Non solo un itinerario ma una vera e propria esperienza da provare (almeno) una volta nella vita.

Chi, sfogliando un manuale di storia, non è rimasto stregato – almeno la durata di qualche pagina – da una civiltà tanto misteriosa quanto geniale, come quella degli antichi Egizi?

Si potrebbe parlare quasi di una “certezza granitica”. Granitica come la pietra utilizzata per costruire la camera funeraria del faraone Cheope nella sua piramide a Giza: l’unico edificio tra le Sette meraviglie del mondo antico che si può ammirare ancora ai giorni nostri. Già solo questo sarebbe un buon motivo per volare verso il Cairo e iniziare così questo affascinante viaggio indietro nel tempo.

Vedere stagliarsi all’orizzonte, nel bel mezzo di una piana desertica (a dire il vero, la capitale egiziana – la cui area metropolitana conta 22 milioni di abitanti, la più popolosa di tutto il continente africano – si è espansa così tanto che ormai le abitazioni sono arrivate alle porte di Giza), questi famosissimi monumenti sepolcrali è un’emozione unica, immaginando anche solo quanti miliardi di occhi si sono posati sulle loro pietre. Per esempio, solo per citare un nome altisonante, quelli di Erodoto: fa impressione pensare che quando lo storico greco le visitò nel V secolo a.C. avevano già ben duemila anni di vita.

La piana di Giza con le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino 

E un’altra esperienza da vivere (almeno) una volta nella vita è senz’altro quella di entrare al loro interno, sempre che non si soffra di claustrofobia: percorrendo degli stretti e lunghi cunicoli – talvolta costretti a farlo in ginocchio per quanto angusti – si può arrivare fino alla camera dove veniva custodito il sarcofago del faraone.

Come nel caso della piramide di Cheope (Khufu, in egiziano antico) – la più vetusta e la più colossale rispetto a quelle di Chefren (Khafre) e Micerino (Menkaure) – di cui qualcuno però potrebbe rimanere deluso: dopo tanto sudore (il tasso di umidità è altissimo) e il continuo schivare le persone che salgono e scendono impacciate dallo stesso percorso, si arriva in una stanza spoglia di cinque metri per dieci. Uno potrebbe dire, tutto qui? Ma se è vero che spesso non è tanto importante la meta quanto il percorso per arrivarci, l’idea di aver risalito il ventre di un edificio la cui costruzione è ancora oggi avvolta in un alone di mistero – la posa iniziò nel 2550 a.C, con “tecnologie” dell’epoca che riuscirono a sovrapporre oltre due milioni di blocchi di calcare del peso di almeno due tonnellate e mezzo l’uno per 146 metri d’altezza (ormai dieci in meno per via di uno strato di rivestimento di cui non è rimasto più nulla) – è già di per sé un’esperienza entusiasmante. E se pure foste perplessi, non provate a dirlo alla Sfinge: sguardo enigmatico e penetrante che incute una certa riverenza, sono secoli che custodisce questo segreto sorvegliando fiera un sito archeologico da più di 15 milioni di visitatori l’anno.

L’ingresso del GEM, la cui inaugurazione ufficiale è prevista entro la fine dell’anno

Capolavori dell’ingegneria antica e meraviglie dell’architettura contemporanea qui convivono in perfetta armonia, come dimostrato dal gioco di forme (e di sguardi) che lega le piramidi al nuovo museo egizio di Giza: la loro inconfondibile silhouette si riconosce dalle vetrate a tutt’altezza del Grand Egyptian Museum.

Progettato dallo studio irlandese Heneghan Peng Architects, anche il GEM può vantare numeri “faraonici”: costato 1 miliardo e mezzo di dollari, si estende su quasi 500mila metri quadrati di superficie che ne fanno il museo più grande al mondo (per avere un’idea, è quasi sette volte il Louvre di Parigi) e ospita 100 mila reperti. Solo l’area dedicata ai tesori di Tutankhamon – qui saranno trasferiti tutti i preziosissimi pezzi relativi al faraone bambino, custoditi finora allo storico Museo Egizio di piazza Tahrir, tra cui la celeberrima maschera d’oro 24 carati – ne conterrà 9mila a tema.

Una storia però, quella del GEM, finora molto travagliata. I lavori di costruzione iniziarono ufficialmente nel 2005 ma per colpa di varie vicissitudini, in particolare di natura politica – Primavera Araba, Rivoluzione dei Fratelli Musulmani, ripresa dei conflitti in Medio Oriente – per l’inaugurazione (oltretutto solo parziale) sono dovuti passare quasi vent’anni. Ed era atteso proprio per lo scorso luglio il grande opening – in concomitanza con l’apertura delle due gallerie dedicate al faraone più famoso d’Egitto, seppur non il più potente come invece fu Ramses II (non a caso una sua statua di 11 metri e 83 tonnellate troneggia proprio nell’atrio del museo) – slittata ancora una volta, sullo sfondo dell’escalation militare tra Iran e Israele che avrebbe distolto l’attenzione del mondo verso l’apertura simbolo del futuro del paese.

Nonostante il nuovo arrivato, l’antesignano e storico Museo Egizio del Cairo, che finora aveva ospitato la più vasta collezione al mondo di antichità egizie, continuerà a restare aperto anche se privato di alcuni dei suoi pezzi più rappresentativi. Come, per esempio, le 22 mummie di Re e Regine ricollocate al Museo Nazionale della Civiltà Egizia che ha aperto le porte nel 2020. E proprio alcuni dei capolavori del vecchio Museo Egizio arriveranno in autunno a Roma in occasione della mostra “Tesori dei Faraoni” alle Scuderie del Quirinale dal 24 ottobre, insieme ad altri provenienti dal Museo di Luxor.

La piscina panoramica dello Yacht Savoy, motonave di 50 metri di lunghezza  

Dopo una imprescindibile tappa al Cairo, è proprio a Luxor – l’antica Tebe si può comodamente raggiungere in un’ora di volo dalla capitale – che la crociera sul Nilo può avere inizio: da qui ci si imbarca su battelli che ridiscendono il fiume verso Assuan.

Come nel caso della motonave Savoy, un’esclusiva dell’Agenzia Viaggi Rallo (realtà storica specializzata su Egitto e viaggi archeologici): 12 spaziose ed eleganti suite distribuite su quattro ponti con tutti i confort di una casa in versione galleggiante, ma con un unicum. Seduti in salotto o rilassati nella vasca bagno, anche appena svegli dal proprio letto, basta girare un attimo lo sguardo ed ecco che le ampie finestre di ogni cabina svelano le sponde del Nilo scorrere lente: come fosse un quadro di Rothko, su una placida striscia azzurra si appoggia quella verde accesissima di palmeti rigogliosi, a cui se ne accosta un’altra ancora color ocra. Lo stacco cromatico tra acqua, vegetazione e deserto è ancora visibilmente netto, anche se dalla costruzione della diga di Assuan (eretta tra il 1960 e il 1970) le inondazioni sono ormai controllate e il limo – che rese possibile la vita in una terra circondata dall’arido Sahara e così lo sviluppo di una civiltà prospera come quella egizia – non riesce più depositarsi e a fertilizzare con la frequenza di un tempo.

Al tramonto è un piacere sedersi al cocktail bar o concedersi un tuffo in piscina nell’upper deck del battello e godersi il panorama tingersi di toni caldi lasciandosi accarezzare da una leggera brezza che porta con sé, in sottofondo, il richiamo ritmato del Muezzin alla preghiera.

Le imponenti colonne del tempio di Karnak

Questo momento della giornata è anche l’ideale per dedicarsi alla visita dei siti archeologici, non solo per sfuggire all’afa e al caos, ma anche per godersi un’atmosfera più intima: perdersi all’imbrunire nei meandri di un maestoso tempio di Luxor semi illuminato, con le ombre delle colossali statue di Ramses II e dei colonnati che si allungano a ogni passo sotto i propri occhi, rende l’esperienza ancora più suggestiva e acuisce quell’affascinante percezione di mistero che accompagnerà durante tutto il viaggio.

Grandiosità e imponenza, direttamente proporzionali alla potenza delle 30 dinastie che guidarono l’Antico Egitto, si respirano anche a ogni angolo del tempio di Karnak. Questo piccolo villaggio, appena 2 chilometri e mezzo a nord di Luxor, ospita un complesso monumentale di 100 ettari edificato in onore del dio Amon-Ra a cui si accede affrontando un viale fiancheggiato da sfingi con la testa d’ariete. A lasciare stupefatti è in particolare l’enorme sala ipostila da 134 colonne con capitelli papiformi che ipnotizzano lo sguardo verso l’alto, oltre a tutte le statue, obelischi e decorazioni con scene di cerimonie e battaglie che coprono ogni centimetro del campo visivo. Non c’è quasi spazio lasciato vuoto ed è un continuo meravigliarsi di come queste testimonianze siano arrivate così ben conservate ai giorni nostri. Merito del limo – sì sempre lui, scrisse bene Erodoto: “L’Egitto è il dono del Nilo” – che per secoli è riuscito a proteggere edifici e monumenti ricoperti da strati depositatisi durante le inondazioni del fiume sacro.

La tomba del faraone Ramses IV nella Valle dei Re

Un brullo paesaggio lunare circonda invece le tombe della Valle dei Re – (imperdibile) tappa a ovest di Luxor prevista in tutti gli itinerari di crociera. Nell’esplorazione di questa necropoli risalente al Nuovo Regno, incuneata in un grande wādī (valle), ci si può sentire un po’ Indiana Jones. O quasi. Niente serpenti o teschi che spuntano all’improvviso quando si scende sotto terra lungo i corridoi dei sepolcri che portano alla camera del sarcofago: nel percorso – decisamente molto meno disagevole rispetto a quello delle piramidi – si è circondati da bassorilievi e affreschi che sembrano essere stati dipinti il giorno prima per quanto i colori sono vividi.

E proprio in questo luogo di sepoltura, nel 1922, avvenne una delle scoperte archeologiche più sensazionali della storia dell’umanità. “Vedo cose meravigliose. Oro, ovunque il luccichio dell’oro!”, disse incredulo l’egittologo britannico Howard Carter quando intravide il corredo funerario dell’unico tumulo che nei secoli non era stato trafugato (o meglio, non del tutto) – questo perché rimasto nascosto sotto le rovine di un altro: un tesoro composto da oltre 5.000 oggetti e gioielli. Tra le sette tombe oggi visitabili, quella di Tutankhamon non è certo decorata come quelle di Ramses IV e Ramses IX – dalle pareti al soffitto, è un po’ come entrare in versioni egizie di Cappella Sistina (in miniatura) – ma ritrovarsi trovarsi faccia a faccia con la mummia di un faraone leggendario fa un certo effetto.

Il tempio di Hatshepsut 

Una sensazione continua di sbalordimento e stupefazione accompagna anche le soste successive della crociera sul Nilo: l’imponente tempio dedicato alla Regina Hatshepsut è unico nel suo genere perché ricavato in parte nella montagna retrostante; quello di Medinet Habu ha dimensioni impressionanti con colonne, pilastri e pareti – abbellite da raffigurazioni di divinità e scene di battaglie – che fanno sentire piccoli come un puntino.

Il tempo per elaborare tanta bellezza è offerto dalle cinque ore di navigazione da Luxor alla chiusa di Esna e poi ancora, da tutta la notte, fino ad Edfu dove visitare l’omonimo tempio (ben conservato perché rimasto per secoli nascosto sotto la sabbia).

Avvistare coccodrilli nuotare nel Nilo ormai è sempre più raro ma sarà curioso vederli invece mummificati al Crocodile Museum nei pressi del tempio di Kom Ombo, dedicato al dio rettile Sobek, tappa che precede un’altra delle grandi meraviglie dell’Antico Egitto: il complesso templare di Abu Simbel, scavato nella roccia.

La navigazione sul Nilo termina alla diga di Assuan – una delle maggiori opere contemporanee di ingegneria, 111 metri di altezza e quasi 4 chilometri di larghezza; in caso di siccità, la sua riserva d’acqua basterebbe a soddisfare il fabbisogno idrico del Paese per oltre due anni – ma in poco più di tre ore di pullman si possono raggiungere i templi dedicati al faraone Ramses II e all’amata moglie Nefertari.

Abu Simbel

L’origine e le traversie che li toccarono – negli anni 60’ un team di archeologi lavorò allo spostamento di questi mastodontici edifici, sezionati in più di mille blocchi per essere poi trasferiti e riassemblati su un altopiano 65 metri più in alto rispetto alla posizione originaria, per sfuggire al rischio inondazioni in seguito alla costruzione della famosa diga – sono raccontate da uno spettacolo di luci e videomapping che si tiene dopo il tramonto.

Il tempio di Philae

Stessa sorte, ossia completamente sommerso, sarebbe toccata al tempio di Philae se non fosse che nel 1974 fu anch’esso smontato e ricollocato in un altro punto – in questo caso la vicina e più alta isola di Agilkia.

La particolarità che lo rende speciale e diverso rispetto a tutti gli altri, oltre alle sue forme eleganti e solenni, è il fatto che si può raggiungere solo solcando le acque del lago Nasser a bordo di piccole imbarcazioni in legno.

Riscoprire il piacere della lentezza e lasciarsi sorprendere dal fascino del passato: ecco perché la crociera sul Nilo sarà un viaggio unico e indimenticabile. E la buona notizia è che l’autunno, sempre più vicino, sarà (insieme alla primavera) il periodo migliore per partire.