Gibuti – o Djibuti, che dir si voglia – è un po’ una delle ultime frontiere del turismo.
Stupisce per i suoi paesaggi unici e vari che sono fra i più spettacolari dell’Africa, anche se ancora poco conosciuti.
Questo minuscolo Paese del Corno d’Africa è un piccolo paradiso per gli appassionati di geologia e della natura in genere.
Quello che Gibuti offre è fantastico.
E lo è soprattutto per i tanti aspetti diversi che si manifestano in un’area tanto ridotta che ha il vantaggio di non essere ancora troppo frequentata.
Gibuti in breve
Il campionario di meraviglie con cui Madre Natura emoziona il viaggiatore in questo francobollo di Africa di soli ventitremila chilometri quadrati – praticamente quanto la Toscana – è veramente unico al mondo.
Basti pensare che in pochi chilometri si va da una depressione di 150 metri sotto il livello del mare a dei rilievi che arrivano anche a 2000 metri e più.
Veduta del Lago Assal
Ci sono laghi salati dai mille colori, dorsali vulcaniche, falesie di basalto, fumarole sulfuree e canyon mozzafiato.
E insieme convivono aree di vegetazione rigogliosa e spiagge di sabbia bianchissima su un mare cristallino che va dal turchese al blu profondo.
Cose da non perdere
Iniziamo con la capitale, Djibuti.
Non è solo un comodo e confortevole luogo per fare base fra un’escursione e l’altra, ma è soprattutto una piccola città che sa farsi amare.
Gli abitanti si stanno muovendo per farne una città moderna.
Ci sono alberghi, bar e ristoranti di buon livello, ma rimane nell’aria qualcosa dovuto a tante dipendenze culturali che la rendono affascinante.
Dirimpettaia a Djibuti, sul golfo che porta il suo nome, c’è Tadjoura nota anche come “La Ville Blanche” per le sue tante belle case intonacate di bianco.
Un tempo era un porto importante, “specializzato”, per così dire, in commercio di esseri umani.
Siti di immersione nel Golfo di Tadjoura
Ora ha un piacevole lungomare su cui godere un’atmosfera assai più rilassata rispetto alla capitale.
Da qui partono le escursioni in barca per portare i subacquei sui siti di immersione sulle barriere coralline nel golfo e gli snorkelisti ad incontrare i pacifici enormi squali balena.
Senza contare che nei pressi c’è la lunga spiaggia chiamata “Sable Blancs” con la sabbia che assume delle sfumature rosate.
Le escursionida Gibuti
E rimaniamo nella zona del golfo per visitare il Lago Assal – o “Lago di Miele” – che si trova nel punto più basso dell’Africa a 153 metri sotto il livello del mare.
Sembra di essere in un luogo magico dove a seconda dell’orario i colori variano.
Un vero spettacolo ed un vero dono della natura, anche se inserito in un contesto fra i più inospitali del Pianeta in mezzo a vulcani spenti e neri sedimenti lavici.
Carovana di nomadi Afar che commerciano il sale
Qua solo i nomadi Afar riescono a sopravvivere e prosperare estraendo e commercializzando fino in Etiopia il sale che trasportano attraverso il deserto con lunghissime carovane di cammelli.
Buon per loro che il Lago Assal è considerato la più grande riserva di sale della Terra.
Tenete presente che a Gibuti non ci sono fiumi che sfociano in mare, perché quelli che possono nascere dalle alture evaporano strada facendo.
E, in questo contesto, un’altra meraviglia è il Lago Abbé sul confine con l’Etiopia.
È un bacino endoreico, ovvero non ha emissari, e richiede un viaggio di due giorni dalla capitale da farsi con una guida e su vetture fuoristrada.
Si attraversano le due spettacolari piane desertiche di Petit Bara e Grand Bara per arrivare ad ammirare una inusuale conformazione geologica.
La distesa di acqua con altissima percentuale di sale si affianca a guglie calcaree dalle forme e dai colori surreali.
Lo scenario del Lago Abbé
Tutt’intorno sorgenti sulfuree e stormi di fenicotteri rosa che si raggruppano all’alba.
Le montagne
Ma torniamo sul golfo e rinfreschiamoci salendo sul Monte Goda che domina Tadjoura ed ospita il Parco Nazionale dellaFôret du Day.
È un piccolo parco di poco più di tre chilometri quadrati ma è una delle rarissime aree verdi del Paese.
Inoltre, offre una grande varietà di flora e di fauna ed è ottimo per chi ama il birdwatching.
E un centinaio di chilometri più a nord, c’è il massiccio vulcanico del Moussa Alì, la vetta più alta del Paese.
Svetta con i suoi 2021 metri proprio sul confine fra Etiopia, Eritrea e Gibuti.
Una vista del Parco Nazionale della Fôret du Day
Concludendo
Abbiamo parlato di mare, di laghi – ancorché salati – di città, di deserti e di montagne e tutto questo in un’area abbastanza ristretta da non richiedere di doversi sobbarcare trasferte troppo pesanti.
Se siete dei viaggiatori e amate gli ambienti ancora vergini, Gibuti – o Djibuti, che dir si voglia – fa al caso vostro.
Lo chef tedesco, ormai da 30 anni a Roma, riapre le porte del ristorante 3 Stelle Michelin, dentro l’hotel Rome Cavalieri. Nuovo look, nuovo menu e la voglia di celebrare la Città Eterna in ogni dettaglio.
Un ambiente rinnovato, così come il menu e il logo: dopo 7 mesi di chiusura La Pergola è pronta a mostrare il suo nuovo volto al pubblico. Il ristorante – unico 3 Stelle Michelin di Roma e del Lazio – dello chef “tedesco-romanizzato” Heinz Beck, sarà ufficialmente aperto da martedì 11 giugno ma, nella mattinata di lunedì 10, ha spalancato in anteprima le porte a stampa e amici. “L’idea del cambiamento è arrivata un po’ di tempo fa” ha ammesso Beck “ci sono stati 6 progetti prima di arrivare qui. Vogliamo raccontare una bellissima storia d’amore e di bellezza, quella di un posto che abbiamo creato per i prossimi 30 anni. Sappiamo da dove veniamo, adesso vi facciamo vedere dove vogliamo andare, verso il futuro, verso la bellezza, verso una modernità accogliente, di cuore e di sentimenti”.
La trasformazione de La Pergola di Roma raccontata dallo chef Heinz Beck
Dimenticate la moquette dalla fantasia a rombi sul pavimento, le sedie di velluto e il legno su soffitti e pareti, ecco un ambiente totalmente alleggerito, moderno ma che non dimentica una storia lunga 30 anni e che, anzi, ne vuole celebrare una molto più lunga: quella di Roma. Heinz Beck ci ha accompagnato nel suo nuovo tempio, la nuova Pergola realizzata grazie agli architetti Patrick Jouin e Sanjit Manku, già fortissimi nel settore hôtellerie e botteghe di lusso e con i quali è nata una particolare sintonia sin dagli inizi, come lo stesso chef ha raccontato: “Ci siamo incontrati nel 2019, ci siamo innamorati, è iniziato un dialogo, poi i disegni che hanno portato a questa trasformazione”.
Heinz Beck e Simone Pinoli, il Restaurant Manager
La sala è stata ridisegnata con linee leggere e armoniose e toni che s’ispirano alla Città Eterna: troviamo il travertino, l’alcantara, la terracotta e la seta che si fondono creando un ambiente caldo, accogliente, moderno al punto giusto. La luce, attraverso il tessuto ondulato del soffitto, illumina sottilmente tutte le aree del ristorante, amplifica gli spazi e ci porta sulla terrazza che regala quella vista unica sulla Città Eterna che in molti già conoscono ma che toglie sempre il fiato, come fosse la prima volta.
Gli architetti Jouin Manku e l’omaggio a Roma
“Ci siamo chiesti” hanno dichiarato gli architetti “come poter affrontare un luogo iconico come La Pergola. Il nostro compito è stato quello di creare un legame tra la filosofia di Heinz Beck e questo luogo. Volevamo restituire a Roma ciò che ci ha dato in tanti anni. Il nostro pennello ha cercato di riprendere l’essenza di Roma e i suoi colori. Abbiamo portato il terracotta che vediamo sui tetti di Roma, nei mattoni, nel cuoio e che è presente da milioni di anni. Abbiamo ripreso la pietra di Roma, il travertino, reinterpretandola con una visione contemporanea, abbiamo ripreso il legno di questi pini che ci circondano. Sono materie del passato, del presente e del futuro”. La nuova veste de La Pergola non ha dimenticato, però, gli elementi della collezione d’arte del Rome Cavalieri Waldorf Astoria – hotel di lusso che ospita il ristorante – tra cui la collezione di vetri di Gallè e alcuni dipinti, che nel nuovo contesto trovano una rinnovata collocazione, che ne esalta la bellezza e al tempo stesso li rende attualissimi.
Le foto della nuova Pergola di chef Heinz Beck
Piatti, bicchieri ed elementi sartoriali nella nuova Pergola
Nel nuovo ristorante tutto è personalizzato, dai piatti ai vasi di fiori in ceramica che si trovano sui tavoli. Questi ultimi, ad esempio, sono creati a mano da Madlen Ceramics, artista romana di Trastevere, i piatti di attesa, invece, sono del marchio francese Feeling’s, specializzato nella produzione sartoriale di ceramica di Limonges e si caratterizzano per il motivo floreale che ritroviamo ricamato anche sulla seta delle pareti delle nicchie della prima sala. La posateria per il salato è della linea Infini di Christofle dalle linee morbide ed essenziali, mentre per le portate dolci, sempre in linea con il tema botanico, è stata scelta la linea Jardin d’Eden in cui ogni posata riporta incisioni di un intreccio di viti, piante e fiori.
Il nuovo menu de La Pergola: cosa si mangia (e quanto si spende)
Agnello sull’Appia Antica ph.Janez Puksic
Il menu che Heinz Beck ha pensato per inaugurare questa nuova pagina de La Pergola, vuole raccontare una filosofia attenta a salute, benessere e cucina circolare con l’impiego al 100% delle materie prime in tutte le sue componenti, ma giunge a una riduzione drastica degli scarti, che in alcuni casi arriva ad essere totale. Lo chef, nell’ultimo periodo, infatti, ha lavorato molto con il suo team nella ricerca del massimo utilizzo della materia prima, attraverso processi biologici o enzimatici già esistenti in natura. Grande l’attenzione posta al mondo vegetale, ai prodotti provenienti da coltivazioni biodinamiche e rigenerative o spontanee e sulla preservazione di queste materie che, nella maggior parte dei casi, hanno una shelf life (data di scadenza) molto breve. “Non ho mai seguito le mode che arrivano e poi passano – ha detto lo chef – meglio cercare modelli di riferimento, quelli che restano. I nostri piatti saranno sempre più ispirati dalla natura e sempre più verso il fabbisogno del nostro organismo. La mia è e sarà una cucina sempre più salutare”.
I piatti più rappresentativi del nuovo menu
“0,1%” è il piatto rappresentativo del nuovo menu de La Pergola e del messaggio che Heinz Beck vuole trasmettere in occasione della riapertura. Rappresenta la percentuale dello spazio occupato dall’uomo rispetto alla biomassa mondiale e sta a ricordare come l’uomo impatti spesso con materiali freddi e asettici, come Giuseppe Perugini ha ben espresso nella sua “Casa Albero” a Fregene. Nel piatto di Beck la narrazione è affidata ad un sanpietrino – tipico cubetto di porfido del lastricato delle vie di Roma – realizzato con un liofilizzato di pomodoro e carbone, che viene riassorbito dalla forza della natura, ovvero le erbe spontanee, che lo circondano e che riconquistano il territorio occupato dall’uomo. L’omaggio a Roma è un piatto che si ispira alla Regina Viarum: l’Agnello sull’Antica Appia, che miscela l’intensità della carne ovina con i legumi germoattivati, la cui disposizione nel piatto disegna il motivo del lastricato di una delle strade più belle e significative della Città Eterna. I prezzi sono commisurati al blasone: si potrà scegliere sia di ordinare alla carta che da due menu degustazione: 10 portate a 350€, oppure 7 portate a 295€.
La famiglia Centofanti de L’Angolo d’Abruzzo di Carsoli ha riaperto suol Monte Livata Mamma Peppina. Una trattoria con cucina tradizionale e grandi materie prime, panini per gli escursionisti e possibilità di dormire tra i boschi a un’ora da Roma.
Lo chiamano ‘la montagna di Roma’ il Monte Livata, territorio di 3mila ettari dei Monti Simbruini a un’oretta dalla Capitale. Magnifiche faggete appeniniche, impianti di risalita per l’inverno o il trekking estivo, una ‘slittinovia’ e, di recente, un nuovo bike center. Forse perché la località non è più ‘in voga’ come anni fa — ci si mette anche la neve, che quasi non cade più — quello che mancava era una proposta ristorativa interessante. Che convincesse non solo gli appassionati di natura (e anche storia: lì vicino c’è il monastero medievale del Sacro Speco, da non perdere) ma anche chi è in cerca di una buona tavola, o di una pausa gastronomica tra una passeggiata e l’altra. Da qualche mese ci hanno pensato i Centofanti, famiglia abruzzese già punto di riferimento a Carsoli con il suo L’Angolo d’Abruzzo, che da qualche mese fa la spola di qua e di là dal confine regionale per riattivare Mamma Peppina. Una ‘trattoria di montagna’, con grande cucina e camere per l’accoglienza. Il progetto.
La famiglia Centofanti de L’Angolo d’Abruzzo e Mamma Peppina
I Centofanti, una famiglia di ristoratori abruzzesi
Negli Anni Ottanta l’Abruzzo non era ancora la regione con l’offerta vitale, animata da grandi maestri e da una nuova generazione di bravi chef (ma anche panificatori, agricoltori e vignaioli) impegnati sul territorio che conosciamo oggi. Lanfranco Centofanti, però, nel 1986 ha cominciato a cambiare le cose, aprendo in provincia de L’Aquila il suo Angolo d’Abruzzo. Piatti semplici e di tradizione, però basati su grande materia prima e rotazioni stagionali. Cosa non scontata, in quel momento di menu tutti uguali e trattorie fatte con lo stampino.
Un piatto di Valerio Centofanti a L’Angolo d’Abruzzo
Nel tempo si è affiancato il figlio Valerio, formatosi perito elettronico e con una grande passione per la musica — forse non avrebbe immaginato un futuro da cuoco, ma ha preso volentieri in mano la cucina — e la figlia Valentina. Lei si occupa dei vini e dell’accoglienza, raccontando agli ospiti la proposta di paste fresche fatte in casa, salumi artigianali (come il salame ideato da Lanfranco, a base di maiale nero e trebbiano d’Abruzzo), carni alla brace e ricette ‘storiche’. Come la pecora agliu’ cutturu’, uno stracotto con erbe di montagna, “che abbiamo voluto portate anche a Livata”, racconta Valerio a proposito del nuovo Mamma Peppina.
Il progetto Mamma Peppina: accoglienza e cucina di montagna sul Monte Livata
“Lo scorso inverno la neve non c’è quasi stata, ed è stato un inizio un po’ difficile”, dice Centofanti a proposito del percorso iniziato l’estate del 2023. Una pensione e locanda che già esisteva da tempo, ma che la famiglia ha ristrutturato e riaperto, partendo dalle camere per l’accoglienza, ribattezzate ‘Bed100s’.
Le polentine, un primo a base di polenta e farina di Mamma Peppina
“Dallo scorso ottobre siamo partiti anche con il ristorante, che deve rimanere un’ottima trattoria di montagna”, con possibilità quindi di pranzi e cene a più portate, ma anche panini ben fatti, da portare via e mangiare sul prato. Per ora si apre nel fine settimana, “ma speriamo che la stagione parta, di trovare del personale, e quindi lavorare ogni giorno”. Valerio e il suo team fanno avanti-indietro con Carsoli, e da Mamma Peppina propongono alcuni dei loro classici, insieme a qualche novità.
La vista dalla sala di Mamma Peppina
Cosa si mangia e quanto si spende da Mamma Peppina
“Anche qui lavoriamo con gli ingredienti del territorio”, precisa Centofanti, mentre i vini sono soprattutto abruzzesi, già parte della grande cantina de L’Angolo d’Abruzzo. Si può partire con taglieri di salumi e formaggi ben selezionati e fritti, come la mozzarella in carrozza. Poi proseguire con fettuccine, pasta e fagioli e ravioli, oppure primi più insoliti. “Ad esempio ‘le polentine’, come le chiamo io. Una pasta fatta a base di polenta, poi impastata con farina di grano duro. Otteniamo una sorta di bucatino che d’inverno condiamo con il sugo di spuntature, oppure all’amatriciana”.
Alcuni piatti di Mamma Peppina
Non mancano gli arrosticini — “a Carsoli non sono in menu, ma questo è il posto adatto” —, carni ai ferri e anche al tegame. “Facciamo anche qui il nostro stracotto di pecora, per cercare di unire un po’ le cucine. Poi ci sono quelli di guanciola di manzo o maiale, a seconda della disponibilità”. I prezzi? Per un pasto super completo, dall’antipasto al dessert, da Mamma Peppina si spendono intorno ai 40€. Per chi vuole fermarsi, ci sono poi anche le stanze, da un’ottantina di euro a notte.
Koh Lipe è una delle ultime isole della Thailandia del sud quasi al confine con la Malesia tanto che si trova più vicino a Langkawi che alla terraferma thailandese.
Cosa Fare
Koh Lipe fa parte del Parco Nazionale Marino di Tarutao.
La attività migliori da fare sono le immersioni, lo snorkeling e soprattutto rilassarsi!
I coloratissimi fondali di Koh Lipe
È sicuramente una delle zone più belle della Thailandia per vedere meravigliosi e colorati pesci tropicali.
Moltissime sono le escursioni organizzate giornalmente con le long tail boat (le tipiche imbarcazioni di legno thailandesi) all’ interno del parco .
A pochissima distanza da Koh Lipe si trovano Koh Adang e Koh Rawi , le due più grandi, e moltissime piccole isole tra cui Koh Ro Khloi e Koh Palai…qui troverete i punti migliori per lo snorkeling.
Per chi ama la pesca vengono organizzate uscite in barca con barbecue alla sera di quanto pescato.
L’unica strada che percorre l’isola (a parte qualche viuzza secondaria che porta a qualche hotel ) è piccola e non vi sono auto.
I principali mezzi utilizzati sono i tuk tuk e i motorini che, specialmente al mattino, animano la strada trasportando merci di ogni genere e quant’altro.
È molto semplice muoversi senza mezzi sull’ isola e se proprio non vi va di camminare prendete un tuk tuk, facile da trovare un po’ ovunque, che con 100 bath vi porterà alla vostra meta.
Molto comode anche le taxi boat che fanno servizio tra una spiaggia e l’altra.
…e alla sera
La sera questa piccola isola di soli 2 chilometri e mezzo per 2 si anima e offre servizi per tutti i gusti.
La principale e più frequentata via (nonché l’unica) è la Walking Street .
Qui troverete tutto … ma proprio tutto.
Massaggi, ristoranti, bar, negozi, market, farmacie, centri diving o per escursioni, cliniche …. non vi mancherà proprio nulla!!
Il tipico street food thai sulla Walking Street di Koh Lipe
Per gli amanti dello street food thai vi consiglio davanti al Seven-Eleven il simpaticissimo omino che cucina cantando i dolcetti al cocco a 10 bath .
Vi ricordo che qui l’influenza musulmana è forte per cui, quando mangiate nei ristoranti gestiti da musulmani, per favore non chiedete alcolici per rispetto e … perché non vi verranno serviti.
Un’altra zona molto bella per passare la serata e mangiare ottimi barbecue di pesce freschissimo è la Pattaya beach dalla quale parte la Walking Street.
Le spiagge di Koh Lipe
Le più belle spiagge di sabbia bianca di Koh Lipe sono sicuramente la Sunrise e la Sunset, spiagge che devono il loro nome ovviamente grazie alla loro posizione rispetto al sorgere e tramontare del sole.
Impagabile il punto più a nord della Sunrise dove vi sembrerà davvero di essere alle Maldive.
Altra spiaggia molto conosciuta è la Pattaya.
Qui arrivano tutte le barche veloci che portano a Koh Lipe e da qui partono le long tail boat per le escursioni.
Proprio per questo motivo e per i numerosi hotel che si affacciano su questa spiaggia, personalmente non la considero la migliore spiaggia per passare la giornata.
Vi consiglio di andate alla ricerca di piccole spiagge nascoste come la Sanom beach dove passare qualche ora in pieno relax.
Quando andare
Come per tutte le isole delle Andamane, il periodo migliore per andare a Koh Lipe è tra dicembre e fine marzo.
Nulla vieta di andare anche in altri periodi ma l’arrivo dei monsoni oltre alle piogge può rendere difficile la navigazione con i motoscafi che raggiungono l’isola.
La tipica long tail boat su una spiaggia di Koh Lipe
Come arrivare a Koh Lipe
Il viaggio per arrivare a Koh Lipe non è breve ma ne vale davvero la pena.
La via migliore è con un volo da Bangkok a Hat Yai e poi il trasferimento (compreso nel biglietto della barca ) dall’aeroporto al porto di Pak Bara ed infine la barca sino all’isola.
Sono tutte speed boat più o meno grandi che fanno anche altre fermate sulle isole vicine come Koh Bulon e Koh Kradan.
In tutto considerate almeno 5 ore nella migliore delle ipotesi.
Molti sono i collegamenti anche dalle isole più importanti a nord come Koh Lanta sino alle Phi Phi e Phuket con cambio a Koh Lanta .
Da tenere anche in considerazione la barca da Langkawi.
L’affascinante città di Pietrasanta, di origine medievale, è da considerare il capoluogo storico della Versilia e la capitale della lavorazione artistica del Marmo.
Centro di attrazione per artisti di tutto il mondo la città negli ultimi decenni si è trasformata in un vero e proprio museo a cielo aperto in cui ammirare, tra le tante gallerie e le piazze della cittadina, una rassegna ininterrotta e continuamente rinnovata di arte contemporanea e scultura di altissimo livello.
La città si è guadagnata il soprannome di Piccola Atene grazie alla concentrazione di artisti che hanno deciso negli anni di stabilirsi qui, tra i più noti degli ultimi decenni vale la pena ricordare almeno Igor Mitoraj e Fernando Botero. Tra le tante sculture permanenti che si possono ammirare passeggiando per la città ricordiamo il Guerriero di Botero e il Centauro e l’Annunciazione di Mitoraj.
La vocazione artistica, sapientemente coltivata, ha radici antichissime ed è strettamente connessa alla lavorazione del marmo, che qui vanta una tradizione secolare. A ricordarlo bastano le imponenti e vicine vette delle Alpi Apuane, le raffinate decorazioni delle tante chiese che impreziosiscono le strade e le piazze del centro, oltre alla suggestiva presenza dei vecchi laboratori, tra cui l’antico Studio Cervietti di via Sant’Agostino.
Passeggiando per l’elegante centro storico lasciandosi piacevolmente distrarre dalle gallerie d’arte, dalle boutique, dalle enoteche e dai raffinati ristoranti, è il caso di prendersi qualche momento per visitare almeno alcune delle belle chiese di Pietrasanta. Tra queste, il notevole Duomo di San Martino che, affacciato sulla bellissima Piazza Duomo, conserva al suo interno opere di pregio così come il Campanile, che cela una stupefacente scala elicoidale.
Sulla stessa piazza troviamo il Teatro Comunale e la Chiesa di Sant’Agostino, che oggi ospita il Museo dei Bozzetti Pierluigi Gherardi dove al suo interno troviamo una raccolta di 700 bozzetti in gesso di sculture di artisti italiani e stranieri.
Non molto lontano da Piazza Duomo si trova la chiesa di San Francesco, con l’annesso convento, un edificio sacro costruito nel XVI sec. ad opera dei Padri Francescani. Il convento conserva ad oggi il chiostro e il campanile in mattoni.
La città è dotata di una frazione marittima, Marina di Pietrasanta che, ad appena pochi km dal centro storico, permette di affacciarsi sulla costa della Versilia, a due passi da Forte dei Marmi.
Un buon periodo per visitare Pietrasanta è l’estate, quando in città si moltiplicano mostre e rassegne d’arte, così come gli spettacoli nel Parco della Villa Versiliana a Marina di Pietrasanta.
A novembre si festeggia il patrono con la fiera di San Martino dove nella splendida cornice del centro storico si svolge la mostra mercato con espositori e produttori del settore alimentare provenienti da tutta Italia.
Una tipica pasta versiliese fatta in casa sono i Tordelli e si condiscono con sugo di carne. Questa specialità è immancabile nei giorni di festa in famiglia e nelle sagre paesane di tutta la Versilia.
Castiglione Messer Marino è un piccolo comune della provincia di Chieti in Abruzzo. Fa parte della Comunità montana Alto Vastese. Di storia antica e nobili tradizioni Castiglione è un punto di riferimento per l’economia e la cultura del comprensorio vastese. Le sue origini risalgono al XII secolo, fra il XIII e il XIX secolo fece parte del Regno di Napoli. Ricca di monumenti e architetture religiose rappresenta un’ottima scelta per tutti gli appassionati delle città antiche e per gli amanti della natura. Tra i luoghi caratteristici, oltre al prezioso borgo, la chiesa di S. Maria del Monte , una chiesa rurale situata in località Lupara a circa 1200m, poco più a valle rispetto al complesso militare di Castelfraiano. Un luogo solitario circondato da boschi dove si racconta la storia di una pastorella muta che vide la Madonna con il bambino. Oggi la chiesa è circondata da una spaziosissima distesa verde, ideale zona pic nic attrezzata con a pochi passi un noto ristorante della zona, Il Rifugio del Cinghiale.
Tra i prodotti tipici l’immancabile ventricina, nota in dialetto locale come murtadella , e le sagne a lu cuttéure. Queste ultime sono un piatto tipico consumato principalmente nel periodo di carnevale. Il nome ha una ragione che affonda nel passato: risale al tempo in cui funzionavano i mulini ad acqua. Ci voleva del tempo prima che le vasche destinate ad azionare il mulino si riempissero e fossero pronte all’uso, così i mugnai utilizzavano le lunghe ore d’attesa per impastare un po’ di farina e cuocere in loco, in grandi pentole di rame, le sagne che venivano condite e offerte. Allora come oggi è cibo che si mangia tutti insieme, nello stesso caldaio, con le mani. È un rito a cui tutti i puri castiglionesi tengono. Oggi non ci sono più i mulini ad acqua, ma la tradizione è rimasta. Gli ingredienti delle “sagne a lu cuttéure” sono: le sagne, impastate a mano, la salsiccia, la pancetta e, ingrediente fondamentale, la polvere di peperoncino rigorosamente dolce.