All’incrocio tra Grecia, Albania e Macedonia del Nord c’è un bacino di acqua cristallina, tra i più antichi d’Europa, resistono all’overtourism e al global warming. Ci si arriva solo per caso.
Sembrano in perfetta salute, i Laghi Prespa: cristalline, le acque del Lìmni Megàli, il Lago Grande, e foltissimi i canneti del Micrì, il Lago Piccolo. Peccato che il riscaldamento li sta prosciugando e da una trentina di anni l’Unione europea lancia l’allarme tentando di evitare che questo mare interno dei Balcani, tra i più antichi ed estesi d’Europa, faccia la fine del lago di Aral.
Questo Eden non ancora perduto noi l’abbiamo trovato per caso – dicono sia il modo più spiccio per entrare in paradiso. Partiti da Igoumenìtsa, volevamo documentare i siti archeologici lungo la Egnazia Highway, la nuova autostrada greca che ricalca la via costruita nel 146 avanti Cristo dal proconsole Gneo Egnazio. Poi, incuriositi dai numerosi cartelli con la sagoma di un’orsa e del suo piccolo, abbiamo tirato dritto per 320 chilometri di boschi, al confine tra Grecia, Albania e Repubblica di Macedonia. Finché, usciti a Florinas, 900 metri sul mare, siamo sbucati, senza saperlo, in vista della nostra meta.
Protetti dai monti e quasi spopolati, i Prespa sono pressoché ignoti al turismo. Nel minuscolo villaggio di Psaràdes, celato in un’insenatura del Lìmni Megàli, arriviamo che è buio. All’alba, dopo una notte di pigolii, decine di volatili cominciano a ciarlare, chiarendo che questa è casa loro: siamo in uno dei santuari internazionali del bird watching. Consolati da uno yogurt talmente denso che si spalma sul pane, confrontiamo il livello attuale del lago con una gigantografia sulla parete. Porta la data del 2010. L’acqua s’è ritirata di 500 metri. Poco dopo, sul molo, Kostas si lamenta: «Anche la pesca s’è ristretta». Una ventina di carpe fremono, rassegnate, nella cesta. «Specialità!», ci dice. Lo guardiamo dubbiosi, poi anche noi ci rassegniamo. A pranzo, carpa fritta. Tra una lisca e una spina, il gusto è buono. Non sanno di fango.
Per arrotondare, Kostas ci porta in barca ai romitaggi ortodossi. Le pareti carsiche a picco sul lago sono costellate di cavità che i monaci, in fuga dagli ottomani dopo la presa di Bisanzio, avevano trasformato in piccoli monasteri, affrescandoli con magnifiche icone policrome. In una di queste chiesette, madre e figlia posano per un servizio fotografico in sgargianti costumi locali e grandi placche d’argento in vita. «Sono antichi», ci viene spiegato, «ricordano gli scudi con cui le donne erano costrette a difendersi dalle soldataglie che, in nome di religioni e culture differenti, imponevano una medesima pulizia etnica».
Nel pomeriggio, costeggiando i campi dove uno stormo di oche festeggia il termine della migrazione, andiamo a Làmios. Un casale in pietra e legno ospita la sede del Parco Naturale che veglia sul Lago Piccolo. Irene Koutseri e Julia Henderson, naturaliste, ce ne riassumono la varietà: 800 specie di piante; 272 di uccelli; 4 pesci endemici. Quanto ai carnivori europei, all’appello non ne manca nessuno. La zona più ricca di vita è Koùla, la fascia di acquitrini che separa i due laghi. Ci andiamo in dissolvenza. I suoi canneti sono il regno dei pellicani, quelli comuni, e soprattutto quelli dalmati, bordati di nero, che con circa 300 coppie formano la maggior colonia europea. Gonfi di pesce, volano lenti, sfiorando l’acqua. Un pescatore li osserva preoccupato dalla barca. Di ora in ora, il chiasso si fa più intenso: oche, cicogne, ardeidi, ibis, svassi, folaghe, citando i pochi di un repertorio accessibile solo agli specialisti. Tra due settimane, quando la migrazione toccherà il massimo, non è difficile immaginare che tutti si prenderanno a spintoni per un nido al riparo dal sole.
Da Koùla, una lunga passerella galleggiante conduce all’isola di Agios Achillèios: dieci famiglie, un piccolo monastero e una chiesa del 1000, diroccata. È il tramonto. Seduta su un muretto, la giovane Elisavet Manou intona una canzone malinconica accompagnandosi al mpousoùki. La ripresa è d’obbligo, ma anche lei ci riprende. «Cantante?». «No, medico a Patrasso, e questo non è un mpousoùki, ma un mandolino italiano». Poi passa al rebetiko, un tipo di musica popolare greca, oggi molto contaminata dal blues. Sullo sfondo, una mandria di bovini nani e bufali completa l’idillio, tenendo l’isola pulita come un prato inglese.
Il giorno dopo, giriamo intorno al Piccolo Prespa. Dalla borgata di Microlìmni, un sentiero conduce al punto più interno e suggestivo del lago. Siamo in Albania. Al tramonto, gli aironi bianchi nascosti nei canneti si levano all’improvviso, come fantasmi irritati. Zona di orsi, avverte un cartello. Secondo il Parco, sono una settantina. Quattro sono stati uccisi a fucilate, negli ultimi due anni. Questo li rende schivi, però, chissà? Mezz’ora dopo, risaliamo le pendici che fanno da cortina ai laghi, quando, sul versante di fronte, ci sembra di scorgere un movimento. Inquadriamo il punto nel teleobiettivo. Lui è lì, a 200 metri. Scuotendo la groppa argentata, scende lento verso di noi, che, come da manuale, ci sdraiamo, senza muovere un muscolo. Si ferma qualche secondo con il muso per aria, perché “vede” il nostro odore, poi caracolla via senza fretta e sparisce dietro a una costa rocciosa. Aspettiamo che ricompaia, ma non lo fa, e non è proprio il caso di accorciare le distanze.
Dell’incontro ci restano una decina di immagini sfocate. Nella locanda di San Germano, l’oste è sorpreso. «L’orso è invisibile. Siete stati fortunati». È domenica e siamo gli unici avventori. Sul camino, una foto del 1918 mostra tutti i maschi del paese di ritorno dalla guerra. «C’erano tremila abitanti. Ora sono duecento». Anche su questa Macondo balcanica incombe l’Antropocene. Gli agricoltori accampano il diritto a irrigare, altrimenti se ne andranno a cercar fortuna altrove. E le tre nazioni che si dividono i laghi, Grecia, Albania e Macedonia, li assecondano, sottraendo altra acqua ai laghi. La sfida è mantenere l’equilibrio e Bruxelles l’ha raccolta, affiancata da un’associazione di comuni del Lago di Costanza, l’unico altro esempio di bacino europeo condiviso da tre stati, Germania, Austria e Svizzera. Ma il cambio di mentalità e molto più lento di quello climatico.
Ad Agios Achillèios, nella casa di famiglia trasformata in un piccolo albergo, Vanghelis dubita dell’emergenza. «Lì sotto, a pochi metri dalla riva, c’è un villaggio. Qui l’acqua ha sempre fluttuato su e giù. Alla fine, la natura sistema ogni cosa». È un fatalismo arcaico e duro, temprato dalle vicende tragiche di queste terre, ieri in bilico tra albanesi e serbi, greci e turchi, cristiani e islamici, oggi tra passato e futuro. Sulla via del ritorno, ripassando da Psarades, c’è una lunga passerella in mezzo a un mare d’erba. Dice che non sarà facile evitare che il tesoro dei Laghi Prespa, vecchio di 5 milioni di anni, evapori da un momento all’altro sotto i nostri occhi.