Dimenticate le foreste e le colline color smeraldo che dipingono lo skyline di Rio de Janeiro. Il Brasile che vi sto per raccontare è arido, ha le sembianze della luna, e in alcuni tratti sembra un luogo-archetipo da Far West sudamericano. Una terra da evitare? No, tutt’altro: una meraviglia di deserti, lagune e lunghi tratti di mare blu intenso, da scoprire con un (facile) viaggio on the road che in poco tempo ti proietta dalla spiaggia di Jericoacoara, che il Washington Post considera fra le dieci più belle del pianeta, al Delta del Parnaíba, alla Baia di Feijao Bravo, fino alla città di São Luís. È l’altro Brasile. Quello di nord-est. Un territorio magico che lo scrittore João Guimarães Rosa descriveva come “l’ampiezza del mondo” e che se ne sta lassù, incurante del tempo che passa, 3000 chilometri a nord di Rio de Janeiro, lungo quella che è stata definita la “Rotta delle emozioni”.
Comincia tutto a Jericoacoara, la spiaggia più bella del Paese, nello stato del Ceará (che per la cronaca fu il primo della Confederazione ad abolire la schiavitù, alla fine dell’Ottocento). Un amore a prima vista, una seduzione ininterrotta e impalpabile di dune sabbiose e palme da cocco che si specchiano per chilometri in un mare verde bottiglia. Jericoacoara, Jerí per gli abitanti, è il sogno tropicale elevato all’ennesima potenza, con la luce magica che al tramonto incendia l’orizzonte d’oro e d’arancio, le tartarughe che depongono le uova sulla sabbia, i villaggi di pescatori, le esibizioni di surfisti e kitesurfer che qui trovano condizioni ottimali grazie al vento teso che soffia liberamente dall’Africa senza trovare ostacoli. Tutto protetto e tutelato, al riparo dall’edilizia selvaggia e dalle speculazioni immobiliari, visto che l’intera zona è stata dichiarata Parco nazionale.
Seguendo la costa, passate altre spiagge idilliache, altre dune, sfiorati fiumi, lagune e piccoli villaggi, arrivo a Parnaíba, nello Stato del Piauí. E sono subito rapito da quel delta che tratteggia un paesaggio di nastri liquidi e piscine incantate attorno alla cittadina dalla memoria coloniale, dove il profumo esotico del fiume, della terra e del mare si ritrova anche a tavola, nei piatti di pesce arrosto e frutti tropicali. Poi entro nello Stato del Maranhão e scopro un “mare di dune” (quelle del Parque Nacional dos Lençóis Maranhenses) di quarzo finissimo che si mescola con l’acqua e la vegetazione, regalando scorci poetici di natura; “un mare di lenzuola” circondato dal verde smeraldo della foresta, fra le acque limpide dove nuotano piccole tartarughe verdi, i fiumi che sembrano nastri d’argento sotto un cielo immobile e senza nuvole, gli specchi d’acqua dolce, le lagune più simili a una fiaba che alla realtà. Invece è tutto vero, solo… diverso dal solito: primordiale e speciale, dato che fino a pochi decenni fa gli unici a conoscere l’incanto di questi luoghi erano gli Indios che pescavano nei laghi di acqua piovana, senza sapere (o forse sì) di trovarsi nel paradiso sulla terra.
Poi l’incanto di madre natura finisce, e cominciano altre emozioni: a São Luís, capitale del Maranhão, l’unica città brasiliana fondata dai francesi, la mia guida mi spiega che sono arrivato nel centro della cultura del mondo. Se per mondo intende il Brasile non posso certo dargli torno, perché questa città dove si parla il miglior portoghese della nazione, nei secoli passati era così ricca e colta da essere soprannominata“l’Atene brasiliana”. In realtà sono molti i soprannomi di São Luís, da “capitale degli azulejos” (per via delle ceramiche colorate che rivestono le facciate delle case) a “città del reggae” (che qui è un vero mito), a testimonianza della straordinarietà di un luogo dove il sangue europeo si mescola al Dna degli indios, come dimostrano molti occhi verdi nei visi dalla carnagione dorata. Il suo centro storico, poi, è un luogo da Grande Bellezza: con più di 4000 edifici monumentali eretti nell’arco di quattro secoli, è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’Umanità.
Conoscono tutti le Phi Phi Island e Koh Samui, ma la Thailandia è un paradiso di isole – grandi o piccole – che galleggiano sull’azzurro trasparente dell’oceano, da scoprire con spirito pionieristico (ma senza rinunciare ai comfort), lontani dalle mete popolari e dall’overtourism. Le più “speciali” sono al largo della costa occidentale, nel paradiso liquido del Mare delle Andamane, e sono un parco nazionale marino che verrà presto dichiarato patrimonio Unesco. Parliamo delle Similan, che in lingua locale Yawi significa “nove”, dal numero e il nome delle isole di granito allineate proprio in senso numerico da nord a sud, circondate da un’acqua limpidissima e orlate da spiagge color borotalco. Il paradiso in terra, o quasi.
Per raggiungere le Similan non esistono traghetti pubblici. Bisogna prendere un motoscafo o una barca veloce dalla vicina Khao Lak, località poetica dove I Grandi Viaggi ha diverse strutture (vedi in fondo all’articolo), e lasciarsi rapire per tutto il tragitto dalla bellezza del paesaggio. Mare a perdita d’occhio, cielo infinito, e finalmente la catena di scogli granitici dove a tutela dell’habitat naturale non si può dormire (tranne che a Koh Miang, la numero quattro, dotata di spartani bungalow in bambù, e a Koh Similan, la numero otto, attrezzata con qualche tenda). In compenso è possibile nuotare lungo una delle barriere coralline più spettacolari del pianeta, in acque brulicanti di vita.
È la bellezza della semplicità: una cartolina tropicale dove il mare declina in tutte le sfumature dell’azzurro, che il National Geographic considera fra i dieci migliori posti al mondo per le immersioni. Si nuota a profondità variabile lungo il reef in technicolor composto da 200 specie di coralli e in compagnia di molte varietà di pesci: nuvole di glass fish insieme a pesci pappagallo, murene, pesci farfalla e bandiera, razze, pesci gatto e chitarra, tonni e carangidi. Ma anche polpi, gigantesche cernie rosse, stelle marine e talvolta, fra marzo e aprile, le mante e gli squali balena. Sempre per i sub, consigliata la sosta all’Elephant Head Rock: una formazione rocciosa che ricorda la testa di un elefante, dove le correnti gonfiano le foreste di coralli molli, generando effetti cinetici dalle tinte vivaci. Qui le gorgonie raggiungono proporzioni XL, e sono talmente maestose e numerose da poterci nuotare in mezzo.
Le Similan sono l’arcipelago perfetto per fare island hopping. La barca scivola leggera fra le isole consentendo ai passeggeri di tuffarsi negli spot più spettacolari, e una volta sbarcati si cammina sulla sabbia impalpabile di queste perle coralline che di recente sono cresciute di numero, passando da nove a undici, in seguito all’inclusione nell’area protetta di Koh Bon e Koh Tachai. Normalmente le tappe dove sbarcare sono Koh Miang, la numero quattro, l’isola più grande, Koh Similan (numero otto) e Koh Tachai, la più popolare per via della sabbia soffice. La “1”, la “2” e la “3” possiamo solo immaginarle o contemplarle dal mare: per tutelare le tartarughe che vi depongono le uova, ai turisti è vietato l’ingresso.
Per via dei monsoni, e per proteggere il delicato ecosistema dell’arcipelago, il Parco Nazionale delle Isole Similan è chiuso alle visite da maggio a novembre. Si può invece fare tappa tutto l’anno a Khao Lak, la località costiera più vicina alla Similan, con alloggi e resort di standard occidentale immersi nella poesia della vegetazione. Qui, i Grandi Viaggi propone due soluzioni: l’Eden Beach Khao Lak, Spa-resort a cinque stelle sulla spiaggia e sul mare, dove le 208 camere realizzate con materiali naturali (alcune con piscina), sono l’emblema del lusso discreto. Oppure il Khao Lak Merlin, quattro stelle superior in collina ma con accesso diretto alla spiaggia, con le camere in stile tradizionale tailandese immerse in un giardino tropicale che ti culla con la colonna sonora delle cascatelle nascoste dalla vegetazione.
Una selezione di luoghi diversi tra loro, che mettono al centro l’ospitalità e la cucina, e dove il silenzio fa parte dell’esperienza.
La Toscana del lusso sta cercando una nuova distanza dal rumore delle città. Mentre gli alberghi di Firenze e degli altri centri più visitati fanno i conti con un turismo sempre più intenso, la clientela alto spendente guarda con crescente interesse alla campagna, dove spazio, privacy e paesaggio diventano parte del soggiorno. È una tendenza che porta verso luoghi diversi fra loro, accomunati dalla qualità dell’ospitalità e da un’attenzione particolare alla cucina.
La campagna è il vero protagonista del soggiorno, fra colline, giardini e antichi edifici recuperati. Le produzioni della tenuta diventano occasione di visite e masterclass e rafforzano il rapporto con il territorio volterrano. L’atmosfera invita a rallentare e a vivere qualche giorno lontano dal rumore. La cucina è affidata ad Angelantonio Cioffi, con proposte legate alle coltivazioni biologiche e agli orti della proprietà.
Borgo San Felice
Località San Felice – 53019 Castelnuovo Berardenga (SI) | Tel. 0577 3964
Una piccola comunità agricola diventata resort senza perdere la propria identità. Antiche case, cappella, pieve e vicoli raccontano la storia di un paese del Chianti, circondato da vigneti e oliveti. La cantina diventa così una chiave per conoscere il territorio. Al ristorante Il Poggio Rosso, Stelios Sakalis firma una cucina raffinata che fonde radici toscane e sensibilità contemporanea.
Un’antica dimora di campagna, una fattoria biologica di 120 ettari e giardini costruiscono un’idea di ospitalità in cui il benessere passa anche dalla tavola. Verdure dell’orto, formaggi, miele e attività della fattoria entrano nell’esperienza, insieme alla spa olistica e alle camere progettate una per una. Al ristorante Saporium, Ariel Hagen porta avanti una filosofia farm-to-plate che lega cucina e produzione agricola.
Castelfalfi
Località Castelfalfi – 50050 Montaione (FI) | Tel. 0571 892000
Più che un resort, Castelfalfi è un paese rigenerato, con borgo medievale, castello, chiesa e colline. Vino e olio della tenuta, ristoranti, spa e oltre quaranta esperienze, dalla caccia al tartufo allo yoga nel bosco, permettono di alternare quiete e attività. L’offerta culinaria è curata dallo chef Davide De Simone, che cura la cucina di tutti i ristoranti interni.
Il territorio conserva tracce etrusche e il castello risale al X secolo. Oggi la tenuta custodisce questa memoria dentro un paesaggio di vigne e oliveti, con una spa ricavata nelle antiche cantine e un anfiteatro etrusco. Le nuove ville richiamano i nomi alla storia locale legata al periodo etrusco. Al ristorante Tosca, lo chef Daniele Sera rilegge la tradizione toscana in chiave contemporanea .
Castello di Vicarello
Località Vicarello, 1 – 58044 Poggi del Sasso, Cinigiano (GR) | Tel. 0564 990718
Nella Maremma più appartata, Castello di Vicarello è una destinazione per chi cerca una Toscana lontana dalle cartoline. Passeggiate a cavallo, percorsi in e-bike, degustazioni e giornate verso la costa dell’Argentario completano il soggiorno. Il castello diventa punto di partenza per un territorio ancora selvatico. Al ristorante Sapori di Vicarello, la cucina valorizza gli ingredienti dell’orto biologico sotto la guida dello chef Massimiliano Volonterio.
Il Borro Località Borro, 1 – 52024 San Giustino Valdarno, Loro Ciuffenna (AR) | Tel. 055 977053
Un borgo millenario e 1.100 ettari di tenuta biologica raccontano un recupero iniziato nel 1993. Vigneti, oliveti, orti e boschi alimentano una filosofia agricola che arriva alla tavola con la cucina farm-to-table. Le esperienze comprendono degustazioni, lezioni di cucina, passeggiate a cavallo e laboratori artigianali. All’Osteria del Borro lo chef Andrea Campani valorizza materie prime aziendali e locali.
Monteverdi Tuscany
Via di Mezzo, Loc. Castiglioncello del Trinoro – Sarteano (SI) | Tel. 0578 264186
A Castiglioncello del Trinoro il soggiorno comincia dalla sensazione di essere arrivati in un piccolo paese fuori dal tempo. Monteverdi ha recuperato il borgo medievale trasformandolo in camere, suite e spazi per l’ospitalità. La cucina segue le stagioni e la spa invita a rallentare. Al ristorante Oreade, i prodotti del territorio diventano percorsi di alta cucina sotto la guida dello chef Riccardo Bacciottini.
Relais Il Falconiere
Località San Marino, 370 – 52044 Cortona (AR) | Tel. 0575 612679
A Cortona l’ospitalità porta il nome della famiglia Baracchi, che da decenni lega il Relais Il Falconiere alla cucina e al vino. Le camere sono tutte diverse e la scuola di cucina, ispirata a Under the Tuscan Sun, porta gli ospiti dentro il modo di vivere e mangiare della campagna cortonese. Accanto si trova la cantina della proprietà, con i vigneti che fanno parte del paesaggio e i vini proposti anche nelle degustazioni guidate.
Sulle colline di Fiesole, nell’ex monastero del XV secolo con facciata attribuita a Michelangelo, Villa San Michele permette di dominare Firenze dall’alto restando immersi nel silenzio di giardini e boschi secolari. È una soluzione per chi desidera lo sguardo sulla città senza il suo scompiglio. Dopo il restyling, lo storico ristorante ha lasciato spazio ad Antesi, otto tavoli affacciati sul panorama fiorentino, con la cucina dello chef Alessandro Cozzolino.
Dalla Val di Chiana alla Maremma, quattro paesaggi toscani raccontano secoli di bonifiche, canali e opere idrauliche che hanno trasformato paludi, laghi e pianure.
La Toscana che conosciamo, fatta di colline coltivate, filari di cipressi e borghi adagiati sui crinali, sembra un paesaggio naturale. In realtà, molte delle sue forme più riconoscibili sono il risultato di una lunga trasformazione.
Per secoli l’uomo ha dovuto confrontarsi con l’acqua, cercando di governare fiumi, paludi e zone umide per rendere abitabili e coltivabili territori che spesso erano dominati dagli acquitrini.
La trasformazione è avvenuta lentamente. Canali, argini, chiuse, cateratte e sistemi di drenaggio hanno progressivamente modificato il territorio.
In alcuni casi l’acqua è stata allontanata per lasciare spazio all’agricoltura; in altri è stata incanalata e regolata, senza mai scomparire completamente.
E in alcuni luoghi, dopo essere stata per secoli considerata un problema, è tornata a essere riconosciuta come una risorsa naturale da proteggere.
Oggi queste vicende sono ancora leggibili nel paesaggio: ecco quattro luoghi dove leggere la storia della Toscana camminando tra canali, paludi e zone umide.
1 – Padule di Fucecchio, la palude che non è mai scomparsa
Il Padule di Fucecchio racconta una storia diversa. Qui l’uomo ha cercato per secoli di controllare l’acqua, ma non è mai riuscito a cancellarla completamente.
La grande zona umida che oggi conosciamo è ciò che resta di un ambiente molto più esteso, progressivamente modificato da bonifiche, argini, canali e opere di regolazione.
Il Padule è ancora oggi la più importante area palustre interna della Toscana e rappresenta un paesaggio completamente diverso dalle immagini più conosciute della regione.
Non ci sono grandi distese di vigneti o colline coltivate, ma canneti e specchi d’acqua, canali e prati umidi.
Eppure anche questo è un paesaggio profondamente segnato dall’intervento umano.
Per secoli la zona è stata utilizzata per la pesca, la caccia e la raccolta di materiali, mentre le acque venivano progressivamente regolate per ridurre il ristagno e recuperare terreni destinati all’agricoltura.
Una delle testimonianze più interessanti di questa storia si trova a Ponte a Cappiano, dove una grande struttura idraulica controllava il deflusso delle acque del Padule.
Oggi la prospettiva è cambiata. Quello che un tempo era considerato soprattutto un territorio da bonificare viene riconosciuto per il suo enorme valore naturalistico.
Il Padule è diventato così un luogo da proteggere e da esplorare, attraverso percorsi e itinerari che permettono di osservare la vegetazione e la fauna tipiche delle zone umide.
2 – Diaccia Botrona, sulle tracce del lago che non c’è più
Nella Maremma grossetana l’acqua ha lasciato una traccia ancora più sorprendente.
Dove oggi si trova la Riserva naturale della Diaccia Botrona, un tempo si estendeva il Lago Prile, una grande laguna interna che occupava una parte considerevole della pianura costiera.
Le bonifiche hanno progressivamente modificato questo ambiente fino a trasformarlo.
Il grande specchio d’acqua è scomparso, ma non è scomparso del tutto il paesaggio che lo aveva generato.
Al suo posto è rimasta una vasta zona umida, fatta di canali, specchi d’acqua, canneti e terreni periodicamente interessati dalla presenza dell’acqua.
Uno dei simboli di questa trasformazione è la Casa Rossa Ximenes, costruita nel Settecento durante gli interventi di bonifica della Maremma.
L’edificio aveva una funzione precisa: controllare e regolare le acque della palude.
Oggi, invece, si trova ai margini di un ambiente naturale protetto ed è diventato uno dei luoghi più rappresentativi della Diaccia Botrona.
La Diaccia Botrona può essere esplorata attraverso percorsi che permettono di osservare il paesaggio senza alterarlo.
Camminando nella riserva si ha così la sensazione di attraversare una Toscana nascosta.
È una Toscana d’acqua, lontanissima dalle colline del Chianti e dai paesaggi agricoli dell’interno.
3 – Alberese e l’Ombrone, dove la Maremma è diventata campagna
Tra le colline del Parco della Maremma e la costa si estende una pianura nella quale il rapporto con l’acqua è stato determinante.
Intorno ad Alberese e alla foce dell’Ombrone, la Maremma ha cambiato profondamente aspetto grazie alle opere di bonifica che hanno interessato le zone umide e i terreni paludosi.
Per lungo tempo questa parte della Toscana è stata associata alla presenza di acquitrini, alla malaria e a condizioni difficili per l’agricoltura e gli insediamenti.
La trasformazione del territorio ha richiesto interventi complessi, capaci di regolare il deflusso delle acque e rendere utilizzabili le superfici della pianura.
Canali, fossi, argini e opere di drenaggio sono ancora parte del paesaggio.
Alcuni attraversano la campagna in modo quasi invisibile, altri diventano elementi evidenti lungo le strade rurali e nei pressi della foce dell’Ombrone.
Oggi questo territorio si trova accanto a uno degli ambienti naturali più importanti della Toscana, il Parco della Maremma.
La presenza del parco rende particolarmente interessante osservare la vicinanza fra paesaggi apparentemente opposti: da una parte gli ambienti naturali della costa e delle zone umide, dall’altra le campagne organizzate attraverso secoli di interventi umani.
È una distinzione che, guardando attentamente, diventa meno netta.
Anche il paesaggio agricolo porta infatti le tracce dell’acqua, mentre gli ambienti naturali sono stati a loro volta condizionati dalla gestione dei fiumi e della pianura.
L’Ombrone rimane il grande elemento ordinatore di questo territorio.
Il suo corso accompagna la pianura fino al mare e continua a ricordare che la Maremma è nata dall’incontro fra terra e acqua.
Percorrere a piedi i sentieri del Parco e le strade rurali dell’area permette di cogliere questa relazione senza bisogno di grandi opere monumentali.
A raccontare la storia sono soprattutto i canali, gli argini, le zone umide e il disegno della campagna.
4 – Val di Chiana, dove l’acqua ha lasciato posto alla campagna
Per comprendere quanto possa cambiare un paesaggio quando l’uomo decide di intervenire sull’acqua, la Val di Chiana è uno degli esempi più significativi.
Oggi il fondovalle appare come una grande campagna coltivata, punteggiata da poderi, strade rurali e piccoli centri.
Per secoli, però, questa stessa area è stata caratterizzata da acquitrini e ristagni d’acqua.
Il problema era legato soprattutto alla difficoltà di far defluire le acque.
La trasformazione è stata lunga e ha coinvolto diverse epoche e diversi sistemi di intervento.
Canali, argini e opere di regolazione hanno progressivamente modificato il corso delle acque, mentre le grandi bonifiche hanno restituito alla coltivazione superfici sempre più ampie.
Il risultato è il paesaggio agricolo che oggi caratterizza la valle.
Un modo particolarmente interessante per attraversarlo è seguire il Sentiero della Bonifica, che corre lungo il Canale Maestro della Chiana.
L’antica strada utilizzata per la manutenzione delle opere idrauliche è oggi un percorso che permette di osservare direttamente il rapporto fra acqua, campagna e infrastrutture costruite dall’uomo.
l primo impatto con i laghi del Trentino è una tavolozza di azzurri diversi: acqua color smeraldo che sfiora spiagge d’erba curata, specchi profondi circondati da abeti, rive lambite da vigneti e castelli. In uno spazio relativamente contenuto si passa dal clima quasi mediterraneo del Garda Trentino all’aria fresca dei laghi alpini incastonati tra le Dolomiti. Ecco come orientarsi fra i laghi più interessanti, cosa farci davvero e come organizzarli in un viaggio che abbia senso sul piano pratico.
Grandi laghi per vacanze “lunghe”: Garda, Caldonazzo, Levico, Molveno
Molveno
Chi cerca una base per più giorni tende a scegliere i bacini più ampi, dove si trovano spiagge, passeggiate lunghe e infrastrutture turistiche collaudate.
Il lago di Garda trentinoè la parte settentrionale del più grande lago italiano, diviso tra Lombardia, veneto e Trentino-Alto Adige.
Qui le montagne salgono ripide alle spalle delle località di Riva del Garda, Nago e Torbole, creando un microclima mite anche in inverno.
Sulle sponde si vedono ulivi, agrumi e cipressi che contrastano con le pareti rocciose alle spalle. È il regno di bici, windsurf, vela, ma anche delle camminate lungolago al tramonto con il vento che arriva dal centro del bacino.
Caldonazzo
Spostandosi in Valsugana, il lago di Caldonazzo è il più esteso tra quelli interamente in territorio trentino. Qui l’acqua è abbastanza ampia da permettere sci nautico, canoa e altri sport d’acqua, mentre sulle rive si alternano piccoli paesi, campeggi, stabilimenti balneari e sentieri pianeggianti.
La presenza di più centri abitati – tra cui Caldonazzo, Calceranica al Lago, Pergine Valsugana e Tenna – lo rende adatto a chi vuole alternare giornate in acqua a escursioni nei dintorni.
Lago di Levico
Poco oltre, il lago di Levico si allunga come un corridoio d’acqua circondato da boschi. Sulle sponde si trovano lido attrezzato e parco, facilmente raggiungibili dal centro di Levico Terme, storica località termale. Dal 2013 il lago riceve la Bandiera Blu per la qualità delle acque e la gestione ambientale: un dettaglio rilevante per chi viaggia con bambini o è attento alla balneazione in acque pulite.
Il lago di Molveno, ai piedi del Gruppo di Brenta, è un tipico lago alpino ma con spiagge e prati curati che ricordano quasi uno stabilimento balneare di montagna.
È di origine naturale, formatosi circa 4.000 anni fa a seguito di una frana, con profondità che arrivano a 123 metri. A ovest si alzano le pareti del Brenta, a sud-est il massiccio del monte Gazza e della Paganella: lo scenario è ideale per chi vuole alternare una giornata in acqua a trekking in quota, con funivie e sentieri che partono poco lontano dalle rive.
Per una vacanza “da lago” ben strutturata, una buona idea è scegliere una base principale (Garda, Valsugana o Molveno) e inserire escursioni giornaliere agli specchi d’acqua più piccoli, raggiungibili in auto o con i mezzi.
Laghi da cartolina e passeggiate facili: Tenno, Ledro, Toblino, Lavarone, Lamar
Lago di Tenno
Ci sono laghi del Trentino che si prestano meglio a gite in giornata o a un paio di notti, magari abbinati a borghi e camminate brevi.
Il lago di Tenno, in Comunità Alto Garda e Ledro, è noto per il colore azzurro smeraldo delle sue acque e per la piccola isola interna, considerata un biotopo, che emerge al centro del bacino. È nato in seguito a una frana dal dosso di Ville del Monte e oggi si raggiunge facilmente con una breve passeggiata in discesa. A poca distanza si trova Canale di Tenno, borgo medievale di pietra e vicoli stretti: la combinazione borgo + lago funziona bene per una giornata lenta tra fotografie, bagno e camminata panoramica.
Lago di Ledro
Il lago di Ledro, a circa 655 metri di quota in Val di Ledro, è circondato da pendii verdi e da spiagge organizzate. Ha una superficie di poco più di 2 km² e una circonferenza vicina ai 10 km, percorribile con una camminata o un giro in bici.
Sulla riva orientale, nel 1929, sono stati individuati resti di un villaggio palafitticolo dell’Età del Bronzo, oggi valorizzato dal Museo delle Palafitte di Ledro, collegato al MUSE di Trento. Qui la giornata al lago si può abbinare a una visita archeologica che racconta come si viveva su queste acque migliaia di anni fa.
Il lago di Toblino, nella Valle dei Laghi, è un lago di fondovalle, a circa 245 metri di altitudine, circondato da canneti e da una vegetazione che ha portato alla tutela del sito come biotopo per il suo valore botanico e faunistico. Sulla riva nord, una penisola ospita il Castello di Toblino, con origini nel XII secolo e trasformazioni avvenute a partire dal Cinquecento, oggi adibito a ristorante. Una passeggiata lungo la riva permette di osservare da vicino il castello riflesso nell’acqua, con il profilo dei vigneti alle spalle.
Il lago di Lavarone, sull’omonimo altopiano dell’Alpe Cimbra, si stende a 1.079 metri di quota, con superficie di circa 64.000 m² e profondità massima di 17 metri. È attrezzato per balneazione e pesca in estate, mentre in inverno, quando il ghiaccio lo consente, diventa uno scenario per il pattinaggio su ghiaccio. La fama del luogo è legata anche alle vacanze di Sigmund Freud, che amava passeggiare lungo le sue rive durante i soggiorni a Lavarone: un dettaglio che rende il lago interessante anche per chi è curioso di storia della psicoanalisi e viaggi d’epoca.
Più selvatici, i laghi di Lamar – un tempo uniti e poi separati da una frana – sono oggi due bacini distinti: il lago Santo a sud e il lago di Lamar a nord, a circa 714 metri di quota nella Valle dei Laghi. Sono incastonati tra il monte Soprasasso a est e la Paganella a ovest, con boschi fitti che arrivano quasi fino alla riva. Qui si respira un’atmosfera più appartata rispetto ai laghi maggiori, adatta a chi cerca sentieri brevi, silenzio e acque fresche in cui immergere i piedi dopo una camminata.
Laghi di montagna e natura protetta: Tovel e piccoli bacini alpini
Tovel
Salendo di quota, i laghi diventano più compatti, le rive si stringono e il paesaggio assume tratti quasi severi. Qui il focus è la natura protetta, spesso all’interno di parchi e riserve.
Il lago di Tovel, in Val di Tovel nel comune di Ville d’Anaunia, si trova a circa 1.178 metri di altitudine, all’interno del Parco Naturale Adamello-Brenta. Ha una superficie di circa 370.000 m² e acque che passano dal verde al blu intenso a seconda della luce.
È noto con il nome di “lago degli orsi” per la presenza di orsi bruni nella valle e, in passato, come “lago rosso”: fino al 1964, durante l’estate, un’alga causava un arrossamento spettacolare della superficie. Oggi il fenomeno non si verifica più, ma camminando sul sentiero che costeggia l’intero perimetro si possono ancora osservare pannelli e tracce che raccontano questo episodio unico. L’ambiente è pure montagna: è consigliabile abbigliamento adatto anche nelle giornate calde, perché l’ombra dei boschi e la quota abbassano sensibilmente le temperature.
Accanto ai grandi nomi, il Trentino ospita quasi 300 laghi, molti dei quali sono piccoli specchi d’acqua raggiungibili solo con trekking di diversa difficoltà. Alcuni, come i bacini della Valle dei Laghi, si combinano bene in un itinerario on the road che alterna vigneti, gole, centrali idroelettriche e distillerie. Altri si trovano in quota, dove l’acqua riflette le cime e il silenzio è rotto solo dagli uccelli o dalle campane delle mucche in alpeggio. Per questi laghi il consiglio è sempre lo stesso: informarsi sulla lunghezza dei sentieri, dislivello e condizioni meteo prima di partire, soprattutto se si viaggia con bambini.
Come arrivare, quando andare, cosa aspettarsi
I principali laghi del Trentino sono facilmente raggiungibili sia con mezzi pubblici sia in auto. I punti di accesso più comuni sono le città di Trento e Rovereto, servite dalla linea ferroviaria del Brennero, e le uscite autostradali sull’A22.
Dal fondovalle, reti di autobus collegano la Valsugana, il Garda Trentino, la Val di Non e gli altipiani. Chi arriva in aereo solitamente atterra sugli scali di Verona, Bergamo o Venezia, per poi proseguire con treno e autobus o auto a noleggio.
Un breve schema può aiutare a orientarsi:
in auto si raggiungono facilmente Garda Trentino, Valsugana, Valle dei Laghi, Val di Non e Alpe Cimbra tramite A22 e principali statali;
in treno si arriva a Trento o Rovereto, da cui partono autobus diretti verso Riva del Garda, Valsugana (Caldonazzo e Levico), Altopiano di Lavarone e altre valli;
in bus di linea e navette stagionali si raggiungono molti laghi più piccoli, soprattutto in estate, con servizi che partono dai centri maggiori.
Il periodo migliore dipende da ciò che si cerca. Per balneazione, sport d’acqua, vita di spiaggia i mesi tra tarda primavera e fine estate sono i più adatti, con temperature dell’acqua decisamente più piacevoli nei bacini a quota bassa come Garda, Caldonazzo e Levico. I laghi alpini come Molveno, Lavarone e Tovel sono splendidi anche in autunno, quando i boschi cambiano colore e la luce del pomeriggio colora le sponde di toni caldi; in questo caso si privilegiano passeggiate e fotografie piuttosto che lunghi bagni. L’inverno porta scenari completamente diversi: bacini parzialmente ghiacciati, possibilità di pattinaggio su laghi come Lavarone quando le condizioni lo consentono, e abbinamenti con le piste da sci degli altipiani vicini.
Chi ama anche la gastronomia può affiancare ai laghi tappe dedicate: pesce di lago servito in trattorie affacciate sull’acqua, piatti di montagna nelle malghe sopra Molveno o Tovel, degustazioni di vini e grappe nella Valle dei Laghi. Il consiglio è di alternare ristoranti strutturati a piccoli locali di paese, per cogliere sia la cucina più tradizionale sia le interpretazioni moderne.