A spasso nella Big Easy durante il Mardi Gras, tra bande, carri e travestimenti. Per imparare a distinguere tra verità e luoghi comuni di una città che delle tante etichette ha fatto la propria fortuna.
Chi diventa oggetto di un luogo comune rischia di restarne prigioniero: un’etichetta attaccata col mastice che distoglie lo sguardo dal resto. A New Orleans il problema è brillantemente risolto: sono così tanti che il visitatore alla fin fine ci annega piacevolmente, diventando lui prigioniero di una città sorniona e sfrontata che ti cattura coi sensi. L’occhio ti riporta all’Ottocento, il naso si riempie di profumi di gamberoni e di spezie caraibiche, i cui sapori che poi ti occuperanno militarmente il palato, l’orecchio capta vecchio jazz suonato per strada o in localini giusti. E sulle rive del Mississippi sembra di vedere i vecchi barconi che portavano schiavi e cotone fino a qui, dove ci si incontra col Golfo del Messico, sempre che si chiami così tuttora.
Sembra di vederli anche perché ci sono ancora, benché ora imbarchino solo turisti a cui far fare il giro dell’ultimo tratto del fiume, immenso, largo anche due chilometri. Però è strano, bizzarro, in teoria scende da nord a sud e da ovest a est, in realtà zigzaga, risale, cambia percorso, con la forza incontrollabile dei tanti affluenti che causò l’alluvione Katrina del 2005 (oltre al fatto che la città è tutta sotto il livello del letto del fiume). Per tornare ai luoghi comuni, queste navi ti accolgono al suono della calliope, organetto a vapore dai suoni stralunati che fa molto effetto vaudeville.Vaudeville: toh, ecco una parola francese. Un altro dei (verissimi) luoghi comuni su New Orleans riguarda le radici di chi la fondò nel 1718, che persistono tuttora in certe ricette, in una statua dedicata a Giovanna D’Arco vicino al fiume, nei nomi delle strade più antiche, nella festa più clamorosa di tutta l’America, il Carnevale, che si chiama MardiGras, e – in una nazione creata da protestanti e non da cattolici – è l’unico, se si esclude la nuova amministrazione Trump.

Il Carnevale in città va vissuto almeno una volta nella vita, a patto di tenere al sicuro cellulare e soldi, sopportare il chiasso di voci, sirene della polizia, traffico e musicaccia, saper sgomitare nella calca, perché il Quartiere Francese, quello storico, ha spesso vie non più larghe di 20 metri: una medica stabilì che nel 2020, anno del Covid, fu la Codogno degli States. Facile crederci, con un milione di persone che quadruplicano gli abitanti della città e si mascherano davvero di tutto, da autoritratto di Van Gogh a vagina gigante, da capitano Schettino della Costa Concordia (due mesi dopo il naufragio), a Lucy dei Peanuts nel suo chiosco da psichiatra di strada. Il MardiGras è in fondo solo un’esasperazione di quel che è normalmente New Orleans. Ad esempio un coacervo di freak attirati dai luoghi comuni, da una mescolanza etnica molto accentuata ma meno problematica che altrove, da un altissimo senso di libertà, che qualcuno contrasta anche.
Nel Quartiere Francese è facile imbattersi in oltranzisti cristiani con cartelli che preannunciano le fiamme dell’inferno a gay e peccatori in generale invitandoli al pentimento. Ci sono sempre, ma a Carnevale fioriscono, e la cosa più sorprendente è la pacifica convivenza con la gente, compresa quella in maschera che spesso punta sul sesso (le donne non disdegnano di mostrare il seno, gli uomini di travestirsi da bajadere malgrado barba, baffi e panciona). Mai una parolaccia, una tensione, un pugno. Sembra quasi finto. Tutto può sembrarlo, a New Orleans. Invece no.

Esistono davvero le marching band che si snodano lungo le vie invitandoti a seguirle e a farsi catturare dal ritmo della musica jazz. Esistono davvero quelli che per strada camminano e all’improvviso crollano a terra: soccorsi, si stabilisce che non sono morti, né in coma, né svenuti, ma stanno semplicemente dormendo. Esistono davvero gli artistoidi che in Jackson Square compongono al volo con la macchina da scrivere un racconto a te dedicato (e giusto in piazza, al museo Cabildo, magnifica retrospettiva fino a fine settembre di George Rodrigue, l’uomo che inventò il Blue Dog, il cane blu con gli occhi gialli a palla nei quali ognuno leggeva un’emozione diversa, un simbolo artistico degli anni Ottanta). Esistono davvero i localacci un po’ malfamati dove si suona musica jazz dal vivo, tipo lo Spotted Cat, la Preservation Hall, il d.b.a club, così come quelli dove si mangia una cucina che mescola Francia, Caraibi e pure un po’ d’Italia. E così la Jambalaya è riso con pomodoro, cipolla, gamberetti, coniglio, granchio, salsiccia affumicata e spalla di maiale, il Gumbo è una minestra di riso, verdure, brodo, frutti di mare, pezzi di carne, peperoncini, così ibrido che la musica di New Orleans è chiamata “musica Gumbo” per come unisce sound diversi.

Facendo attenzione a evitare i luoghi spenna-turisti (basta guardarli in faccia), si possono scegliere bar un po’ unti tipo Coop’s in Decatur Street, o Gumbo Shop in St.Peter’s. O una drogheria come la Central Grocery in Decatur street, dove sarebbe nata la muffuletta, panone tondo farcito di olive, sottoli, prosciutto, salame, capocollo, provolone ed emmenthal inventato dagli immigrati meridionali di inizio Novecento. Per chiudere coi luoghi comuni, New Orleans è detta “The big easy”, la città dove tutto è facile, dove non mancano i piaceri della vita. Ma bisogna pensare anche alla morte. La vicinanza coi Caraibi ha portato il voodoo, che si basa sul culto dei defunti, e c’è un museo della morte (foto macabre affastellate aa caso). Ma soprattutto ci sono i cimiteri, e soprattutto il Saint Louis 1 (ci sono anche il 2 e il 3), del 1789. Il monumento della comunità italiana fu usato in Easy rider da Peter Fonda e Dennis Hopper come sfondo per farsi di acido. La modestissima, quasi sciatta, tomba della più famosa sciamana della storia, Marie Laveau, detta Voodoo Queen, è costantemente ricoperta di doni che vanno dal whisky a elastici per capelli, e una rosa nuova ogni giorno.
Da notare anche una piramide con simbologie massoniche. È quella di Nicholas Cage, attore vivissimo, ma che di tombe in vita se ne è già fatte tre, salvo aver venduto le altre due per ripianare i debiti. La vita non la capisci del tutto se non pensi anche alla morte. Specie a New Orleans.