Bazaruto Islands, le isole che rinascono

Bazaruto Islands, le isole che rinascono

Ancorato sul Canale del Mozambico all’altezza del Tropico del Capricorno, l’arcipelago di Bazaruto è un paradiso ecologico. Di una verginità riconosciuta nel 1971 dal Wwf, assoluta e illibata, “frutto” di una guerra civile che per sedici anni ha isolato il paese e le sue isole lontano dalla pazza folla riducendo alla fame e alla disperazione tre milioni e duecentomila anime. Ma se oggi gli abitanti della terraferma sopravvivono con pochi meticais al giorno (450 dollari all’anno pro capite), ai mille pescatori dell’arcipelago, comodamente sparsi nelle isole di Benguerra, Magaruque, Bazaruto, Bengue e Santa Carolina, del conflitto non è arrivata neanche l’eco. Hanno sempre avuto di che mangiare, pescando o lavorando per un pugno di resorts e game-lodges che al più, ogni settimana, ospitano quaranta clienti: inglesi, americani, sudafricani, francesi e qualche italiano.

Proprio con l’improbabile governo del Mozambico furono due famiglie di Johannesburg e una dello Zimbabwe ad aver preso in concessione vaste porzioni delle tre isole principali: Santa Carolina e Bengue sono ancora escluse.

 

 

 

 

Queste oasi marine, le cui acque mai scendono sotto i 20°, non sono degli atolli maldiviani. Hanno perimetri che variano dai venti ai settanta chilometri ed è proprio la loro dimensione, non così minute da palesarsi in un’ora né così vaste da restare inesplorate in una settimana, a renderle affascinanti.

Incantano le spiagge robinsoniane di Pansy island, una lingua sabbiosa incastonata nel mare turchese di Bazaruto Island, popolate solo da granchi fantasma e pivieri dalle penne bianche e il becco nero, conchiglie esotiche, procellarie bianche, egrette, falconi pellegrini, chiurli, fenicotteri e altri centoquindici specie di uccelli. E sorprendono i rari incontri dei pescatori di origine bantu che, per nulla smaliziati, cuociono su di un improvvisato falò le sardine appena pescate e addentano i saporiti granchi crudi presi durante la bassa marea con un bastoncino biforcuto. Sono indigeni che sorridono mostrando più buchi che denti, spalancano gli occhi acquosi e offrono al turista vagabondo il loro cibo.

 

 

In cambio, esprimendosi a gesti o disegnando sulla sabbia (sulle isole parlano il dialetto di Inhambane, solo i vecchi ricordano qualche parola portoghese e comunque il 41% della popolazione in Mozambico è analfabeta) chiedono sigarette che fumano al contrario tenendo la cenere in bocca. Il filtro bruciato è poi masticato a dovere: una naturale inclinazione ecologica. D’altronde, come sporcare le gigantesche dune alte centoventi metri che, bianche e rosse, dipingono l’arcipelago?

 

 

Mecca della pesca d’altura, le acque del canale sono pescosissime: king fish, black marlin, barracuda e squali-balena, i pesce più grandi del mondo che scivolano maculati, giganteschi ma innocui, accanto ai dhow, i sambuchi dalla chiglia piatta di origine araba e la vela latina. Lo squalo-balena ha una massa gigantesca color castagna, supera anche i venti metri di lunghezza e quando si muove sembra fermo tanto è grande. Proprio al Two Miles Reef che separa Benguerra da Bazaruto, Cousteau girò uno dei suoi più intriganti documentari dedicato, appunto, al grande e innocente squalo.

Più inquietanti sono le acque verdi della laguna Lengue e del lago Maobe, infestate da quattrocentocinquanta coccodrilli che si abbronzano immobili al sole giaguaro ma che non disturbano le passeggiate solitarie. Dove ci si può anche perdere lasciando i sentieri tracciati tra gomitoli di arbusti, piante grasse, lala-palme (Hyphaene natalensis) e casuarinas. Per ritrovare i bungalow di legno, con letti a baldacchino e zanzariere, si seguono le tracce delle jeep dei lodges, gli unici mezzi meccanici che circolano nell’arcipelago. O si spiano i voli dei fenicotteri che, bussole volanti, si alzano e si posano sempre sugli stessi punti. Spesso vicino alle capanne degli abilissimi pescatori.

 

 

Nel 1563 Duant Borbosa fu il primo a divulgare in Portogallo la notizia di un’immenso letto di ostriche disteso nella barriera corallina di Two-Miles Reef. Da allora fino al 1913, quando un forte mareggiata distrusse i preziosi molluschi, la pesca alle “perle belle come quelle di Ceylon” costituì l’attività predominante e fu anche causa di numerosi conflitti tra la Companhina do Pesca das Perelas e il governatorato di Inhambane. Dell’antica ricchezza oggi non rimangono che minuscole perline offerte nel mercato di Vilankulos, il porto che sonnecchia sulla costa a dieci miglia di distanza. Non è certo un bel villaggio, ma è l’unica realtà urbana modellata sul Canale.

 

 

Il faro di Bazaruto è invece l’unica storica architettura rimasta a vigilare su queste terre promesse. Anzi, é proprio la sola edificata (assieme al vecchio e abbandonato albergo di stampo sovietico che annuncia l’isola di Santa Carolina). Fu costruito nel 1913 dai portoghesi, padri padroni del Mozambico per quasi cinque secoli fino al giugno del 1975. Alto 13 metri, svetta in cima alla collina più alta dell’arcipelago con la sua fatiscente struttura pentagonale che abbraccia una lunga torre bianco-verde. Vi vive ancora una famiglia bantu che gelosamente conserva tra chili di polvere e gomitoli di ragnatele i diari dei vecchi guardiani. Le pagine sono ammuffite ma ancora si possono leggere i commenti dei capitani e i nomi di tutte i battelli che per secoli navigarono il canale costeggiando le sue dune color mattone. Come apparvero ai marinai di allora questi galleggianti ritagli di steppa e di savana, così appaiono oggi. Niente é cambiato.

Le stagioni ideali sono primavera e autunno. Fuso orario: GMT +2

 

ARRIVARE
Con due scali e circa 16 ore di volo dall’Italia via Johannesburg-Maputo-Vilanculos con swiss.com luftahansa.com flytap.com.
DORMIRE/MANGIARE
Nei resorts e lodges, di gran gusto e che organizzano diving-tours e gite in barca in cerca dello squalo balena, snocciolati in un paio di isole: Anantara Bazaruto Island Resort, Azura Bengierra Island e Benguerra Island Lodge

 

Turista fai da te? Meglio non rischiare. La riscossa di agenzie e tour operator

Turista fai da te? Meglio non rischiare. La riscossa di agenzie e tour operator

Ecco le differenze – e come prenotare – tra chi decide di partire in autonomia o affidandosi a un professionista in termini di cancellazioni voli e hotel e tutela dal caro carburante.

Per anni un po’ trascurati dai viaggiatori sempre più abili nell’arte del fai da te, i tour operator e le agenzie tornano pienamente in auge in tempi di incertezze internazionali. Chi si dibatte tra una sicura vacanza italiana e una “troppo” avventurosa all’estero ricorre volentieri al pacchetto completo fatto di albergo, volo e soprattutto copertura assicurativa. Per Pier Ezhaya presidente ASTOI Confindustria Viaggi: “Nel momento in cui si verificano imprevisti come la cancellazioni di voli o l’indisponibilità di alcuni servizi come hotel o trasferimenti, la differenza tra chi ha acquistato con il modello “fai da te” e chi invece ha acquistato pacchetti turistici attraverso un tour operator emerge in modo molto netto, sia sul piano pratico sia su quello delle tutele”. Spiega Ezhaya: “Anche nella recente crisi geopolitica: i tour operator hanno gestito e stanno gestendo riprotezioni di voli e viaggi, hanno fornito assistenza a migliaia di clienti impossibilitati a partire (o a rientrare) verso l’area del Medio Oriente e verso altre destinazioni raggiungibili solo tramite voli con scalo nell’area di crisi, ad esempio i Paesi del sud est asiatico o le Maldive. Sin dall’inizio del conflitto sono intervenuti in tempi rapidissimi, prestando assistenza ai clienti che si trovavano nelle aree coinvolte e sostenendo costi molto rilevanti per garantirne il rientro, anche attraverso l’organizzazione, a proprio carico, di voli straordinari”. Concorda pienamente Stefano Pompili, ceo Veratour: “Viaggiare oggi è sicuro se lo si fa nel modo giusto. “Nei primi giorni del conflitto in Iran chi viaggiava da solo si è dovuto ricomprare il biglietto, se c’era uno scalo negli Emirati, pagando anche il doppio o il triplo e spesso restando fuori più giorni del previsto. Quindi un doppio danno: l’hotel e il nuovo biglietto. Se si verifica un’emergenza il volo aggiuntivo è interamente a carico del tour operator, noi abbiamo organizzato dei voli “rescue” pagati interamente da Veratour”.

 

Cosa fa il viaggiatore in caso di emergenza ?

Nel caso del “fai da te”, il viaggiatore deve gestire autonomamente ogni singolo elemento del viaggio, interfacciandosi separatamente con compagnia aerea, struttura ricettiva e altri fornitori dei servizi acquistati. Questo significa dover affrontare procedure diverse, tempi spesso lunghi, possibili costi aggiuntivi e esiti non sempre certi.

 

Come interviene il tour operator?

“Quando il viaggio è stato acquistato attraverso il turismo organizzato – aggiunge Ezhaya – è il tour operator che interviene direttamente, senza lasciare il cliente da solo nella gestione dell’emergenza. L’operatore individuerà quindi ogni soluzione utile, si farà carico di riproteggere il cliente sui voli alternativi o strutture disponibili, oppure proporrà altre date di viaggio o altre destinazioni o ancora, nel caso in cui nessuna soluzione sia attuabile, provvederà al rimborso dell’intero pacchetto. Il tutto in linea con la specifica direttiva europea che, da sempre, offre tutele robuste al viaggiatore che acquista un pacchetto turistico da un Tour Operator”. Un esempio pratico lo offre Pompili: “In questo periodo molti clienti avevano prenotato l’Oman che indirettamente è rimasto coinvolto nel conflitto. Noi abbiamo offerto a tutti l’alternativa di Zanzibar, caricandoci personalmente della differenza di prezzo. Per chi invece sceglieva di rinunciare al viaggio abbiamo rimborsato interamente volo e hotel”.

 

In che modo l’agenzia tutela i viaggiatori se ci sono problemi?

“La normativa delle agenzie dei viaggi – spiega Franco Gattinoni, Presidente FTO Federazione Turismo Organizzato – prevede che siamo obbligati a riproteggere il viaggiatore per il mancato volo e tutti i servizi collegati, per esempio hotel o auto. Il vantaggio per chi ha prenotato dunque è sia l’assistenza per cui non deve cercare una soluzione alternativa sia per l’aspetto economico, Sarà l’agenzia a provvedere al costo del nuovo biglietto e poi aspetterà il rimborso dalla vecchia compagnia”. I costi? “Le agenzie negli anni erano passate in disuso perché tra le altre dicerie si pensava fosse molto più caro prenotare con loro ma non è così”. Se la destinazione è in quel momento pericolosa poi è previsto il “diritto alla cancellazione”. E se il cliente vi chiede di acquistare un pacchetto particolarmente economico perché la destinazione è a rischio? “Noi se la Farnesina la sconsiglia non compriamo nulla, in caso sia invece possibile ma non priva di futuri rischi cancellazioni allora facciamo firmare al cliente un consenso”.

Cosa cambia se i problemi si verificano prima o dopo il viaggio?

“La tutela avviene sia prima della partenza sia durante il viaggio: quando il turista è già in destinazione e si verificano cancellazioni o altri eventi che incidono sulla regolare fruizione del viaggio – spiega Ezhaya – i tour operator intervengono per gestire l’imprevisto, fornire assistenza e individuare alternative adeguate. Nei casi più complessi vengono attivate vere e proprie unità di crisi, in stretto coordinamento con la Farnesina, per garantire supporto immediato e il rientro dei clienti in piena sicurezza e senza costi aggiuntivi. La differenza rispetto al “fai da te” è sostanziale: chi acquista in solitaria deve riprogrammare da solo i servizi/il viaggio, spesso esponendosi a costi aggiuntivi, anche ingenti; chi sceglie il turismo organizzato ha un unico referente che si fa carico dell’intera gestione, offrendo assistenza, continuità operativa e soluzioni concrete, senza alcun costo aggiuntivo al pacchetto prenotato”.

Esiste un prezzo bloccato del carburante?

“Per chi prenota ora per l’estate – spiega Pompili – noi garantiamo lo stesso prezzo per l’estate tutelando il cliente da eventuali fluttuazioni di carburante e conseguente cambio delle tariffe. Noi offriamo un’assicurazione che si chiama “prezzo sicuro”. In questo modo il costo della vacanza è stabilito alla conferma della prenotazione e non cambia più, quindi non ci sarà l’adeguamento carburante come si usava in passato”.

Cosa succede al viaggiatore fai da te se si annulla il volo?

In caso di cancellazione del volo dovuta a zone di guerra o conflitti armati, le compagnie aeree sono tenute a rimborsare il biglietto o a offrire un volo alternativo, trattandosi di circostanze straordinarie. Tuttavia, in tali situazioni, non è prevista la compensazione pecuniaria (risarcimento danni) da 250 a 600 euro, in quanto la causa è esterna alla compagnia.

Se l’aereo non parte cosa accade con l’albergo?

Nessuna compagnia aerea rimborsa le prenotazioni prepagate per crociere, alberghi, altri aerei collegati o auto a noleggio. In questo caso è fondamentale aver stipulato una assicurazione prima della partenza. In ogni caso per gli alberghi dipende che tipo di prenotazione è stata fatta dal viaggiatore e quanti giorni prima si annulla la vacanza. Si può comunque chiamare l’albergo spiegano la situazione e magari si ottiene un buono per un periodo più fortunato.

Storia, bellezza, biodiversità. Dall’Adriatico alla Camargue, lagune-gioiello a portata di mano

Storia, bellezza, biodiversità. Dall’Adriatico alla Camargue, lagune-gioiello a portata di mano

Le zone umide sono microecosistemi ognuno a sé stante, polmoni di canali e canneti dove sopravvivono forme di vita rarissime e tradizioni locali.

Mondi in bilico tra acqua dolce e salata, ecosistemi dove la terra si arrende al mare. Nelle lagune la vita si manifesta con paesaggi magnetici, tra centinaia di specie animali e vegetali legate a un ecosistema delicato e fragile, e per questo carico di poesia. In un mondo al collasso dal punto di vista ambientale e non solo, le zone umide sono scrigni di biodiversità e storia, luoghi dove le diversità si fondono dando vita a molto altro. Dalle barene più iconiche – basti pensare alle Laguna di Venezia, custode di una storia millenaria – alle distese più antiche e selvagge, l’Europa mediterranea è piena di questi meravigliosi bacini costieri, polmoni di canali e canneti dove sopravvivono forme di vita rarissime e tradizioni locali. Ve ne raccontiamo alcune in Italia e nei Paesi europei più vicini. Perché ora più che mai è importante valorizzare questi avamposti della sfida climatica di domani.

Laguna di Grado, paradiso di biodiversità in Friuli-Venezia Giulia

Un labirinto di canali, valli di pesca e oltre cento isolotti che custodiscono tradizioni millenarie. Questa è la Laguna di Grado, paradiso di biodiversità in costante evoluzione, incontaminato, che si estende per oltre 16mila ettari di terra e di mare, 32 chilometri compresi tra le foci dell’Isonzo e del Tagliamento. Fino al V secolo d.C. qui c’era la terraferma, poi l’area è stata sommersa e modellata dai sedimenti dell’Isonzo e del Natisone, che hanno creato cordoni litoranei e separato le baie dal mare aperto. Tutta l’area è attraversata, in senso longitudinale, dalla idrovia Litoranea Veneta (già utilizzata dai romani per navigare da Chioggia ad Aquileia), una via d’acqua che collega Venezia con la foce dell’Isonzo e Trieste. Oggi alte e basse maree si alternano ritmicamente garantendo un costante ricambio d’acqua. Mescolandosi con quella dolce dei fiumi, quest’acqua crea un ambiente perfetto per la sopravvivenza di tamerici, olmi, pioppi, ginepri e pini, e naturalmente anche di pesci e di uccelli.

Laguna di Grado, Friuli-Venezia Giulia
Laguna di Grado, Friuli-Venezia Giulia 

Le maree fanno apparire e scomparire dalla vista porzioni di terra (che possono diventare pericolose per i navigatori inesperti) e le barene, ovvero i terreni perennemente emersi e coperti dalla vegetazione, ospitano canaletti e meandri, i ghebbi, mentre le velme – ovvero le porzioni di fondale poco profonde, dove la vegetazione non c’è – emergono con la bassa marea e ospitano molluschi e crostacei. Le isole e gli isolotti, un centinaio, un tempo erano abitati, e oggi su queste “mote” (così vengono chiamati) sorgono i casoni, le tradizionali abitazioni dei pescatori dal tetto piramidale fatto di canne. E infine ci sono le paludi, terre che rimangono sommerse anche durante le maree più basse. Un ecosistema prezioso, non a caso conosciuto come l’ “Isola del Sole”, sospeso tra acqua e cielo, da esplorare con rispetto e amore per la natura.

 

Sulle orme di Hemingway nella Laguna di Caorle, in Veneto

Con il suo paesaggio sospeso, i casoni in canna palustre e l’atmosfera silenziosa, la laguna di Caorle – area naturalistica protetta del Veneto Orientale – è un micromondo in cui si possono ammirare orchidee, la salicornia veneta e il lino delle fate piumoso, e le specie di uccelli migratori e stanziali censiti sono oltre 280. Le escursioni in barca a bordo della motonave “Arcobaleno” e del bragozzo “La Serenissima” sono un’esperienza affascinante, ma la laguna è facilmente esplorabile anche su due ruote, grazie ai tanti punti di noleggio di biciclette elettriche o tradizionali, perfette per attraversare i sentieri che la costeggiano. Tutta l’area è ideale per il birdwatching e Hemingway stesso amava muoversi in queste valli, tanto che è qui che ha tratto ispirazione per il suo romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi”. Imperdibili gli itinerari letterari dedicati allo scrittore Premio Nobel per la Letteratura. All’interno della laguna, su un’isola costiera situata tra Caorle e Bibione, si trova l’Oasi di Vallevecchia, una riserva naturale di circa 900 ettari che ospita dune sabbiose, pinete e uccelli come l’airone bianco maggiore e il cigno reale. Suggestivi anche i casoni di Caorle, antiche abitazioni dei pescatori costruite con canne palustri e legno, un tempo rifugi stagionali e oggi simbolo della tradizione lagunare. Ogni casone racconta una storia di un legame profondo con la natura, fatto di resilienza e ingegno, di capacità di adattarsi ai ritmi e alle difficoltà.

Zone umide di Capitanata e Laguna di Lesina, Puglia

Le Zone Umide della Capitanata – situate principalmente nella provincia di Foggia, in Puglia – sono uno dei complessi di aree paludose e costiere più importanti d’Italia e del Mediterraneo e ricoprono una superficie di circa 14.110 ettari. Protette come Sito di Interesse Comunitario e Zona Speciale di Conservazione, si estendono lungo il Golfo di Manfredonia e comprendono diverse località chiave, dalla Salina di Margherita di Savoia – la più grande d’Europa, fondamentale per la nidificazione e la sosta di migliaia di uccelli acquatici, tra cui i meravigliosi fenicotteri rosa – all’Oasi Laguna del Re, ai piedi del Gargano, una zona umida costiera di 40 ettari. Presso il Golfo di Manfredonia si estendono anche aree acquitrinose e lagunari che ospitano specie rare di ogni tipo. Molto interessanti dal punto di vista della biodiversità sono i laghi di Lesina e Varano, lagune costiere a nord del promontorio del Gargano.

Laguna di Lesina, Puglia
Laguna di Lesina, Puglia 

La Laguna di Lesina, in particolare, è la seconda più grande dell’Italia meridionale. Lunga 22 km e larga circa 2,5, ha due canali che creano osmosi con l’acqua del mare ed è di fatto un lago basso, perché il massimo dell’altezza è di 1 metro circa, tanto che gli abitanti lo chiamano “il pantano”. Questo soprannome così particolare dimostra quanto l’acqua, soprattutto nelle nostre zone dell’Italia meridionale, venisse vista come un pericolo. L’espressione dialettale degli abitanti del luogo parla da sola: nonostante ci sia il lungo lago, la gente di qui dice arrèt, cioè “dietro il lago”, perché di fatto gli ingressi principali delle case che si adagiavano sul lago erano nella parte interna, proprio perché se il lago si alzava o comunque c’era burrasca – perché anche i laghi soffrono di burrasca – l’ingresso secondario era sul lago e quello principale all’interno. L’imbarcazione tipica del luogo si chiama “sandalo” ed è una barca bassa e lunga che sembra quasi una grande canoa, ideale per dare la possibilità ai pescatori di attraccare ovunque.

 

Il Lago di Lesina e quello di Varano sono molto importanti per il passaggio migratorio degli uccelli: qui c’è un traffico continuo anche di uccelli rari – è stata avvistata addirittura un’aquila siberiana – ed è insomma un luogo ideale per fare birdwatching, anche perché il lago è comodo è basso e navigabile e quindi si presta in modo peculiare a questa attività, soprattutto da settembre a fine novembre. I fenicotteri, prima di passaggio, in questa laguna sono diventati stanziali, anche se poi migrano all’interno del lago durante tutto l’anno. L’area è una meta molto amata soprattutto dal turismo naturalistico anche grazie alla sua vegetazione mediterranea, forse tra le più interessanti al mondo. Il lago è lungo circa 23 km e ospita una macchia mediterranea veramente florida e soprattutto intonsa. La ricettività è cresciuta molto negli ultimi anni e si annoverano almeno 600 posti letto solo nel settore extralberghiero. Tra birdwatching, trekking, pesca turistica e bicicletta le attività da fare non mancano e la zona è molto amata soprattutto dai pescatori di anguille.

Viaggio nella Storia nella Laguna di Posada, Sardegna

La laguna di Posada, lo “Stagno longu”, è una preziosa zona umida della Sardegna a pochi passi dalle spiagge di Posada, uno dei Borghi più belli d’Italia. Parte del Parco Naturale Regionale di Tepilora, una delle aree verdi più grandi e belle dell’Isola, con sentieri che si snodano tra foreste, sorgenti e dune di sabbia, ideali per escursioni di trekking, in bici e a cavallo, offre un ecosistema ricchissimo, ideale per il birdwatching – soprattutto nello stagno di San Giovanni, popolato da cavalieri d’Italia e fenicotteri rosa – e escursioni in kayak o SUP tra la vegetazione mediterranea. Da non perdere le spiagge di su Tiriarzu, Iscraios e Orvile.

 

Laguna di Posada, Sardegna
Laguna di Posada, Sardegna 

Meta ideale per chi desidera immergersi nella natura incontaminata e nella tradizione, con la sua rete di canali e stagni, il delta del Rio Posada è una appendice a valle del Parco Fluviale Regionale di Tepilora, e offre al visitatore naturalista paesaggi naturali unici al mondo, con diverse specie di uccelli che qui trovano le condizioni ideali per nidificare. Il borgo conta tremila abitanti e si arrocca su un colle calcareo, sormontato da un castello; è uno dei luoghi più suggestivi dell’Isola per storia, cultura e paesaggi. La vasta pianura che si domina dalla cima riporta ai tempi antichi, con Nuraghi e Tombe dei Giganti; il Castello della Fava e la Chiesa di Sant’Antonio rimandano al Medio Evo. Una passeggiata attraverso gli stretti e colorati vicoli è d’obbligo, scorci incantevoli in cui il verde della piana e il celeste del mare offrono scenari indimenticabili. Posada è detentrice delle 5 Vele di Legambiente, per la pulizia dei litorali, la salubrità delle acque e il grande lavoro svolto per la conservazione del sistema dunale.

 

L’atmosfera esotica delle Saline di Trapani e Paceco in Sicilia

Nella Sicilia occidentale le rinomate Saline di Trapani e Paceco sono una delle più importanti zone umide costiere a livello internazionale. La loro Storia risale al tempo di Federico II, che subito comprese il potenziale economico e commerciale di questo luogo, imponendo il monopolio di Stato sulla produzione del sale, usato per la conservazione del cibo. Dopo i Normanni, le Saline furono privatizzate dagli Aragonesi, che trasformarono Trapani nel centro europeo più importante per la produzione del sale. L’area oggi è parte della Riserva naturale orientata delle Saline di Trapani e Paceco gestita dal WWF e offre quiete e riparo a decine e decine di specie di uccelli migratori. Visitando questo luogo straordinario sia dal punto di vista storico che ambientale si è subito rapiti dalla sua atmosfera “esotica”, con gli antichi mulini a stella (in stile olandese), caratterizzati da sei pale trapezoidali di legno, annoverati fra i dieci più belli d’Europa, e quelli americani, con pale in lamiera zincata. Uno mirabile esempio di riqualificazione di antiche architetture industriali. I mulini a vento pompano l’acqua tra i bacini per macinare il sale. Le saline sono costituite da enormi vasche in cui d’estate, tra canali e passaggi d’acqua, l’acqua marina evapora e il sale cristallizza. Praticare birdwatching nella Riserva di Vendicari, o snorkeling e deep water soloing sulle scogliere frastagliate nell’Area marina protetta Plemmirio, è un’esperienza da non perdere.

Ben 270 specie di uccelli nella Laguna Chiusa a Strunjano in Slovenia

Un gioiello naturalistico unico, incastonato nel cuore del Krajinski park Strunjan (Parco paesaggistico di Strugnano), in Slovenia. La Laguna Chiusa è l’unica sulla costa slovena ed è quindi una zona altamente protetta e ricca di biodiversità, habitat cruciale per uccelli acquatici e specie di mare di ogni tipo. Un luogo creato artificialmente oltre 400 anni fa, separando una parte della baia dal mare aperto tramite una diga, trasformando il tutto in una laguna chiusa, che in dialetto locale è appunto detta Stjuža. Oggi l’area è tutelata dalla Riserva naturale Strugnano Chiusa e fa parte della rete ecologica Natura 2000, il cui scopo principale è preservare gli habitat naturali delle sue oltre 270 specie di uccelli.

Laguna Chiusa, Slovenia
Laguna Chiusa, Slovenia 

La secca si è formata attraverso il depositarsi dei sedimenti del torrente Roja. Dopo la realizzazione della diga, la laguna è rimasta collegata al mare solo attraverso un canale di comunicazione. Non essendo attraversata da correnti d’acqua o mossa da onde di rilievo, il ricambio dell’acqua dipende unicamente dalla bassa e alta marea e, data la sua scarsa profondità (0,5 mt in media), l’acqua si riscalda e raffredda rapidamente. Il Krajinski park Strunjan offre visite guidate che partono dalla laguna per poi esplorare le saline e la vicina falesia. Un paesaggio culturale e naturale unico, caratterizzato da un delicato equilibrio tra intervento umano e natura.

 

Étang de Vaccarès, il cuore selvaggio della Camargue

Tra il blu del Mediterraneo e le paludi del delta del Rodano, nel sud della Francia, si estende una terra magica e selvaggia: la Camargue. Un ecosistema sospeso nel tempo, dove la natura regna sovrana e il cui cuore è la laguna salmastra. Nel Parco Ornitologico del Pont de Gau, migliaia di fenicotteri rosa popolano un luogo dominato dal silenzio. Il simbolo di questa regione è il cavallo bianco della Camargue, che qui vive allo stato brado insieme ai tori neri. I gardians (i cowboy francesi) cavalcano nelle paludi al tramonto e sembrano usciti da un film. A cavallo o in bicicletta lungo le dighe, la Camargue è un regno da sogno da esplorare, magari passando per le Salins de Giraud o le Saline di Aigues-Mortes, dove l’acqua color viola e rosa intenso seduce lo sguardo. Dalle mura di Aigues-Mortes si possono ammirare le saline dall’alto, mentre Saintes-Maries-de-la-Mer, borgo di pescatori affacciato sul mare, è il cuore gitano della regione. La principale e più grande laguna della Camargue è lo Étang de Vaccarès, area umida centrale del Parco Naturale Regionale della Camargue, fatta di paludi, canneti e distese salmastre. La sua bellezza grezza e il suo silenzio interrotto solo dal fruscio del vento – il temuto Mistral – e dal canto degli uccelli fanno da cornice a una delle più grandi colonie di fenicotteri rosa d’Europa, e oltre a loro aironi e garzette.

Genova per noi, è un’idea meravigliosa. Da scoprire in primavera

Genova per noi, è un’idea meravigliosa. Da scoprire in primavera

Genova non è solo ciò che vedi. Perché nessuna fotografia rende la sua completezza. E bellezza. Ha troppi vicoli, spigoli, troppe curve, troppe ombre, troppa luce. È impossibile da inquadrare. Si svela e seduce lentamente come una danzatrice in movimento. E ogni volta stupisce chi non la conosceva. Come i reporter di viaggio del New York Times che l’hanno incoronata l’unica grande citta’ Italiana tra le destinazioni da non perdere. Genova dunque s’illumina di bello e funzionale in quest’anno di anniversari, anteprime e novità fra il dire e il fare. Per quasi otto secoli è stata una delle potenze marittime e commerciali più influenti del pianeta, una “superba” che guardava il mondo dall’alto delle sue galee.

Eppure, nel moderno immaginario turistico, Genova è rimasta a lungo un segreto ben custodito, eclissata dal richiamo magnetico di Firenze, Venezia, Roma. Perché non si concede facilmente al primo sguardo, eppure custodisce tesori che non temono confronti.

 

Lanterna
Lanterna 

 

Non a caso il Financial Times l’ha definita la “gemma segreta d’Italia” a conferma che finalmente venga apprezzata (e svelata) a livello internazionale. Conferma dimostrata in questi giorni dai numeri dei visitatori stranieri entrati finora al Palazzo Ducale per la mostra Van Dyck l’europeo appena inaugurata, una retrospettiva ambiziosa che, fino al 19 luglio, ripercorre il legame profondo tra la capitale ligure e il genio di Anversa che vi sbarcò giovane, nell’ottobre del 1621, seguendo le orme del maestro Rubens e trovò una città all’apice del potere economico. Genova, infatti, era allora la banca d’Europa: i banchieri genovesi finanziavano la corona spagnola e le spedizioni nelle Americhe. Van Dyck ne divenne il ritrattista ufficiale, immortalando le famiglie Spinola, Doria e Lomellini con uno stile nuovo, fatto di sagome slanciate ed espressioni solenni che ancora oggi brillano nelle sale dei Musei di Strada Nuova e visitare la mostra significa immergersi in quel Siglo de los genoveses (1528-1627, il secolo d’oro dei genovesi) in cui il denaro si trasformava in arte.

I segreti dei caruggi

 

Centro storico e Via Garibaldi (I. Murtas)
Centro storico e Via Garibaldi 

 

Ma Genova non è solo fasto nobiliare. La sua vera essenza pulsa nei caruggi, il labirinto di viuzze medievale più vasto d’Europa. Qui la magnificenza si mescola alla vita di strada, tra panni stesi, facciate scrostate dal salmastro e botteghe che sembrano ferme all’Ottocento. È un’esperienza sensoriale che passa per il gusto: l’odore del basilico del pesto pestato al mortaio si fonde con quello della focaccia alta e unta al punto giusto e della farinata di ceci. Per i palati più raffinati, le Botteghe Storiche sono tappe obbligate: dalla Confetteria Pietro Romanengo (attiva dal 1814), dove si gustano frutti canditi e violette ammantate di zucchero, alla Fabbrica di Cioccolato Viganotti, dove le praline vengono ancora create con macchinari d’epoca in un’atmosfera sospesa nel tempo, fino alla Trattoria del Bruxaboschi di San Desiderio, fondata nel 1862 da Giovanni Battista Peirano — detto il “Bruxaboschi” per la sua velocità quasi birichina — dove la famiglia accoglie da cinque generazioni all’ombra del secolare ippocastano mentre nelle credenze il vasellame Richard-Ginori originale è pronto ad accogliere i sapori di una Genova che non tramonta mai.

 

Forte Diamante (foto Orobie)
Forte Diamante  

 

Quest’anno ricorre il ventennale Unesco dei Palazzi dei Rolli, le sontuose dimore che la Repubblica di Genova, in mancanza di una reggia, utilizzava per ospitare dignitari e monarchi in visita tramite un sistema di sorteggio. Un sistema illuminato, nato nel 1576, che comprendeva 163 palazzi, di cui 42 oggi classificati come siti Unesco, che costituisce il primo modello di ospitalità diffusa di Stato: un meccanismo burocratico a sorteggio che obbligava le famiglie nobiliari più ricche a ospitare le visite di Stato per conto della Repubblica. La magnificenza degli interni non serviva solo al prestigio della casata, ma alla dignità dell’intera realtà di fronte a papi, re e imperatori. Camminare lungo via Garibaldi (la storica Strada Nuova) dove si affacciano appunto i Palazzi dei Rolli permette di esplorare interni incredibili: Palazzo Rosso con la sua facciata inconfondibile, conserva arredi originali e una quadreria mozzafiato, il Palazzo Bianco, custode della pittura europea, dove brilla l’indimenticabile Ecce Homo di Caravaggio, Palazzo Doria-Tursi è attualmente la sede del comune ma anche scrigno del Cannone, il leggendario violino di Niccolò Paganini.

 

Chiostro di Sant'Andrea (Fabio Bussalino)
Chiostro di Sant’Andrea 

 

Inevitabile Boccadasse

Ma nessun viaggio a Genova sarebbe completo senza visitare Boccadasse, l’incantevole antico villaggio di pescatori a due passi dal centro storico. Uscendo dal cuore di Genova, infatti, si alza il sipario su altri palcoscenici incantevoli e su una natura indomita che si sviluppano più in verticale che in orizzontale. Alle spalle del mare ecco il Parco delle Mura, che custodisce la cinta muraria più lunga d’Europa, la seconda al mondo dopo la Grande Muraglia Cinese. Per gli amanti dell’outdoor, partendo dal Righi tramite la storica funicolare, ci si immerge in 600 ettari di boschi e praterie: sentieri spettacolari collegano il Forte Sperone, il maestoso Forte Diamante (posto a 667 metri di altezza) e il panoramico Forte Puin. È un regno per trekker e biker che offre viste che spaziano dalle vette appenniniche innevate al blu infinito del mar Ligure.

 

Truogoli di Santa Brigida. Alessandro Falcone
Truogoli di Santa Brigida. 

 

Per prendere in considerazione l’idea di andare più lontano verso gli altri bellissimi villaggi di pescatori lungo la costa fino a Portofino. Fra gli altri must meno noti che valgono il viaggio, l’Acquedotto Storico: una via dell’acqua pianeggiante che attraversa la vallata, superando fossi con ponti-sifone monumentali, perfetta per una passeggiata rigenerante fuori dal caos urbano. Per un’esperienza sostenibile e suggestiva il trenino di Casella, ferrovia storica a scartamento ridotto che si inerpica tra i monti, offrendo scorci da cartolina e un modo romantico per raggiungere i sentieri dell’entroterra.

 

Palazzo Imperiale. Salone (C. A: Alessi)
Palazzo Imperiale. Salone 

 

La matita di Renzo Piano

Ma l’anima più profonda di Genova è nel suo orizzonte, uno sguardo che scavalca il Mediterraneo per puntare dritto all’oceano. Un legame viscerale che prende vita tra le sale del Galata Museo del Mare, dove la storia di Cristoforo Colombo e l’epoca d’oro dei transatlantici si intrecciano in un percorso d’avanguardia. Avanguardia che approda nella nuova Genova di domani che porta ancora una volta la firma di Renzo Piano: dopo la rivoluzione del Porto Antico, il 2026 segnerà il debutto del Waterfront di Levante, un progetto urbanistico straordinario che ridisegna la costa in un’unica spettacolare passeggiata capace di unire il centro pulsante di fashion, food e residenze di pregio alla sostenibilità più vera, con spazi verdi e piste ciclabili. Un masterplan che ha riportato l’acqua in città abbattendo i confini fra terra e mare, opera di estrema sostenibilità, basata su scambi termici con l’acqua marina e alimentata da pannelli fotovoltaici che trasformano aree industriali in canali navigabili e parchi urbani. Un’altra eccellenza genovese da scoprire. Per essere ancora di più una città Superba.

 

Nervi. Porticciolo (Matteo Niccolai)
Nervi. Porticciolo 
Lagune rosse e deserti di sale: il volto surreale dell’Altiplano boliviano

Lagune rosse e deserti di sale: il volto surreale dell’Altiplano boliviano

L’Altiplano boliviano è uno dei paesaggi più suggestivi al mondo. Situato a un’altitudine media di 3600–4000 m sul livello del mare, visitarlo permette di toccare con mano paesaggi caratterizzati da una geologia quasi irreale. Un territorio aspro, lunare, dove si ergono le vette più alte del paese e la natura si fa sale nel famoso Salar de Uyuni  e colore nelle sue lagune d’altura. Scopriamo insieme il volto surreale e ipnotico di questa parte della Bolivia.

Il Salar de Uyuni © mjols84 / Shutterstock

Il Salar de Uyuni

Il Salar de Uyuni

Il punto di partenza obbligato è il Salar de Uyuni, un’enorme distesa salata a 3.656 metri sul livello del mare. Formato dall’evaporazione progressiva di antichi laghi preistorici, il più antico dei quali, il Lago Minchin, esisteva circa 40.000 anni fa, il salar è oggi ricoperto da uno strato di sale cristallizzato spesso fino a otto metri. Da dicembre a marzo, quando le piogge depositano sulla superficie pochi centimetri d’acqua, questa infinita distesa di sale si trasforma in uno specchio così perfetto da eliminare la linea di confine tra terra e nuvole.

Oltre a perdersi nel suo infinito orizzonte (sia di giorno, che di notte grazie ai numerosi tour guidati disponibili), nel salar ci sono quattro soste che vale la pena pianificare.

L’Isla Incahuasi è un affioramento roccioso coperto di cactus colonnari che raggiungono i dieci metri e, nella stagione secca, è raggiungibile in fuoristrada. Gli Ojos del Salar sono piccole pozze dove l’acqua sotterranea affiora attraverso la crosta di sale. C’è poi il Playa Blanca Salt Hotel, il primo edificio al mondo costruito interamente in blocchi di sale, oggi abbandonato come struttura ricettiva ma incluso come sosta nei tour. All’esterno si trovano la Plaza de las Banderas, dove i viaggiatori lasciano la bandiera del proprio paese, e il monumento al Dakar Rally, anch’esso scolpito in sale. Infine, nella periferia di Uyuni c’è il Cementerio de Trenes dove, abbandonate nella polvere, si trovano le carcasse arrugginite dei convogli ferroviari del XIX e XX secolo che trasportavano stagno e argento da Potosí verso il Pacifico.

Il Salar de Coipasa © Marisa Estivill / Shutterstock

Il Salar de Coipasa

Il Salar de Coipasa

Più piccolo rispetto al Salar de Uyuni e raggiungibile solo durante la stagione secca per il pericolo di allagamenti, il Salar de Coipasa è una meta per chi vuole restare lontano dai percorsi più battuti. Intorno al vicino Lago Coipasa si possono osservare fenicotteri andini migratori, vigogne, svassi argentati e ibis della puna.

La Laguna Colorada © yggdrasill / Shutterstock

La Laguna Colorada

La Laguna Colorada

La Laguna Colorada è un lago salato situato a 4.278 metri e profondo meno di un metro. Il colore delle sue acque, che vira dal rosso mattone all’arancio cupo, è prodotto dalla concentrazione di alghe pigmentate e microrganismi che proliferano in questo ambiente salino. Lungo le sponde, depositi bianchi di borace e magnesio creano uno spettacolare contrasto con la superficie rossastra. È qui che vivono e si riproducono migliaia di fenicotteri appartenenti a tutte e tre le specie presenti in Sud America. Nel 1990 la laguna è stata designata zona umida Ramsar.

La Laguna Verde © yggdrasill / Shutterstock

La Laguna Verde

La Laguna Verde e la Laguna Blanca

All’estremo sud-occidentale della riserva Reserva Nacional de Fauna Andina Eduardo Avaroa, ai piedi del vulcano Licancabur al confine con il Cile, si trovano due lagune adiacenti separate da un sottile istmo. La Laguna Blanca deve il suo colore biancastro all’alta concentrazione di borace. La Laguna Verde, invece, deve il suo nome alla presenza di arsenico, magnesio, carbonato di calcio e altri minerali in sospensione che tingono le sue acque del color dello smeraldo. L’intensità cromatica varia con il vento, che sposta i sedimenti sul fondo: il verde diventa più saturo nelle ore in cui la brezza è più forte. L’arsenico rende le acque tossiche per la fauna ed è per questo che qui i fenicotteri non ci sono.