Sudafrica:classico con charme
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Brema è una città da attraversare lentamente. Non solo per la sua struttura a misura d’uomo o per la bellezza pacata delle sue architetture anseatiche, ma perché qui il movimento ha un ritmo diverso: quello della bicicletta. Capitale tedesca della mobilità dolce, Brema è oggi una delle città più ciclabili d’Europa, terza in classifica continentale per infrastrutture dedicate e protagonista di un’ampia offerta turistica su due ruote.
Ma pedalare a Brema non significa solo spostarsi in modo sostenibile: è un modo per scoprirla in profondità, immergendosi nei suoi quartieri storici, seguendo il corso del Weser e toccando con leggerezza il suo passato fiabesco e il suo presente green. La città è il punto di arrivo – e di partenza – di itinerari che fondono natura, storia e cultura. Uno su tutti: la Strada delle Fiabe, che nel 2025 celebra i suoi 50 anni. Questo leggendario percorso turistico lungo oltre 600 chilometri collega Hanau – città natale dei fratelli Grimm – a Brema, attraversando villaggi incantati e scenari tratti direttamente da un libro di racconti. Un filo narrativo che culmina proprio qui, dove i Musicanti di Brema accolgono i visitatori davanti al municipio, tra le pietre della piazza più iconica della città. In occasione dell’anniversario, Brema propone tour tematici, spettacoli, installazioni artistiche e attività digitali – come l’app Grimms Quest, pensata per coinvolgere famiglie e appassionati – che ridanno vita a leggende, favole e racconti popolari.
Pedalare a Brema significa anche partecipare a questa narrazione. Con il progetto BREMEN BIKE IT!, la città invita a scoprire il territorio su due ruote con tour guidati tra le strade del centro e i quartieri più suggestivi, ma anche in autonomia grazie alla rete capillare di piste ciclabili. Quasi sempre separate dal traffico veicolare, queste vie offrono sicurezza e comfort, rendendo la bici il mezzo ideale per esplorare il tessuto urbano in modo sostenibile. Le mappe cartacee disponibili negli infopoint turistici – e l’app Bike Citizens – aiutano a personalizzare i percorsi, adattandoli ai livelli di preparazione e ai propri interessi. E se il fiume Weser è parte del paesaggio quotidiano, diventa anche complice dell’esperienza cicloturistica. Gli itinerari che combinano bici e navigazione fluviale tra Brema e Bremerhaven consentono di vivere un’escursione rilassata e panoramica, con la possibilità di salire a bordo delle imbarcazioni con la propria bici al seguito, e continuare il viaggio sulla terraferma.
Per i più sportivi, l’appuntamento da segnare in agenda è ad agosto, con la GFNY Race 2025, gara internazionale che fa tappa anche a Brema. Un evento che unisce competizione e spettacolo, con percorsi di varia lunghezza aperti ad amatori e professionisti. Non mancano workshop, community ride e momenti di socialità che trasformano la passione per la bici in un’occasione di incontro. Nel frattempo, i più curiosi possono scoprire l’anima favolistica della città con le visite guidate per l’anniversario della Strada delle Fiabe, che da maggio a settembre animano il centro storico. Al Domshof, ogni domenica va in scena lo Stadtmusikantenspiel, performance teatrale che rievoca le gesta degli animali in cerca di libertà. La Kunsthalle ospita invece l’installazione “Wisera”, una foresta digitale che trasforma la fiaba in esperienza sensoriale. E per chi cerca un tocco tech, l’app BremenGo fa rivivere i Musicanti in 3D grazie alla realtà aumentata.
Brema non si racconta tutta in un giorno, e il viaggio lento – su due ruote, tra fiabe e fiume – resta il modo migliore per viverla. È una città che si lascia esplorare con calma, ma che sa sorprendere a ogni pedalata.
Le isole Chagos si trovano nell’Oceano Indiano: l’arcipelago è composto da atolli sommersi e altri disabitati. L’assenza dell’uomo ha permesso lo sviluppo della più grande barriera corallina vivente al mondo. Il territorio è stato al centro di una battaglia legale lunga decenni. Ora che si è conclusa, forse diventerà più facile accedere a questo luogo di incontaminata bellezza.
Le isole Chagos si trovano nell’Oceano Indiano, si tratta di un piccolo gruppo di atolli corallini (molti sommersi) che coprono poco più di 20 miglia quadrate, a sud delle Maldive. Attualmente le isole sono state dichiarate parco marino: qui la natura è ancora selvaggia, primitiva e incontaminata. Proprio l’assenza dell’uomo ha permesso lo sviluppo della più grande barriera corallina vivente al mondo, la “Great Chagos Bank”, che contiene una varietà incredibile di pesci e coralli. Le isole sono tutte disabitate a eccezione dell’isola Diego Garcia, particolarmente strategica a livello internazionale: qui, dopo aver deportato la popolazione locale (ricollocata alel Mauritius), fu costruita una base militare sotto il controllo condiviso di Regno Unito e Stati Uniti. I Chagossiani in questi decenni non hanno mai smesso di lottare per riappropriarsi della loro terra e hanno vinto.
La storia della base militare di Diego Garcia
I primi abitanti delle Chagos furono gli schiavi portati dai francesi nel XVIII secolo. In seguito, nel 1814, il territorio fu ceduto dalla Francia agli inglesi come parte di Mauritius. In epoca coloniale furono staccate da Mauritius per creare il Territorio Britannico dell’Oceano Indiano. Anche quando Mauritius ottenne l’indipendenza, nel 1968, il Regno Unito decise di mantenerne il possesso, nonostante Mauritius ne rivendicasse la sovranità.
Da quel momento la gente del posto fu costretta ad abbandonare la propria terra, le proprie case per far posto a una base militare statunitense sull’isola di Diego Garcia, che ospita navi militari e bombardieri a lungo raggio. Nessun volo, nessun permesso per le imbarcazioni: l’accesso era consentito solo alle persone collegate alla struttura militare, vietato ai civili, anche ai giornalisti. La giornalista di BBC News Alice Cuddy è una delle poche a cui è stato consentito l’accesso, per seguire il caso di una sessantina di profughi che sono bloccati lì da tre anni. È riuscita a entrare nell’isola solo dopo mesi di trattative che hanno coinvolto prima la Corte suprema del territorio e poi il governo statunitense, che le hanno imposto non pochi vincoli.
La svolta nella storia delle Isole Chagos
La Corte internazionale di giustizia aveva stabilito qualche anno fa che l’isola venisse restituita, ma la sentenza era stata ignorata: fino a oggi. Ai Chagossiani non fu mai permesso di tornare, ma non hanno mai smesso di lottare per i loro diritti. Ci sono state molte battaglie legali tra gli ex residenti dell’arcipelago e il governo britannico, che le ha sempre rivendicate come proprie. Ma qualcosa si è messo. Da quando la corte suprema delle Nazioni Unite ha stabilito che l’amministrazione del territorio da parte del Regno Unito era “illegale”, sono iniziati i negoziati per cedere il controllo delle isole a Mauritius.
La svolta si è avuta con l’avvento del governo laburista di Starmer, che ha finalmente voluto dare un segnale di svolta. Il nuovo accordo prevede la restituzione formale delle isole a Mauritius, ma lascia intatto il controllo di Londra sulla base militare di Diego Garcia. Mauritius dovrà anche implementare un programma di reinsediamento nelle isole dell’arcipelago degli abitanti originari, finanziato dal Regno Unito. In una dichiarazione congiunta dei governi del Regno Unito e di Mauritius si afferma che il trattato “affronterà i torti del passato e dimostrerà l’impegno di entrambe le parti a sostenere il benessere dei Chagossiani”, che finalmente possono tornare a casa. Diventerà anche una meta turistica, prima che atolli vengano tutti sommersi?
Come visitare le isole Chagos
A Diego Garcia vivono solo i militari americani: non è consentito l’accesso a nessuno, via mare non ci si può avvicinare a meno di tre miglia dalla base. Solo alcune barche a vela di passaggio possono fermarsi presso gli atolli di Peros Banhos o Salomon. Ci sono poche aree autorizzate, ottenere i permessi è difficile e in ogni caso si può permanere per un periodo di tempo limitato. Le autorità britanniche fanno ispezioni per controllare il permesso di soggiorno.
Il termine più adatto per definire le dune che si gettano nell’Oceano Atlantico nell’area del Parco di Iona in Angola, è sicuramente “maestose”. Un maestoso cordone, un vero e proprio muro ondulato di sabbia, che si scontra direttamente con le rive oceaniche, delimitandole per circa 40/50 km.
Dapprima Riserva nel 1937 e poi Parco Nazionale nel 1964, Iona è la più antica e grande area naturalistica dell’Angola. Situato a sud-ovest del paese, nella regione della Namibe, il suo territorio è una vasta distesa di montagne rocciose, colline e savane brulle, abitate da iene e antilopi nell’entroterra, che lasciano il posto al deserto del Namib man mano che ci si avvicina alla costa, in prossimità della frontiera con la Namibia.
Qui il gioco di sfumature cromatiche della sabbia crea delle vere e proprie striature di colore che virano dal giallo all’ocra, dal marrone al bordeaux, proprio come il manto di una tigre, da cui deriva il nome della Baia dos Tigres, forse la zona più suggestiva dell’intero parco.
Seguendo il ritmo della bassa marea, percorrendo la stretta battigia altrimenti occupata dalle onde durante la piena, tra le nebbie provocate dall’umidità oceanica che si scontra con il clima secco e arido del deserto, si può ammirare questa sensazionale baia sperduta e ai confini del mondo, se non fosse per il relitto “Vanessa”, a ricordarci dello sporadico passaggio di naviganti e pescatori lungo le coste. Il peschereccio si arenò nel 2006 e venne progressivamente inghiottito dalla sabbia, rendendolo oggi una vera e propria attrazione turistica.
Proseguendo verso sud si arriva in una zona particolarmente apprezzata da fenicotteri, foche e tartarughe, mentre a una decina di chilometri a largo delle coste è possibile raggiungere con un’imbarcazione l’Ilha dos Tigres, per una visita a Sao Martinho, vero e proprio villaggio fantasma, un tempo abitato da una fiorente comunità di pescatori ed oggi completamente abbandonato.
I resti della chiesa, delle case e della fabbrica dove veniva inscatolato il pesce, rimandano ad atmosfere spettrali veramente suggestive. Così come suggestiva è la motivazione che ha portato all’abbandono dell’isola. Fino agli anni ’60 del secolo scorso, infatti, l’Ilha dos Tigres era unita da un istmo alla terraferma, ma la forza oceanica ne ha sommerso inesorabilmente il collegamento naturale, condannandola a diventare un’isola fantasma per la mancanza di acqua potabile, obbligando quindi la popolazione a tornare sulla terraferma.
L’intera area del Parco Iona è apparentemente una delle zone più inospitali della terra, soprattutto lungo la costa, ma sorprendentemente attrattiva di atmosfere spettrali e suggestive, scorci naturalistici e tesori ambientali e faunistici, custoditi gelosamente tra le sabbie desertiche del Namib, le onde atlantiche, le rocce brulle dell’entroterra e le savane sconfinate.
Muovendosi dal Caspio verso il cuore dell’Asia centrale, la monotonia primordiale dei vasti deserti del Karakum e del Kyzylkum è interrotta dai campi e dalle oasi dell’antica Corasmia. Oggi, questa regione è parte dell’Uzbekistan (suddivisa fra la Repubblica autonoma del Karakalpakstan e la regione del Khorazm). Ieri, era uno dei principali poli dello sviluppo storico e perno della Grande Via della Seta. Qui, scorre l’Amu Darya, l’Oxus dei latini, il fiume più lungo dell’Asia Centrale (2.650 km), le cui acque sin dalla preistoria hanno permesso ai suoi abitanti di domare il deserto e dar vita a un’elaborata “civiltà idraulica”. A differenza della città di Khiva, ormai celebre e patrimonio Unesco, le ricchezze culturali di questa antica civiltà rimangono in larga misura inesplorate e fuori dai circuiti turistici classici.
A metà del primo millennio a.C., Dario I annesse la regione facendone una satrapia dell’Impero achemenide di Persia. Nei successivi duemila e cinquecento anni, continuò a esistere come un’entità geopolitica distinta e ben strutturata i cui sovrani, anche quando vassalli di altri imperi, si fregiavano del titolo di Khorezmshah. Durante questi secoli, quale centro più isolato del mondo sedentario centrasiatico, la Corasmia è vissuta come una sorta di “isola agricola”, collocata nel mezzo dei vasti spazi dominati dai cavalieri delle steppe (dapprima Sciti e Sarmati indoeuropei, più tardi Turchi e Mongoli). In quanto tale, sin dal primo millennio a.C., la regione ha incarnato una delle tensioni fondamentali della storia eurasiatica: quella tra il mondo sedentario agricolo, stabile, costruttore e quello nomade, dedito all’allevamento e alla guerra di razzia. Radicalmente differenti, seppur interconnessi.
L’epica persiana – codificata dal poeta Firdusi nel X secolo nello Shāhnāmeh (Il Libro dei Re) – espresse l’apprensione secolare di contadini e cittadini, che vivevano con il timore di vedere riversare orde di cavalieri sulle loro case e campi. All’Iran sedentario viene così contrapposto il Turan nomade, un mondo minaccioso, descritto come l’incarnazione del male, in un’eco dei popoli di Gog e Magog riportati nella Bibbia.
Con il passare dei secoli e delle migrazioni dall’Asia orientale, che portarono alla sostituzione etnica dai nomadi indoeuropei con quelli di ceppo turco, il Turan divenne Turkestan, la Terra dei Turchi, una delle denominazioni storiche dell’Asia centrale. Data questa pressione secolare, la difesa è sempre stata una priorità degli abitanti della Corasmia. Gli archeologi hanno rinvenuto insediamenti fortificati di tipo cittadino, databili già da prima del periodo achemenide. Sotto quest’impero il nord della regione venne dotato di un elaborato sistema di sofisticate fortificazioni militari a guardia del limes settentrionale. Sparse nel deserto del Kyzylkum, sono conosciute con il nome di Cinquanta Fortezze (Elliq Qala in uzbeko e karakalpako). La visita di questi luoghi è un’esperienza che muove profonde emozioni. Nonostante quasi duemila anni di erosione da parte delle piogge e dei venti invernali, molto della struttura architettonica in mattoni di fango di questi grandi insediamenti fortificati ha resistito nel tempo. Si possono oggi visitare liberamente e, spesso senza incontrare nessuno, esplorare per ore nel silenzio del deserto. I siti più spettacolari sono Toprak Kala (17 ettari di superficie) e Kyzyl Kala, a nord di Biruniy nel Karakalpakstan meridionale, e il complesso di fortezze di Ayaz Kala, nel distretto di Ellikkala. L’Unesco ha inserito queste opere nella lista provvisoria per lo status di Patrimonio dell’Umanità quali Castelli del Deserto dell’Antica Corasmia.
La storia antica della civiltà corasmiana, sin da prima dell’impero achemenide e fino al secondo millennio d.C., racconta dell’adesione dei suoi abitanti al mazdeismo, la più antica religione monoteista al mondo. Il fondatore, il profeta Zarathustra (o Zoroastro), potrebbe essere nato qui, dove secondo la tradizione raggiunse la rivelazione del Dio Aura Mazda, il Saggio Signore, bagnandosi nelle acque dell’Amu Darya.Straordinaria testimonianza di questa pagina di storia centrasiatica rimane nel sito di Chlipik, la Torre del Silenzio, a due ore di macchina dall’aeroporto di Urgench. Si tratta di una Dakhma (seppellire, dalla radice indoeuropea), una piattaforma costruita per le pratiche funerarie mazdeiste.
Secondo tale religione, le salme non possono essere né sepolte né incenerite, poiché la parte molle del corpo è impura, mentre sia la terra che l’aria sono sacri ad Aura Mazda. I corpi dei defunti dovevano quindi essere lasciati esposti al sole, per esserne spogliati della carne dagli agenti atmosferici e dagli uccelli predatori, mentre le loro anime reintegravano la natura. Solo dopo di ciò, le ossa potevano essere raccolte e tumulate. La Dakhma di Chilpik sfrutta un promontorio naturale per ergersi imponente come un monolite nel deserto, visibile da chilometri di distanza, a ridosso del corso dell’Amu Darya. Questa sua posizione strategica ha fatto sì che il sito venisse anch’esso utilizzato quale postazione di difesa contro i raid nomadi da nord.
Visitando Chilpik si può anche provare una delle usanze più diffuse in tutta la regione: legare un lembo di stoffa intorno a un arbusto, come gesto portafortuna. Si tratta di un ulteriore riflesso dell’eredità zoroastriana, secondo cui gli alberi sono considerati espressione della forza divina intrisa nella natura. Anche nello sciamanesimo nomadico la vegetazione può essere ricettacolo di spiriti o entità sovrannaturali. In tale contesto, lasciare un brandello dei propri indumenti sui rami diviene un atto simbolico per invocare la protezione degli spiriti del luogo o ringraziare per una benedizione ricevuta.
La specificità delle pratiche funerarie locali giustifica anche una visita alla necropoli di Mizdakhan, 70 chilometri più a nordovest di Chilpik. Si tratta di un luogo intriso di misticismo e segreti (si dice che qui sia la tomba del primo uomo, Adamo), dove i riferimenti mazdeisti sono stati sommersi da quelli islamici, di cui restano molte opere del periodo medievale. In primo luogo, il Mausoleo restaurato di Mazlum Khan Sulu, risalente al XIV secolo, edificio di culto a più cupole, con una vasta cripta sotterranea a pianta cruciforme e pareti a mosaico. Non meno singolare, il mausoleo del mistico sufi Shamun Nabi, che cela un inverosimile sarcofago lungo ben 25 metri. Queste imponenti strutture sono luoghi ideali per trovare refrigerio anche quando fuori le temperature si avvicinano ai 50 gradi. La genesi di questo tipo di architettura è associata alle più antiche strutture funerarie con tetto a tenda, identificate sin dall’antichità fra i nomadi del Mar d’Aral meridionale.
Da Nukus, il viaggio attraverso la regione prosegue verso gli spazi di quello che fino a cinquant’anni fa era il quarto lago più grande al mondo: il Mare d’Aral. Pur partendo da cambiamenti idro-ecologici costanti nell’evoluzione della regione attraverso i secoli, l’uso intensivo e irrazionale delle risorse idriche dell’Amu Darya ha portato, a partire dagli Anni Settanta del secolo scorso, al rapido prosciugamento del lago, causando uno dei più grandi disastri ambientali dell’epoca contemporanea.
La città di Muynak, oggi desolata nel nulla, era un tempo un porto di pescatori di grande importanza, come illustra, anche con strumenti audiovisivi, il locale museo storico. Fuori dal museo, si può passeggiare nel cimitero delle navi, su quello che era un tempo un fondale marino. Si tratta di un luogo altamente iconografico costellato dai relitti metallici delle navi arenate fra le sabbie.
Da Muynak si prosegue in 4×4 lungo gli ex fondali incontrando paesaggi lunari, inframmezzati da numerosi laghetti residui. Durante questo itinerario in un’altra dimensione, si può anche visitare il famigerato complesso militare sovietico Aralsk 7 su quella che era un tempo l’isola Vozrozhdeniya (in russo, della Resurrezione), importante centro per la sperimentazione di armi chimiche e biologiche, a suoi tempi uno dei luoghi più proibiti all’occhio degli stranieri di tutta l’Unione Sovietica. Lungo il tragitto, s’incontrano stormi di uccelli migratori, con oltre 230 specie ornitologiche avvistate.
Qui, l’ecoturismo si sta sviluppando rapidamente, anche come mezzo di supporto alla popolazione locale, rimasta a vivere in questo fragile ecosistema. Una sfida ulteriore, sono i progetti di sfruttamento gasifero e minerario di cui l’ex-Aral e il deserto attiguo del Kyzyl Kum sono ricchi. Per prevenire nuovi danni, le autorità hanno creato il Parco naturale nazionale di Aralkum e organizzano anche eventi alternativi, come l’annuale festival di musica elettronica, Stikhia.
Nell’estremo ovest del Kazakistan, si estende la regione del Mangystau, un luogo dove la straordinaria unicità del territorio e le tracce delle civiltà nomadi incise in esso creano uno spazio sospeso nel tempo, che ha ispirato particolari forme di spiritualità che si congiungono con la natura. La principale attrazione della regione sta nel suo paesaggio surreale e unico, quasi alieno, tanto che sembra uscito da un film di fantascienza. Un paesaggio che è risultato da una complessa storia geologica: 200 milioni di anni fa, durante il Mesozoico, le terre del Mangystau erano sommerse dalle acque dell’antico Oceano Tetide. I sedimenti marini depositatisi in questo periodo hanno formato strati di calcare, argilla e gesso, ancora ben visibili in spettacolari formazioni rocciose multicolori. Nelle ere successive, la regione si ritrovò su una linea di faglia tettonica che fece sollevare rilievi quali l’altopiano dello Ustyurt e le catene dell’Aktau e del Karatau (rispettivamente, Montagna Bianca e Nera), a completamento della complessa morfologia di questo territorio. Con il progressivo ritiro del mare, il Mangystau è divenuto un deserto dove, l’erosione eolica e il riflusso delle acque, hanno scolpito canyon, gole e formazioni rocciose dalle forme incredibili.
Luogo iconico di tali sommovimenti è il Monte Sherkala, a circa 170 chilometri dalla capitale regionale Aktau. Si tratta di un singolare monolite che si erge dal fondo desertico come una smisurata cupola o una yurta, ornata al centro da un largo strato di gesso, che la circonda come un’enorme sciarpa bianca. Osservandolo dal lato opposto, il massiccio ricorda un leone addormentato, con l’enorme testa posata sulle zampe, da cui il nome Sherkala che, in lingua turkmena significa, Montagna del Leone. Una formazione geologica non meno surreale è quella del Torysh, la Valle delle Sfere, dove si possono ammirare interi campi con migliaia di concrezioni rocciose a forma di palla dal diametro tra i 2 e i 5 metri. Ma sono ancora molti altri nella regione i paesaggi d’altri mondi scolpiti dal tempo. Tutti da scoprire…
Spostandosi a sudest, a 300 chilometri da Aktau si apre la valle di Bozzhyra con le sue spettacolari creste calcaree mesozoiche quali le Zanne Giganti, colossali stele di pietra che emergono, come un miraggio, dal deserto argilloso. E, ancora più a est, il Monte Bokty con i suoi pendii a fasce orizzontali multicolori e le montagne “tiramisù” di Kyzylkup, così chiamate per il loro disegno a strati, che vanno dal rosso al bianco. Ritornando verso il Caspio, le dune di Senek ondeggiano fino alla costa, dove il deserto incontra il mare in un abbraccio silenzioso e surreale. Aggiunge all’incredibile di una visita di questi luoghi, la possibilità di ritrovare, fra le sabbie, reperti dell’epoca in cui questo era un fondo oceanico: denti di squalo e fossili di ostriche, molluschi bivalvi e altri elementi di flora e microfauna marina.
Al di là della bellezza e dell’unicità dei suoi paesaggi, un’ulteriore attrattiva della regione è la sua straordinaria ricchezza culturale, condensatasi attraverso i secoli in cui il Mangystau ha svolto la funzione di crocevia d’interconnessione fra differenti civiltà. Da qui, passavano i rami della Via della Seta che collegavano l’Asia centrale con il Caucaso, la Crimea e l’Europa orientale attraverso il Mar Caspio e l’Ural. Ma, già millenni prima che le carovane dei mercanti solcassero le strade della regione, i popoli nomadi indoeuropei dominanti le steppe dell’Eurasia avevano stabilito corridoi transcontinentali di comunicazione, commercio e scambio culturale fra il Centro Asia, il Mar Nero e le civiltà del mondo antico europeo. Nella mitologia si possono trovare tracce di contatti fra queste steppe e il mondo greco, ben da prima dell’arrivo di Alessandro Magno nella regione (IV secolo a. C.). Secondo il mito della nascita del dio del Sole, Apollo, egli vide la luce sui monti Ripa, contrafforti meridionali degli Urali, patria preistorica dei primi nomadi indo-iraniani. L’infante divino sarebbe poi stato portato in Grecia su un carro sospinto da cigni bianchi, nel giorno dell’equinozio di primavera. Da sempre, all’inizio della primavera si verifica una migrazione di massa di cigni dagli Urali verso il Mediterraneo, un fatto che supporta l’esistenza di contatti fra i greci e i popoli indo-iranici sin dalla notte dei tempi. L’equinozio di primavera, il Nawruz, è poi una delle ricorrenze più celebrate da tutti i popoli che abitano oggi le terre fra la Turchia e la Cina.
Ancora oggi il Mangystau rimane una terra marcata dallo stile di vita nomadico, che ha caratterizzato la vita umana su queste terre fino allo scorso secolo. Oltre a essere riflessa nello stemma della regione, tale eredità si ritrova nella presenza delle yurte, le tende tradizionali dei nomadi mongoli e turchi, un tempo uniche abitazioni dei locali, che permangono a punteggiare le distese della regione e in cui si può pernottare durante il viaggio. Durante il Nawruz, in questi accampamenti, può capitare di assaggiare specialità della cucina tradizionale, come il beshparmak, il piatto nazionale di carne e pasta sfoglia, e il kumis, il latte di cavalla o cammella fermentato o, in primavera, la nauryz-kozhe la ricca zuppa simbolo di prosperità e abbondanza. Assistendo magari anche alle esibizioni dei bardi che, con le loro dombre, strumenti a corda, improvvisano competizioni poetiche dette Aitys.
Le antiche civiltà nomadi hanno lasciato molteplici tracce fra gli altopiani rocciosi della regione, come i petroglifi della valle di Tamgaly e nel canyon di Tushchikys. Qui, si ritrovano migliaia di incisioni rupestri: raffigurano scene di caccia, rituali e creature mitiche. Il significato di questi messaggi dalla preistoria è dibattuto. Secondo certi studi, alcuni gruppi di petroglifi rimandano a mappe celesti e configurano rituali per le divinità cosmiche. Ben prima dell’Islam, la spiritualità dei popoli nomadi si esprimeva nel Tengrismo, l’antica religione sciamanica delle steppe euroasiatiche. Invisibile ma onnipresente, il Tengri, il Dio Cielo Eterno, manifesta il proprio potere attraverso le forme della natura. Tutta la terra (a volte entità divina a sé, detta Etugen ezhe) è sacra, come lo sono le montagne, quali il Sherkala e le altre stele del deserto, elementi di congiunzione fra il Padre Celeste e la dimora dei suoi figli.
Solo dopo il passaggio nel secondo millennio, la religiosità centrasiatica assume le forme dell’Islam. Ciò avvenne per opera dei predicatori ambulanti sufi (baba o sheikh), sapienti che seppero adattarsi alle tradizioni nomadiche preislamiche di queste genti, assumendo le funzioni ancestrali degli sciamani di guarigione e intermediazione fra Cielo e Terra. Questo sincretismo religioso si ritrova nelle moschee rupestri e negli annessi luoghi di sepoltura dei santi sufi. Come la necropoli di Shakpak-Ata, il più antico (X secolo) luogo di culto islamico del Mangystau. Fra le cupole dei suoi mausolei decorati da motivi geometrici, si avvertono echi di zoroastrismo e altri culti preislamici, tali da rendere questo sito un portale attraverso il ricco patrimonio storico della regione.
Un altro luogo misterioso del Mangystau è il mausoleo con moschea sotterranea dello sheikh Beket-Ata (1750-1813), il Maometto del Mangystau. La sua tomba è considerata il vero cuore spirituale della regione, meta di pellegrinaggi dal giorno della scomparsa. Il sepolcro si raggiunge attraversando un tunnel angusto, metafora di un percorso simbolico verso l’aldilà.
Si potrebbe affermare che un viaggio in queste terre richieda forse una preparazione particolare. Nei secoli, coloro che osavano traversare questi spazi immensi e surreali erano mossi, oltre che da commerci e spirito d’avventura, anche da un autentico desiderio di scoperta. Del mondo quanto di sé stessi, poiché la carica onirica e spirituale del Mangystau non può non spingere all’introspezione. Più che una destinazione insolita, la regione può essere occasione per un viaggio filosofico, in cui riflettere sull’esistenza umana e il suo mutamento attraverso altre ere e civiltà.
Non meno importante, considerare come in queste regioni il turismo deve contribuire alla preservazione di un ecosistema fragile e già provato dall’industria estrattiva, fornendo supporto alle sue comunità. Un grave problema è l’impatto sulla fauna, in primo luogo l’antilope saiga, una specie integrale al paesaggio del Mangystau, a rischio d’estinzione per il bracconaggio, che ne ricerca le corna, molto richieste dalla medicina tradizionale cinese.