Gerona e Sant Pol de Mar, l’antica bellezza della costa catalana

Gerona e Sant Pol de Mar, l’antica bellezza della costa catalana

Esiste un angolo di Catalogna dove l’antichità si specchia nel mare, tra mura millenarie che hanno fatto la Storia e borghi-gioiello di vicoli acciottolati. Un territorio lento, fatto di cultura e profumo di salsedine, di case colorate affacciate sul fiume e di ricordi di vita di pescatori. Un pezzo di mondo che si svela tra cattedrali, musei e sentieri a picco sul mare, perfetto anche per un viaggio di pochissimi giorni. Ecco la nostra proposta di itinerario tra Costa Brava e del Maresme, tra Gerona e Sant Pol de Mar.

Girona (Getty)
Girona 

Il capoluogo della Costa Brava

Incastonata tra montagne e mare, Girona – unica denominazione ufficiale della città; in italiano Gerona – è una delle città più belle della Catalogna. Protetta dalle fredde correnti settentrionali dall’imponenza dei Pirenei, il capoluogo della Costa Brava dista appena un’ora da Barcellona, ed è la meta ideale sia per una visita di un giorno che per un weekend dedicato alla scoperta di un territorio così ricco di arte e Storia. I profumi di pietra antica e quelli dei dolci tipici, gli aromi dei caffè e quelli dei piatti della cucina locale si mescolano tra le vie del centro evocando un passato nobile e brillante come i colori delle case affacciate lungo il corso del fiume Onyar, che taglia la città in due parti. Per spostarsi da una sponda all’altra del fiume si può percorrere il Ponte de Les Peixateries Velles (noto anche come “il ponte dei vecchi pescivendoli”), una passerella metallica progettata e costruita nel 1877 dallo studio di Gustave Eiffel, oppure optare per il passaggio sul Pont de Pedra, dove la linea dell’orizzonte sembra fondere il cielo e la terra.

Crocevia di civiltà e culture

La città è una delle quattro aree amministrative della Catalogna insieme a Barcellona, Tarragona e Lleida, nonché la più vicina al confine col territorio francese. Sorge nell’entroterra, ma dista davvero poco dal mare, ragion per cui è sempre stata un obiettivo conteso da varie civiltà e culture; il susseguirsi di dominazioni diverse ha forgiato nel tempo un’identità locale densa di testimonianze storiche e contrasti culturali, ed è questa una chiave importantissima per comprendere e amare Girona. Ma è forse l’acqua l’elemento distintivo principale della sua personalità: il centro abitato si sviluppa infatti nella cosiddetta Piana di Girona (Pla de Gerona), esatto punto di unione dei fiumi Onyar, Güell, Galligants e Ter. Abitata nei secoli da iberi, romani e arabi, Girona è un vero e proprio centro multiculturale e per scoprire al meglio le sue radici si può visitare il Museo di Sant Pere de Galligants, che custodisce i reperti del passaggio dei greci, mentre l’eredità di quella che fu una delle più insigni comunità ebraiche dell’Europa occidentale si respira nell’antico ghetto di El Call.

Girona (Getty)
Girona 

Le vie dei mercanti

Nel quartiere di Mercadal ecco Plaça de la Independència, uno dei punti di ritrovo più dinamici e frequentati della città, mentre chi ama la Storia può anche andare alla scoperta di un pezzo della leggendaria Via Augusta, l’antica arteria stradale romana che collegava Roma alla penisola iberica. Camminando sulla pavimentazione in pietra di Carrer de la Força il pensiero va ai mercanti che, dal decimo al quindicesimo secolo, transitavano lungo il percorso coi loro carichi di merci. Raggiungendo la Plaça del Vi, ecco invece l’atmosfera dell’antico mercato cittadino, dove i viticoltori si riunivano per scambiare il vino con stoffe di valore e altri beni. Da vedere anche la Cattedrale dedicata a Santa Maria, che sorge dove un tempo si trovava una moschea, a sua volta edificata sui resti di un tempio di epoca romana. La Cattedrale detiene un primato architettonico mondiale: la sua navata in stile gotico è infatti lunga ben 23 metri, seconda su scala generale solo alla Basilica di San Pietro in Vaticano.

Alla scoperta del Noucentisme

All’interno del Barri Vell si incontra infine la Lleona, leonessa di pietra posizionata in cima a una colonna. Consuetudine vuole che all’arrivo o alla partenza da Girona si baci il retro della statua: credenza vuole che farlo garantisca una cospicua dose di fortuna per il futuro. La città offre anche spunti interessati per andare alla scoperta del Noucentisme, movimento di rinnovamento culturale che prese piede in Catalogna nei primi anni del Novecento, in aperta rottura con i canoni del Modernismo. Caratterizzato dal ritorno al classicismo, all’ordine, alla ragione e ai valori mediterranei, fu ideato e promosso dallo scrittore Eugeni d’Ors. Le architetture più emblematiche di questa corrente si devono al maestro Rafael Masó e tra le opere da visitare ci sono la Farinera Teixidor, la dimora natale dello stesso Masó e la sede del centro culturale Athenea. Girona è servita da un aeroporto bel collegato con Pisa, Roma e Pescara. Per chi si muove da Barcellona, è invece facilmente raggiungibile sia in auto che con i mezzi, in circa un’ora; se si opta per i treni ad alta velocità, la durata del viaggio si riduce ad appena trenta minuti.

Sant Pol de Mar (Getty)
Sant Pol de Mar 

Sant Pol de Mar, antico borgo di pescatori

A pochi chilometri, lungo la costa del Maresme, a nord di Barcellona, incontriamo poi Sant Pol de Mar, antico villaggio di pescatori con case bianche che scendono lungo la collina fino a toccare il mare, e strade strette e tranquille, calette rocciose e spiagge sabbiose, bagnate da acque cristalline. Passeggiando per le vie a gradoni del suo centro storico, costruzioni moderniste si alternano a vecchie scuole, tra la bellezza del ferro battuto artigianale e l’eleganza delle piastrelle dipinte. Case ottocentesche in stile “indiano” e giardini decorati con fontane e palme in puro stile americano si stagliano di fronte al mare, accanto a edifici legati alla tradizione marinara del paese. In questo continuo contrasto fra antico e moderno, tra un ricordo passato e un’idea di futuro, sta l’anima di questo borgo tanto amato dai catalani e non solo. Imperdibile una passeggiata alla spiaggia di les Barques, la più centrale ed emblematica, che deve il nome alla storica presenza delle barche dei pescatori locali sulla sabbia dorata.

Un centro storico tutto da scoprire

L’elemento più caratteristico del paese è l’eremo di Sant Pau, costruito su un promontorio sopra il mare, in passato monastero benedettino. L’edificio è il nucleo originario da cui è nato l’intero borgo ed è protetto come bene culturale di interesse nazionale. Altro importante edificio è la chiesa di Sant Jaume (XVI secolo), che può essere visitata solo durante la messa (dal lunedì alla domenica, alle otto di sera, e la domenica e il pubblico, sempre alle undici del mattino). L’edificio in stile tardo gotico utilizza come campanile la struttura di una vecchia torre di difesa del secolo precedente. Infine, per gli amanti dell’arte, da visitare il Museo della Pittura, con opere, tra gli altri, di Ramon Casas, Ramon Pichot, Joan Miró e Perejaume. Il paese è facile da raggiungere da Barcellona, perché gode di un’ottima connessione ferroviaria grazie alla linea Rodalies (R1), con treni frequenti che collegano il centro della capitale catalana direttamente alla stazione di Sant Pol, in meno di un’ora.

 

Slovenia d’autunno, la stagione dell’armonia: tra Carso, vigneti e acque termali

Slovenia d’autunno, la stagione dell’armonia: tra Carso, vigneti e acque termali

Dal Carso alle colline del vino, dalle osmice alle terme della Slovenia orientale: quando l’estate lascia spazio all’autunno, il Paese cambia ritmo e invita a viaggiare senza fretta.

Abbastanza piccola da poter cambiare paesaggio in poche ore, ma abbastanza diversa da trasformare ogni deviazione in un nuovo percorso. In Slovenia le distanze sembrano fatte per essere percorse lentamente. Dal blu dell’Adriatico alle Alpi Giulie, dal livello del mare ai 2.864 metri del Triglav, la geografia del Paese condensa in pochi chilometri paesaggi molto diversi.

Autunno al lago di Bled (crediti Ente Sloveno per il Turismo)
Autunno al lago di Bled 

 

L’autunno, esaurita l’attrazione fatale delle spiagge e del mare, suggerisce una terza possibilità; quella dell’armonia. L’autunno è infatti la stagione delle colline coperte di vigneti, dei borghi di pietra, delle strade secondarie che attraversano il Carso, delle cantine dove il mosto diventa vino e delle località termali immerse nel paesaggio della Slovenia pannonica. Una Slovenia meno spettacolare, forse, ma proprio per questo più intima. Una destinazione da attraversare senza l’urgenza di arrivare. La luce si fa più morbida, le temperature invitano a camminare e la tavola diventa parte integrante del viaggio. Non c’è bisogno di scegliere tra mare e montagna, tra attività e riposo, tra gastronomia e natura. In poche ore si può passare da un borgo carsico a una cantina, da una passeggiata tra i vigneti a una piscina termale, da una piazza di Lubiana alle rive del lago di Bohinj.

 

Slovenia alpina – Špičnik, il cuore tra i vigneti (crediti Ente Sloveno per il Turismo)
Slovenia alpina – Špičnik, il cuore tra i vigneti 

 

Štanjel, il borgo del Carso dove l’acqua diventa architettura

Uno dei luoghi da cui partire è Štanjel, borgo medievale arroccato sul Carso sloveno, a pochi chilometri dal confine italiano dove l’autunno si scopre tra le vigne, i muretti a secco, i boschi che cambiano colore e le case di pietra. Proprio quelle case in pietra, le strade strette e le fortificazioni che raccontano un territorio abituato a convivere con una risorsa tutt’altro che scontata: l’acqua. Qui l’architettura di Maks Fabiani, uno dei protagonisti dell’architettura mitteleuropea tra Otto e Novecento, ha lasciato un’impronta decisiva. Il complesso della Villa Ferrari e il suo giardino sono tra gli esempi più interessanti di come un paesaggio apparentemente aspro possa essere trasformato in un luogo armonico. Il Giardino Ferrari è infatti molto più di un giardino panoramico: è anche il risultato di un ingegnoso sistema di raccolta e gestione dell’acqua piovana. Nel 2026 Štanjel ha inoltre aperto la rinnovata Casa Natalija, trasformata in nuovo ingresso e centro di interpretazione del Giardino Ferrari, rafforzando il ruolo del borgo come porta d’accesso al patrimonio culturale del Carso.

L’osmizza non è una degustazione: è un modo di stare a tavola

Per capire davvero il Carso, però, bisogna sedersi a tavola. Le osmice, i locali tipici dove si vendono e si consumano i prodotti del luogo, sono uno dei modi più autentici per farlo, soprattutto concedendosi quel tanto che basta per scambiare qualche parola con chi li produce. Nate nel Settecento grazie a un decreto di Maria Teresa d’Austria, che consentiva ai contadini di vendere direttamente il vino prodotto nelle proprie aziende per otto giorni all’anno, oggi le osmice continuano a vivere e, soprattutto in primavera e autunno, quando alcune aziende agricole aprono le proprie porte per vendere direttamente vino e prodotti della casa. Il segnale da cercare è quello più semplice: una frasca, spesso un ramo d’edera, appesa all’ingresso. All’interno non ci sono necessariamente menu elaborati o percorsi di degustazione. Ci sono invece tavoli, bottiglie, salumi, formaggi, pane, piatti casalinghi e il vino prodotto in azienda. Nel Carso il protagonista è spesso il Teran, mentre il pršut e la pancetta carsica raccontano il rapporto con il clima e con la bora.

Tra il mare di oggi e quello di milioni di anni fa

La Slovenia ha appena 47 chilometri circa di costa, ma il mare ha lasciato un’impronta molto più ampia della sua estensione geografica. A Portorose, Pirano e Strugnano, la tradizione del benessere è legata da tempo alle risorse del Mediterraneo: acqua marina, sale, salamoia e fanghi delle saline. Alle porte di Portorose, il Parco naturale delle Saline di Sicciole, le saline più settentrionali del Mar Mediterraneo, conserva uno dei paesaggi più caratteristici della costa slovena. Qui la produzione del sale segue ancora metodi tradizionali e proprio questo ambiente ha dato origine a una particolare forma di talassoterapia. Il centro Lepa Vida, immerso nelle saline, utilizza salamoia e fango delle saline in trattamenti che trasformano il paesaggio stesso in parte dell’esperienza. Ma per capire la ricchezza termale slovena bisogna spostarsi verso est. Milioni di anni fa una parte dell’Europa centrale era occupata dal Mare Pannonico. Il mare è scomparso, ma la sua storia geologica continua a essere leggibile nelle acque profonde che alimentano numerose sorgenti termali e minerali della Slovenia orientale. Il risultato è una concentrazione particolarmente elevata di località termali, molte delle quali si trovano in un paesaggio di vigneti, castelli e dolci colline.

Dalle terme austro-ungariche alle piscine nella campagna

 

Terme 3000, Moravske Toplice (crediti Ente Sloveno per il Turismo)
Terme 3000, Moravske Toplice 

 

L’intera Slovenia conta 87 sorgenti di acque minerali e termali che alimentano le toplice, le storiche località termali, e la maggior parte di queste si concentrano proprio nell’area orientale della Slovenia. Qui il termine sloveno toplice, utilizzato per indicare le località termali, racconta una tradizione che va ben oltre il moderno concetto di spa perché le terme sorgono tra vigneti, castelli e dolci colline, dove l’acqua termominerale, i fanghi, le torbe e le salamoie accompagnano da secoli percorsi dedicati alla salute e al relax. A Rogaška Slatina, per esempio, la storia termale risale a circa quattro secoli fa. La località è legata soprattutto alla Donat Mg, acqua minerale naturale caratterizzata da una concentrazione eccezionalmente elevata di magnesio. Il centro termale conserva ancora parte dell’eleganza mitteleuropea dell’epoca austro-ungarica, quando Rogaška attirava visitatori e aristocratici da diverse parti d’Europa.

A Moravske Toplice, nel Prekmurje, l’elemento più curioso è invece l’acqua termominerale nera. La sorgente raggiunge la superficie da una profondità di circa 1.100 metri e ha una temperatura di circa 72 °C; viene poi utilizzata nelle strutture termali della zona. Più a sud, Dolenjska abbina invece acqua termale e colline vitate, mentre altre località, come Dobrna, vantano una tradizione termale di oltre sei secoli. La Slovenia orientale diventa così una destinazione dove il benessere non è separato dal territorio: si può passare dalla piscina termale a una strada tra i vigneti, da un castello a una cantina, senza cambiare realmente paesaggio.

Le colline del vino, dal Collio a Maribor

E poi c’è il vino, che è forse il filo più evidente che attraversa la Slovenia d’autunno. A ovest, le Brda, il Collio sloveno, disegnano un paesaggio di colline morbide che continua idealmente quello italiano oltre il confine. A est, la Stiria slovena e la regione di Maribor offrono un altro volto della cultura vitivinicola, fatto di cantine, strade panoramiche e antiche vigne. A Maribor cresce la Stara trta, considerata la vite più antica al mondo ancora produttiva e celebrata dal Guinness World Records. Il suo tronco, sostenuto dalla facciata di una casa nel centro storico, è diventato uno dei simboli della città. Dal 24 al 27 settembre 2026, il Festival della Stara trta porterà nel centro di Maribor degustazioni, appuntamenti culturali e iniziative dedicate alla vite e al vino, celebrando una pianta che ha circa 450 anni.

Lubiana, il paese in una piazza

 

Lubiana, Odprta Kuhna - Cucina aperta -(crediti Ente Sloveno per il Turismo)
Lubiana, Odprta Kuhna – Cucina aperta 

 

Per assaggiare una sintesi della cucina slovena senza mettersi subito in viaggio verso le campagne, basta arrivare a Lubiana. Ogni venerdì di bel tempo fino alla fine di ottobre, la Odprta kuhna, la “cucina aperta”, trasforma piazza Pogačar in un grande mercato gastronomico all’aperto. Dalle 10 alle 22, produttori, ristoratori e chef propongono piatti sloveni e interpretazioni contemporanee della cucina internazionale. È un appuntamento particolarmente adatto all’autunno perché restituisce l’idea di una capitale piccola e vivibile, dove la dimensione urbana rimane in dialogo con quella rurale. Dalla piazza si può cominciare a conoscere la Slovenia attraverso i suoi sapori e poi, il giorno successivo, seguirli fuori città: verso il Carso, le Brda o le colline della Stiria.

San Martino a Šmartno, quando il borgo diventa una cantina

Il calendario autunnale trova uno dei suoi appuntamenti più scenografici a Šmartno, nelle Brda. Il 7 e 8 novembre 2026 il piccolo borgo medievale ospiterà la Festa di San Martino, tradizionale celebrazione del passaggio simbolico dal mosto al vino. Le strade e le piazzette in pietra saranno animate da degustazioni, incontri con i produttori, specialità locali, musica e iniziative culturali. San Martino è, del resto, una festa particolarmente adatta alla Slovenia delle mezze stagioni. Non celebra soltanto un prodotto, ma un passaggio: quello dalla vendemmia al vino, dal lavoro nei campi alla convivialità. Nel nome della lentezza.

Bohinj, leggere mentre il paesaggio rallenta

La stessa idea di lentezza arriva anche da un territorio apparentemente lontano dalle strade del vino. Dal 1° al 4 ottobre 2026, sulle rive del lago di Bohinj, è in programma la prima edizione del Retreat di Lettura Connect, un’esperienza di quattro giorni dedicata a libri, natura e tempo per sé, realizzata con la partecipazione dello scrittore Matteo B. Bianchi. Il programma comprende momenti di lettura, attività all’aperto, incontri e un laboratorio di scrittura. Bohinj, nel cuore delle Alpi Giulie e del Parco nazionale del Triglav, è uno dei luoghi in cui questa idea trova una scenografia naturale particolarmente forte. E non serve necessariamente affrontare il Triglav: la montagna più alta della Slovenia, con i suoi 2.864 metri, richiede preparazione e presenta itinerari impegnativi; il territorio offre invece numerosi percorsi più accessibili per chi vuole camminare senza trasformare il viaggio in una spedizione alpinistica.

Croazia, viaggio d’autunno tra tartufi, vini, terme e paesaggi dell’Adriatico

Croazia, viaggio d’autunno tra tartufi, vini, terme e paesaggi dell’Adriatico

 

L’autunno è il momento perfetto per partire, esplorare una Croazia più autentica, da vivere senza fretta.
Un viaggio tra borghi medievali, boschi dorati, vigneti, mare e sapori autentici. A pochi passi dall’Italia. L’autunno è la stagione più golosa per vivere l’Istria. A Motovun, arroccata sulla valle del fiume Mirna, è il momento del re della tavola, il tartufo, soprattutto il pregiato tartufo bianco. Nella vicina Grožnjan, la città degli artisti, i vicoli in pietra, gli atelier e i panorami sulle colline conquistano al primo sguardo. Ma qui l’arte si ritrova anche a tavola, nelle konobe e nei ristoranti del borgo arrivano tartufi, funghi di bosco, formaggi locali e pasta fatta in casa, accompagnati con i grandi vini istriani. Nei calici brillano la Malvasia, bianca e aromatica, o il Terrano, dai toni rossi intensi. È anche tempo di vendemmia e di raccolta delle olive mentre nei boschi si cercano tartufi e castagne. Sono esperienze semplici in un viaggio tra sapori, profumi e tradizioni, dove l’autunno si assaggia.

Regione europea della Gastronomia, il Quarnaro conquista a tavola con gli scampi accompagnati dalla Žlahtina, il vino bianco autoctono dell’isola di Krk, ma anche con i celebri marroni di Lovran. Ogni ottobre, Marunada, la tradizionale Sagra dei marroni di Lovran, celebra questo frutto con caldarroste, dolci, piatti della tradizione, grappe e persino una curiosa birra ai marroni. Un appuntamento goloso che The Guardian ha inserito tra i dieci migliori eventi gastronomici autunnali d’Europa. A Opatija, il Lungomare di 12 km, che collega Volosko e Lovran, invita a passeggiare, correre o pedalare respirando l’aria del mare. Tra eleganti hotel storici, Spa e parchi cittadini, come il suggestivo Parco di Villa Angiolina, l’autunno diventa il momento perfetto per rallentare e dedicarsi alla cura di corpo e mente. E per chi cerca la natura, il vicino Monte Učka regala boschi dai colori caldi, biodiversità e panorami dove si incontrano habitat mediterranei e continentali.

Tra Città Bassa e Città Alta, Zagabria unisce storia, energia urbana e un ricco calendario di eventi. Ogni ottobre, la capitale ospita la Zagreb Marathon, con percorsi per maratona, mezza maratona, 10 km e bambini. Un modo insolito per vivere Zagabria, correndo tra i suoi luoghi più iconici e respirando l’energia della città. Per chi preferisce ritmi più tranquilli, c’è il Parco Maksimir, uno dei più grandi parchi pubblici d’Europa e sede dello Zoo. Tra laghi, sentieri e viali alberati è perfetto per una passeggiata o un giro in bicicletta. Completa il percorso con una curiosità gastronomica: quando arriva l’autunno fino a tutto l’inverno, nelle pasticcerie compare il kesten pire, una morbida crema di castagne che ricorda il celebre Mont Blanc servita con panna montata.

Nel cuore della Croazia centrale, Varaždin conquista con il suo fascino barocco, piazze eleganti, palazzi colorati e atmosfere romantiche fanno da cornice al suo celebre castello, simbolo della città. Il ricco calendario di eventi culturali e musicali le ha regalato anche un curioso soprannome, città dei festival. Poco distante, Ludbreg sorprende con una storia tutta da raccontare. Sorta sulle fondamenta di un antico insediamento romano, custodisce il Castello Batthyány, passato da fortezza medievale a raffinata residenza barocca. Ma la vera curiosità è la sua fama di “centro del mondo”. Secondo una tradizione locale, qui furono tracciati i cerchi che indicavano la posizione delle principali città europee. Da questa leggenda nasce un progetto culturale fatto di installazioni, simboli e racconti. E dopo storia e leggende, il viaggio cambia il ritmo nelle terme dello Zagorje e del Međimurje, tra sorgenti calde, relax e momenti di puro benessere.

A est, Vukovar affascina con il suo centro storico e il Castello Eltz, sede del Museo civico, dove collezioni archeologiche, storiche, culturali e artistiche raccontano la lunga storia della città. A pochi chilometri dal centro, si trova il Museo della cultura e sito archeologico di Vučedol, dedicato a una delle più importanti culture preistoriche europee, sviluppatasi sulla riva destra del Danubio. Tra i reperti più noti è la Colomba di Vučedol, il vasellame di culto a forma di uccello, realizzato tra il 2800 e il 2400 a.C. Per chi ama viaggiare lentamente, da Vukovar passa la Ciclovia del Danubio (EuroVelo 6), una delle grandi ciclovie europee, che attraversa per 150 km la Croazia orientale, seguendo il corso del Danubio e della Drava. Un itinerario che invita a scoprire il territorio pedalando tra paesaggi fluviali, natura e vigneti, con soste nelle cantine locali. E tra una pedalata e l’altra, spazio alla Graševina, alla cucina locale e all’ospitalità croata.

E poi c’è la costa dalmata, perfetta per un road trip d’autunno tra città d’arte, parchi naturali, panorami sull’Adriatico e territori dove la gastronomia racconta tradizioni antiche. A Zara, i tramonti sul mare fanno da colonna sonora alle passeggiate tra Foro romano, Organo Marino e Saluto al Sole. Poco distante, il Parco nazionale di Paklenica invita a esplorare canyon, sentieri e pareti rocciose, mentre la grotta Manita peć apre le porte a un affascinante mondo sotterraneo. Nella regione di Šibenik, il Parco nazionale Krka regala cascate e paesaggi dai colori d’autunno. A Drniš e Knin storia e attività outdoor incontrano i sapori del territorio, con il celebre prosciutto di Drniš. Più a sud, Spalato, Trogir e Makarska uniscono storia e atmosfera mediterranea. Dal Biokovo Skywalk, lo sguardo abbraccia la costa e l’Adriatico, mentre a tavola la pašticada, accompagnata da un calice di Plavac Mali, racconta tutta l’anima gastronomica della Dalmazia. Infine Dubrovnik, con le sue mura, lo Stradun e la Città Vecchia, conduce verso  Ston e la penisola di Pelješac. Qui l’autunno profuma di ostriche, antiche saline e vigneti, dove nascono i celebri vini Dingač e Postup.

PRINCIPALI EVENTI D’AUTUNNO

GOOD FOOD FESTIVAL, FINO AL 18 OTTOBRE 2026, DUBROVNIK

Principale evento enogastronomico autunnale della città, dedicato ai sapori autentici della tradizione dalmata e mediterranea. Per due settimane Dubrovnik si anima con cene gourmet, degustazioni di vini e prodotti locali, street food, laboratori di cucina, escursioni gastronomiche e menù speciali proposti dai migliori ristoranti della città.

FESTIVAL DEL TERRANO E DEL TARTUFO, 17 – 18.10. 2026, MOTOVUN (ISTRIA)

Il festival propone degustazioni di vino rosso Terrano e di prelibati piatti a base di tartufo, ricchezza tipica dell’entroterra collinare istriano, oltre ad abbinamenti con prosciutto, formaggi e carne. A ospitare l’evento è, adagiata su un colle, la suggestiva cittadina medievale di Motovun.

PLAVA LAGUNA IRONMAN 70.3, 18.10.2026, PARENZO (ISTRIA)

L’Istria è una delle mete preferite dagli amanti dello sport e del turismo outdoor. Nuoto, corsa e ciclismo in questa perla diventano un piacere inestimabile! Il 18 ottobre Poreč ospiterà il più grande triathlon in Croazia e in questo angolo d’Europa.

BIOGRAD BOAT SHOW, 21 – 25.10.2026, BIOGRAD NA MORU (REGIONE DI ZARA)

Il principale salone nautico della Croazia presenta imbarcazioni, yacht, catamarani, motoscafi, attrezzature e servizi nautici, con esposizioni in acqua e a terra. Sono inoltre previsti eventi B2B, conferenze e attività di networking, tra cui il Croatia Charter Expo dedicato al settore del charter.

SPARTAN TRAIL DUBROVNIK, 23 – 24.10.2026, DUBROVNIK

L’evento sportivo porta i runner sui sentieri rocciosi e collinari della splendida costa croata, con panorami mozzafiato sull’Adriatico. La due giorni prevede tre distanze: 10 km, 21 km e 50 km, per una sfida indimenticabile nel cuore di Dubrovnik.

FESTIVAL DEL CIOCCOLATO, 06 – 08.11.2026, OPATIJA (QUARNARO)

Dolce weekend dedicato agli amanti del cioccolato, con degustazioni, prodotti di cioccolateria, dolci e specialità al cioccolato, con iniziative gastronomiche, wellness e intrattenimento in vari punti della città.

ZAGREB FILM FESTIVAL, 09 – 15.11.2026, ZAGABRIA

Zagabria ospita la 24ª edizione di uno degli appuntamenti cinematografici più importanti a livello internazionale. Una settimana dedicata soprattutto ai giovani talenti e ai registi emergenti, con film internazionali e croati, incontri e programmi dedicati al cinema contemporaneo.

REGATA JABUKA, 13 – 15.11.2026, VODICE (REGIONE DI ŠIBENIK)

Celebre regata offshore di circa 110 miglia, con percorso da Vodice a isola di Jabuka e ritorno, caratterizzata dalla partenza notturna e da condizioni di navigazione impegnative.

 

11 settembre, 25 anni dopo: l’impatto sul turismo e sul modo di viaggiare

11 settembre, 25 anni dopo: l’impatto sul turismo e sul modo di viaggiare

L’11 settembre 2001 non ha soltanto cambiato la storia degli Stati Uniti, ha modificato profondamente quella dell’Occidente, il modo in cui abbiamo iniziato a guardare alla sicurezza, alle frontiere, agli aeroporti, alle città, alla geopolitica e, non ultimo, alla possibilità stessa di spostarsi liberamente. La Commissione d’inchiesta statunitense avrebbe definito quel giorno una trasformazione radicale della nazione: un momento di shock e sofferenza senza precedenti nella storia americana recente. E se c’è un settore nel quale quella trasformazione è diventata immediatamente visibile, è proprio il turismo.

Il giorno in cui il viaggio diventò anche una questione di sicurezza

Per l’industria turistica l’11 settembre fu uno spartiacque economico, ma prima ancora psicologico. Gli aerei rimasero a terra. Gli aeroporti si trasformarono da luoghi di passaggio in luoghi nei quali la sicurezza diventava parte integrante dell’esperienza del passeggero. Le procedure cambiarono, i controlli si moltiplicarono, la percezione della distanza e del rischio assunse un significato completamente nuovo.
Il viaggio, che fino ad allora era stato soprattutto sinonimo di libertà, scoperta e movimento, cominciò a essere associato anche alla possibilità del pericolo. E il contraccolpo economico fu immediato. L’aviazione commerciale, naturalmente, fu il primo settore a pagare il prezzo dello shock, ma la crisi si propagò rapidamente a hotel, tour operator, destinazioni, ristorazione, attrazioni e a tutta quella filiera che vive della mobilità delle persone. Per qualche tempo, la domanda che il turismo si era posto per decenni ossia “dove vogliamo andare?”, lasciò spazio a una domanda molto più elementare: “è sicuro andarci?”.
È una domanda che, in forme diverse, non abbiamo più smesso di porci.

Gli Stati Uniti: da destinazione ferita a gigante del turismo mondiale

Eppure, venticinque anni dopo, c’è un dato che racconta meglio di molti altri la capacità del turismo di assorbire gli shock e tornare a muoversi: gli Stati Uniti sono ancora una delle grandi destinazioni del pianeta. Nel 2001, l’anno degli attentati, gli Stati Uniti accolsero circa 45,5 milioni di visitatori internazionali. Negli anni successivi il turismo internazionale è progressivamente cresciuto, fino ad arrivare ai 79,4 milioni di visitatori del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia e il precedente record storico secondo la serie statistica oggi utilizzata dal National Travel and Tourism Office. Poi è arrivato il Covid, con una caduta senza precedenti della mobilità internazionale: nel 2022 gli arrivi erano ancora fermi a circa 50,9 milioni, il 36% in meno rispetto al 2019. Nel 2023 la ripresa ha portato il dato a 66,5 milioni; nel 2024 gli Stati Uniti hanno raggiunto 72,4 milioni di visitatori internazionali, il 91,1% del livello del 2019. Ma è soprattutto la previsione per questo 2026 a offrire una prospettiva interessante: il NTTO stima 85 milioni di arrivi internazionali, superando finalmente il livello record del 2019, con una previsione di crescita ulteriore fino a 96,7 milioni nel 2029.
In altre parole, nell’arco di venticinque anni gli Stati Uniti hanno attraversato una tragedia che ha modificato radicalmente la percezione della sicurezza, una lunga fase di crescita, una pandemia che ha paralizzato il turismo mondiale e una nuova ripartenza. E il risultato, oggi, è che il Paese si prepara a superare il proprio massimo storico di visitatori internazionali. Non significa che il turismo sia tornato quello di prima. Non lo è.
Perché nel frattempo è cambiato il modo stesso di viaggiare: sono cambiate le procedure aeroportuali, il rapporto con la sicurezza, la percezione del rischio e, più in generale, la consapevolezza che la mobilità globale non è qualcosa di scontato. Eppure si continua a partire.
New York ne è forse la dimostrazione più potente. La città che per il mondo intero è diventata il simbolo dell’11 settembre continua a essere una delle principali porte d’ingresso del turismo internazionale negli Stati Uniti. È un paradosso solo apparente. Una città può custodire una delle ferite più profonde della storia contemporanea e, allo stesso tempo, continuare a essere una delle città più desiderate e visitate del mondo. Un luogo può diventare simbolo di una tragedia e, contemporaneamente, continuare a essere simbolo di vita, viaggio, cultura e rinascita. Ground Zero è diventato un luogo della memoria, ma New York non è diventata una città-museo. Ha continuato a vivere, a cambiare, ad accogliere.
Il turismo, in questo senso, non cancella la memoria. La attraversa.

Venticinque anni dopo, viaggiare è diverso

Molte delle cose che oggi consideriamo normali non lo erano prima dell’11 settembre. La sicurezza aeroportuale è diventata un elemento strutturale del viaggio. Il controllo dei documenti, le procedure di screening, la gestione dei bagagli, la consapevolezza delle frontiere e il rapporto tra libertà individuale e sicurezza collettiva sono entrati nella quotidianità di milioni di viaggiatori. Ma il cambiamento più profondo è forse quello meno visibile: è cambiato il nostro rapporto emotivo con il viaggio. Abbiamo imparato un aereo non è soltanto un mezzo di trasporto. Che una grande città, un grattacielo, una stazione, una piazza possono diventare improvvisamente luoghi di vulnerabilità. Eppure abbiamo continuato a partire. Anzi, in un certo senso, abbiamo imparato a farlo proprio perché sappiamo che il rischio esiste. Poi sono arrivati altri attentati, altre guerre, altre crisi geopolitiche, la pandemia. Ogni volta il turismo si è fermato, o ha rallentato, o ha cambiato direzione. E ogni volta, appena possibile, è ripartito. Forse è questa la caratteristica più straordinaria del nostro settore: la capacità di ricominciare a muoversi.

E poi c’è l’Arabia Saudita

C’è un altro Paese che, guardando alla storia dell’11 settembre attraverso la lente del turismo, racconta una trasformazione quasi paradigmatica: l’Arabia Saudita. Il legame con gli attentati è una pagina che non può essere ignorata. Quindici dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi, un dato riportato dalla Commissione nazionale statunitense sugli attentati dell’11 settembre. Ma è altrettanto importante non trasformare questo dato in una semplificazione: la nazionalità dei dirottatori non equivale ad attribuire allo Stato saudita la responsabilità degli attentati. La stessa documentazione della Commissione dedica infatti un’ampia analisi alla rete di al-Qaeda, ai suoi finanziamenti e ai rapporti con diversi soggetti e istituzioni saudite. Vent’anni dopo, però, l’Arabia Saudita ha scelto di raccontarsi al mondo anche attraverso un linguaggio completamente diverso: quello del turismo. La svolta è arrivata con la Vision 2030, il grande programma di trasformazione economica e sociale del Regno nel quale il turismo è diventato uno degli strumenti per diversificare l’economia dalla dipendenza dal petrolio. Un passaggio decisivo è stato l’apertura al turismo internazionale: dal settembre 2019 il Regno ha iniziato a rilasciare visti turistici a visitatori provenienti da tutto il mondo. Parallelamente sono stati sviluppati nuovi prodotti e destinazioni, da AlUla a Diriyah, dalla costa del Mar Rosso fino a Riyadh. I numeri raccontano meglio di qualsiasi slogan la portata di questa evoluzione. Nel 2023 l’Arabia Saudita ha registrato 106 milioni di visitatori, di cui 27,4 milioni internazionali, secondo il rapporto annuale della Vision 2030. Nello stesso anno il Paese ha dichiarato di aver superato in anticipo l’obiettivo iniziale dei 100 milioni di visitatori fissato per il 2030. Il traguardo è stato successivamente rivisto al rialzo. La nuova ambizione è arrivare a 150 milioni di visitatori annuali entro il 2030. È un traguardo che la stessa Vision 2030 considera parte del progressivo cambio di rotta del KSA in una destinazione internazionale.
Nel 2024 i visitatori domestici e inbound sono arrivati complessivamente a circa 116 milioni, con una crescita del 6% sull’anno precedente. Il dato comprende però due mercati distinti: non significa quindi 116 milioni di turisti internazionali. Il dato più aggiornato è quello del 2025: il rapporto statistico annuale del Ministero del Turismo saudita indica circa 123 milioni di turisti complessivi, di cui 29,3 milioni inbound e 93,3 milioni domestici. La spesa turistica totale ha raggiunto circa 304 miliardi di riyal, mentre quella dei visitatori internazionali è stata pari a 176,6 miliardi di riyal. È soprattutto il passaggio dai 17,5 milioni di arrivi internazionali del 2019 ai 29,3 milioni del 2025 a raccontare la dimensione del cambiamento: in pochi anni, l’Arabia Saudita ha trasformato il turismo internazionale da componente relativamente marginale a uno dei pilastri della propria strategia economica.  Ed è qui che la storia torna a incrociare il turismo. Per decenni, l’Arabia Saudita è stata raccontata soprattutto attraverso il petrolio, la religione, la geopolitica e le sue relazioni con l’Occidente. Oggi vuole aggiungere un’altra identità: quella di destinazione.
Il turismo diventa così anche uno strumento di nation branding: AlUla, Diriyah, il Mar Rosso, i grandi eventi, la cultura, l’intrattenimento e la nuova offerta alberghiera non sono soltanto prodotti da vendere. Sono anche modi attraverso i quali il Paese cerca di costruire una nuova narrazione internazionale.
E questa ‘contraddizione’, venticinque anni dopo l’11 settembre, è difficile da ignorare.
Da una parte gli Stati Uniti, il cuore dell’Occidente colpito dagli attentati, che hanno continuato a essere una delle principali destinazioni turistiche mondiali. Dall’altra l’Arabia Saudita, profondamente intrecciata alla storia di quell’attentato, che oggi investe miliardi per diventare una delle nuove grandi mete del pianeta.
La storia non si cancella. Ma i Paesi cambiano, le società cambiano, cambiano le percezioni e cambiano anche le ragioni per cui scegliamo di attraversare un confine. E forse il turismo, più di qualunque altro settore, ha il privilegio (nonché la responsabilità) di raccontare proprio questo: non soltanto ciò che un Paese è stato, ma ciò che sta cercando di diventare.

Il turismo come memoria del mondo

Guardare all’11 settembre dal punto di vista del turismo non significa, naturalmente, ridurre una tragedia umana ed epocale a una questione economica. Al contrario: significa riconoscere quanto profondamente la storia entri nei nostri viaggi. Viaggiamo dentro confini che sono il risultato di guerre e trattati. Attraversiamo aeroporti progettati anche sulla base delle paure maturate negli ultimi decenni. Visitiamo città che hanno trasformato tragedie in luoghi della memoria. Scegliamo destinazioni sulla base della loro sicurezza percepita. Assistiamo alla nascita di nuovi mercati turistici mentre altri cambiano pelle. Il turismo registra la storia, anche quando non ce ne accorgiamo.
E forse è proprio questo che rende ancora così potente ricordare l’11 settembre a venticinque anni di distanza. Io quel giorno  stavo per affrontare un nuovo capitolo della mia esistenza. Non potevo sapere che il mondo che mi aspettava sarebbe stato diverso da quello nel quale ero cresciuto. Non potevo sapere che quella giornata avrebbe cambiato il modo di prendere un aereo, di attraversare una frontiera, di guardare una città dall’alto di un grattacielo.
Non potevo sapere che, molti anni dopo, avrei lavorato proprio raccontando il mondo attraverso il turismo.
E forse è questa la riflessione che oggi mi sembra più importante: il terrorismo ha cercato di fermare il movimento. Il turismo, invece, è risorto – sempre – come una fenice, dalle proprie ceneri.
Non nello stesso modo. Non con la stessa innocenza. Non con la stessa idea di sicurezza. Ma ce l’ha fatta e ce la fa ogni giorno.
Perché viaggiare significa anche questo: continuare a conoscere ciò che è diverso, incontrare persone, scoprire spazi fisici e umani e costruire ponti proprio quando la storia sembra volerli abbattere. Venticinque anni dopo, forse, il modo migliore per ricordare quel giorno non è soltanto fermarsi a guardare ciò che è crollato. È anche osservare tutto ciò che, nonostante tutto, ha continuato a muoversi a testa alta.

Turchia, viaggio lungo i fiumi: dall’Eufrate alla Cappadocia tra natura e storia

Turchia, viaggio lungo i fiumi: dall’Eufrate alla Cappadocia tra natura e storia

In occasione della Giornata mondiale dei fiumi, in programma domenica 27 settembre, la Turchia invita a seguire il corso delle sue acque per scoprire un Paese diverso: meno prevedibile, più lento, profondamente legato alla storia e ai paesaggi dell’Anatolia. Dai grandi fiumi che hanno contribuito a plasmare la civiltà mesopotamica fino alle vallate del Mar Nero e alle rive della Cappadocia, l’acqua diventa oggi una nuova chiave di viaggio, tra patrimonio, natura, mobilità dolce ed esperienze locali.
Protagonisti di questa geografia sono l’Eufrate e il Tigri, che nascono sugli altopiani dell’Anatolia orientale prima di proseguire il loro cammino oltre i confini turchi, ma anche il Kızılırmak, il più lungo fiume interamente turco, e i corsi d’acqua che attraversano montagne, canyon, foreste e città storiche. Un patrimonio naturale da osservare con attenzione, perché l’acqua è insieme paesaggio, risorsa, memoria e parte essenziale della vita quotidiana delle comunità locali.

L’Eufrate, nuova rotta sostenibile nel Sud-est

Tra le novità una nuova imbarcazione da 50 posti alimentata a energia solare propone di esplorare le acque del lago della diga di Atatürk, il grande invaso formato lungo l’Eufrate. L’esperienza attraversa un territorio che mette in relazione quattro province del Sud-est della Turchia — Diyarbakır, Adıyaman, Şanlıurfa e Malatya — offrendo un punto di vista inedito su canyon, rive naturali, cascate e tracce di insediamenti storici. La navigazione, caratterizzata dall’assenza di emissioni dirette e dal basso impatto acustico dell’alimentazione elettrica, invita a cambiare ritmo e prospettiva. Le acque dell’invaso raccontano infatti anche le trasformazioni del territorio: lungo il percorso emergono paesaggi nei quali la storia delle comunità locali e quella delle grandi opere idriche convivono, compresa la memoria di alcuni villaggi sommersi dalla realizzazione della diga. Più che una semplice escursione, la nuova rotta sull’Eufrate propone un modo diverso di avvicinarsi all’Anatolia sud-orientale: dall’acqua, con lo sguardo rivolto ai suoi paesaggi monumentali, alla biodiversità e al lungo dialogo tra uomo, fiume e territorio.

Kızılırmak, la Cappadocia da un’altra prospettiva

Più a ovest, nel cuore della Cappadocia, è il Kızılırmak a offrire una lettura inaspettata di una delle regioni più iconiche della Turchia. Ad Avanos, città storicamente nota per la ceramica, il “Fiume Rosso” accompagna piccole navigazioni in gondola nell’area dello storico Asma Bridge, il ponte oscillante che unisce le due rive dell’abitato. L’esperienza aggiunge una dimensione lenta e contemplativa al paesaggio della Cappadocia, spesso associato alle mongolfiere, alle formazioni rocciose e alle città sotterranee. Dall’acqua, Avanos si rivela attraverso la vegetazione delle rive, le case della cittadina e il legame secolare con l’argilla del fiume, materia prima che ha alimentato una tradizione ceramica ancora vitale.
È un invito a fermarsi, a guardare la Cappadocia da un’angolazione meno consueta e a integrare nella visita esperienze capaci di distribuire l’attenzione dei viaggiatori anche al di fuori dei luoghi più frequentati.

Un Paese da seguire lungo l’acqua

La Turchia è attraversata da una rete fluviale di grande valore geografico, culturale e ambientale. Cinque dei suoi maggiori bacini sono transfrontalieri — Çoruh, Aras-Kura, Eufrate-Tigri, Asi/Oronte e Meriç/Maritsa — e testimoniano come l’acqua connetta territori, comunità e Paesi oltre le frontiere. Lungo questi corsi d’acqua prendono forma viaggi che affiancano archeologia, gastronomia, borghi, sport outdoor e osservazione della natura. Il Çoruh, nel Nord-est, richiama gli appassionati di rafting e paesaggi montani; il Fırtına attraversa le vallate verdi della regione di Rize; nel Mediterraneo turco, fiumi come Köprüçay, Göksu, Seyhan e Ceyhan mettono in relazione canyon, foreste, antichi siti e costa.