antiche tradizioni hawaiane, dalla navigazione sotto le stelle a un’immersione nei caldi abbracci del mare.

E nel passaggio tra le montagne delle Rockies, le vette di Grand Teton, Yellowstone, e le isole incantate di Maui e Big Island, ogni passo sembra un invito a scoprire una nuova dimensione della natura, dove l’incontro tra il cielo e la terra diventa un’esperienza senza tempo.

Quali sono le 7 Isole Eolie? Ecco le caratteristiche di ognuna

Quali sono le 7 Isole Eolie? Ecco le caratteristiche di ognuna

Ogni isola delle Eolie ha il suo carattere e le sue particolarità: scopri quali sono i motivi della loro fama.

Le Isole Eolie sono tra le meraviglie naturali più suggestive dell’Italia: un arcipelago vulcanico situato a nord della Sicilia, immerso nelle acque cristalline del Mar Tirreno. Dal 2000 nella lista UNESCO dei Patrimoni dell’Umanità, attirano ogni anno turisti e curiosi. Ma quali sono le Isole Eolie? Bisogna menzionare ben sette isole principali: Lipari, Vulcano, Salina, Stromboli, Filicudi, Alicudi e Panarea.

Quali sono le 7 Isole Eolie?

Dalla ben servita Lipari alla più glamour Panarea, passando per isole più selvagge e totalmente immerse nella natura come Vulcano o Alicudi, questo meraviglioso arcipelago sa offrire molte cose da fare, bellissime spiagge e sentieri da percorrere. Ma come raggiungerle?

I collegamenti principali sono via mare: i traghetti e gli aliscafi partono regolarmente dai porti di Milazzo (il più vicino e servito), Messina, Palermo e Napoli. In alta stagione, le corse sono molto frequenti e collegano tutte le isole tra loro. L’aeroporto più vicino è quello di Catania, da cui si può proseguire in autobus o navetta fino a Milazzo per imbarcarsi verso l’arcipelago. Ecco, allora, le caratteristiche di ogni singola isola dell’arcipelago.

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Lipari

Lipari è la più grande e popolosa delle isole Eolie. Qui troverai un centro storico vivace, dominato dall’antica cittadella e dalla Cattedrale di San Bartolomeo. Tra le cose da vedere a Lipari, il Museo Archeologico Eoliano è una tappa imperdibile per chi desidera conoscere la storia millenaria delle isole. Canneto e Spiaggia Bianca sono perfette per rilassarsi, mentre i sentieri sanno offrire bellissime viste sulle altre isole.

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Vulcano

Vulcano è famosa per i suoi paesaggi lunari, le fumarole e i fanghi termali naturali. L’isola prende il nome dal dio romano del fuoco e offre esperienze uniche come la salita al cratere del Gran Cratere della Fossa, da cui si gode una vista mozzafiato sull’intero arcipelago. Tra le cose da vedere a Vulcano ci sono anche le spiagge nere di sabbia vulcanica, come quella delle Sabbie Nere. Considera anche di fare un bagno nelle acque sulfuree e visita le grotte marine in barca.

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Salina

Salina è la seconda isola delle Eolie per grandezza ed è conosciuta soprattutto per i suoi prodotti tipici come la malvasia e i capperi. L’isola sorge su due vulcani spenti, cornice ideale per escursioni e trekking. Da visitare il borgo di Santa Marina Salina, il laghetto di Lingua con il suo faro e la riserva naturale dei Monti delle Felci e dei Porri.

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Stromboli

Stromboli è celebre in tutto il mondo per il suo vulcano attivo che regala spettacolari eruzioni. L’isola si caratterizza per le sue case bianche, vicoli stretti e panorami indimenticabili. Non a caso, il trekking a Stromboli è una delle attività principali: potrai, infatti, fare escursioni guidate al cratere. Ma non solo: non perdere la gita in barca per osservare la Sciara del Fuoco e il relax sulle spiagge nere di Ficogrande.

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Filicudi

Filicudi è una delle isole più selvagge delle Eolie, apprezzata dagli amanti della natura incontaminata e della tranquillità assoluta. Qui, infatti, potrai capire perché le Eolie sono state nominate Patrimonio Unesco per la Sicilia. Esplora i sentieri che conducono a punti panoramici come Capo Graziano o alla Grotta del Bue Marino, ideale per escursioni in barca. Il villaggio di Pecorini Mare conserva ancora lo spirito autentico dell’isola, lontano dal turismo di massa.

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Alicudi

Alicudi è la più occidentale e isolata delle isole Eolie: qui il tempo sembra essersi fermato. L’isola non ha strade asfaltate né auto; si gira esclusivamente a piedi o con i muli lungo antichi sentieri lastricati. Alicudi è ideale per chi desidera staccare completamente dalla routine quotidiana, immergersi nella natura selvaggia e godere di panorami mozzafiato.

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Panarea

Panarea è la più piccola ma anche la più mondana delle isole Eolie, famosa per la sua vita notturna e le sue calette dall’acqua pulitissima. L’isola attrae ogni estate vip e turisti che frequentano i locali chic del porto o le terrazze panoramiche vista mare. Da non perdere le escursioni in barca verso gli isolotti circostanti come Basiluzzo e Lisca Bianca, oppure una giornata di relax tra le spiagge di Cala Junco e Cala degli Zimmari.

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