Il vino e il cibo. Ma anche e soprattutto quel clima pieno di contrasti di una zona di frontiera. Dove si incontrano due continenti, mille culture e dove passa l’invisibile (o quasi) confine delle sfere d’influenza, tra Ue e Russia, tra il passato e il futuro.

“Noi siamo Europa”. È il leitmotiv di Tbilisi. Lo si legge sui muri del viale Rustaveli, e non solo sugli striscioni intorno al Parlamento. È un mantra sulla bocca di molti. L’Europa, come un sogno. L’Europa così vicina eppure così lontana. Sta lì, quasi come una chimera. E poi ci sono le bandiere, come simboli di un’idea: quella georgiana accanto a quella della Ue (e talvolta anche a quella della Nato). Non si può raccontare la Georgia e la sua capitale senza partire da qui. Perché da qui si comprende quel contrasto talvolta violento che c’è. Tra il vecchio grigio mondo sovietico e i colori e la libertà dell’ovest. Tra le architetture orientaleggianti che ricordano Istanbul e Baku, e i grattacieli (non molti per la verità) e i locali che riportano alla memoria quelli di New York. Poi ci sono i casermoni di periferia. Tutti uguali, tutti decadenti. Sotto la pioggia o avvolti da una leggera foschia. I polverosi mercatini delle pulci con cimeli di un’epoca lontana e i tanti cani randagi (curati dal governo, dicono) che dormono sereni sui marciapiedi. Una città che va piano, con prudenza. Che si sposta in auto, ma anche su moderni bus e lungo le due linee della metropolitana, elegante simbolo di un passato ormai lontano che non c’è più.

Il corpo in Asia, la testa in Europa

Vecchio e nuovo, Oriente e Occidente. Il corpo in Asia e la testa in Europa. È in questo intreccio talvolta brutale che trae forza la cultura di questo popolo gentile ma agguerrito. Un intreccio, però, nel quale i georgiani non vogliono rimanere strozzati. Non è solo il ricordo tragico dell’invasione russa del 2008 a pesare. È la paura che ciò accada di nuovo, il timore di rimanere schiacciati in un gioco geopolitico più grande di loro, ma anche la speranza di essere finalmente liberi di scegliere il proprio destino. Il viale Rustaveli di Tbilisi è il simbolo inconsapevole di tutto questo. È la via dello shopping e della movida notturna insieme a via Marab Kostava.

 

La Torre dell'Orologio di Tbilisi - Foto di Paolo Ribichini
La Torre dell’Orologio di Tbilisi

 

Qui il venerdì e il sabato sera, tra palazzi moderni e vecchi edifici sovietici, si ritrovano i giovani di Tbilisi ai quali glielo leggi negli occhi e sui vestiti che sognano quella libertà. Molti di quei ragazzi, che oggi animano i locali del centro, fino a pochi mesi fa affollavano viale Rustaveli per protestare contro la scelta del governo di interrompere il processo di integrazione con l’Unione europea. Ora a scendere in piazza ogni sera sono in pochi. Cento o forse duecento. Senza scontri o violenze in queste ultime settimane. Mentre una decina rimane giorno e notte a presidiare la facciata del Parlamento. Insomma, una città oggi tutto sommato tranquilla, anche se la Farnesina raccomanda ancora di tenersi lontani da assembramenti. Anche perché la crisi politica è tutt’altro che risolta.

La Chiesa, la cultura e la lingua. Tre pilastri di una resistenza

“I primi turisti in Georgia sono iniziati a venire dopo la Rivoluzione delle Rose del 2003”, spiega Kartlos, colui che mi accompagna in questo viaggio e che porta lo stesso nome del personaggio leggendario che fondò la Georgia. “Prima della rivoluzione talvolta avevamo la luce elettrica solo tre ore al giorno. Eravamo poveri e non c’era molto da vedere”. Dopo tutto è cambiato. Grazie all’ampio movimento non violento di protesta contro il regime di Eduard Shevardnadze, ex ministro degli Esteri dell’Unione sovietica di Gorbaciov, accusato di essere filo-russo e corrotto.

 

La Madre della Georgia, la statua in alluminio che domina la città di Tbilisi - Foto di Paolo Ribichini
La Madre della Georgia, la statua in alluminio che domina la città di Tbilisi

 

Shevardnadze si dimise e prese il suo posto Michelin Saak’ashvili, che avviò una serie di riforme e un’importante apertura verso occidente. Alla quale seguì, purtroppo, il conflitto con la Russia nel 2008. Proprio la pressione subita dall’ingombrante vicino ha spinto i georgiani a stringersi ancora di più intorno ai simboli patriottici: la lingua (unica al mondo con un particolarissimo alfabeto), la cultura secolare e la religione (qui sono prevalentemente cristiani ortodossi). “La religione è qualcosa che va al di là dell’andare in chiesa a pregare. È un vero e proprio stile di vita”, spiega Kartlos. E ti rendi conto che davvero è uno stile di vita quando vedi persone per le strade farsi ripetutamente il segno della croce o fedeli che visitano le chiese e baciano il vetro che protegge le varie icone, “una forma di umile riconoscenza verso il divino”, spiegano.

A piedi per la vecchia Tbilisi

Per scoprire Tbilisi non si può non percorrere tutto il viale Rustaveli, dedicato al celebre poeta medievale, tesoriere della mitica regina Tamara. Lungo la strada, partendo dalla Piazza della Rivoluzione delle Rose, si incontra lo storico Teatro dell’Opera, la Galleria nazionale, il Museo georgiano delle Belle arti, la prima scuola pubblica cittadina, il Museo nazionale e il Museo dell’occupazione sovietica. Con una piccola deviazione si può raggiungere il Dry Bridge Flea Market, un mercatino delle pulci (o dei ricordi, come preferiscono chiamarli i georgiani) dove si possono trovare cimeli e pezzi rari di un’epoca perduta. Il passato che rigurgita in una città che vuole essere moderna. Via Rustaveli termina in Piazza della Libertà, con la sua dorata statua di San Giorgio. A est della piazza inizia la vecchia Tbilisi. Seguendo via Pushkin si possono ammirare i resti delle imponenti mura che proteggevano la città. Poco più avanti si raggiunge l’eccentrica Torre dell’Orologio. Realizzata nel 2011, è diventata presto una delle attrazioni di Tbilisi. Ogni ora un angelo alato suona i rintocchi, mentre alle 12 e alle 19 si apre una porticina e si può assistere all’animazione che rappresenta il ciclo della vita in coppia. La Torre si trova a pochi passi dalla Basilica di Anchiskhati, una delle chiese più antiche della capitale, del V secolo dopo Cristo. Più volte distrutta, mostra i segni dei vari interventi di recupero. Dentro ospita icone molto antiche. Di fronte alla chiesa, c’è un piccolo locale, il Café Leila, dagli interni incredibili e finemente decorati che richiamano l’oriente. Poco oltre c’è il modernissimo Ponte della Pace, progettato dall’architetto italiano Michele De Lucchi in acciaio con una copertura in vetro.

 

Tbilisi dall'alto del monte della Madre della Georgia - Foto di Paolo Ribichini
Tbilisi dall’alto del monte della Madre della Georgia

 

Ricorda una morbida onda del mare e regala un tocco di azzurro allo scuro fiume Kura che gli scorre sotto. Il ponte conduce sulla sponda sinistra. Lì, all’interno di un parco c’è la stazione a valle della funivia (realizzata da una celebre ditta italiana) che conduce sulla collina che domina la città vecchia. In cima, oltre a godere di una vista ampia di Tbilisi, c’è anche l’enorme statua della Madre della Georgia. Realizzata in alluminio nel 1958, rappresenta una donna che tiene nella mano destra una spada e nella mano sinistra una coppa di vino. Come a ricordare ai georgiani di essere ospitali verso chi viene in pace (e l’ospitalità e la gentilezza non mancano da queste parti) ma anche un monito a chi giunge come nemico. Non a caso, forse, è rivolta verso nord. Dall’altra parte della collina improvvisamente la città sparisce e il verde invade ogni cosa. Il paesaggio, fatto di cipressi e arbusti, ricorda quello toscano. Ridiscesi in città con la funivia, non resta che visitare la suggestiva area delle terme nella zona di Abanotubani. La parola “Tbilisi” significa “sorgente”. La città, infatti, ha un’importante vena d’acqua termale che sgorga in una forra appena sotto la montagna. Questi bagni termali hanno una storia di trecento anni. Le varie vasche d’acqua calda e fredda sono coperte da cupole che richiamano l’oriente, come molti degli arredi. Per gli abitanti di Tbilisi trascorrere qualche ora alla settimana in questi bagni è una tradizione quasi irrinunciabile. Si inizia con tè e frutta candita. Poi ci si immerge nell’acqua calda solfurea. E infine, per chi vuole, è possibile farsi “curare” la pelle come da tradizione: un vero e proprio scrub fatto con un tessuto ruvido. Il tutto viene svolto da un addetto delle terme, spesso protagonista di aneddoti per il suo approccio decisamente vigoroso. Il trattamento termina, dopo un’abbondante insaponata, con una secchiata d’acqua gelata.

 

Un murale filo europeo realizzato lungo il viale Rustaveli a Tbilisi - Foto di Paolo Ribichini
Un murale filo europeo realizzato lungo il viale Rustaveli a Tbilisi

 

La sera in città

Di sera le strade di Tbilisi, soprattutto nel weekend, si animano di giovani. Camminando lungo viale Rustaveli e via Marab Kostava, si scorgono portoni socchiusi che nascondono misteriosi locali underground in edifici decadenti. Ma ci sono anche ristoranti rinomati e locali dall’architettura particolare. Tra questi il più curioso è Stamba. Si tratta di un boutique hotel, ristorante e cocktail bar realizzato in un vecchio edificio degli anni 50 in cemento armato dove un tempo veniva stampato il giornale sovietico locale. In pratica l’edificio simbolo della propaganda sovietica a Tbilisi. Il palazzo è stato completamente svuotato. Nella parte che guarda sulla strada, rimangono solo pilastri e travi rendendo quel vuoto, per chi guarda verso l’alto, quasi angosciante. Sempre in zona, locale decisamente più tradizionale sotto il profilo architettonico è Keto and Kote. Qui è possibile cenare in un ambiente romantico da soffitti antichi e affacciati su una veranda in legno e vetro. Per quanto riguarda il cibo, entrambi i locali sono di altissimo livello.

 

Vigneti nella regione della Cachezia - Foto di Paolo Ribichini
Vigneti nella regione della Cachezia 

 

Stamba oltre alla tradizione, propongono anche improbabili piatti italiani e interessanti cocktail. Ma cosa si mangia? Prima di tutto però dobbiamo dire che a Tbilisi e in Georgia si mangia davvero bene. Verdure dell’orto, piante spontanee, spezie, riso, pane, carne e il vino rendono la cucina georgiana qualcosa da scoprire e gustare. Anche se nei menu troverete la scritta “main course”, ogni pietanza ordinata arriverà su un piatto di portata, “perché il cibo è condivisione”, spiega Kartlos. Il piatto più rappresentativo della Georgia sono sicuramente i ravioli, chiamati khinkali che richiamano il lontano oriente. Rispetto ai ravioli cinesi, quelli georgiani sono più grandi e sono spesso speziati con il coriandolo. E si mangiano rigorosamente con le mani. Altra pietanza che non può mancare è il khachapuri, focaccia ripiena di formaggio, da mangiare calda. Poi c’è la zuppa di pollo, la chihirtma e la carne arrostita da accompagnare con il pane cotto sulle pareti di forni verticali detti tone. Capitolo a parte per il vino, ma bisogna lasciare Tbilisi e spostarsi a est per cogliere il significato che il nettare ha sulla cultura georgiana.

Il tour dell’est, tra monasteri e cantine

Per scoprire uno dei simboli della Georgia, cioè il particolarissimo vino che viene prodotto qui con una tecnica antichissima, è necessario spostarsi a est, nella regione della Cachezia (Kakheti), vicino al confine con il Daghestan russo e con l’Azerbaigian. Da Tbilisi si attraversa prima un territorio brullo fino poi a immergersi nel Parco nazionale, ricchissimo di alberi. Si sale fino a 1600 metri di quota per poi ridiscendere verso un altopiano costellato di vigneti, tra i 600 e i 700 metri d’altitudine. Lungo il percorso vale una visita il Monastero di Alaverdi. Appare così: una vera e propria cattedrale nel deserto, con la sua cupola a punta e le mura fortificate a proteggerla. Il primo insediamento cristiano risale al VI secolo, mentre l’attuale chiesa è stata eretta nell’XI secolo. Con i suoi 55 metri di altezza, questo edificio rappresenta l’esempio più imponente di architettura religiosa medievale della Georgia. Oltre all’aspetto religioso, qui i monaci hanno giocato un ruolo fondamentale per la trasmissione della cultura e della lingua georgiana grazie alla copiatura e alla conservazione di manoscritti, e nella produzione del vino. Il viaggio prosegue verso sud-est tra vigneti a perdita d’occhio. Nei pressi del villaggio Napareuli c’è la Twins Wine House, cantina con cucina tradizionale che ha anche un bel museo del vino. Qui è possibile scoprire i segreti di una produzione che affonda le proprie radici nell’antichità.

 

Dettaglio nello spazio dedicato all'antiquariato del mercato delle pulci di Tbilisi - Foto di Paolo Ribichini
Dettaglio nello spazio dedicato all’antiquariato del mercato delle pulci di Tbilisi

 

Il metodo è noto con il nome Qvevri. Il vino viene pestato con i piedi in un ampio contenitore di legno. Il liquido viene quindi fatto scivolare in alcuni buchi di 30 o 40 centimetri nel pavimento. Sotto il pavimento ci sono giare in terracotta più o meno grandi dove avviene la fermentazione del vino. Le bucce si depositano sul fondo ma rimangono a contatto con la parte liquida. Per questo molti vini georgiani hanno un colore ambrato, quasi arancio. Il bianco Tsinandali e il rosso Saperavi, con il Rkatsiteli (bianco fresco) e il Mitsvane sono i vitigni più celebri della Georgia. E qui è possibile degustarli tutti. Proseguendo verso sud-est, si raggiunge la cittadina di Tsinandali.

All’interno di un verdissimo giardino all’italiana c’è la casa-museo di Alexander Chavchavadze, patriota e scrittore, riconosciuto quale fondatore del romanticismo georgiano. Combattè prima contro i russi e poi entrò nell’esercito dello zar per combattere contro Napoleone. Proseguendo ancora verso sud-est lungo strade dall’asfalto irregolare con le alte montagne che delimitano il confine con il Daghestan sulla sinistra, scure e coperte da nuvole, e una ferrovia arrugginita sulla destra, si raggiunge il borgo fortificato di Sighnaghi. Fu fondato nel XVIII secolo da re Eraclio, è conosciuto negli ultimi anni come “la città dell’amore” in quanto un po’ da tutto il mondo le coppie vengono qui a sposarsi o per le promesse di matrimonio in un contesto romantico, dai paesaggi unici. Da non perdere un giro delle antiche mura e delle torri.

La facciata del Parlamento georgiano. In cima alla scalinata il presidio fisso dei manifestanti - Foto di Paolo Ribichini
La facciata del Parlamento georgiano. In cima alla scalinata il presidio fisso dei manifestanti.

Come arrivare in Georgia dall’Italia

Per raggiungere Tbilisi dall’Italia abbiamo volato con Easyjet. Dal 1° aprile è operativo un volo diretto due volte a settimana (il martedì e il sabato), operato dalla compagnia aerea britannica dall’aeroporto milanese di Malpensa. Il prezzo medio del biglietto per tratta è di circa 140 euro per poco più di 4 ore di volo. In alternativa, la Georgian Airways collega da meno di un mese Roma a Tbilisi con due voli diretti a settimana il mercoledì e il sabato. Il prezzo medio, in questo caso, è di circa 220 euro a tratta per un volo dalla durata di poco meno di 4 ore. Per entrare nel paese non è necessario un visto ma è obbligatorio il passaporto.