L’Estonia che cambia colore: viaggio d’autunno tra boschi, saune e atmosfere sospese

L’Estonia che cambia colore: viaggio d’autunno tra boschi, saune e atmosfere sospese

In Estonia l’autunno non arriva mai all’improvviso. Si insinua lentamente, come un respiro che cambia ritmo, come una luce che si fa più morbida. Prima sono le foglie ai margini dei sentieri a tingersi di rame, poi le torbiere che assumono sfumature di ambra, infine l’aria stessa, che diventa più fresca, più sottile, quasi un invito a rallentare. È la stagione del ruska, il foliage nordico che trasforma il Paese in un mosaico di colori mutevoli, un quadro che sembra dipinto ogni giorno da una mano diversa.

Camminare in Estonia in questo periodo significa entrare in un mondo che si sta trasformando. Le foreste, che coprono più della metà del territorio, diventano un mare dorato che ondeggia al vento. I bog, con i loro silenzi profondi, riflettono il cielo come specchi liquidi. Anche Tallinn cambia volto: i viali di Kadriorg si accendono di tonalità calde, i parchi urbani diventano rifugi di quiete, e la città sembra respirare insieme alla natura che la circonda.

Il cuore dell’autunno estone pulsa nel Parco Nazionale di Soomaa, dove l’acqua e il bosco dialogano in un equilibrio antico. Qui il foliage si specchia nei fiumi, le canoe scivolano lente tra le radici degli alberi e i sentieri attraversano torbiere che sembrano sospese nel tempo. È un luogo che invita a lasciarsi andare, a seguire il ritmo della natura, a ritrovare un contatto primordiale con ciò che ci circonda. E quando la giornata si chiude, arriva il momento del rito più autentico: la sauna nella foresta, una piccola capanna di legno che si illumina al tramonto, dove il calore diventa un abbraccio e il silenzio un compagno di viaggio.

Verso la costa baltica, l’autunno rallenta ancora. A Saaremaa, l’isola delle spa, il benessere è un linguaggio antico. Le alghe marine, le foglie di ginepro, i fanghi minerali e l’acqua sorgiva diventano strumenti di cura, mentre il vento porta con sé il profumo del mare. Il sentiero di Koigi Bog è un viaggio dentro la tavolozza dell’autunno: rosso, oro, marrone, ambra. Qui la natura non si osserva soltanto, si vive. Si raccolgono bacche, si annusano piante aromatiche, si ascolta il fruscio delle foglie che cadono come una pioggia leggera.

In Estonia il bosco non è solo un paesaggio: è una dispensa, una tradizione, una memoria. L’autunno porta con sé funghi, mirtilli, mele, selvaggina. I menu si riempiono di sapori che raccontano la terra, e il foraging diventa un gesto quotidiano, un modo per riconnettersi con ciò che è essenziale. Passeggiare tra i sentieri significa scoprire un mondo di profumi e colori che cambiano a ogni passo.

E poi c’è un’altra sorpresa: il vino. Ai confini della viticoltura europea, l’Estonia ha creato una produzione originale, fatta di frutta, bacche e varietà nordiche. L’Eesti Veinitee, la strada del vino estone, attraversa campagne silenziose e cantine che profumano di mele, rabarbaro e caprifoglio. È un viaggio lento, intimo, che racconta un modo diverso di interpretare la tradizione.

L’autunno è anche il tempo delle celebrazioni. A Narva, Capitale d’Autunno dal 2009, il calendario si riempie di eventi che uniscono comunità e visitatori. In tutto il Paese si svolgono festival, mercati rurali, appuntamenti gastronomici. Le antiche ricorrenze di Mardipäev e Kadripäev riportano alla luce tradizioni che parlano di agricoltura, protezione, memoria. È il periodo del Soul Time, quando il confine tra il mondo dei vivi e quello degli antenati si fa più sottile, e le famiglie mantengono vive usanze che raccontano la storia di un popolo.

Quando le giornate si accorciano e la luce diventa più rarefatta, l’Estonia rivela il suo volto più misterioso. Le Black Nights trasformano il Paese in un palcoscenico di cultura e creatività. Il Tallinn Black Nights Film Festival (PÖFF) illumina novembre con cinema, incontri, arte. Le città si riempiono di concerti, passeggiate notturne, cene a lume di candela. Le saune all’aperto diventano rifugi sotto il cielo stellato, e il buio non è più un limite, ma un invito a scoprire un’altra forma di bellezza.

L’Estonia d’autunno è un luogo che non si attraversa soltanto: si sente. È un Paese che cambia colore, che invita a rallentare, che accoglie con il calore dei suoi abitanti e la quiete dei suoi paesaggi. Un viaggio che unisce natura, tradizione, benessere e cultura, e che permette di riscoprire il piacere della meraviglia. Qui, tra foglie color ambra e sentieri che profumano di bosco, ogni passo diventa un momento da custodire.

Trinity college Dublino Book of Kells

Trinity college Dublino Book of Kells

Ci sono luoghi che si visitano. E poi ci sono luoghi che ti restano addosso.

Il Trinity College di Dublino appartiene alla seconda categoria. Non è solo l’università più antica d’Irlanda, non è soltanto la casa della biblioteca più famosa del Paese la Old Library, e nemmeno “solo” il luogo in cui è custodito il leggendario Book of Kells.

È uno spazio che cambia il tuo ritmo, che ti costringe ad abbassare la voce, a camminare più lentamente, a guardarti intorno con attenzione.
È un luogo che ti fa sentire piccolo… ma nel modo più bello possibile.

Il Trinity College: quattro secoli di storia nel cuore di Dublino

Trinity College Dublin: cosa vedere e sapere | Nomado Travel

Fondato nel 1592 dalla regina Elisabetta I, il Trinity College è la più antica università d’Irlanda. Per secoli fu un’istituzione riservata a pochi: prima solo protestanti, poi anche cattolici, e solo nel 1904 finalmente aperta alle donne.

Oggi è una delle università più internazionali d’Europa, con oltre 18.000 studenti, provenienti da tutto il mondo, circa il 60% degli studenti sono donne, più di un terzo degli studenti, proveniente dall’estero.

Un luogo che ha saputo evolversi, senza mai perdere la propria anima.

Eppure, nonostante la modernità, il Trinity College ha conservato un’atmosfera unica, quasi sospesa nel tempo.

Qui, il passato non è mai distante.

Le facoltà e l’eccellenza accademica

Il Trinity College è organizzato in tre grandi aree accademiche che abbracciano praticamente ogni campo del sapere: dalle arti umanistiche alle scienze, dall’ingegneria alla medicina.

Tra le sue scuole più prestigiose troviamo economia, legge, medicina, storia, letteratura, chimica e statistica.
Camminando nel campus, è facile immaginare studenti di epoche diverse seduti sugli stessi gradini, intenti a studiare, discutere, creare idee destinate a lasciare il segno.

Scrittori, presidenti e menti straordinarie

Tra le mura del Trinity College hanno studiato alcune delle figure più importanti della storia culturale e politica irlandese.

Scrittori come Oscar Wilde, Samuel Beckett, Jonathan Swift e Bram Stoker hanno camminato negli stessi cortili che oggi attraversano i visitatori.
Qui si sono formati anche presidenti della Repubblica d’Irlanda, come Douglas Hyde, Mary Robinson e Mary McAleese.

Il Trinity College non è solo un’università: è una fucina di idee.

Attraversare il portone: quando Dublino resta fuori

L’ingresso principale su Dame Street è discreto, quasi anonimo. Ma basta varcare il grande portone in legno per sentire immediatamente che qualcosa cambia.

Il rumore della città svanisce.
Ti ritrovi nel cortile centrale, circondato da edifici eleganti, simmetrici, carichi di storie e leggende.

Davanti a te si erge il campanile del Trinity College. Una delle leggende più famose racconta che se uno studente lo attraversa mentre le campane suonano, non si laureerà mai.
Vero o no, nessuno osa sfidarlo.

Il cuore simbolico dell’università

Ai lati del cortile si trovano due edifici gemelli: la Cappella, oggi aperta a tutte le religioni, e l’Aula delle Lauree, dove generazioni di studenti hanno concluso il loro percorso accademico.

Alle tue spalle, sopra il portone principale, l’ufficio del Rettore e un elegante orologio blu con lancette dorate.
Blu e oro: colori che ricorrono spesso negli edifici pubblici irlandesi, simboli di autorità, tradizione e continuità.

Ma lo sguardo viene inevitabilmente attirato verso destra.

La Old Library: quando la conoscenza diventa architettura

La Old Library non si visita: si incontra.

La sua facciata severa sembra avvisarti che ciò che custodisce non è leggero, non è veloce, non è superficiale.
Qui il tempo ha un altro passo.

È la biblioteca più importante d’Irlanda, lunga 65 metri, e per secoli ha custodito oltre 300.000 volumi antichi.
Dal 1801 è una Legal Deposit Library: ogni libro pubblicato in Irlanda e nel Regno Unito deve avere una copia conservata qui, per essere tramandata alle generazioni future.

Ma tra tutti i libri, ce n’è uno che supera ogni altro.

La Old Library

Il Book of Kells: un capolavoro che sfida il tempo

Il Book of Kells non è solo un libro antico. È una dichiarazione di potere culturale, spirituale e artistico.

Creato circa 1200 anni fa da quattro monaci, contiene i quattro Vangeli, decorati con miniature di una complessità tale che ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile realizzarle senza strumenti moderni.

Fu scritto sull’isola di Iona da quattro monaci e portato successivamente a Kells per proteggerlo dalle incursioni vichinghe.
Dal 1661 è custodito al Trinity College, dal 1996 lo potete ammirare nella terza sala di una mostra ad esso dedicato, al pian terreno della Old Library..

Arrivare al manoscritto originale non è immediato. Ed è giusto così.

Le stanze del Book of Kells: un percorso che prepara alla meraviglia

La prima stanza: imparare a guardare

La visita comincia lentamente. Qui non sei ancora davanti al libro, ma stai imparando a capirlo.

Sulle pareti trovi riproduzioni di alcune delle pagine più iconiche: croci, intrecci, i quattro evangelisti.
In una teca sono esposti i pigmenti originali: colori ottenuti da minerali, piante, insetti. Alcuni di questi colori, incredibilmente, non siamo più in grado di riprodurli oggi.

In un angolo, quasi in silenzio, trovi l’Ogham, la scrittura più antica d’Irlanda, e volendo puoi scrivere il tuo nome con una scrittura preistorica.

La seconda stanza: simboli, tentazioni e messaggi nascosti

Entrando nella seconda stanza, sulla destra, c’è una pagina che moltissimi visitatori guardano… senza davvero vederla.
È una delle miniature più affascinanti del Book of Kells: The Temptation in the Desert.

A un primo sguardo sembra semplice, quasi essenziale.
Ma più la osservi, più ti rendi conto che nulla è casuale.

La tentazione di Cristo nel deserto non è raccontata in modo diretto. Tutto è simbolico: le proporzioni delle figure, gli animali, le posture, gli sguardi.
È una pagina che parla un linguaggio antico, fatto di allusioni e messaggi teologici profondi.
Senza una spiegazione rischia di passare inosservata; con la giusta chiave di lettura, diventa uno dei momenti più sorprendenti della visita.

Poco più avanti, sempre in questa stanza, troviamo una delle pagine più enigmatiche dell’intero manoscritto.

La Natività: una scena che non sembra ciò che è

La Natività del Book of Kells è uno di quei casi in cui l’arte medievale spiazza completamente il visitatore moderno.

Quasi nessuno, guardandola per la prima volta, riconosce immediatamente la nascita di Gesù.
Non c’è una scena narrativa classica, non c’è una rappresentazione “realistica”. Ci sono simboli, forme, elementi che sembrano astratti… ma che raccontano una storia precisissima.

Qui i monaci non volevano “illustrare” un evento. Volevano trasmettere un messaggio.

È una pagina che dimostra quanto il Book of Kells non sia mai un libro da guardare superficialmente, ma un’opera che va letta, interpretata, spiegata.

la long room in tutto il suo splendore

San Giovanni: uno sguardo che attraversa i secoli

Di fronte alla Natività trovi uno dei ritratti più potenti del manoscritto: San Giovanni Evangelista.

Il suo sguardo è magnetico, quasi inquietante. Sembra seguire chiunque si avvicini, come se fosse consapevole di essere osservato dopo più di mille anni.

Ma soffermandoti qualche secondo in più, noti qualcosa di sorprendente:
accanto a San Giovanni compare un altro personaggio, discreto, quasi nascosto.
Non è un errore. Non è decorativo. Ed è uno dei dettagli più affascinanti dell’intero Book of Kells.

Chi è?
Perché è lì?
E perché così pochi lo notano?

Questa pagina è la dimostrazione perfetta di quanto il Book of Kells sia un’opera che premia chi si prende il tempo di ascoltarla.

Il ritratto di San Giovanni con un personaggio nascosto, tu lo vedi?

La Long Library: quando le parole diventano emozione pura

Il Trinity College di Dublino: informazioni per la visita | Martinaway

Salendo le scale, percepisci già che sta arrivando qualcosa di speciale.
Poi entri nella Long Room… e il tempo si ferma.

È lunga, solenne, elegante.
Scaffali in legno scuro, volte altissime, busti che osservano in silenzio chi passa sotto di loro.

Il mio consiglio è sempre lo stesso:
entra, fai pochi passi, fermati, chiudi gli occhi e inspira.
Stai respirando trecento anni di storia, letteratura, scienza e filosofia.

Anche se oggi molti scaffali sono vuoti per lavori di restauro, la Long Library resta una delle biblioteche più belle non solo di Dublino, ma della tua vita.

I tesori della Long Library

Qui trovi:

 una copia originale della Dichiarazione d’Indipendenza Irlandese del 1916, la leggendaria Brian Boru’s Harp, l’arpa più antica d’Irlanda, esposizioni temporanee che cambiano ogni tre mesi, una copia incredibile del Book of Kells, che puoi comprare si narra, per soli 22.000 Euro.

Sopra la tua testa, una grande sfera chiamata GEA rappresenta la volontà del Trinity College di restaurare libri e biblioteca in modo sostenibile, senza impattare sul pianeta.

Intorno a te, 32 busti di uomini e donne che hanno cambiato la storia dell’umanità, con le loro opere, viaggi e scoperte..
Uno di questi non ha un nome.

Trinity College di Dublino: non fermarti alla Old Library

Visitare la Old Library del Trinity College e la celebre Long Room è uno dei momenti più emozionanti di un viaggio a Dublino. Ma quello che molti visitatori non sanno è che l’esperienza non finisce lì. Anzi: dopo la Long Room, il Trinity College ha ancora moltissimo da offrire.

La New Book of Kells Experience: l’ingresso è già incluso

Probabilmente non ve ne siete accorti, ma acquistando il biglietto per la Long Room e il Book of Kells, avete automaticamente incluso anche l’accesso alla New Book of Kells Experience, una parte moderna e immersiva del percorso.

Come raggiungere la Red Box

Uscendo dalla porta laterale della Old Library, girate a sinistra: dopo pochi metri vi troverete davanti a un edificio moderno di colore rosso acceso, impossibile da non notare. Si chiama Red Box e, sì, è un vero pugno nell’occhio… ma vale assolutamente la visita.

Dentro la Red Box: un viaggio multimediale nel tempo

All’interno del padiglione verrete catapultati in una mostra interattiva e altamente tecnologica, pensata per raccontare la storia del Book of Kells e della biblioteca più famosa d’Irlanda in modo originale e coinvolgente.

I busti che prendono vita

Vi troverete circondati da alcuni dei busti già visti nella Long Room, ma qui accade qualcosa di inaspettato:
i busti parlano tra loro, si interrogano su come sia possibile essere lì… e perfino essere vivi. La narrazione è in inglese, ma anche senza comprenderla perfettamente l’effetto è sorprendente.

Musica medievale e il Book of Kells che si dissolve

Nel percorso vedrete strumenti musicali medievali che suonano autonomamente, diffondendo melodie d’altri tempi.
Uno dei momenti più suggestivi è la scomposizione digitale del Book of Kells, che si disintegra in centinaia di frammenti luminosi: seguendoli, entrerete in una sala circolare.

La storia del Book of Kells e della Long Room

In questa sala viene narrata la storia del Book of Kells, per poi condurvi in un’ultima stanza che richiama la forma della Long Room, dove viene raccontata — sempre in inglese — la storia della biblioteca più iconica d’Irlanda.

Souvenir e un dettaglio fondamentale

Prima di uscire dalla Red Box attraverserete il negozio di souvenir. Un’informazione pratica ma fondamentale:

Qui si trovano anche i bagni, comodissimi prima di continuare la visita del campus.

Il palazzo veneziano-bizantino che pochi vedono

Usciti dalla Red Box vi troverete davanti a un edificio dallo stile veneziano-bizantino, sede dei dipartimenti di Geologia e Geografia.
Purtroppo, da quando è stata inaugurata la Red Box, l’accesso è riservato agli studenti e spesso è presidiato da una guardia. Ma se per caso la trovate assente e riuscite a entrare anche solo per pochi secondi…
vi troverete davanti a uno degli ingressi più belli che abbiate mai visto.

La parte posteriore del campus: natura, sport e relax

Dopo la Long Room e la New Book of Kells Experience, non andate via. Dirigetevi verso la parte posteriore del campus, dove si trovano i campi da cricket e rugby.

In primavera è pura magia

In primavera, passeggiare lungo il viale alberato pieno di fiori è un’esperienza incredibile. È uno dei luoghi più rilassanti di Dublino, perfetto per rallentare e godersi l’atmosfera universitaria.

Una pinta nel pub dell’università

E perché non concludere con una pinta di autentica birra nera irlandese nel pub del Trinity College? Un momento semplice, ma memorabile.

Trinity College di Dublino: una tappa imperdibile

Il Trinity College, con la Old Library e il Book of Kells, è qualcosa che non dovete assolutamente perdere se visitate Dublino.
Che decidiate di affidarvi a una visita guidata con Senza Meta o di esplorarlo in autonomia, una cosa è certa:

Non lasciate Dublino senza essere passati da qui — e senza averlo vissuto fino in fondo.

Islay, l’isola scozzese per gli amanti del whisky

Islay, l’isola scozzese per gli amanti del whisky

Anche nota come la Regina delle Ebridi, Islay è il paradiso degli estimatori di whisky. Parte delle Ebridi Meridionali scozzesi, ospita sul suo territorio compatto ben nove distillerie ed è rinomata per i suoi vellutati whisky dal caratteristico gusto torbato.

barili di whisky

Barili di whisky a Islay

Oltre a visitare le distillerie, a Islay potrete esplorare a piedi scogliere svettanti, baie turchesi e spiagge bianche, avvistare foche e relitti dai suoi promontori e capre selvatiche nelle sue brughiere, ma anche uscire in mare per avvistare delfini, focene e squali elefante. Sebbene non possa vantare paesaggi scenografici come quelli di alcune isole vicine, Islay ha spiagge superbe sul versante occidentale e la sua Oa Peninsula ha un fascino rustico e selvatico. Ogni giorno godrete di una fauna unica, di una cucina eccellente e, ovviamente, del bicchiere della staffa.

Il villaggio di Port Charlotte @Martin M303/Shutterstock

Il villaggio di Port Charlotte

Acqua di vita

All’inizio del XIV secolo, alcuni monaci in fuga dall’Irlanda giunsero a Islay portando con sé, si dice, l’antica arte della distilleria. Chissà se è vero: certo è che l’abbondanza di orzo, torba e acqua fresca hanno fornito le condizioni ideali per la produzione di whisky, e c’è stato un tempo in cui sull’isola si contavano ben 23 distillerie.

L’Excise Act del 1823 aumentò le imposte sui distillati, favorendo le produzioni casalinghe e illegali, nonché il contrabbando del prezioso liquido. Oggi l’uisge beatha (‘acqua di vita’ in gaelico) è di nuovo il principale prodotto di esportazione dell’isola, e i single malt lavorati qui sono considerati tra i migliori al mondo, grazie al suolo ricco di torba e alla salsedine portata dalle bufere invernali, che donano loro un gusto inconfondibile.

Le distillerie del versante sud – Laphroaig, Lagavulin e Ardbeg – sono famose per i loro whisky dal forte aroma affumicato e di torba, quelle del versante nord – Bruichladdich e Bunnahabhain – usano acqua sorgiva per distillati più morbidi dal sentore di muschio.

Tramonto alla cappella di Kildalton @Tomas Zavadil/Shutterstock

Tramonto alla cappella di Kildalton

Cosa fare a Islay

Museum of Islay Life Botti, letti e poltrone a rotelle per bagni in mare arricchiscono questo museo ospitato in una vecchia chiesa che illustra la vita dell’isola dal mesolitico a oggi.

Finlaggan Roccaforte e sede del potere centrale dei Lords of the Isles, questa bucolica isoletta ha assistito alla Storia con la S maiuscola.

Loch Gruinart Nature Reserve Sentieri che si snodano tra piane di marea, brughiere e boschi dove avvistare pavoncelle, re di quaglie e chiurli.

Kildalton Cross Croce in pietra con raffigurazioni di scene bibliche: è una delle prime testimonianze cristiane meglio conservate della Scozia.

Islay Ales Stanchi del whisky? Questo microbirrificio offre visite guidate e assaggi delle sue ale artigianali.

Klein Curaçao, cosa vedere sull’isola caraibica svuotata dalle miniere

Klein Curaçao, cosa vedere sull’isola caraibica svuotata dalle miniere

Klein Curaçao è un rettangolo di calcare lungo due chilometri e largo ottocento metri, senza rilievi, senza abitanti e senza ombra. Ci si arriva solo in barca. La spiaggia bianca sul lato ovest è quella che si vede nelle fotografie, ma c’è un altro lato dell’isola che racconta una storia molto più complessa: l’interno, dove è rimasto il segno delle attività che l’hanno svuotata.

Klein Curaçao, tra spiaggia e miniere di fosfato © MasterPhoto/Shutterstock

Klein Curaçao, tra spiaggia e miniere di fosfato

L’isola si trova a circa dieci chilometri dalla punta sud-orientale di Curacao, nel Mar dei Caraibi meridionale, tra Curaçao e Bonaire. La superficie conta 1,7 chilometri quadrati di piattume. La popolazione è zero.

Sul lato occidentale, sottovento, corre una spiaggia di sabbia bianca lunga circa seicento metri, protetta e adatta al bagno. Sul lato orientale, esposto agli alisei, la costa è di roccia e corallo battuta dalla risacca. Le due facce dell’isola sono a un quarto d’ora di cammino l’una dall’altra ma sembrano appartenere a due mondi diversi.

La storia dell’isola: quarantena, sepolture, fosfato

Tra Seicento e Settecento la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali usò Klein Curaçao come stazione di quarantena. Le persone deportate dall’Africa che arrivavano malate dalla traversata atlantica venivano sbarcate qui prima di raggiungere Curaçao. Chi non sopravviveva veniva sepolto sull’isola. I resti del primo edificio di quarantena si trovano nella parte nord-occidentale, e sull’isola ci sono tombe senza nome.

Nel 1871 l’ingegnere minerario britannico John Godden individuò sull’isola un giacimento di fosfato. Il governo olandese ne gestì l’estrazione dal 1871 al 1886. Furono cavate circa novantamila tonnellate, esportate in Europa e vendute come guano di Curaçao. L’operazione asportò materialmente l’isola: oggi Klein Curaçao è circa tre metri più bassa di quanto fosse prima dello scavo.

L’abbassamento del suolo e la scomparsa della vegetazione fecero crollare le colonie di uccelli marini. Le capre lasciate libere di pascolare e i gatti inselvatichiti introdotti per contenere i ratti completarono il lavoro. Dai primi del Novecento le sule non nidificavano più.

Il fato di Klein Curaçao © JeWo84/Shutterstock

Il faro di Klein Curaçao

Il faro del 1850, ricostruito due volte

Il primo faro, chiamato Prins Hendrik, fu acceso nel 1850 per segnalare l’isola alle navi che caricavano fosfato. Klein Curaçao è così bassa da risultare invisibile dal mare fino a poche miglia di distanza, e i naufragi erano frequenti.

Un uragano lo distrusse nel 1877. Venne ricostruito nel 1879 più all’interno, e rimaneggiato nel 1913 nella forma attuale. La torre in muratura è alta venti metri e il piano focale sta a venticinque metri sul livello del mare, con una portata di quindici miglia nautiche. Il faro è tuttora in funzione, senza guardiano, alimentato a energia solare.

L’edificio è visitabile e si può salire, ma il pavimento in legno è in cattive condizioni in più punti. Guardate dove mettete i piedi.

I naufragi sull’isola sono stati frequenti © Jesper A /Shutterstock

I naufragi sull’isola sono stati frequenti

I relitti sulla costa orientale

Nonostante i migliori sforzi del faro, le barche hanno continuato a naufragare e i loro scheletri sono tappe interessanti per l’escursionista curioso. La più famosa è la Maria Bianca (a volte chiamata Bianca Maria), una nave cisterna costruita nel 1964 e andata incontro al suo destino sulle coste di Klein Curaçao nel 1984. Vittima delle forti correnti caraibiche e degli alisei, la petroliera si è incagliata continuando tuttavia a resistere alla forza dell’oceano: la nave si è disintegrata nel corso degli anni.

Il relitto più recente è quello del Tchao, uno yacht a vela francese incagliatosi il primo aprile 2007 con quattro persone a bordo, tutte sbarcate illese. Lo scafo è rimasto dove si è fermato ed è diventato il soggetto fotografico più battuto dell’isola.

L’isola nella sua interezza © ByDroneVideos/Shutterstock

L’isola nella sua interezza

Il recupero ambientale dell’isola

Nel 2018 l’isola è stata designata zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar. La designazione impegna Curaçao a conservarla e blocca nuove costruzioni, il che spiega perché sull’isola non ci sia nulla oltre alle palapas degli operatori.

Le capre inselvatichite furono eliminate nel 1996 dal servizio locale per l’agricoltura e la pesca. I gatti seguirono nei primi anni Duemila. Tra il 2000 e il 2005 la stazione di ricerca Carmabi condusse un intervento di rimboschimento consistente.

Uno studio pubblicato sul Journal of Field Ornithology nel 2023 documenta che le coppie nidificanti censite sull’isola sono passate da un massimo di 140, appartenenti a una sola specie nel 2002, a oltre 430 nel 2021 e a 650 nel 2022. Otto specie di uccelli marini e costieri sono state confermate come nidificanti per la prima volta. Klein Curaçao è oggi il sito di nidificazione più ricco dell’intero gruppo insulare di Curaçao.

Snorkeling e tartarughe marine

Le acque intorno all’isola sono limpide e le barriere frangenti partono a pochi metri dalla spiaggia occidentale, il che rende lo snorkeling accessibile anche a chi non ha esperienza.

Klein Curaçao è uno dei principali siti di nidificazione di Curaçao per la tartaruga verde (Chelonia mydas) e per la tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata). Entrambe sono specie minacciate e le nidificazioni sono monitorate. Nelle acque di Curaçao è presente anche la caretta (Caretta caretta).

Se ne incontrate una mentre siete in acqua, tenete la distanza, non toccatela e non inseguitela. Sulla spiaggia, non camminate sulle aree segnalate come nidi.

La parte di spiaggia attrezzata © ByDroneVideos/Shutterstock

La parte di spiaggia attrezzata

Come arrivare: le escursioni in barca

Non esistono collegamenti pubblici. L’unico modo per raggiungere Klein Curaçao è un’escursione organizzata, salvo avere una barca propria.

Le partenze avvengono da Spanish Water, da Caracas Bay o dal marina di Barbara Beach, tutti sulla costa sud-orientale di Curaçao. La navigazione dura tra un’ora e mezza e due ore a seconda dell’imbarcazione e dello stato del mare. Tra gli operatori storici ci sono Miss Ann Boat Trips e Mermaid Boat Trips, che dispongono di palapas fisse sulla spiaggia. Diversi altri operano con catamarani e barche più piccole. Prezzi e servizi inclusi variano parecchio, quindi conviene confrontare cosa comprende la quota prima di prenotare.

Le partenze sono di prima mattina e il rientro nel pomeriggio. In alta stagione i posti si esauriscono con giorni di anticipo.

Le cinque grandi strade dal Sud America all’Asia per avventure on the road

Le cinque grandi strade dal Sud America all’Asia per avventure on the road

Ecco gli itinerari dal limite estremo della Patagonia alla maestosa vastità degli altipiani himalayani, passando per Scozia, Africa e Australia.

Dal limite estremo della Patagonia alla maestosa vastità degli altipiani himalayani, la strada maestra è spesso l’unica forma di collegamento tra comunità, paesaggi e culture. Le vacanze estive sono un ottimo momento per organizzare grandi avventure on the road in quanto la bella stagione, apre ad ulteriori scenari di viaggio ad altissima quota. Spaziando dal tetto del mondo agli oceani, i cinque itinerari dell’articolo – che traggono ispirazione concettuale dalla Route 66 fondata nel 1926 – attraversano intere nazioni o regioni invitando conducenti e passeggeri ad immergersi nella magnifica scena naturale.

1. Ruta 40, Argentina

 

 

Lunga 5.200 km e nel passo dell’Abra del Alcay alta più di 5.000 metri, la Ruta Nacional 40 corre perpendicolare alla Cordigliera delle Ande dal confine con la Bolivia alla Patagonia australe. L’attraversamento stradale dell’Argentina alterna deserti, foreste, steppe, laghi glaciali ed aguzze montagne distribuite tra 11 province e 20 parchi nazionali. Le Quebrada de Humahuaca, patrimonio Unesco, ed i vigneti della regione di Mendoza ai piedi dell’Aconcagua sono alcune delle tappe da non perdere assieme ai laghi di San Carlos de Bariloche, la Ruta de los Siete Lagos ed il ghiacciaio (in rapido scioglimento) Perito Moreno presso El Calafate. La Ruta 40 nasce nel 1935 e ad oggi conta ben 230 ponti.

2. North Coast 500, Scozia

 

 

L’anello di 830 km con inizio ed epilogo ad Inverness, incorpora tutta l’iconografia delle Highlands. L’asfalto serpeggia tra brughiere e villaggi di pescatori, castelli medievali e distillerie di whisky, frastagliate baie e spiagge dai colori sorprendenti. Gli amanti della guida apprezzeranno sicuramente il passo di Bealach na Bà e la salita verso lo Stac Pollaidh mentre la fortificazione di Eilean Donan merita la sosta assieme al Dunrobin Castle. La NC500 attraversa anche il Cairngorms National Park e dalle montagne al mare del Nord, la fauna è parte dell’esperienza assieme ai molti tratti single-track roads; carreggiate a corsia unica con piazzole di scambio

3. Manali – Leh Highway, India e Ladakh

 

 

Sono 475 km di pura emozione e ossigenazione bassa con cui fare i conti. La remota e ripida salita dall’Himachal Pradesh alla capitale del Ladakh, mette a dura prova l’organismo ma compensa con l’assoluta spettacolarità del contesto. La NH-3 è aperta di norma da giugno a settembre quando l’itinerario che sale rapidamente oltre i 4.000 metri a cavallo di cinque passi himalayani, è sgombro dalla neve. L’apice altimetrico si raggiunge a Tanglang La (5.328 m) e sia prima che dopo il valico asfaltato tra i più alti del pianeta, si ammirano laghi glaciali, canyon, deserti, alture ultraterrene. Alcuni dei tratti più celebri sono i 21 Gata Loops (serie di tornanti aggrappati al costone roccioso) ed il passaggio nelle More Plains dove la strada a 4.700 metri di altezza, taglia in due l’altipiano per 40km.

4. B144, Tanzania

 

 

Seppur non pubblicizzata come un marchio e quasi mai asfaltata, la B144 è una pista di terra rossa che circumnaviga il cratere dell’Ngorongoro per poi insinuarsi sotto forma di sterrato nel prodigioso Serengeti. Da Makuyuni al Parco Nazionale più noto della Tanzania – casa della grande migrazione e della più alta concentrazione di grandi predatori in Africa – la strada è in sostanza un brusco off-road di circa 400 km nella Savana. Per affrontarla in sicurezza, è necessario organizzare in anticipo i pernotti presso i lodge e viaggiare a bordo di un mezzo specialistico (di solito una Toyota Land Cruiser anni 90) adattato per i safari. La guida locale è indispensabile poiché gli avvistamenti dei meravigliosi animali selvaggi, vengono comunicati nelle frequenze radio dedicate solamente in lingua swahili.

5. Great Ocean Road, Australia

 

 

Costruita dal 1919 al 1932 da circa 3.000 soldati reduci della Grande Guerra, la Great Ocean Road è una delle maggiori attrattive dello stato di Victoria. Il percorso di 240 km collega Torquay (la capitale australiana del surf) ad Allansford offrendo panorami di arenili scolpiti dall’oceano Pacifico e foreste di eucalipti. Le iconiche scogliere denominate Twelve Apostles rappresentano il principale tappa d’interesse mentre giunti nel Great Otway National Park si cammina tra felci giganti e cascate. Altri prodigi geologici lungo la famosa strada australe è l’Apollo Bay, l’arco naturale del London Arch, la gola di Loch Ard Gorge e la Bay of Islands. Durante l’esperienza di guida si avvistano koala, canguri, echidne e tra giugno ed ottobre, anche flottiglie di balene in migrazione lungo la scultorea costa.