Serate romane: apre un nuovo ristorante al Rooftop dell’hotel Six Senses Rome.

Serate romane: apre un nuovo ristorante al Rooftop dell’hotel Six Senses Rome.

 

Già meta serale di aperitivi con una vista mozzafiato su Roma, il NOTOS Rooftop dell’hotel Six Senses Rome celebra il rientro dalle vacanze estive con l’apertura di un ristorante che propone un menù con piatti di pesce e a base vegetale, perfetti da condividere.

Roma regala panorami incredibili a ogni sguardo, ma ci sono luoghi che sanno come esaltarla al meglio. Soprattutto al tramonto, quando la Città Eterna viene colpita da una luce che ne fa risaltare la bellezza e che diventa magica, sospesa tra storia e presente, gustare un aperitivo o una cena da un punto privilegiato può trasformarsi davvero in un’esperienza unica.

Uno scenario indimenticabile
Con il suo giardino ed il profumo delle erbe aromatiche, il NOTOS Rooftop si è distinto, sin dall’apertura dell’hotel Six Senses Rome, per la sua atmosfera magica da giardino segreto, dove gli ospiti possono rilassarsi sorseggiando cocktail di ispirazione botanica e gustando sfiziosi assaggi.

Da giovedì 5 settembre, il rooftop amplia l’offerta culinaria serale con un menù esclusivo, permettendo agli ospiti di cenare in un ambiente intimo e dalla vista panoramica.

A seguito di un recente redesign, il ristorante occuperà un’area dedicata del rooftop e sarà aperto tutte le sere dall’aperitivo a mezzanotte. Lanterne dalla luce soffusa e musica lounge, dal vivo o con DJ, contribuiranno a creare un’atmosfera accogliente e rilassata, mentre il sole al tramonto illumina la terrazza di una suggestiva luce dorata.

Un menù d’eccellenza: squisiti piatti di pesce e a base vegetale
Continuando a sostenere i principi della cucina mediterranea a chilometro zero, l’impegno verso la sostenibilità e la filosofia culinaria del gruppo “Eat With Six Senses”, ciò che distingue il menu del ristorante al NOTOS Rooftop, è la centralità di verdure, frutti di mare e pesce fresco selvatico proposti in deliziose portate, a dimostrazione del fatto che una cucina sana e nutriente può essere realizzata con stile. Per iniziare, un salutare rituale di benvenuto prepara il corpo all’esperienza gastronomica che seguirà.

La stagionalità e gli ingredienti freschi si combinano per creare piatti che fanno risaltare il meglio del Mediterraneo, come il pescato del giorno, o opzioni vegetali che celebrano le verdure nelle loro varie forme. Peperoni, pomodori verdi e cipolle rosse, ad esempio, sono preparati anche in versione fermentata.

Tra i piatti proposti spiccano gustosi maritozzi romani salatignocchi alle vongole e sgombro caramellato, che possono essere accompagnati da cocktail come l’iconico Giardino degli aranci, da mocktails o da vino.

“Dall’apertura di Six Senses Rome, il NOTOS Rooftop è subito stato il nostro fiore all’occhiello e sono entusiasta che, con l’inaugurazione di questo secondo ristorante, l’hotel possa ampliare l’offerta culinaria”, ha spiegato con soddisfazione Francesca Tozzi, General Manager dell’hotel. “La nostra terrazza – ha proseguito – è lo scenario perfetto per ogni occasione speciale, che si tratti di una cena intima o di una grande celebrazione. Non vediamo l’ora di accogliere sia gli ospiti dell’hotel, sia la comunità locale”. Oltre che per cene e aperitivi il ristorante sarà, infatti, disponibile per eventi privati.

Un’oasi nel centro di Roma
Situato in Piazza di San Marcello, l’hotel Six Senses Roma è una vera e propria oasi nel centro di Roma, lungo Via del Corso e a pochi passi da monumenti come il Pantheon e la Fontana di Trevi. L’hotel si trova in una sede storica davvero unica, il Palazzo Salviati Cesi Mellini, edificio del XV secolo trasformato con cura e rispetto delle architetture in un albergo 5 stelle lusso con 96 camere e suites.

All’interno si trova la Six Senses Rome Spa che include bagni romani (calidarium, tepidarium e frigidarium), e cinque sale per i trattamenti benessere (di cui una per coppie), Hammam, spazi biohacking e meditazione, yoga deck all’aperto e fitness center.

 

Luoghi del Centro America in cui viaggiare da soli.

Luoghi del Centro America in cui viaggiare da soli.

Il Centro America è quel luogo dove puoi avvistare le scimmie nella foresta pluviale al mattino, fare il bagno nelle sorgenti riscaldate dai vulcani all’ora di pranzo, visitare rovine Maya nel pomeriggio e concludere la giornata su una spiaggia dalla sabbia bianca godendoti il tramonto sul Pacifico con in mano un cocktail tropicale. Ecco un po’ di itinerari, esperienze e consigli per un viaggio in America Centrale in solitaria.

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Dalle spiagge del Costa Rica ai grattacieli di Panama, l’America Centrale è il paradiso dei viaggiatori solitari © Francesco Riccardo Iacomino / Getty

Allungandosi dal Guatemala a Panama, l’America Centrale comprende sette paesi tropicali lambiti da spiagge paradisiache e ricoperti da foreste tropicali: le destinazioni ideali per chi viaggia via terra. E visitare il Centro America da soli significa non dover scendere a compromessi con nessun compagno di viaggio. I paesi del Centro America sono un’ottima destinazione per viaggiare in solitaria. Si trovano ostelli e ristoranti dai prezzi ultra convenienti, corsi di spagnolo in ogni città e una vivace vita notturna che anima l’intero istmo. E se in certi giorni sentirete il bisogno di un po’ di compagnia, non avrete certo difficoltà a trovare altri compagni di viaggio!

Spostarsi è facile: comodi autobus collegano le destinazioni di tutti e sette i paesi e con un rapido volo è possibile ottimizzare al massimo il tempo. Un’auto a noleggio è un altro mezzo pratico per esplorare i singoli paesi, anche se non è permesso uscire dai confini internazionali.

È sempre prudente non camminare da soli in zone poco sicure e non fidarsi di chiunque, ma la gente del posto è sempre molto accogliente con gli stranieri. Ecco alcuni importanti consigli per viaggiare da soli in America Centrale.

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Spiaggia in Honduras ©Renee Vititoe/Shutterstock

Uvita, Costa Rica

Ideale per: benessere, balene e acqua

Questa cittadina affacciata sulla spiaggia e circondata dalle montagne nella costa pacifica del Costa Rica è famosa per il festival Envision, che ogni febbraio attira folle di giovani spensierati e pronti a ballare. Ma anche durante il resto dell’anno Uvita continua ad attirare viaggiatori solitari in cerca di ritmi di vita più lenti, cibo sano, divertimento all’aperto e splendidi angoli vista mare per meditare.

Lo yoga e il surf sono le attività preferite, al pari delle gite per avvistare le megattere durante la stagione delle migrazioni (da metà luglio a metà novembre e da metà dicembre ad aprile). Anche la costa qui è a forma di coda di balena. Ostelli e pensioni si trovano poco distanti dalla spiaggia, sparsi per i monti o nascosti in mezzo alla giungla.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: scivolare lungo una cascata zampillante fino a una piscina naturale a Cascada Verde e poi sorseggiare una cerveza (birra) costaricana al Flutterby House come ricompensa dell’audacia dimostrata.

 

Lago de Yojoa, Honduras

Ideale per: le avventure in riva al lago

La maggior parte delle persone che visitano l’Honduras viaggiando zaino in spalla si concentra prima sulle splendide Islas de la Bahía (in particolare Utila), per poi dirigersi verso il Nicaragua, ma negli ultimi anni, i più navigati aggiungono una sosta al lago più grande della nazione, il Lago de Yojoa.

Selvaggia e avvolta da una fitta giungla, quest’oasi tropicale è vigilata da un accogliente albergo corredato di birrificio artigianale e torrefazione. Birdwatching, gite in barca e all’interno di grotte, zipline, kayak ed escursioni guidate alle cascate riempiranno le vostre giornate e vi permetteranno di conoscere altri viaggiatori intraprendenti quanto voi.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: visitare accompagnati da una guida le tre spettacolari cascate del Parque Nacional Montaña de Santa Bárbara; i punti salienti dell’escursione includono piantagioni di caffè, villaggi tradizionali e una serie di cascate mozzafiato.

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Lo yoga sul molo è solo uno degli intrattenimenti per passare il tempo a Caye Caulker © Aleksandar Todorovic/Shutterstock

Caye Caulker, Belize

Ideale per: una fuga su un’isola

In molte isole caraibiche, la sensazione è quella di essere costantemente circondati da neo-sposini in luna di miele: ma non in questa lingua di sabbia finissima bagnata da acque cristalline. Dimenticarsi la camicia, le scarpe e i problemi è l’attitudine da adottare per viversi appieno Caye Caulker: oziate su un’amaca godendovi la tranquilla della solitudine.

Se invece dovesse risvegliarsi il desiderio di socialità, noleggiate una bici e pedalate fino allo Split, il canale che separa la parte settentrionale dell’isola da quella meridionale. Qui, i viaggiatori internazionali si crogiolano al sole, si tuffano nelle calde acque dei Caraibi e sorseggiano cocktail tropicali al Lazy Lizard mentre la musica reggae si spande nell’aria.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: immergersi nelle acque cristalline della riserva marina di Caye Caulker in mezzo a razze, tartarughe e innocui squali nutrice.

Altun Ha, Belize

Ideale per: le rovine nella giungla

Restiamo sempre in questo stato dell’America Centrale e vi consigliamo un’esperienza unica. I viaggiatori solitari che viaggiano in lungo e in largo per l’America centrale fanno infatti sempre tappa nei siti archeologici dell’antico mondo Maya: Tikal in Guatemala e Copán in Honduras. Ma se il vostro viaggio è un po’ meno ambizioso, sappiate che Altun Ha, in Belize, è un’escursione facile e gratificante. Queste suggestive rovine risalgono al VII secolo e comprendono un paio di eleganti templi decorati con maschere Maya incise nella pietra e affacciati su due plazas rimaste perfettamente integre. Se il Tempio degli Altari Murati vi sembra familiare, è perché probabilmente lo avete già visto sull’etichetta della birra Belikin o sulle banconote locali.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: proseguire per altri 30 minuti lungo la Old Northern Highway da Altun Ha per concedersi il miglior massaggio con il fango della vita al Belize Boutique Resort & Spa.

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Surfisti al tramonto a Playa Hermosa, San Juan del Sur © mikeblue / Getty Images

San Juan del Sur, Nicaragua

Ideale per: il surf e la vita notturna

Potrete anche viaggiare in solitaria, ma non vi sentirete mai soli a San Juan del Sur, in Nicaragua. Le onde eccellenti richiamano surfisti da tutto il mondo che si riuniscono nei bar sulla spiaggia per parlare del loro sport preferito. Poi c’è il Sunday Funday, un itinerario balordo con varie tappe nelle piscine degli hotel, in cui si offrono continuamente forti cocktail a base di rum Flor de Caña.

Se i bagordi troppo esagerati non fanno per voi, optate per una tranquilla birra Tona ghiacciata da Bambu Beach Club o da Henry’s Iguana Beach Bar. Tra una festa e un hangover, fate surf a Playa Madera, Playa Hermosa e Playa Remanso, oppure fate un’escursione di un giorno per visitare i punti panoramici e le spiagge dove nuotano le tartarughe.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: visitare la tranquilla cittadina di Playa Maderas, a 30 minuti a nord di San Juan Del Sur, per noleggiare una tavola da surf e tentare la fortuna con le onde.

Panama città, Panama

Ideale per: la vitalità urbana

La metropoli più sfarzosa dell’America centrale è molto più di un semplice skyline in stile Miami alla foce del Canale di Panama. Questo centro cosmopolita è uno dei pochi luoghi sull’istmo che vanta davvero di tutto: quartieri coloniali restaurati, discoteche dove scatenarsi, casinò eleganti, un canale di fama mondiale, una foresta pluviale, spiagge indimenticabili e qualsiasi altra cosa vi venga in mente.

In un viaggio di gruppo a Panama quasi certamente si litigherà su quali attività scegliere, ma visto che voi dovete soddisfare solo voi stessi, la capitale diventa un parco giochi internazionale di altissimo livello. Ritagliate del tempo per esplorare i 265 ettari di foresta pluviale del Parque Natural Metropolitano, a soli 10 minuti dal centro.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: visitare il museo interattivo a quattro piani del Centro de Visitantes de Miraflores per scoprire come è stato costruito il Canale di Panama, osservare barche enormi passare attraverso l’ingegnoso sistema e percepire la grandezza di questa impresa leggendaria.

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Il vulcano Agua svetta sopra le strade acciottolate di Antigua © Lucy Brown – loca4motion / Shutterstock

Antigua, Guatemala

Ideale per: imparare lo spagnolo in viaggio

Tra strade acciottolate, edifici dalle facciate pastello, basiliche danneggiate dai terremoti ed esempi di architettura coloniale, Antigua è una meraviglia per gli occhi. Essendo una città relativamente sicura e cosmopolita, è la destinazione perfetta per chi viaggia in Guatemala da solo, soprattutto se volenteroso di imparare un po’ di spagnolo. Ci sono decine di scuole di lingua tra cui scegliere e molte offrono soggiorni in famiglia, pasti convenzionati e uscite per visitare le attrazioni e partecipare agli eventi nelle vicinanze. Tra una lezione e l’altra, potrete approfittare della favolosa vicinanza di vulcani, comunità Maya e piantagioni di caffè. Tutto un altro livello di gita scolastica.

Esperienza epica da vivere in viaggio da soli: avventurarsi sulle colline sopra Antigua per fermarsi all’Earth Lodge, una fattoria di avocado dove è possibile dormire in uno chalet triangolare o su una casa sull’albero, mangiare come re, fare escursioni e ammirare paesaggi spettacolari.

In Sudafrica per un viaggio che lascia il segno.

In Sudafrica per un viaggio che lascia il segno.

Da Johannesburg a Cape Town per un turismo che non sia solo emozionante scoperta ma concreta opportunità per una crescita delle comunità locali che vada di pari passo con la conservazione delle risorse naturali.

Il tempo trascorso in Africa non è mai quello di una semplice vacanza. Ogni giorno in questa terra di contrasti maestosi accresce in maniera profonda il legame con i luoghi che si visitano e le persone che si incontrano.
Custode di più di seicento parchi nazionali e riserve, il Sudafrica è la meta ideale per gli amanti di questa natura grandiosa che qui si esprime in una straordinaria varietà di ambienti e paesaggi. Infinite le possibilità di escursioni per esplorare senza dimenticare i safari, quintessenza stessa degli itinerari a queste latitudini. Le meravigliose coste del Capo di Buona Speranza, cuore di una vegetazione simile alla macchia mediterranea; le regioni semidesertiche, come quella del Karoo; poi ancora savana e prateria, habitat dei grandi animali; e ancora, le verdi montagne del Blyde River Canyon: sono tra le immagini più emblematiche di una diversità esplicitata meglio che mai dal suo leader Nelson Mandela che definì la sua come una “nazione arcobaleno”.
In un paese nato all’ombra di enormi disparità socio-economiche il cammino verso la libertà riparte dal ripensare gli equilibri tra uomo e natura. Un bene tanto prezioso, quanto fragile, che può essere vissuto consapevolmente scegliendo un coinvolgimento totale e reale con il territorio che limiti al minimo l’impatto sull’ecosistema e innesti un circuito virtuoso di tutela della biodiversità attraverso le comunità locali. Un progetto di più ampio respiro che guidi chi vive in questi santuari naturalistici nella gestione delle risorse in maniera sostenibile così da trasformare la conservazione in un’opportunità di sviluppo con ricadute benefiche in termini di educazione, scolarizzazione, sanità e sicurezza alimentare.
Il turismo come esperienza responsabile può, quindi, concretamente diventare un modo per fare la differenza in questa prospettiva di sviluppo a salvaguardia dell’ambiente come inclusione sociale e supporto alla popolazione sudafricana che diventa essa stessa protagonista della valorizzazione del proprio territorio.
Ma cosa scegliere di visitare e fare per vivere un viaggio che si impegni in questo senso a cogliere l’anima più vera e profonda del Sudafrica?

JOHANNESBURG SULLE ORME DI MANDELA
Prima significativa tappa di un viaggio che permetta di comprendere la realtà sudafricana oggi, alla luce degli anni difficili dell’apartheid, è sicuramente “Jo’burg”, una vera realtà in fermento che sta lentamente rifiorendo come il resto del paese. Ogni angolo qui sembra rievocare la figura dell’amato Madiba. A omaggiare il primo presidente eletto democraticamente della Repubblica del Sudafrica, nonché figura mondiale di grandissimo spessore, testimone di pace e tolleranza, c’è il ponte simbolo della metropoli inaugurato nel 2003 per i suoi ottantacinque anni e oggi il più lungo di tutta l’Africa meridionale. Nella zona di Sandton nella Nelson Mandela Square spicca una sua enorme statua di bronzoParticolarmente toccante la visita al Museo dell’Apartheid, esperienziale nel vero senso della parola fin dall’arrivo dove i visitatori vengono accolti in un ingresso specifico a seconda della loro origine etnica. All’interno una multimedialità a servizio della memoria guida nella testimonianza di un passato di abusi tristemente recenti. Completi anche gli approfondimenti sul difficile percorso verso la democrazia che culminano nel video della liberazione di Mandela dopo 27 anni di prigionia. Prima di lasciare Johannesburg, una tappa d’obbligo è Soweto, originariamente abbreviazione di South Western Townships, abitata da minatori e lavoratori di colore,dove vennero mossi i primi passi alla lotta contro il regime di segregazione razziale. Al numero 8115 di Vilakazi Street c’è la casa in cui Mandela visse con la moglie Winnie e i figli, ora trasformata in un museo.

IMPEGNO ED EMOZIONI NATURALI NEL PARCO KRUGER
Da un avamposto per i diritti della democrazia sudafricana il viaggio continua verso quello da primato della riserva più grande di tutto il paese. Con un’estensione di quasi ventimila chilometri quadrati che confina con il Mozambico e lo Zimbabwe, il Parco Nazionale del Kruger è un museo a cielo aperto di natura selvaggia più viva che mai!
I numeri della fauna che è possibile osservare libera e più vicina di quanto ci si possa aspettare sono da capogiro: 147 specie di mammiferi, 118 specie di rettili, 227 specie di farfalle e oltre 500 specie di uccelli. A farla da padroni nelle memorie del cuore oltre che di cellulari e macchine fotografiche ci sono però i “big five”, termine coniato dai cacciatori stranieri dell’Ottocento per riferirsi agli animali più ambiti e pericolosi: leone, rinoceronte, bufalo, leopardo, elefante.
Apostrofato dai locali come “wildtuin“, letteralmente il giardino selvaggio, anche dal punto di vista della flora il parco non disattende le aspettative. La fertile parte meridionale, dove la boscaglia è punteggiata da colline granitiche, è quella più battuta dai viaggiatori, mentre i salici della zona centrale lasciano il posto ad acacie spinose e veld nella parte orientale. A nord domina il mopane e si possono addirittura ammirare maestosi baobab.
Data questa premessa è facile comprendere perché, secondo noi, per cogliere a 360° l’importanza di quest’area, che non si esaurisce nella sola, seppur emozionante, osservazione degli animali, il parco vada esplorato nella sua interezza. Posizione privilegiata per vivere tutto questo è quella del nostro Mdluli Safari Lodge nel cuore del Kruger National Park a Pretoriuskop. Un progetto di collaborazione promosso da Il Diamante insieme alla comunità locale Mdluli che, da un lato, ha consentito la realizzazione di uno splendido campo glamping e dall’altro ha fornito opportunità di sviluppo e lavoro ai locali. L’impegno del personale della comunità nelle attività logistiche del campo e il sostegno alla produzione dell’artigianato locale hanno permesso di procedere con la costruzione di abitazioni, ospedali, scuole, campi da gioco e tutte le infrastrutture necessarie al futuro della comunità stessa qui nell’area. Fondamentale anche il contributo verso una nuova consapevolezza sul ruolo degli animali che popolano il parco non più fonte di cibo e/o denaro, bensì un’importantissima risorsa da proteggere e salvaguardare, il cui valore va ben oltre quanto si potrebbe ottenere dalla loro caccia sconsiderata. Ogni ospite contribuisce attivamente al mantenimento di questa realtà virtuosa con una “Conservation & Development Fee” al supporto della comunità Mdluli e delle attività di antibracconaggio coadiuvate da una guida italiana residente in loco.
Le 50 tende, costruite per avere un basso impatto ambientale, sono state disegnate per accontentare le esigenze di viaggiatori che non sono alla ricerca di un lusso ostentato ma del privilegio di vivere esperienze autentiche, immersi nella natura, senza rinunciare al comfort. Il ristorante e il “boma”, ideale per cene sotto le stelle, un bar, un negozio e un centro interattivo che promuove le attività antibracconaggio oltre a una piscina alla base di un’antichissima formazione rocciosa, completano i servizi.
L’esperienza del safari, oltre ad avere il plus dell’assistenza nell’avvistamento della guida italiana residente, ha il vantaggio di potersi svolgere sulle piste del parco e anche off road per l’avvistamento degli animali più grandi nell’area in concessione adiacente al campo. Ricordando la stagionalità invertita del Sudafrica rispetto all’Italia ma sempre con molte ore di luce durante il giorno, l’emozione della scoperta dei ritmi millenari della vita senza filtri sarà grande sia durante l’inverno che nell’estate australe. Nella parte nord del paese dove è localizzato il parco, le precipitazioni sono più abbondanti nella stagione “verde” da dicembre a marzo. In questi mesi gli animali si mimetizzano meglio nella vegetazione rigogliosa e sono più difficili da ammirare. Allo stesso tempo questo è il periodo dei cuccioli che nascono nel momento di maggior disponibilità di cibo per avere più forza nell’affrontare il ciclo della vita. In inverno, invece, la visibilità permetterà di osservare emozionanti spettacoli di vita nella savana con grande facilità, soprattutto nei pressi delle scarse pozze d’acqua dove gli animali si radunano per abbeverarsi. Alle prime luci del mattino come a quelle del tramonto le atmosfere saranno da sogno!

LUNGO LA PANORAMA ROUTE
Il tour slow di scoperta dell’incredibile ricchezza di scenari mozzafiato del Sudafrica prosegue sulla Panorama Route, un percorso altamente paesaggistico nel cuore della Provincia del Mpumalanga che dal Kruger si snoda attraverso la catena montuosa del Drakensberg. I punti panoramici saranno un crescendo di emozioni. Da God’s Window, una roccia a quasi 2.000 metri sul livello del mare, lo sguardo si perderà sul fiume Blyde, sui Monti Lebombo e sul Parco Kruger fino alle magnifiche cascate di Lone Creek. Ma è al Blyde River Canyon che mancheranno le parole per descrivere l’immensa bellezza che si aprirà davanti a quello che è il terzo più grande del mondo dopo il Grand Canyon in Arizona e il Fish River Canyon in Namibia, ma l’unico completamente ricoperto di vegetazione. Profondo circa settecento metri è la meta perfetta per gli appassionati di arrampicata ma anche per gli amanti degli sport acquatici avventurosi che non vedono l’ora di affrontare la discesa in kayak del fiume Blyde. All’orizzonte sono chiaramente riconoscibili le Three Rondavels, anche dette le “tre sorelle”, composizioni rocciose in quarzite e scisto che ricordano la forma delle capanne dei popoli locali da cui prendono il nome con cime a cupola ricoperte di vegetazione e pareti scoscese con licheni che ne danno il colore arancione.
Fotogenico esempio dell’estro della natura sarà Bourke’s Luck Potholes dove l’erosione idrica, provocata dall’incontro tra i fiumi Blyde (tradotto significa “il fiume della gioia”) e Treur (“il fiume del dolore”), ha creato delle piscine scavate nella roccia all’interno delle quali nei millenni si sono depositate pagliuzze e pepite d’oro. L’area deve il suo nome al cercatore Tom Bourke il quale, nonostante i numerosi tentativi, non trovò mai il grande filone aurifero oggetto delle sue ricerche che venne però scoperto successivamente da altri nei suoi paraggi. Pittoresca e molto vivace per una sosta in cui acquistare artigianato locale di ottima fattura la piccola cittadina di Graskop

CAPE TOWN, LA PIÙ VIVACE CITTÀ DELL’AFRICA AUSTRALE
La diversità del Sudafrica si ritrova non solo nella sua geografia e natura ma anche nei popoli e nelle culture che ne definiscono la vocazione pluralistica. Undici le lingue ufficialmente riconosciute in un paese che, strategicamente posizionato come punto di approvvigionamento sulle rotte commerciali lungo l’estremità dell’Africa meridionale, trovano in Cape Town la variopinta capitale del crocevia di influenze sulla realtà locale di francesi, olandesi, inglesi e malesi. Affettuosamente soprannominata “The Mother City”in virtù del suo ruolo di città più antica del paese, oggi è una realtà urbana che affascina sotto molteplici punti di vista. Il principale è sicuramente quello paesaggistico: privilegiata la posizione sospesa tra l’oceano e l’iconica Table Mountain che sovrasta il City Bowl, l’area portuale e le sue spiagge di sabbia bianca. Straordinaria la panoramica dalla sua sommità che abbraccia l’intera Penisola del Capo e raggiungibile attraverso una vertiginosa cabinovia rotante, la Cableway, dall’alba al tramonto. La sua particolarità è di essere una montagna piatta, spesso avvolta dalle nebbie che salgono dalla False Bay come una tovaglia adagiata su un tavolo. La vegetazione che la ricopre è quella tipica del fynbos, un habitat simile alla macchia mediterranea, molto ricca dal punto di vista della biodiversità che vanta oltre 1470 tipi di piante tra cui le protee, fiore simbolo del paese.
Soggiornando all’interno del caratteristico V&A Waterfront si avrà poi la possibilità di esplorare il suo mix di architetture pittoresche: le eleganti case Dutch Cape, le coloratissime case di Bo-Kaap e le strutture industriali recuperate dell’emergente quartiere di Woodstock. Un’esperienza variopinta anche quella dal punto di vista dei sapori tra mercati, locali etnici, street food e ristoranti stellati.
La città è però strettamente legata alla figura del grande Mandela in quanto questa fu la prima terra che vide l’11 febbraio 1990 alla sua scarcerazione da Robben Island, prigione per i marinai ribelli della Compagnia delle Indie Orientali fin dal XVII secolo, che oggi rivive come realtà museale particolarmente coinvolgente soprattutto grazie alle visite condotte da chi fu qui prigioniero ai tempi dell’apartheid.
Altro spaccato sulla triste segregazione razziale è quello del Six District Museum che illustra la storia del quartiere creolo, formatosi nel 1838 da insediamenti di schiavi neri e indonesiani liberati: fu smantellato nel 1948 deportando la popolazione nelle township ai margini periferici del centro abitato.

OLTRE I CONFINI DELLA MOTHER CITY: IL CAPO DI BUONA SPERANZA, I VIGNETI E I SAFARI TRA PINGUINI E BALENE
Cape Townè il punto di partenza perfetto per vivere le atmosfere della Penisola del Capo. Emblematico l’arrivo al Capo di Buona Speranza, anche conosciuto come “Capo delle Tempeste” dai naviganti del passato per via della difficoltà a superarlo dovute all’impatto della fredda corrente oceanica del Benguela con l’aria calda e umida proveniente dall’Oceano Indiano. Il primo a mettere piede qui ai confini del mondo fu il portoghese Bartolomeo Diaz nel 1487, ma fu Vasco da Gama, nel 1497, a portare a termine per la prima volta il tragitto verso le Indie. Oggi l’area è diventata un suggestivo parco nazionale, entrato a far parte dei beni dell’umanità protetti dall’UNESCO dal 2004, caratterizzato dalla grande varietà di flora e fauna tipica del fynbos e dai bellissimi sentieri escursionistici. Il punto più elevato è quello di Cape Point, un’impressionante scogliera dalla cui ampia piattaforma si gode una vista mozzafiato sull’oceano. Non meno di 23 navi sono naufragate in questa zona, compresa quella dell’Olandese Volante, il leggendario vascello fantasma che colò a picco nel 1641. Narra la leggenda che, quando monta la tempesta, questa nave misteriosa appaia ancora in queste acque.
L’intera area costiera di Cape Town è davvero magica! Si estende per oltre trecento chilometri dove si alternano più di settanta spiagge incontaminate di cui molte paradiso dei surfisti. Ma quella sicuramente che non può mancare di essere raggiunta è quella di Boulder cuore di una colonia di Jackass, detti anche pinguini africani, che si muovono veloci tra il mare e gli enormi blocchi granitici da cui l’area prende nome. Da appena due coppie di pinguini nel 1982, la colonia ha raggiunto anche picchi di quasi 2.000 esemplari negli ultimi anni. Questo incremento è dovuto essenzialmente al divieto di pesca a strascico nella False Bay, che ha di fatto incrementato il numero di sardine e di acciughe, pesci che sono alla base della dieta preferita dei simpatici animali.
Da giugno a novembre imperdibile anche Hermanus grazioso villaggio sulla Walker Bay, di fronte all’Oceano Indiano. Questa località è considerata una delle più indicate per l’osservazione delle balene. Gli enormi cetacei, che si riescono addirittura ad ammirare ad occhio nudo direttamente dalla riva, dall’Antartide raggiungono le coste Sudafricane alla ricerca di acque più miti per dare alla luce i piccoli prima di riaffrontare in estate la migrazione a Sud.
Oltre che per gli ennesimi esempi di natura da primato la zona del Capo è famosa per le strade del vino che qui vanta una storia di oltre tre secoli. Furono gli abili viticultori ugonotti francesi a colonizzarla nel ‘600. Grazie alle sapienti tecniche di raccolta e fermentazione dell’uva, alla presenza di un habitat favorevole e un suolo fertile adatto alla coltivazione di viti, il vino sudafricano è oggi conosciuto, esportato e apprezzato in tutto il mondo. La maggior parte dei vigneti si trova nella piana verdeggiante di Boland Basin, circa 80km a nord-est di Cape Town. I fiumi che scorrono in queste vallate e confluiscono nel bacino danno vita a diverse varietà di vino tra cui Syrah, Cabernet Sauvignon e Pinot Noir. Viaggiare qui sarà fare un’esperienza enogastronomica di alto livello ma anche un salto indietro nel tempo tra tenute dall’architettura olandese. A soli 35 minuti di auto da Cape Town, Stellenbosch, con le sue 60 tenute vinicole, è considerata la capitale per eccellenza del vino sudafricano. La sua prima Strada del Vino fu inaugurata nel 1971 e si snoda all’interno di una bellissima valle particolarmente adatta alla coltivazione della vite. The Paarl Wine Route, invece, comprende oltre 40 cantine, molte delle quali sono adibite anche alla produzione di beni alimentari locali quali formaggi e olio d’oliva.

Alla fine di questo viaggio come non essere d’accordo nel definirlo “un mondo in un solo paese”?

Taj Mahal : un’abbagliante storia d’amore.

Taj Mahal : un’abbagliante storia d’amore.

Andiamo ad Agra, nel Nord dell’India, per approfondire insieme l’affasciante storia e i suggestivi segreti del mausoleo più elegante e magnificente al mondo.

«Una lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo», queste le parole utilizzate dal poeta indiano Rabindranath Tagore per descrivere il Taj Mahal, la più ammaliante icona del continente indiano, che nel 1983 è divenuta Patrimonio dell’Umanità Unesco e dal 2007 è entrata di diritto nell’elenco delle 7 meraviglie del mondo moderno. Per molte persone, il Taj Mahal è semplicemente sinonimo di India. Il suo profilo, la sua cupola e i minareti, il colore bianco candido del suo marmo, delineano un’immagine talmente familiare che chiunque potrebbe riconoscerlo senza averlo mai visto. La cosa più stupefacente del Taj Mahal è il fatto che, dal punto di vista architettonico, nulla è stato lasciato al caso. L’opera è estremamente simmetrica e la ricerca della perfezione geometrica è evidente in ogni elemento, che sia esso un minareto, una nicchia, una balaustra o una cupola. Tutto è studiato nel minimo dettaglio per creare quell’effetto ottico di grandezza ed armonia. Le decorazioni calligrafiche sui portali, ad esempio, si ingrandiscono mano a mano che l’occhio si allontana dal marmo. Lo stesso accade con le colonne decorative intorno al mausoleo.

Ma è anche la delicatezza dei colori, che cambiano a seconda dell’ora del giorno che colpiscono il visitatore; la sua posizione vicino al fiume fa si’ che un magico gioco di colori che cambiano durante le ore del giorno e a seconda delle stagioni, diano al Taj Mahal riflessi di colori che lo rendono unico ma sempre diverso. Come un gioiello, il Taj scintilla al chiaro di luna quando le pietre semi-preziose incastonate nel marmo bianco sul mausoleo principale afferrano il bagliore dei raggi della luna. Il Taj è rosato al mattino, bianco latteo alla sera e d’oro quando la luna splende.

Ma il “Palazzo della Corona”, questa la traduzione del suo nome, è soprattutto il più importante, il più imponente e il più costoso monumento mai dedicato ad una donna: il monumento alla passione eterna per eccellenza. Un mausoleo nato da un amore leggendario e che rimane a distanza di secoli una delle più incredibili testimonianze storiche, architettoniche e artistiche della millenaria arte islamica moghul.

LA STRUGGENTE STORIA D’AMORE
Taj Mahal è un luogo mistico e magnetico, che parla della morte e dell’aldilà, ma anche di una struggente storia d’amore; la gigantesca e sublime tomba edificata da un vedovo inconsolabile per ricordare in eterno la moglie.

Il quinto sovrano moghul Shah Jahan, fece costruire questo capolavoro in memoria della sua amata seconda moglie Arjumand Banu Begum, conosciuta con il nome Mumtaz Mahal (che in persiano significa “eletta del palazzo”) bellissima principessa originaria della Persia.

Mumtaz Mahal, molto devota all’imperatore, morì mentre accompagnava suo marito durante una campagna militare nel sud dell’India a Behrampur. Aveva appena dato alla luce il loro quattordicesimo figlio ed ebbe un’ emorragia nel 1631 a soli 38 anni.

La sua morte fu una vera tragedia per l’imperatore, al punto che i suoi capelli e la sua barba nel giro di pochi mesi diventarono completamente bianchi per il dolore. Esistono varie leggende dietro alla decisione di edificare il Taj Mahal. Si racconta infatti che mentre Mumtaz Mahal era ancora in vita, avesse chiesto al suo sposo di farle quattro promesse nel caso in cui fosse morta prima di lui.

Come prima promessa gli chiese di costruire il Taj Mahal; la seconda era di risposarsi per dare una nuova mamma ai loro figli; la terza era che sarebbe sempre stato buono e comprensivo con i loro figli e infine la quarta, che avrebbe sempre visitato la sua tomba nell’anniversario della sua morte. Per ricordare la sua amatissima moglie, Shah fece allora costruire il mausoleo, bianco come il colore del lutto e lo volle imponente e sfolgorante.
Poi meditò di costruirne un secondo identico ma di colore nero e di collocarlo di fronte al primo che sarebbe diventato la sua tomba e di collegare i due mausolei con un ponte d’oro che li avrebbe tenuti uniti in eterno.

Purtroppo però, subito dopo la fine della costruzione del Taj Mahal, Shah Jahan fu deposto da uno dei figli ed imprigionato in una delle torri del forte di Agra, nella stanza della Torre del Gelsomino, dove ogni giorno in lontananza poteva contemplare il Taj Mahal cambiare colore a seconda della luce del giorno, come un miraggio o un sogno lontano. Alla sua morte, quattro anni più tardi, venne poi seppellito affianco alla amata Mumtaz Mahal.

Poco dopo la capitale dell’impero fu spostata da Agra a Delhi, facendo diminuire notevolmente l’importanza di questa città e l’attenzione delle autorità su di essa. A causa di un abbandono secolare, alla fine del XIX secolo, complici il tempo e i ladri di tombe, la struttura versava in un forte stato di abbandono. Questo periodo di abbandono e disinteresse terminò solo con la nomina a viceré dell’India dell’inglese lord George Nathaniel Curzon che avviò una fondamentale campagna di restauro dell’intera struttura terminata nel 1908.

CARATTERISTICHE ARCHITETTONICHE
I lavori iniziarono nel 1632 e si conclusero solo nel 1654 e impiegarono più di 1000 elefanti e circa 20.000 persone, tra cui numerosi artigiani provenienti da varie parti del mondo, anche dall’Europa, Italia compresa con l’artista di nome Geronimo Veroneo. Secondo la leggenda, per preservare l’unicità dell’opera pare che Shah Jahan abbia decretato che a tutte le maestranze che avevano lavorato all’opera fossero tagliate le mani e che venisse tagliata, invece, la testa all’architetto che aveva realizzato il progetto, così che nessuno potesse eguagliare mai più tanta bellezza.

Una volta varcata la soglia si presenta agli occhi del visitatore un giardino in stile persiano di geometrica bellezza che circonda il mausoleo. Il disegno dei giardini ed il corso d’acqua davanti al Taj Mahal si rifanno all’ideale di paradiso in voga in quegli anni: infatti nei testi islamici era descritto come composto da quattro canali che si incontrano al centro e che dividono il tutto nei quattro punti cardinali. I canali fanno confluire a loro volta l’acqua verso un’ampia vasca che riflette sulla superficie tutta la struttura doppiando la bellezza del Taj Mahal.

Il mausoleo vero e proprio è una struttura che nel punto più elevato misura 68 metri ed è posto al di sopra di una sopraelevazione quadrata che ha 4 minareti posti ai suoi 4 vertici. All’interno dei minareti sono poste scale spiroidali che consentono di raggiungerne la cima. Ai lati di ogni apertura dell’edificio, inoltre, è posto un pinnacolo di forma ottagonale che supera in altezza il tetto.
La parte superiore è sovrastata da 22 piccole cupole disposte su due file che indicherebbero il numero di anni necessari alla costruzione del Taj Mahal. Nell’edificio si apre un arco ogivale la cui forma viene ripresa in ogni parte della struttura come nelle nicchie presenti lungo ogni faccia del mausoleo. Esternamente poi ci sono varie scritte, soprattutto versetti del Corano; nella parte posteriore del mausoleo una delle citazioni più belle del corano che si conclude con questa frase:

“O anima che riposi, ritorna al Signore in pace con lui ed egli in pace con te. Entra come uno dei suoi servitori nel suo giardino.”

I caratteri delle scritte si ampliano man mano che si sale seguendo la linea della scrittura e in prospettiva sembrano tutti scritti nella stessa misura. La costruzione è realizzata con ben 28 tipi diversi di pietre preziose e semi preziose incastonate nel marmo bianco come motivo decorativo nell’intera struttura.

Il percorso quasi iniziatico che si compie all’esterno porta al nucleo centrale che si trova sotto la cupola e alla base in cui riposano, riuniti dopo la loro dipartita dalla vita, i due coniugi che sanciscono ancora oggi il loro immortale ricordo destinando ad ogni visitatore un’esperienza preziosa.

Settembre nei borghi del Lazio: 5 posti meravigliosi da scoprire.

Settembre nei borghi del Lazio: 5 posti meravigliosi da scoprire.

L’estate è finita, il caldo rovente lascia spazio a temperature più piacevoli. E’ il tempo ideale per una gita fuori porta. Settembre e ottobre sono mesi perfetti per organizzare escursioni, per ritagliare spazio al trekking, a gite al lago, a picnic nel bosco.

La nostra regione strizza l’occhio a tutti questi desideri, poiché i luoghi da scoprire sono davvero moltissimi. Il Lazio vanta catene montuose, colline, parchi naturali protetti, borghi antichi, laghi meravigliosi e tanto altro ancora. Scopriamo, dunque, 5 luoghi suggestivi da scoprire nel Lazio, uno per ogni provincia:

Colle di Tora

La prima tappa la facciamo in provincia di Rieti, alla scoperta di Colle di Tora, un borgo proteso sul lago del Turano. Di origine romana, chiamato Collepiccolo fino alla fine dell’800, questo paesino è sorto sulle rive del fiume Tora da cui prende nome. Negli anni ’30 del 900, la creazione del bacino idroelettrico che ha dato vita al lago sopra citato, ha reso questa località una perla del Lazio, degna del soprannome “Piccola Svizzera”. Un paese magico, suggestivo, che colpisce a prima vista, di giorno per i suoi vicoli pittoreschi e la sua vista mozzafiato sui laghi, per le montagne e la natura che lo circondano, di sera per le luci riflesse sullo specchio lacustre che regalano un’atmosfera davvero fiabesca. Qui si può godere del fascino del lago e gustare la tipica pasta e fagioli, ma anche piatti a base di tartufo, polenta, salsicche e la tipica pizzullu coll’erbe.

Tolfa

Un borgo antico, tutta la natura in fondo e, a distanza, il mare. E’ Tolfa, borgo in provincia di Roma dalla pianta semicircolare noto per il suo suggestivo Castello Frangipane (o Castello della Rocca) i cui ruderi si trovano nel punto più alto del paese. Un panorama mozzafiato e dei vicoli pittoreschi da percorrere, ma anche una ricchezza gastronomica da non sottovalutare: dall’acquacotta al baccalà in agrodolce, fino a bistecche, salsicce, tartufo protagonisti periodicamente anche di rinomate sagre.

Caprarola

Ci spostiamo ora in provincia di Viterbo per visitare Caprarola, borgo dominato da un imponente Palazzo Farnese, tra gli esempi urbanistici più importanti del ‘500. Il borgo è caratterizzato dalla cosiddetta via Dritta, oggi chiamata via Filippo Nicolai che la divide perfettamente in due il paese e attraversa piazza Marconi conducendo al Palazzo Farnese che vale la pena visitare. Famosa per le nocciole, per le castagne, per i pici, Caprarola è una tappa da scoprire anche per organizzare un’escursione al vicino lago di Vico.

Gaeta

Il mare è più bello quando le spiagge sono ormai deserte, ma la temperatura è ancora perfetta per concedersi un bagno. Gaeta, in provincia di Latina, è uno dei borghi di mare più invidiati d’Italia, una perla della nostra regione che vale la pena scoprire anche a settembre. Una repubblica marinara, nota già ai tempi degli antichi romani e, ancora oggi, ambita meta per una gita fuori porta e – perché no – per una vacanza pittoresca, rilassante, in uno dei mari più belli del Lazio. Gaeta è situata sullO sperone del Monte Orlando, un centro che – oltre a regalare un panorama suggestivo – è ricco di storia, di monumenti da scoprire.

Pico

Pico, in provincia di Frosinone, è un luogo dove arte e natura si fondono, regalando al viaggiatore una parentesi coinvolgente, affascinante, ricca di storia e non solo. Pico è un antico borgo medievale, arroccato su una collina a ridosso del Monte Pota. Il suo nome ha origini celtiche, deriva infatti da “Pic” che significa “punta aguzza” e venne chiamato così, probabilmente, per lo sperone sul quale sorge il suo castello. Il caratteristico paesino del Lazio, si trova immerso in un paesaggio verde, circondato da colline con coltivazioni di ulivo e vite. La natura, dunque, è protagonista, ma anche l’arte e la storia non sono da meno.

Ristorante Chez Ali di Marrakech.

Ristorante Chez Ali di Marrakech.

Dal 1980, il ristorante Chez Ali di Marrakech offre ai suoi ospiti ogni sera uno spettacolo folcloristico che combina canti e balli tradizionali, fantasia e acrobazie equestri. In una cornice degna dei racconti delle Mille e una notte, tra il palazzo imperiale e le tende caiale, Chez Ali Marrakech propone una cena tradizionale. Incantato dal leggendario folklore marocchino, mangerai, ascolterai e assisterai a spettacoli che rievocano le celebrazioni ancestrali berbere. Questo spettacolo unico e coinvolgente si svolge in un’arena tipica dei giochi della polvere da sparo: La fantasia. Il Ristorante Chez Ali Marrakech ha ricreato questa pratica nella tradizione più pura. Cavalieri in avventure, armi e costumi tradizionali caricano come in passato per battaglie e dimostrazioni di forza. È la padronanza e la conoscenza di un’arte ancestrale e di una passione per i cavalli.Soprattutto per accogliervi, personale qualificato vi accompagnerà alla vostra tenda Caidale dove vi è riservato un tavolo. L’atmosfera è magica e ci si tuffa rapidamente in un altro mondo… ti godrai una cena tradizionale con zuppa Harrira, barbecue (carne di agnello al vapore), couscous con verdure fresche e un piatto di frutta fresca. I piatti vengono portati al tuo tavolo, musicisti e ballerini passano di tanto in tanto… Potrete gustare il vostro pasto mentre vi godete lo spettacolo Fantasia, scoprirete anche che la regione è interamente piena di cavalieri, acrobati e danzatrici del ventre che animeranno la vostra serata che sarà tra i vostri ricordi più belli a Marrakech! Durante la cena, le tribù berbere di Zaïanes e Kelaat M’gouna si esibiranno in coreografie di danza che esprimono la ricca storia del regno marocchino e in questo modo assisterete a un’incredibile danza del ventre sensuale, acrobazie, sfilate e magnifici fuochi d’artificio. Al termine di questa magica serata, potrete godere delle rievocazioni di scene di guerra a cavallo delle prime battaglie tra gli antichi berberi e i cavalieri del deserto. Con un rumore assordante di esplosioni e fumo, intere truppe di cavalieri vestiti con le loro uniformi tradizionali si scontrano nell’arena. A chiudere lo spettacolo, un gigantesco spettacolo pirotecnico illuminerà il cielo. E alla fine, verrai prelevato dall’autista professionista bilingue dopo questo spettacolo esclusivo che porterai con noi, e sarà una delle tue esperienze memorabili a Marrakech.