Dalle piste ciclabili ai vicoli della Pigna amati da Calvino, dalle cupole della Chiesa Russa alle terrazze vista mare, fino ai borghi dell’entroterra: alla scoperta dell’anima meno conosciuta della città dei fiori.
«Bonjour, madame». «Deux kilos?». «Merci». «Au revoir». Per qualche minuto sembra di essere finiti in una cittadina della Costa Azzurra più che nella capitale italiana dei fiori. Al mercato del sabato mattina di Sanremo le voci si rincorrono in francese e gli ambulanti passano con naturalezza da una lingua all’altra. A volte salutano o rispondono nella lingua d’Oltralpe anche a chi arriva da Milano, Torino o Bologna. Questione di abitudine. Tra queste bancarelle, allestite accanto all’edificio della vecchia stazione ferroviaria di piazza Cesare Battisti, i clienti provengono da Mentone, Nizza, Cannes e da decine di piccoli centri oltreconfine. C’è chi cerca l’affare, chi si ferma per un caffè vista mare, chi trasforma la spesa in un fine settimana. «Se non ci fossero loro, lavoreremmo poco», racconta una signora mentre sistema le sue piantine di basilico sul banchetto.
La posizione
Del resto, la frontiera è a pochi chilometri e Sanremo, da sempre, vive con un piede in Italia e l’altro in Francia. Alle spalle delle bancarelle si alza l’edificio della stazione inaugurata nel 1872. Dal 2001 non vede più passare treni. Dove correvano i binari, oggi si pedala. La vecchia linea ferroviaria è diventata la pista ciclopedonale della Riviera dei Fiori: 37 km affacciati sul Mediterraneo da Imperia a Ospedaletti (la si può percorrere in entrambe le direzioni e ha una prosecuzione verso Diano Marina e Cervo), mentre gli interventi di riqualificazione, che dovrebbero iniziare a fine 2026, restituiranno nuova vita all’area con locali, negozi, ristoranti. Basta spostarsi poi di poche centinaia di metri per ritrovarsi nella sua stagione più elegante, quella che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento la trasformò in una delle mete predilette dell’aristocrazia europea. Zarine, principi, scrittori, scienziati e facoltose viaggiatrici la sceglievano come meta, in cerca di un clima mite durante l’inverno, giardini e una vivace vita mondana.
Affacciata sul mare e fiancheggiata da palme, la Passeggiata Imperatrice rende omaggio a Maria Aleksandrovna, moglie dello zar Alessandro II, che vi soggiornò più volte tra il 1874 e il 1875, e contribuì a finanziare le palme da ornamento che ancora oggi caratterizzano questo tratto di lungomare. Arrivò per la prima volta da Nizza invitata dal banchiere Antonio Rubino (poi vice-console russo) e venne accolta alla stazione dalla famiglia Savoia. Nei soggiorni le fecero compagnia personalità celebri, come lo scrittore Tolstoj, nobili, cugini e nipoti della zarina e intere famiglie russe che qui si erano trasferite. A fine 800 Sanremo era quasi una colonia russa, con biblioteche, farmacie, fornai dedicati a quella cultura; era quindi inevitabile la presenza di una chiesa dove celebrare riti religiosi cristiano-ortodossi per una comunità ormai ben radicata. Costruita su progetto dell’architetto Ghoussev, spicca per le decorazioni e il suo profilo che sembra uscito da una cartolina di Mosca. È formata da quattro arconi laterali con cinque cupole sovrastanti, a telo azzurro, di cui la centrale, la più alta e maestosa, è a ben 50 metri da terra. Le cupole sono dorate e lucenti, smaglianti di colori policromi, sormontate da croci russe a tre braccia. Anche il campanile è ricoperto da maioliche variopinte.
Zar e liberty
Lasciandola alle spalle, la passeggiata si apre su una sequenza di spiagge. Al fondo si trova la statua della Primavera, la figura femminile in stile Liberty firmata dallo scultore toscano Vincenzo Pasquali (visse a Sanremo dal 1915 alla morte nel 1940) e diventata uno dei simboli cittadini (se ne trova un’altra simile della stessa mano artistica, su corso Augusto Mombello, è detta “la sorella” ma in realtà si chiama Ondina).
Ma la vera sorpresa di Sanremo non guarda il mare. Guarda la collina. Da piazza Cassini basta imboccare uno degli archi che si aprono tra le case per entrare in un altro mondo. La Pigna, il cuore medievale della città, prende il nome dalla sua struttura urbanistica che si avvolge su sé stessa e ricorda le scaglie sovrapposte di una pigna. Vicoli stretti, sottopassi, scalinate, archi, piazzette improvvise e case addossate l’una all’altra con le facciate scrostate, dimenticate dal tempo, formano un dedalo che sembra progettato per confondere.
Perdersi è la parte più bella dell’esperienza. Ma anche incontrare signore di una certa età che arrancano lentamente lungo le scalinate con un sacchetto della spesa in mano e salutano con il sorriso fiero di chi qui è nato e cresciuto. Oppure scorgere i panni stesi tra una finestra e l’altra e lasciarsi inebriare dai profumi che escono dalle cucine. O ancora ascoltare le voci degli stranieri che hanno scelto il quartiere come casa. Salendo verso l’alto, il premio è il panorama che si apre dal Santuario della Madonna della Costa, da cui i tetti del quartiere scendono fino al mare come un grande ventaglio di pietra. Tra questi vicoli affonda le radici anche una delle storie più importanti della letteratura italiana del Novecento.
Italo Calvino
A Sanremo crebbe infatti Italo Calvino. Il padre Mario, agronomo e botanico di fama internazionale, contribuì allo sviluppo della floricoltura locale, mentre il futuro scrittore trascorse l’infanzia osservando una città che avrebbe continuato ad affiorare nelle sue pagine. Passeggiando tra le stradine della Pigna non è difficile immaginare il giovane autore del Barone Rampante curioso di ogni dettaglio, attratto da quell’intreccio di realtà e fantasia che sarebbe diventato una delle cifre della sua narrativa. A ricordarlo contribuisce anche una piccola realtà custodita in piazza del Capitolo. All’interno di una delle stanze del Palazzo del Capitolo dove si riunivano i maggiorenti della città per decidere anche sulla giustizia, trova spazio la piccola Biblioteca della Pigna gestita da volontari e ricca di volumi, documenti, guide e pubblicazioni che raccontano la Sanremo di ieri e di oggi. Un luogo aperto al sabato mattina (nei mesi invernali anche il martedì pomeriggio), frequentato da studiosi e appassionati, ma anche da passanti curiosi. Tra gli scaffali trovano posto testi dedicati alla città, alla sua evoluzione urbanistica e naturalmente a Calvino, il cui legame con Sanremo resta ancora oggi uno dei fili più affascinanti della sua identità culturale.
Disseminati qua e là lungo le strade sanremesi ci sono dei cartelli che riportano tappe di un itinerario letterario legato allo scrittore e ai luoghi da cui ha tratto ispirazione per i suoi racconti, come la pasticceria Daetwyler, pure sala da tè e dancing esclusivo dall’inizio del secolo fino al secondo dopoguerra.
Riscendendo verso il centro, vale una sosta golosa per rifocillarsi dalle fatiche delle salite nel piccolo locale de La Tavernetta dove assaggiare un pezzo di sardenaira. Si dice fosse il cibo preferito dell’ammiraglio Andrea Doria. Di sicuro, era l’ideale per i marinai perché si conservava a lungo nei giorni di navigazione: solo pomodoro, acciughe, olive taggiasche, capperi, aglio (rigorosamente in camicia) e origano, niente formaggio. Da qui, la città torna a indossare il suo abito più famoso. Quello della musica. Basta arrivare davanti al Teatro Ariston per ritrovarsi nel luogo che ogni inverno diventa il centro dell’attenzione internazionale. Qui, dal 16 al 20 febbraio 2027, si svolgerà la prossima edizione del Festival della Canzone Italiana.
L’Ariston
Fuori dalle serate televisive, però, l’Ariston continua a vivere tutto l’anno e può essere scoperto anche attraverso visite guidate – ingresso a pagamento – che ne raccontano storia, curiosità e retroscena. Al suo interno, fino al 13 settembre, trova spazio la mostra «Mike Bongiorno. L’uomo, il mito», curata dal figlio Nicolò. Fotografie, documenti, filmati, oggetti personali e materiali d’archivio ripercorrono la vita del presentatore che più di ogni altro ha accompagnato la storia della televisione italiana. E naturalmente quella della kermesse canora, che condusse per undici edizioni tra il 1963 e il 1997. E per scattarsi un selfie accanto alla sua statua, basta andare all’incrocio tra via Matteotti e via Escoffier. Sono in tanti quelli che si fermano, anche i francesi che in italiano ripetono la parola che l’ha reso immortale: “Allegria”. L’atmosfera sanremese prosegue lungo tutta via Matteotti, la strada dello struscio e dei negozi, dove le targhe in bronzo incastonate nella pavimentazione ricordano le canzoni vincitrici anno per anno e chi le ha cantate. Una sorta di Walk of Fame della memoria musicale italiana. Anche se il Teatro Ariston, oggi identificato con la manifestazione, la ospita “soltanto” dal 1977. Per tornare alle origini bisogna infatti spostarsi di qualche centinaio di metri e raggiungere il Casinò, uno dei quattro storici d’Italia che conserva il fascino della Belle Époque.
Fu qui che il 29 gennaio 1951 prese il via la prima edizione musicale, nel salone delle feste. Inaugurato nel 1905 su progetto dell’architetto francese Eugène Ferret, mantiene le linee Liberty, gli stucchi in oro, scalinate monumentali, lampadari e decorazioni d’epoca, oltre che torrette e ambienti impreziositi da vetrate e decorazioni. Oltre ai tavoli da gioco, le sale interne che evocano tempi di eleganza e scintillio ospitano per tutta l’estate rassegne culturali e concerti. Per ammirarne la facciata bianca nella sua interezza conviene però attraversare la strada e salire di qualche metro. Dal The RUFtop, la terrazza panoramica al sesto piano dell’Europa Palace lo sguardo abbraccia infatti il Casinò da una prospettiva privilegiata. Da una parte le sue linee Liberty, dall’altra il Mediterraneo che cambia colore con il passare delle ore. In mezzo, il ritmo lento della Sanremo contemporanea. L’albergo, nato nel 1874 come «Hotel Europe et de la Paix», fu tra i primi indirizzi internazionali della Riviera. Dopo un importante intervento di recupero, ha riaperto le porte da poco più di un anno ed è entrato nella selezione Small Luxury Hotels of the World. Due maestosi ulivi incorniciano il panorama e alcune altalene invitano a fermarsi più del previsto. Al tramonto diventa uno dei luoghi più piacevoli della città con quel tintinnio dei calici e quella sensazione di leggerezza che accompagna le sere d’estate. Durante i sabati estivi – l’albergo resta sempre aperto – il calendario si anima con sessioni di yoga seguite da una healthy breakfast e con appuntamenti gastronomici. Tra questi ultimi, la rassegna “La Riviera del Gusto”, che vede il giovane chef Alessandro Schiavon, cresciuto nella trattoria di famiglia a Imperia e formatosi a Milano, confrontarsi in cene a quattro mani con grandi nomi della cucina italiana, tra cui Davide Oldani (le prossime date sono 31 luglio e 8 agosto). Tra i piatti da provare sempre, i ravioli ripieni d’astice con burro allo zafferano e polvere di liquirizia. Non manca l’attenzione all’arte che emerge già all’esterno dell’edificio con la scultura “Le acciughe fanno pallone” degli artisti Paolo Albertelli e Mariagrazia Abbado, un omaggio all’omonima canzone di Fabrizio De Andrè, mentre negli interni design contemporaneo e richiami alla tradizione dialogano con discrezione. Anche l’ulivo rovesciato all’interno del Rêve Bistrot è un’installazione che affascina. L’hotel, inoltre, è un buon punto di partenza per esplorare ogni angolo grazie alle biciclette prenotabili (da non perdere il parco di Villa Ormond, un’oasi verde con numerose piante dal Cedro del Libano all’albero delle vedove) e l’entroterra grazie ai tour nei borghi vicini.
Dolceacqua e Bussana Vecchia
Tra i più affascinanti spicca Dolceacqua, amato da Claude Monet che ne fece soggetto per alcuni dei suoi dipinti. Il maestro impressionista rimase conquistato soprattutto dal ponte medievale a schiena d’asino che collega il quartiere del Borgo all’antica Terra, dominata dal Castello dei Doria. Ancora oggi la vista conserva qualcosa di magico. Ci si perde tra vicoli lastricati, archi in pietra, scalinate, botteghe artigiane e cantine dove degustare il Rossese di Dolceacqua, vino rosso rubino dai profumi di frutti di bosco e dalla caratteristica nota finale leggermente amarognola. Secondo la tradizione, tra i suoi estimatori figurò anche Napoleone Bonaparte, che lo conobbe durante la Campagna d’Italia e continuò a richiederlo una volta diventato imperatore. A una ventina di minuti da Sanremo merita una visita anche Bussana Vecchia. Il terremoto del 1887 la distrusse quasi completamente e costrinse gli abitanti a trasferirsi più a valle, dove nacque Bussana Nuova. Per decenni il borgo rimase abbandonato, sospeso nel tempo come una città fantasma. Poi, negli anni Sessanta, si popolò con artisti provenienti da diversi Paesi che iniziarono a recuperare le case in rovina trasformandole in atelier, laboratori artigianali, gallerie e spazi espositivi. Un vero museo a cielo aperto che continua a reinventarsi giorno dopo giorno.