La montagna che prega

La montagna che prega

A Osh, nella valle di Fergana, snodo secolare della Via della Seta, si erge un luogo d’elezione dei mistici dell’Islam: il Trono di Salomone. Una montagna sacra dove il sufismo ha lasciato una delle sue impronte più suggestive, intrecciando la devozione popolare con antiche leggende preislamiche.

La valle di Fergana è il punto più sensibile del complesso mosaico centrasiatico: un dedalo di frontiere che separa una regione storicamente unita e oggi divisa tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, eredità controversa del disegno sovietico. Qui, più che altrove, l’Islam è sempre rimasto un’eredità viva tra le comunità, anche sotto il rigido ateismo di Stato. E in questa persistenza della fede, le confraternite sufi hanno svolto un ruolo silenzioso ma fondamentale, mantenendo accesa la fiamma della spiritualità popolare.

Al centro del groviglio della Fergana sorge la città di Osh: non solo la capitale meridionale del Kirghizistan, ma un organismo urbano a più livelli, dove il tempo scorre su piani paralleli. Qui coesistono la città post-sovietica, abitata da oltre cento gruppi etnici; il reticolo dei bazar, animato dalla vivace comunità uzbeka; e la storia millenaria di uno degli insediamenti più antichi dell’Asia centrale. Tre strati che convivono, si sfiorano e talvolta si scontrano, plasmandosi a vicenda in un equilibrio sempre instabile.

Cronache di pietra

Accanto alla città e ai suoi contrasti, isolata e ieratica, si erge la sua anima di pietra: la Sulaiman-Too. Non una vetta alpina, ma una butte calcarea dal profilo che ricorda un cammello a quattro gobbe. Definita “il più completo esempio di montagna sacra dell’Asia centrale, venerata da diversi millenni”, nel 2009 è diventata il primo sito UNESCO del Kirghizistan.

La grandezza della Sulaiman-Too non si misura in metri, ma in significati stratificati. Le sue pendici sono pagine di un libro di pietra dove è possibile leggere la storia spirituale dell’intera Asia centrale. I primi segni umani risalgono al tardo Bronzo, ma le grotte furono probabilmente rifugio già 10.000 anni prima di Cristo, come suggeriscono le centinaia di petroglifi che ne costellano le rocce.

Per gli antichi viaggiatori era un punto di riferimento cruciale: forse era questa la Torre di Pietra descritta da Tolomeo lungo la Via della Seta, dove le carovane romane incrociavano quelle provenienti dalla Cina e dall’India attraverso gli altipiani del Pamir e del Tibet.
Lungo tutta la sua storia millenaria, la montagna è sempre stata un santuario. In epoca preislamica, le sue terrazze naturali furono usate come “torri del silenzio” (dakhma) per le sepolture zoroastriane, e le cavità ospitarono probabilmente culti del fuoco. Questo carattere di axis mundi, di ombelico del mondo, si è perpetuato attraverso i secoli, assimilando e trasformando ogni nuova fede.

Camminando attraverso la sua ḥaẓira, si comprende cosa significhi lasciare un segno. Entrando nel cortile principale troviamo al centro il sepolcro del maestro, su una grande piattaforma rialzata (dakhma, lo stesso nome delle “torri del silenzio” zoroastriane), rivestita di pietra. La gente le si accosta con una devozione che ho visto in pochi altri luoghi al mondo, toccandola con riverenza e sussurrando.

I sufi e l’arte del sincretismo

Come nel resto della regione, la diffusione dell’Islam tra il X e il XII secolo vide protagonisti i sufi. Asceti e dervisci erranti fecero delle grotte della Sulaiman-Too un luogo di ritiro (khalwa), meditazione e ricerca dell’unione con Dio (tawḥīd). Sui resti di antichi templi zoroastriani o buddhisti costruirono piccole moschee e celle di preghiera, aggiungendo un ulteriore strato alla complessa stratificazione religiosa del sito.

Anche qui, i maestri sufi diedero prova di una sorprendente capacità di adattamento alle tradizioni locali. Per avvicinare i fedeli legati a culti precedenti, introdussero leggende sincretiche, la più duratura delle quali associò la montagna al re Salomone (Sulaiman), venerato come profeta anche nel Corano. Nel colorito immaginario popolare, arricchito dal gusto delle Mille e una notte, si narra che, servito da geni (jinn), Salomone avesse attraversato l’Asia su un tappeto volante, scegliendo infine una grotta di questa montagna per il suo trapasso.

Sulla vetta del monte troviamo così la moschea Takht-i-Sulaiman (Trono di Salomone), il punto più sacro del complesso. Qui, una roccia levigata dal tempo e dai corpi dei fedeli conserva quella che è creduta l’impronta della fronte e della mano del profeta. Questa sovrapposizione fisica – il segno islamico impresso su una roccia già sacra – è la metafora stessa del processo spirituale che qui si compì.

Pellegrinaggio e guarigione

La sovrastruttura islamica non ha cancellato i preesistenti culti ancestrali. Salendo sulla Sulaiman-Too si assiste a riti ancora vivi. Lungo i sentieri, i cespugli sono tempestati di “bandiere di preghiera”: migliaia di piccoli stracci annodati come ex voto. In una grotta buia, i pellegrini strisciano attraverso un tunnel angusto, in un rituale di purificazione che ricorda antiche pratiche sciamaniche di contatto con le forze della terra.

Poco distante, una lunga e liscia lastra di roccia inclinata è meta delle donne senza figli: si crede che scivolarvi sopra per tre volte conceda il dono della fertilità. Altre rocce vengono toccate per curare dolori renali o ossei, in un continuum di fede taumaturgica che attraversa i secoli.

Sulla seconda vetta, quella che domina l’intera città, sorge ancora una piccola moschea che ricorda un altro illustre frequentatore della montagna: Muhammad Zahir-ud-Din Babur (1483-1530), discendente di Tamerlano e fondatore dell’Impero Moghul in India. Nativo della vicina Andijan, nelle sue memorie, il Baburnama, egli ricorda con affetto gli anni giovanili trascorsi a Osh e l’eremo (hujra) che fece costruire qui, da allora noto come la “Casa di Babur”.
Ai piedi della montagna, invece, ai margini di un vasto cimitero islamico, sorge un mausoleo (mazar) dedicato a un’altra figura leggendaria: Asaf ibn Barakhya, il visir di Salomone. L’edificio attuale, costruito nel XVIII secolo, poggia su fondamenta molto più antiche.

La Mecca dei poveri

I sufi promossero efficacemente nell’immaginario popolare un’ulteriore e potente credenza: compiere tre salite alla Sulaiman-Too equivaleva ad adempiere all’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam. La montagna divenne così una “Mecca dei poveri”, sostituto sacrale per chi non poteva affrontare il lungo e costoso viaggio in Arabia. Una funzione che divenne cruciale durante i settant’anni dell’URSS, quando i viaggi all’estero erano rari e la fede veniva perseguitata.

Proprio per il suo ruolo di centro di irradiazione dell’Islam popolare in tutta la valle di Fergana, la montagna e i suoi sufi divennero un bersaglio primario delle campagne di ateismo militante. Negli anni Sessanta le autorità fecero saltare in aria sia la moschea Takht-i-Sulaiman sia la Casa di Babur, nel tentativo di interrompere i pellegrinaggi.

Nel 1977, in un atto di appropriazione simbolica, costruirono all’interno di una caverna il Museo Storico-Archeologico – oggi Museo Nazionale Sulayman-Too – un’architettura modernista a forma di conchiglia rivestita di pannelli di vetro, che contrasta in modo quasi surreale con la roccia antica. Solo dopo l’indipendenza gli edifici sacri furono meticolosamente ricostruiti sulla base di materiali d’archivio, grazie anche a finanziamenti provenienti dal Pakistan.

Osh, città lacerata

Scendere dalla montagna significa tuffarsi nel flusso di Osh. Per due anni ho vissuto in una città che mi affascinava con la sua energia caotica, i profumi dei bazar e il suo mosaico di popoli. Ma dall’estate del 2010 la “capitale del sud” non è purtroppo più la stessa: la coesistenza quotidiana tra la maggioranza kirghisa e la consistente minoranza uzbeka è stata sconvolta da un’esplosione di violenza interetnica.

Le ferite aperte da quei giorni – con centinaia di morti e sfollamenti di massa – hanno segnato uno spartiacque nella vita della città e dell’intero Kirghizistan. Sebbene rimarginate in superficie, esse hanno lasciato una geografia sociale profondamente divisa.

Ne parlo con un vecchio amico, che mi racconta come nell’ultimo anno le autorità abbiano trasferito alla periferia il bazar centrale animato dagli uzbechi, abbattuto alberi secolari e aree verdi, e progettino persino di costruire un parco sulla necropoli ai piedi della Sulaiman-Too. “A volte ho l’impressione che ci governino dei conquistatori”, sospira. Le sue parole stridono con la pace apparente che emana dalla montagna sacra.

La Sulaiman-Too, dove differenti polarità vibrano da secoli, rimane silenziosa testimone dei contrasti che si agitano ai suoi piedi. Mentre nella città si consuma un conflitto di memorie e identità, i pellegrini continuano a salire sulle sue cime con il consueto fervore devozionale.

Il viaggiatore che ne condivide il cammino attraversa il tempo e comprende come l’Islam, nella sua forma più permeabile e mistica, abbia qui dialogato senza assorbire, stratificato senza cancellare: un messaggio di tolleranza quanto mai attuale per l’odierna Osh, così lacerata nella sua identità.

Mentre il sole tramonta sulla valle di Fergana, tingendo di rosa le gobbe della montagna, al Trono di Salomone e alla sua idea di fede inclusiva continuano a rivolgersi quanti anelano a una pace sempre difficile in queste contrade. Osh e la sua montagna non si offrono facilmente, ma a chi sa ascoltarle sussurrano quale sia la vera anima del cuore del mondo, al di là dei conflitti e delle divisioni.

Danimarca on the road: il nuovo paradiso nordico per chi ama viaggiare lento

Danimarca on the road: il nuovo paradiso nordico per chi ama viaggiare lento

 

La Danimarca continua a imporsi come una delle mete più interessanti del turismo outdoor europeo, grazie a un’offerta che unisce natura, sostenibilità e un approccio al viaggio autentico e rilassato. Il trend è confermato dagli ACSI Awards 2026, che hanno premiato alcune delle migliori strutture del Paese, e dai numeri in costante crescita del mercato italiano: oltre 31.000 pernottamenti nei campeggi danesi nel 2024, +14,7% rispetto all’anno precedente, e un andamento positivo anche nel 2026, con presenze già significative nei primi mesi dell’anno. Un segnale chiaro di come il turismo itinerante stia superando la stagionalità tradizionale, trasformandosi in un modo di viaggiare sempre più ricercato.

Il campeggio in Danimarca è una tradizione radicata, raccontata anche dal Camping Outdoor Museum di Egeskov, il primo museo europeo dedicato al settore. Ma è soprattutto la qualità delle strutture, immerse tra fiordi, dune, foreste e coste spettacolari, a rendere il Paese una destinazione ideale per chi sceglie il camper o desidera vivere l’outdoor con un tocco di comfort. Le brevi distanze permettono di alternare natura e cultura, passando in poche ore da un parco nazionale a una città vivace, da un borgo storico a una spiaggia selvaggia.

L’edizione 2026 degli ACSI Awards, ospitata proprio al Castello di Egeskov, ha incoronato il Feddet Strand Resort come miglior campeggio della Danimarca. Situato nella Selandia meridionale, è il punto di partenza perfetto per esplorare la Forest Tower e le scogliere di Faxe Kalkbrud, oltre ai percorsi ciclabili che attraversano fiordi e villaggi costieri. Più a sud, alle porte del Wadden Sea National Park, il Darum Camping offre un’esperienza autentica tra maree, birdwatching e la vicina Ribe, la città più antica del Paese. Nella stessa area, il Ballum Camping si distingue come miglior campeggio pet-friendly, ideale per esplorare l’isola di Rømø e le sue immense spiagge.

Spostandosi nello Jutland, il Grenaa Strand Camping è stato premiato come miglior campeggio per bambini, grazie alla sua posizione tra mare e foreste e alla vicinanza con il Mols Bjerge National Park e il Kattegatcentret, uno degli acquari più importanti del Nord Europa. Lungo la costa occidentale, il Nymindegab Camping conquista il titolo di campeggio con la piscina più bella, immerso tra dune e spiagge perfette per surf, kitesurf e tramonti spettacolari sul Mare del Nord.

Nel cuore dello Jutland centrale, il Bryrup Camping è il punto di riferimento per i ciclisti, con percorsi che attraversano foreste, laghi e antichi tracciati ferroviari, mentre l’Horsens City Camping, affacciato sul fiordo, permette di combinare natura e cultura grazie alla vicinanza con Aarhus, Silkeborg e il museo FÆNGSLET. All’estremo nord, lo Skiveren Camping offre una delle posizioni più suggestive del Paese, tra dune, spiagge incontaminate e la luce unica di Skagen, dove si incontrano Mare del Nord e Mar Baltico. Sulla costa occidentale, l’Henne Strand Resort unisce natura e gastronomia, mentre l’Aarø Camping, sull’omonima isola, rappresenta un’oasi di turismo slow tra vigneti, porticcioli e paesaggi rilassati.

Accanto al campeggio tradizionale, il glamping danese sta vivendo una crescita significativa, interpretando in chiave contemporanea il concetto di hygge e la filosofia del friluftsliv, la vita all’aria aperta. Dal Glamping Thy nel Parco Nazionale Thy al Tiki Camp in Fionia, dal wine glamping di Randers alle yurte immerse nella foresta del Camp Adventure, le strutture puntano su design nordico, materiali naturali e un’esperienza immersiva nella natura. A completare il quadro c’è la bicicletta, elemento identitario della cultura danese. Con oltre 16.000 chilometri di percorsi ciclabili, il Paese offre itinerari per ogni livello, dalle piste urbane di Copenhagen ai percorsi costieri, fino ai tracciati naturalistici dello Jutland. Un approccio che si riflette nel concetto di Danish Wheelness™, che unisce benessere, mobilità dolce e qualità della vita.

La Danimarca si conferma così una destinazione ideale per chi cerca un viaggio lento, sostenibile e ricco di esperienze autentiche. Un Paese dove la natura è protagonista, il ritmo si fa più morbido e ogni itinerario diventa un invito a scoprire il piacere dell’outdoor nordico.

 

 

Il canyon primordiale dove il fiume scompare sottoterra: la Gola di Wutach è un segreto della Foresta Nera

Il canyon primordiale dove il fiume scompare sottoterra: la Gola di Wutach è un segreto della Foresta Nera

Nell’Alta Foresta Nera, non lontano dal confine svizzero, il fiume Wutach ha scavato nei secoli una gola profonda fino a 170 metri che è rimasta quasi intatta.
I sentieri che la attraversano sono stretti, scivolosi e selvatici nel senso più letterale del termine — e il paesaggio che si apre ad ogni curva non ha molto a che vedere con l’idea ordinata di parco naturale tedesco.

gola-wutacht-foresta-nera-germania

Un canyon rimasto selvaggio

La Wutachschlucht — la Gola di Wutach — è una delle ultime aree di paesaggio fluviale selvaggio dell’Europa centrale. Il fiume Wutach scende dalle alture della Foresta Nera orientale e, prima di raggiungere il Giura Svevo, incide per circa 33 chilometri una gola dalle pareti quasi verticali di calcare e arenaria, con una profondità che varia tra i 60 e i 170 metri.canyon-Wutach

La gola è una Riserva Naturale (Naturschutzgebiet) del Baden-Württemberg. Non è un parco attrezzato con scalinate di granito e passerelle di acciaio verniciato: è un sentiero stretto, spesso scivoloso, che segue il corso del fiume con una logica che è quella del terreno, non quella del visitatore. I bastoni da trekking sono più un ostacolo che un aiuto — i passaggi più stretti non lasciano spazio per appoggiarli.

In estate il Wutach fa una cosa che pochi fiumi riescono a fare: scompare. All’altezza dell’Amselfelsen — una parete verticale di calcare stratificato che è uno dei punti panoramici più fotografati della gola — l’acqua si infiltra nelle fessure della roccia calcarea e scorre per circa un chilometro in un sistema sotterraneo di grotte, per tornare in superficie dove gli strati geologici tornano impermeabili. In certi mesi estivi il letto del fiume è completamente asciutto in quel tratto. L’acqua riappare più a valle come se nulla fosse accaduto.

La flora e la fauna: perché questa gola è diversa

La profondità della gola crea un microclima specifico — umido, fresco, protetto dal vento — che ha permesso lo sviluppo di una biodiversità fuori dal comune per la latitudine. Specie vegetali che di solito si trovano soltanto a quote alpine o in ambienti mediterranei coesistono qui, nelle zone in ombra o sui versanti più soleggiati.canyon-Wutach-fiume

In primavera la fioritura dei fiocchi di neve nella gola è una delle attrazioni botaniche più conosciute della regione. In estate la vegetazione è fitta fino quasi a coprire il percorso. In autunno i colori delle querce, dei faggi e delle felci trasformano le pareti in qualcosa di difficile da fotografare bene ma facilissimo da ricordare.

La fauna è quella di un ecosistema fluviale intatto: trote, gamberi di fiume, martin pescatori, aironi. Nelle aree più remote della gola sono documentate specie rare che nel resto della Foresta Nera si trovano solo sporadicamente.

I percorsi: tre opzioni per tre tipi di escursionisti

Il sentiero classico — da Wutachmühle a Schattenmühle — misura circa 13 chilometri e richiede mediamente quasi quattro ore. È un percorso da punto a punto: si arriva al Wutachmühle con il bus escursionistico (attivo nei weekend e nei giorni festivi), si percorre la gola in direzione a monte e si finisce allo Schattenmühle, da dove si ritorna con il bus. Il sentiero alterna tratti sul bordo dell’acqua a tratti in leggera quota, con alcune strettoie che richiedono attenzione — soprattutto dopo la pioggia.

La Drei-Schluchten-Tour — il Giro delle Tre Gole — è il percorso più completo per chi vuole capire il sistema di gole laterali. I 9,8 chilometri toccano la gola del Wutach, la Gauchachschlucht — il ramo laterale considerato da molti il più scenografico, con un letto a gradini e pareti strettissime — e la gola dell’Engeschlucht. Circa 2,5-3 ore, difficoltà media, con un tratto nella Engeschlucht che richiede esperienza e passo sicuro su terreno esposto. Il punto di ristoro della Burgmühle, alla foce del Gauchach, è il posto dove ci si ferma a metà percorso.canyon-Wutach-passeggiate

La Lotenbachklamm è una gola laterale di 1,5 chilometri con sette ponti su altrettanti attraversamenti del torrente, cascate fragorose e pareti ravvicinatissime. Tecnicamente è più impegnativa del percorso principale — i sentieri sono stretti, il terreno bagnato e in alcuni tratti si cammina direttamente nell’acqua. Non richiede attrezzatura alpinistica, ma richiede concentrazione.

Lo Schluchtensteig è invece il grande itinerario a lunga percorrenza della regione: un percorso a tappe che attraversa alcune delle gole più spettacolari della Foresta Nera meridionale, passando per la Wutach come tappa centrale. Non è una gita di giornata, ma un trekking di più giorni per chi vuole esplorare il territorio in profondità.

Il Kanadiersteg e l’episodio che ha dato il nome a un ponte

A poca distanza dalla confluenza tra il Gauchach e il Wutach si trova il Kanadiersteg — un ponte coperto in legno che è diventato uno dei punti di sosta preferiti degli escursionisti. Fu costruito nel 1976 da pionieri canadesi che lavoravano nella regione. Il nome è rimasto, il ponte è rimasto, e la zona alla confluenza dei due fiumi è ancora oggi il posto più comodo dove sistemarsi per una sosta o un picnic nel mezzo del percorso.

Info pratiche

Dove si trova Alta Foresta Nera orientale — territorio di Bonndorf im Schwarzwald, circondario di Waldshut, Baden-Württemberg
Come arrivare Da Friburgo in Brisgovia: ~80 km, ~1h15 in auto Da Stoccarda: ~180 km, ~2h Da Zurigo: ~100 km, ~1h30 Bus escursionistico (Wanderbus): attivo nei weekend e nei giorni festivi in stagione — collega Wutachmühle e Schattenmühle

Percorsi principali Wutachmühle → Schattenmühle: 13 km, ~4h, moderato — da punto a punto Drei-Schluchten-Tour: 9,8 km, ~2,5-3h, moderato-difficile — circolare Lotenbachklamm: 1,5 km (gola laterale), breve ma impegnativo
Difficoltà Passo sicuro richiesto su tutti i percorsi — scarpe da trekking con suola robusta obbligatorie — non adatto ai passeggini — sconsigliato in caso di pioggia intensa e in inverno (ghiaccio)
Sicurezza La gola è suddivisa in settori di soccorso segnalati — il segnale cellulare può essere assente — in emergenza chiamare il 112.

Periodo consigliato Da maggio a ottobre — chiusa in inverno per ghiaccio

Australia Apostoli, diavoli e canguri Da Adelaide alla Tasmania

Australia Apostoli, diavoli e canguri Da Adelaide alla Tasmania

L’Australia è un Paese la cui immensa varietà di paesaggi, culture e fauna invita alla sua scoperta con pazienza, curiosità e rispetto. Questo viaggio si snoda lungo i tre stati meridionali, il South Australia, il Victoria e la Tasmania, intrecciando la bellezza del paesaggio alla ricchezza delle storie che li abitano.

Dall’atmosfera rilassata di Adelaide, dove la cultura si intreccia con il buon vivere e dove l’eredità coloniale si mescola a una scena artistica dinamica, alla regione vinicola della McLaren Vale con le sue esperienze gastronomiche. Da Kangaroo Island, uno dei santuari naturalistici più importanti dell’intero Paese, alla mitica Great Ocean Road, tra scogliere drammatiche, foreste, antiche terre aborigene e gli iconici 12 Apostoli. Poi Melbourne, vivace e cosmopolita, e la vicina e selvaggia French Island, il cui territorio in gran parte è dichiarato Parco Nazionale.

Infine, la Tasmania. Un’isola dove la natura incontaminata è protagonista assoluta e i suoi meravigliosi e pittoreschi parchi ospitano alcuni degli scenari più belli al mondo. E dove vivere l’esperienza dell’incontro ravvicinato con il “diavolo della Tasmania”, uno degli animali simbolo del Paese, al Devils@Cradle Wildlife Sanctuary.

Scopri l’essenza e il fascino delle regioni meridionali dell’Australia.

Guida essenziale per scoprire l’Argentario

Guida essenziale per scoprire l’Argentario

Il lungo serpentone di sabbia fine, orlato da pinete, che si srotola a sud di Talamone cambia all’improvviso davanti a Orbetello. La costa fa un guizzo, si protende in mare e da comoda e prevedibile diventa dura, frastagliata, dalle mille sfumature di colore del granito e profumata dalla macchia mediterranea: è il promontorio dell’Argentario, collegato alla terraferma dal Tombolo di Feniglia e da quello di Giannella. Sorta di isola (faticherete non poco a ricordarvi che non lo è) dalla storia antichissima, oggi è una delle destinazioni balneari più glamour del litorale tirrenico, sul quale sono incastonate faraoniche ville di imprenditori e celebrità varie.

Porto Santo Stefano, Argentario @ StevanZZ /Shutterstock

Porto Santo Stefano, Argentario

Spiagge e calette

Sgombriamo prima il campo da un equivoco: il nome Argentario non deriva dall’abbondanza di miniere d’argento (inesistenti), bensì dalla presenza dei banchieri della gens Domizia che possedeva il luogo. La costa, selvaggia e frastagliata, è punteggiata da cipressi, uliveti, vigneti e, più in alto, da boschi: l’ideale per chi ama le calette appartate, il silenzio e il profumo della macchia.

Portate con voi un paio di scarpe antiscivolo e considerate sempre l’esposizione: in base alla stagione, potrebbe capitarvi di vedere il sole fare capolino solo dopo mezzogiorno oppure scomparire molto presto al pomeriggio.

Accanto a piccole insenature difficili da raggiungere, ci sono alcune spiagge sabbiose e ampie, adatte anche a famiglie con bambini. È il caso dei Bagni di Domiziano, qualche chilometro prima di Porto Santo Stefano, dalle cui acque affiorano i resti di una villa romana del I secolo d.C., ma anche de La Soda e della spiaggia di Pozzarello, una delle più frequentate.

Chi cerca sassolini e scogli faccia rotta verso Cala del Gesso, che si raggiunge a piedi lungo una strada privata sul versante occidentale, oppure verso la Cacciarella, nascosta in un anfratto tra la macchia, o Cala Piccola, apprezzata dagli amanti dello snorkelling, ai piedi dell’omonimo hotel. Infine, se amate i luoghi selvaggi, fate rotta verso Cala Mar Morto, uno specchio d’acqua relativamente calmo che si raggiunge in 15 minuti di cammino. Di fronte, c’è l’Isola Rossa.

Cala Gesso @ Aledelca /Shutterstock

Cala Gesso

Una facile escursione in auto

Sebbene da queste parti si venga quasi solo per il mare cristallino, ci sono tante altre cose da vedere e da fare. Il promontorio, quasi interamente collinare e con la vetta più alta a Punta Telegrafo (635 m), è ricoperto da boschi che si riveleranno perfetti per gli amanti dei trekking e da terre coltivate strappate eroicamente alla montagna.

Salite fino al punto più alto e sedetevi sulla panchina nascosta nella macchia, davanti alla grande croce in ferro che svetta sul cucuzzolo della montagna: il colpo d’occhio sul mare, con all’orizzonte l’Isola del Giglio, Giannutri, l’Elba e, in lontananza, la Corsica, è fenomenale, e nessuna macchina fotografica riuscirà a registrare la magia del luogo.

Scendendo, fate tappa presso il Convento dei Padri Passionisti, un edificio settecentesco squadrato e bianco, costruito a mezzacosta. Da qui si gode di un panorama da urlo sulla Laguna di Orbetello, sui tomboli e sul litorale, e non da ultimo nella piccola bottega i frati vendono l’Argentarium, un liquore d’erbe prodotto con piante raccolte nei boschi. Affacciatevi nella chiesa, dagli esuberanti interni barocchi che si aprono dietro una facciata neoclassica.

Porto Ercole @ StevanZZ /Shutterstock

Porto Ercole

Porto Santo Stefano e Porto Ercole

Un altro equivoco da sfatare: Monte Argentario non è il nome della montagna, bensì quello del comune sparso, sotto la cui amministrazione ricade il territorio del promontorio. Questo è diviso in due frazioni: Porto Santo Stefano, a nord, e Porto Ercole, a sud.

Porto Santo Stefano è il centro più turistico dell’Argentario, un po’ sciupato dall’eccessiva edilizia (fu devastato dalle bombe della seconda guerra mondiale), ma ancora suggestivo nei vicoli che sanno di Liguria e nel lungomare ridisegnato da Giugiaro, ambita passerella per velisti. Al nucleo più antico di Porto Ercole si accede da una porta sormontata dalla torre dell’orologio. Prima di arrampicarvi fino alla Chiesa di Sant’Erasmo, passeggiate tra gli stretti vicoli lastricati e raggiungete la scenografica Piazza Santa Barbara, sulla quale affaccia il cinquecentesco Palazzo dei Governanti, costruito per ospitare i reggenti spagnoli. Il lungomare davanti al porto svela un’anima schiettamente marinaresca e popolare, ricca di trattorie e affacci sul mare.

Il Forte Stella, costruito dai Medici @ davikokar /Shutterstock

Il Forte Stella, costruito dai Medici

Le migliori esperienze da fare all’Argentario

Escursioni e trekking

Contattate il Gruppo Argentario Trekking per percorrere a piedi i 27 sentieri del promontorio, di varia difficoltà e lunghezza. Il momento migliore è la primavera, quando la macchia in fiore mostra il suo volto più dolce e profumato.

Vela e sport acquatici

Gli svariati club nautici dell’Argentario organizzano durante l’estate scuole di vela su derive, sia per principianti sia per navigati lupi di mare.

Immersioni e snorkelling

I fondali dell’Argentario sono ricchissimi di pesci e creature marine, e non sono rari gli avvistamenti di delfini e balene. Argentario Divers e gli altri centri noleggiano attrezzature e organizzano corsi per adulti e bambini, oltre a immersioni dalla spiaggia o dalla barca.

In cerca di torri

Tra le numerosi torri che punteggiano la zona, soffermatevi sul complesso sistema di fortezze, costruite dai Medici e potenziate dagli spagnoli, che domina Porto Ercole. Progettato da Bernardo Buontalenti su richiesta di Cosimo I de’ Medici (ma a pagare fu il re di Spagna Filippo II), il Forte Stella è una delle più audaci costruzioni militari della costa grossetana. Intorno a un precedente baluardo a forma di stella a sei punte (disegnata da Francesco di Giorgio Martini nel Quattrocento), fu realizzata un’ulteriore cortina difensiva con quattro bastioni angolari, dai quali si poteva comunicare visivamente con le altre torri di guardia sparse sull’Argentario. Veniteci al tramonto: l’emozione, da quassù, è assicurata.