Cina: classici senza tempo e paesaggi d’inverno

Cina: classici senza tempo e paesaggi d’inverno

C’è la Cina delle capitali imperiali, dove tremila anni di storia convivono con le architetture futuristiche. E c’è la Manciuria, dove nacque la dinastia Qing e dove l’inverno trasforma il paesaggio in una straordinaria opera di ghiaccio.

Lasciati ispirare da due itinerari, diversi ma di grande fascino.

A ottobre scopri il “Regno di Mezzo” con un itinerario classico, e tuttavia non scontato, da Shanghai con il Giardino del Mandarino Yu, il Tempio col Buddha di Giada, il Bund, la Via Nanchino e l’avveniristico quartiere di Pudong, prosegue a Xi’an, antica capitale cinese da cui un tempo partiva la Via della Seta, e a Lintong, che accoglie il celebre Esercito di Terracotta (Patrimonio UNESCO). Infine Pechino, con la Città Proibita il Palazzo d’Estate, la Piazza Tien an Men, il Tempio della Pace Celeste e la Grande Muraglia.

A dicembre e gennaio puoi scoprire la Manciuria, all’estremo nord-est del Paese, ai confini con la Russia e la Corea del Nord. Un viaggio per gli amanti dei paesaggi, delle atmosfere e del freddo del Grande Nord che inizia a Pechino, con le sue mete più conosciute, e raggiunge le città di Shenyang, la prima capitale dell’Impero Manciù, di Changchun e di Jilin. E Harbin, con il suggestivo Festival del Ghiaccio e della Neve che ogni anno accoglie artisti provenienti da tutto il mondo per creare vere e proprie opere d’arte che popolano la città con enormi sculture di ghiaccio e neve, illuminate la sera.

Viaggio in Marocco: consigli per il tuo trekking

Viaggio in Marocco: consigli per il tuo trekking

Le montagne del Marocco non somigliano a nessun’altra destinazione di trekking del Mediterraneo: l’Atlante si divide in tre catene distinte, i sentieri non hanno segnaletica fissa, e la vetta più alta del Nord Africa — il Toubkal, a 4.167 metri — si raggiunge da un villaggio berbero a un’ora da Marrakech. Una guida pratica per chi vuole camminare, correre o andare in bici in un paese che premia la curiosità e non perdona l’improvvisazione.

Il Marocco è una di quelle destinazioni che ricompensa i viaggiatori con curiosità e mette alla prova chi cerca il comfort.
Con catene montuose da scoprire, antichi villaggi berberi e sentieri che attraversano alcuni dei paesaggi più straordinari del mondo, c’è molto che ti aspetta oltre le medine.
Se corri, vai in bici o fai trekking, questo Paese merita la tua attenzione.

Marocco: la destinazione perfetta per il trekking

Le montagne dell’Atlante sono l’attrazione principale per chi fa trekking. La catena si divide in tre sezioni distinte: il Medio Atlante a nord, l’Alto Atlante nella zona centrale del paese e l’Anti-Atlante a sud. Ognuna è diversa dall’altra, con opzioni di trekking che spaziano tra diversi livelli di difficoltà. Il paesaggio cambia rapidamente, passando da valli ricche di vegetazione, con meli e mandorli, ad alte creste rocciose dove l’aria si fa rarefatta.

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La cosa migliore del trekking in Marocco è la natura indomita della sua topografia, praticamente priva di sentieri ben segnalati e aree campeggio affollate. Quell’aspetto selvatico è esattamente il fattore più attraente. Non si segue un percorso turistico con cartelli numerati ogni duecento metri ma ci si muove attraverso un paesaggio vivo, tra villaggi di contadini e campi terrazzati, con roccia e cielo a perdita d’occhio.

Toubkal

Il percorso più popolare è il Parco Nazionale del Toubkal, a circa un’ora di auto da Marrakech, dove i trekker possono scalare il monte Toubkal: la vetta più alta del Nord Africa, a 4.167 metri. La salita standard parte dal villaggio di Imlil, richiede due giorni e, chi resiste, può godere di panorami all’alba difficili da descrivere a parole.

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Il livello di preparazione fisica richiesto varia da moderato ad alto. Durante la stagione invernale, le ascensioni richiedono l’utilizzo dei ramponi e l’accompagnamento di una guida alpina.

L’Anti-Atlante e oltre

La città dell’Anti-Atlante di Tafraoute merita una visita di almeno un giorno per un’escursione, ed è il punto di partenza ideale per andare in bicicletta fino alle famose rocce blu e scoprire le vicine incisioni rupestri preistoriche.

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Più a est, la Gola del Todra si apre tra canyon calcarei e offre di tutto, dalle piacevoli passeggiate tra i palmeti ai trekking montani più impegnativi, dove le famiglie nomadi vivono ancora.

Cosa mettere nello zaino

Le montagne marocchine seguono regole proprie quando si parla di clima: le temperature in quota possono oscillare drasticamente tra l’alba e il mezzogiorno, quindi vestirsi a strati è fondamentale. Un buon paio di scarpe da trail, una giacca a vento leggera, protezione solare per viso e mani e acqua sufficiente per le tappe più lunghe: questi sono gli elementi base che non puoi ignorare.

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Data la mancanza di percorsi marcati e la natura del territorio, affidarsi a una guida locale certificata è fortemente consigliato. Queste guide sanno muoversi tra condizioni variabili, barriere linguistiche e cambiamenti di tempo improvvisi, e spesso aprono porte a esperienze che un trekker indipendente non riuscirebbe mai a trovare da solo.

Restare connessi ha la sua importanza quando fai trekking in loco e una eSIM per il Marocco ti consente di mantenere una connessione dati attiva senza grossi problemi: davvero utile quando hai bisogno di mappe offline, aggiornamenti meteo in tempo reale o un modo per chiamare aiuto se qualcosa va storto su un sentiero remoto.

Dopo il trekking

Finire un trekking di più giorni e correre subito in aeroporto non è l’approccio migliore, soprattutto se vuoi esplorare ancora un po’ il territorio. Marrakech è a un’ora dalle montagne e ti permette di riempire due o tre giorni senza sforzo. I souk della medina, le bancarelle di cibo in Piazza Jemaal el_Fna, una sessione di hammam per recuperare dalla fatica del sentiero: non sono cliché turistici, sono modi efficaci per decomprimere dopo uno sforzo fisico.

Marrakech

Se hai più tempo, la cittadina costiera di Essaouira è una gita di un giorno molto accessibile e offre una versione completamente diversa del Marocco. Per chi corre, i sentieri intorno a Imlil sono perfetti anche come base per qualche giorno in più di trail running leggero prima del volo di ritorno.

Quando pianificare il viaggio?

La primavera e l’autunno sono i periodi ideali per affrontare questi itinerari. Tra marzo e maggio e tra settembre e novembre le temperature in quota sono generalmente più miti, il cielo è spesso limpido e i sentieri risultano liberi sia dalla neve sia dall’aridità tipica dell’estate.
Anche la stagione estiva è adatta, soprattutto per le cime più elevate, ma nelle vallate il caldo può essere intenso e particolarmente impegnativo per chi non è abituato. Gennaio e febbraio possono essere bellissimi per i trekker invernali esperti, ma le salite al Toubkal diventano tecnicamente impegnative e non andrebbero affrontate senza attrezzatura adeguata e una guida.
Pianifica il percorso, rispetta il terreno e concediti abbastanza tempo per assorbire davvero quello che il Marocco ti offre.

Le architetture della Costa Smeralda: un itinerario da scoprire

Le architetture della Costa Smeralda: un itinerario da scoprire

Cinque tappe tra architettura d’autore e ginepri in Sardegna: tra Luigi Vietti, Jacques, Savin Couëlle e Busiri Vici il volto più sorprendente della Sardegna.

Tutti arrivano in Costa Smeralda per il mare. Quasi nessuno si accorge delle finestre. Delle scale che sembrano scolpite dal vento, dei muri bianchi che non seguono mai una linea retta, delle terrazze che imitano il profilo del granito e delle piazze costruite come se fossero sempre esistite.

La vera invenzione della Costa Smeralda non è stata il lusso. È stata l’architettura. Per scoprirla bisogna dimenticare per un momento gli yacht e trasformare la vacanza in un itinerario lento, dove ogni curva della strada racconta un’idea diversa di abitare il paesaggio. È un viaggio che comincia nei primi anni Sessanta, quando il principe Karim Aga Khan IV, insieme al neonato Consorzio Costa Smeralda, immagina qualcosa che allora sembra impossibile: costruire senza conquistare, lasciare che siano il granito, il maestrale e la macchia mediterranea a dettare le regole del progetto. Il regolamento del Consorzio impone muri in pietra locale, tetti bassi, colori della terra, volumi spezzati e il divieto di interrompere la continuità del paesaggio. Oggi lo chiameremmo sostenibilità; allora era semplicemente una visione.

Prima tappa. Porto Cervo, dove un paese viene inventato

Si parte da Porto Cervo, ma conviene dimenticare per un attimo le boutique e il porto turistico. Bisogna guardare in alto, verso le logge, le finestre tripartite, i camini e i pergolati. Luigi Vietti costruisce qui un luogo che sembra esistere da secoli. In realtà è un sofisticato collage di architetture mediterranee: vicoli che si stringono, piazze irregolari, archi che incorniciano il mare e scale che obbligano a rallentare. Nulla è monumentale, tutto è pensato per essere scoperto camminando. Lo stesso linguaggio ritorna nella Chiesa di Stella Maris, affacciata sul porto come un faro bianco. Le linee morbide, il campanile essenziale e gli interni luminosi custodiscono opere di El Greco e un crocifisso ligneo seicentesco, dimostrando come spiritualità, arte e paesaggio possano convivere senza ostentazione. Il percorso continua verso il Villaggio Pevero, altro capolavoro di Vietti, dove case, giardini e piazzette si rincorrono senza mai interrompere il profilo naturale della collina. Qui l’architettura sembra crescere insieme ai ginepri e ai massi di granito, mentre terrazze e pergolati trasformano l’ombra in un elemento progettuale. Pochi minuti dopo si raggiunge Villa Tamarisca, nascosta tra il rosmarino selvatico di Piccolo Romazzino. È qui che si comprende davvero il “Metodo Vietti”. La casa non domina il pendio ma lo segue: ogni stanza occupa un livello diverso, la piscina ha una forma organica, le terrazze interrompono il profilo del tetto e l’ingresso costringe a lasciare l’automobile lontana per attraversare il giardino. È un’architettura che insegna a rallentare ancora prima di essere abitata.

Seconda tappa. Pitrizza, dove gli hotel sembrano rocce

La strada piega verso il mare e improvvisamente appare il Pitrizza. O meglio, sembra di non vedere nulla. L’Hotel Pitrizza, dove suite nascoste tra il granito, terrazze sospese sulle calette e piscine d’acqua salata trasformano il soggiorno in un’esperienza immersiva, è uno degli alberghi più esclusivi del Mediterraneo. Progettato da Vietti come una formazione geologica, ha i tetti verdi che scompaiono nella vegetazione, i muri a secco che sembrano appartenere da sempre al promontorio, la piscina di acqua marina che incorpora massi di granito e perfino la clubhouse che ricorda un grande rifugio scavato nella roccia. Negli interni ritornano terracotta, tappeti sardi, travi in ginepro, mobili rustici e grandi aperture sul mare.

Il lusso non è aggiungere ma togliere, fino a far sembrare l’architettura un elemento naturale del paesaggio. Oggi, dopo il rilancio firmato Cheval Blanc-LVMH, questo spettacolare albergo continua a rappresentare un’idea di lusso discreto e silenzioso, dove protagonista resta sempre la natura.

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Terza tappa. Casa Renaredda e il mondo organico di Jacques Couëlle

Proseguendo verso Porto Cervo il paesaggio cambia ancora. Le linee diventano curve, i muri sembrano modellati con le mani, le finestre non hanno quasi mai la stessa forma. È il territorio di Jacques Couëlle, che si definiva più scultore che architetto. La sua Casa Renaredda, affacciata su una piccola spiaggia privata, si sviluppa come un ferro di cavallo aperto verso il mare. Le ali della casa si piegano seguendo il terreno, una scala a chiocciola gira intorno al camino, le gallerie collegano gli ambienti come in un piccolo borgo e la copertura sembra muoversi indipendentemente dalle stanze. Non esistono prospetti principali: ogni lato dialoga con il paesaggio. Poco più avanti compare il suo capolavoro, Cala di Volpe. Da lontano sembra un villaggio di pescatori; da vicino rivela una straordinaria macchina scenografica fatta di archi irregolari, torri, ponti, passaggi coperti e terrazze sospese.

Quarta tappa. Le case invisibili di Savin Couëlle

Il viaggio continua seguendo strade secondarie, quelle dove le ville si intravedono appena tra ginepri e olivastri. Qui lavora Savin Couëlle, che eredita dal padre il gusto per le forme organiche ma lo rende ancora più radicale. Casa Wood sembra appoggiata tra i massi della Gallura: legno, granito e intonaco bianco si alternano senza soluzione di continuità, mentre pergolati e terrazze diventano stanze all’aperto. Poco distante, Casa in Sanatorio dissolve definitivamente il confine tra edificio e natura. Non si entra in una casa: si attraversa un paesaggio fatto di cortili, muri, scale e pergole.

Quinta tappa. Busiri Vici e il Mediterraneo immaginato

L’ultima deviazione porta verso il mondo elegante di Michele Busiri Vici. La sua Casa Studio è un laboratorio di archi, logge e superfici bianche che ritroveremo in tutta la Costa Smeralda. Il quartiere Sa Conca si sviluppa come un piccolo villaggio, con piazzette e percorsi che seguono il profilo della collina invece di modificarlo. Poi arriva Villa Bettina, una delle più raffinate interpretazioni dell’abitare mediterraneo, dove ceramiche, pergolati, camini e terrazze costruiscono un equilibrio quasi silenzioso tra architettura e paesaggio. Il viaggio termina al Romazzino. Più che un hotel è una passeggiata: corti, logge, porticati, archi e terrazze accompagnano lo sguardo verso il mare senza mai cercare di dominarlo.

Alla fine ci si accorge che la Costa Smeralda non è un insieme di edifici ma un unico progetto lungo venti chilometri, costruito da Vietti, Jacques e Savin Couëlle, Busiri Vici e dal Consorzio come un grande racconto corale. Perché il vero capolavoro della Costa Smeralda è il dialogo continuo tra architettura e natura: un museo a cielo aperto dove ogni curva della strada regala una lezione di design mediterraneo ancora sorprendentemente contemporanea.

Anguilla, elogio caraibico al relax tra spiagge e aragoste

Anguilla, elogio caraibico al relax tra spiagge e aragoste

Hotel d’altri tempi, cocktail sotto le palme e lunghi pranzi vista mare: esplorazione dell’isola che conquista per il suo ritmo lento.

Il programma più ambizioso di una giornata ad Anguilla consiste, in fondo, nello scegliere la spiaggia giusta dove oziare fino al tramonto. Ce ne sono trentatré, distribuite su un’isola lunga appena ventisei chilometri e larga al massimo cinque, e non basterebbe un mese di vacanza per provarle tutte. Anche una sola settimana, in realtà, è sufficiente per sintonizzarsi con un ritmo di vita che sembra ignorare l’urgenza del mondo contemporaneo. Questo territorio d’oltremare britannico nelle Piccole Antille – meta prediletta per le lune di miele – conserva un’identità profondamente caraibica, distante dalla mondanità di Saint Barth o dall’esclusività di Mustique. Il periodo migliore per scoprirla va da dicembre a giugno, e per raggiungerla – dall’Europa non esistono voli diretti verso il suo aeroporto internazionale di Clayton J. Lloyd – si deve atterrare nella vicina Saint Martin e attraversare poi in barca, per una ventina di minuti, il breve tratto di mare che separa le due isole.

I quarant’anni del Malliouhana

Ad Anguilla nulla appare sovradimensionato. Le strade sono tranquille, i centri abitati quasi evanescenti (la capitale The Valley è composta da una manciata di case ed edifici amministrativi) e gli hotel più celebri dialogano con il paesaggio senza sovrastarlo. È una destinazione garbata come la sua gente, e che anche per questo lascia un ricordo indelebile. Il Malliouhana, precursore dei resort cinque stelle dell’isola, ha festeggiato 40 anni di storia. Il nome richiama l’appellativo con cui gli Arawak – gli antichi abitanti amerindi – indicavano Anguilla, in riferimento alla sua silhouette allungata, simile a un “serpente di mare”. Sospeso tra le due baie di Meads Bay e Turtle Cove, sembra appartenere a un’altra stagione dei Caraibi, quella dei grandi hotel indipendenti, costruiti prima che il lusso diventasse un format globale. La struttura possiede l’elegante nonchalance di una casa tropicale, con quella lieve patina del tempo che risulta più seducente della perfezione, una personalità che si esprime nelle 63 camere e suite, marcate da uno stile eclettico e da colori sgargianti, così come nelle ville private.

Con tre outlet distinti, la dimensione gastronomica del Malliouhana è tutt’altro che secondaria: Celeste è l’insegna fine dining (ma non troppo) firmata dal bravo Kerth Gumbs, chef con una tecnica solida e un approccio creativo e giocoso. Agli stessi tavoli si fa anche colazione – consigliatissima la shakshuka – con una spettacolare vista su Meads Bay, una delle spiagge più belle dell’isola, a cui si accede direttamente dall’hotel. Qui si trova il Leon’s, ristorante “piedi nella sabbia” che propone specialità caraibiche con un twist asiatico e che ogni domenica organizza il Sunday Funday, un appuntamento che, tra musica dal vivo, cocktail e barbecue (una delle ossessioni degli anguillians) attira molti turisti e locals. Infine c’è il Bar Soleil, ideale per uno spuntino e un drink dopo un tuffo in una delle due piscine a sfioro.

Sulle spiagge di Maundays Bay

Il panorama dell’ospitalità di alto profilo è ricco e sfaccettato. Belmond Cap Juluca è un altro idilliaco resort in stile moresco che si apre sulla candida e incontaminata Maundays Bay. I suoi punti di forza sono decisamente gli ampi spazi, la raffinata offerta culinaria – che va dal ristorante peruviano Uchu al casual italiano Cip’s by Cipriani – e la Spa firmata Guerlain. Per i più sportivi e le famiglie, l’Aurora Anguilla Resort & Golf Club offre uno scenografico percorso a 18 buche che porta la firma di Greg Norman, e un waterpark.

Chi cerca esperienze adrenaliniche ad Anguilla potrebbe forse annoiarsi un po’, poiché il tempo è scandito da bagni, letture e lunghi pranzi vista mare, senza troppi pensieri: l’isola si attraversa in mezz’ora di macchina, il parcheggio non è mai un problema e tutte le spiagge più celebri – da Shoal Bay a Rendezvous Bay – conservano il raro privilegio della quasi solitudine.

Capitale culinaria dei Caraibi

Con una sproporzione tra meno di 15mila abitanti e oltre cento ristoranti, Anguilla si merita il titolo di “capitale culinaria dei Caraibi”. Il festival Anguilla Culinaria Experience, giunto alla quinta edizione, ne è la sintesi annuale: in programma a maggio, riunisce cuochi locali e ospiti internazionali, impegnati in contest, feste a tema e cene a quattro mani. Mangiare bene, insomma, è più facile che trovare un semaforo. Da Mango’s Seaside Grill, sulla spiaggia di Barnes Bay, il dentice al sesamo è un classico della casa. Sharky’s, a West End, compensa la mancanza di vista sull’acqua con un’indimenticabile lobster cake. L’aragosta è una religione locale, celebrata nei menu come nei tradizionali beach barbecue. In questo senso, l’esperienza più autenticamente caraibica si fa a Scilly Cay, minuscola e romantica isola-ristorante cinta di conchiglie che si trova proprio di fronte al villaggio di pescatori di Island Harbour e che offre tutti gli ingredienti per una giornata perfetta: tavoli all’ombra, aragoste fresche da cuocere sulla griglia e un contesto di disarmante bellezza.

Le serate si chiudono spesso all’Elvis Beach Bar, sulla vivace Sandy Ground. È una vera istituzione e punto di ritrovo, dove l’ottima musica dal vivo accompagna i rum punch in un’atmosfera informale e rilassata. Del resto, parte del fascino di Anguilla è proprio nella sua capacità di restare semplice.

Cosa vedere in Transilvania fra castelli, chiese, saline e la leggenda di Dracula

Cosa vedere in Transilvania fra castelli, chiese, saline e la leggenda di Dracula

La regione ben nota per la leggenda di Dracula ha in realtà tantissimo da offrire, fra città e borghi è una meta turistica di primo piano.

La Transilvania è tra i luoghi più affascinanti della Romania: castelli arroccati sulle colline, città medievali rimaste intatte nei secoli e le vette dei Carpazi che fanno da sfondo. Chi ha pochi giorni per scoprire le cose da vedere in Transilvania, non può perdere il Castello di Bran, le cittadine sassoni di Brașov, Sibiu e Sighișoara, e la spettacolare strada panoramica della Transfăgărășan. Qui, inoltre, convivono tre culture — rumena, ungherese e sassone — e ogni borgo racconta una storia diversa.

Per cosa è famosa la Transilvania?

La Transilvania è famosa soprattutto per essere la terra di Dracula, il personaggio letterario creato da Bram Stoker e ispirato alla figura storica di Vlad l’Impalatore. Incastonata tra le catene dei Carpazi, nel cuore della Romania, la Transilvania custodisce uno dei patrimoni medievali meglio conservati d’Europa.

La regione deve la sua fama anche a un altro elemento distintivo: le chiese fortificate. Costruite per proteggere le comunità dalle invasioni, alcune di queste, come Biertan e Viscri, sono oggi Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Infine, non si può parlare di Transilvania senza citare la sua natura. Foreste antiche che ospitano la più grande popolazione di orsi bruni d’Europa, gole, laghi glaciali e strade di montagna che tolgono il fiato.

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Le 10 cose da non perdere in Transilvania

Prima di creare un programma di viaggio, è bene sapere quali sono i luoghi imperdibili di questa affascinante regione della Romania. Sono il punto di partenza ideale per costruire qualsiasi itinerario:

  • Castello di Bran: conosciuto come il “Castello di Dracula”, domina la valle con le sue torri appuntite.
  • Brașov: una delle città più belle del Paese, con la sua Piazza del Consiglio, la maestosa Chiesa Nera e la pittoresca Strada della Corda, tra le vie più strette d’Europa.
  • Sighișoara: la cittadella medievale meglio conservata della Transilvania, protetta dall’UNESCO. Qui, secondo la tradizione, nacque Vlad l’Impalatore. La Torre dell’Orologio è il suo simbolo.
  • Sibiu: elegante e raffinata, Capitale Europea della Cultura nel 2007, è celebre per le sue “case con gli occhi”, le finestre nei tetti che sembrano osservare i passanti.
  • Strada Transfăgărășan: definita una delle strade più spettacolari del mondo, si arrampica tra i monti Făgăraș con tornanti vertiginosi fino al Lago Bâlea.
  • Castello di Corvino: a Hunedoara, questo castello gotico con ponte levatoio e torri merlate è tra le fortezze più scenografiche d’Europa.
  • Salina di Turda: un’antica miniera di sale trasformata in un sorprendente parco sotterraneo, con ruota panoramica e laghetto a oltre cento metri di profondità.
  • Cluj-Napoca: la vivace capitale non ufficiale della regione, giovane e universitaria, perfetta per chi cerca locali, vita notturna e architettura elegante.
  • Chiese fortificate di Biertan e Viscri: veri gioielli del mondo rurale sassone, che si trovano in villaggi da non perdere.
  • Carpazi e Parco Nazionale dei Monti Apuseni: per gli amanti del trekking, grotte, cascate e sentieri tra foreste incontaminate.
miniera di sale di Turda

Quanti giorni ci vogliono per vedere la Transilvania?

Per cogliere l’anima della regione servono almeno 3-4 giorni, sufficienti a visitare il triangolo d’oro formato da Brașov, Sighișoara e Sibiu insieme al Castello di Bran. Con 5-7 giorni si possono aggiungere le esperienze naturalistiche, come la Transfăgărășan o i villaggi sassoni meno turistici.

Itinerario in 3 giorni

Tre giorni possono esser ideali per innamorarsi della Transilvania, ma l’ideale sarebbe concentrarsi sul suo aspetto monumentale, con vestigia medievali preziose. In particolare:

  • Giorno 1 – Brașov e il Castello di Bran. Si può partire da Brașov: la mattinata può essere dedicata alla Piazza del Consiglio e alla Chiesa Nera. Nel pomeriggio si può raggiungere il vicino Castello di Bran (circa 30 km) e lasciarsi avvolgere dalla sua atmosfera.
  • Giorno 2 – Sighișoara. Il giorno successivo si può partire verso Sighișoara (circa 2 ore di auto).  Qui si passeggia tra le mura della cittadella, si visita la Torre dell’Orologio e la casa natale di Vlad l’Impalatore.
  • Giorno 3 – Sibiu. Ultima tappa a Sibiu (circa 1 ora e mezza da Sighișoara). Da vedere la Città Alta e la Città Bassa, ma anche il celebre Ponte delle Bugie.
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Itinerario in 5 giorni

Con cinque giorni non solo si può espandere il percorso, ma anche aggiungere alcuni luoghi indimenticabili.  Un itinerario più lungo può, ad esempio, comprendere:

  • Giorno 1 – Brașov. Si inizia con il centro storico, la Chiesa Nera e la Strada della Corda. Nel pomeriggio vale la pena salire con la funivia al monte Tâmpa per una vista dall’alto sulla città.
  • Giorno 2 – Castello di Bran e Râșnov. Il Castello di Bran può essere visitato al mattino e, nel pomeriggio, la cittadella contadina di Râșnov.
  • Giorno 3 – Sighișoara. Dopo aver visitato la cittadella UNESCO, vale la pena godersi un pranzo lento in una delle locande all’interno delle mura.
  • Giorno 4 – Sibiu e dintorni. La mattinata va dedicata a Sibiu, mentre il pomeriggio a una chiesa fortificata sassone come Biertan.
  • Giorno 5 – Transfăgărășan o Salina di Turda. D’estate la strada panoramica della Transfăgărășan è imperdibile; negli altri mesi (quando il passo è chiuso) si può visitare la Salina di Turda..
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Come arrivare in Transilvania

Il modo più rapido per raggiungere la Transilvania dall’Italia è l’aereo. La regione dispone di diversi aeroporti. Gli scali principali sono quelli di Cluj-Napoca e Sibiu, entrambi collegati a varie città italiane, spesso con voli low-cost. Cluj è la porta d’accesso ideale per il nord della regione, mentre Sibiu è perfetta per chi vuole partire dal triangolo medievale.

Un’alternativa molto diffusa è atterrare a Bucarest, la capitale, che offre il maggior numero di collegamenti internazionali. Da lì si raggiunge Brașov in circa due ore e mezza, percorrendo la suggestiva valle del Prahova.

Per gli spostamenti all’interno della regione, l’auto a noleggio è la soluzione migliore in assoluto. Molte tra le attrazioni più belle — castelli, villaggi sassoni e strade di montagna — si trovano lontano dai centri urbani e sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici. Chi preferisce non guidare può comunque contare sui treni, che collegano in modo affidabile le città principali come Brașov, Sighișoara, Sibiu e Cluj.

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