Parte dell’Indocina francese e fino al XIII secolo epicentro del più grande impero del Sudest asiatico, la Cambogia ha un passato tanto grandioso quanto tragico ed il percorso stradale dai templi di Angkor Wat a Phnom Penh, è un’esperienza dal potente impatto emotivo. La patria degli Khmer – terra prevalentemente pianeggiante resa fertilissima dal clima tropicale monsonico e dagli imponenti corsi fluviali di Tonle Sap e Mekong – conserva maestosi reperti archeologici ma anche profonde cicatrici per via delle circa 500.000 tonnellate di bombe lanciate dagli americani nel vano tentativo di fermare i rifornimenti lungo la Ho Chi Minh trail, seguite dal genocidio di Pol Pot che sterminò quasi metà della popolazione e quindi da una sanguinosa guerra civile in cui le parti in causa disseminarono milioni di mine antiuomo su gran parte del paese. Di conseguenza, percorrere a piedi (ma anche in moto ed in macchina) i sentieri meno battuti, è tutt’oggi potenzialmente letale. Per arginare la perdita di vita umane causate dalle mine inesplose, associazioni umanitarie come Apopo hanno addestrato una particolare specie di topi originari dalla Tanzania che pesando meno di 5 kg non detonano gli ordigni, e fiutando il terreno aiutano gli sminatori ad individuare il Tnt sommerso nel suolo. Se la complessa storia moderna ed i trascorsi coloniali francesi hanno inevitabilmente influenzato lo sviluppo del paese, nonostante le avversità e specie nell’itinerario da Siem Reap alla capitale, la Kampuchea assicura uno dei viaggi on the road più atmosferici, avventurosi ed interessanti del mondo.
Viaggiare su un mezzo storico

Dato che il tragitto di circa 500 Km prevede qualche sterrato e prevalentemente strade asfaltate da 50 km/h di velocità media, scegliamo come compagna di viaggio un intrigante restomod locale, che ha come protagonista la jeep Ford M151 Mutt del 1961. La vettura fornita da Royal Angkor Tours è uno dei tanti residuati bellici della guerra in Vietnam presenti nel paese e che a distanza di 50 anni dall’epilogo del conflitto, ha trovato nuova vita come veicolo da turismo. Il modello conserva la carrozzeria originale con l’aggiunta di qualche ritocco estetico (tra cui il tappo del serbatoio e dadi delle ruote) mentre per incrementarne l’affidabilità sulle lunghe distanze, il cambio automatico ed il motore provengono da una Toyota Corolla.
Sussurri dall’Indocina al Raffles Grand Hotel d’Angkor

Dopo aver preso dimestichezza con la jeep girovagando nei lunghi viali alberati che caratterizzano l’impianto urbanistico in stile francofono della cittadina cambogiana, la partenza del viaggio avviene al cospetto del Raffles Grand Hotel d’Angkor. L’edificio novecentesco più ammirato di Siem Reap fu inaugurato nel 1932 dopo che nel 1929, una riproduzione di Angkor ammaliò i parigini all’expo dell’epoca. Costellato di preziosi reperti in stile indocinese, l’albergo è uno dei fiori all’occhiello del gruppo Accor che oltre alla piscina più grande della Cambogia, racchiude nei suoi spazi il celebre Elephant Bar, il grande parco con campi da tennis ed un impareggiabile senso del luogo che trasporta gli ospiti indietro nel tempo mentre i ventilatori in tek, roteano pigri diffondendo il profumo dei frangipane e delle essenze aromatiche.
Ammirare l’alba su Angkor Wat

Con Siem Reap ancora illuminata dalla luna, ci dirigiamo con la jeep Mutt verso il parco archeologico di Angkor Wat per ammirare il sorgere del sole sull’omonimo tempio edificato dall’impero Khmer nel XII secolo. Al mattino l’aria fresca filtra nell’abitacolo e man mano che il cielo si tinge di riflessi rosati, la fisionomia del tempio dedicato alle divinità induiste (prima della conversione al buddismo, la cultura Khmer fu plasmata dalle migrazioni partite dall’India che lasciarono in eredità la scrittura in Sanscrito) si riflette nei laghi antistanti alla struttura in cui galleggiano i fiori di loto. La visione di Angkor Wat al nascere del sole è semplicemente straordinaria e vale da sola il viaggio.
Visitare i set d’Indiana Jones e Tomb Raider

Con circa 300 edifici di culto distribuiti s’un’area archeologica di 400 Km quadrati, il complesso di Angkor Wat meriterebbe almeno una settimana di esplorazioni dedicate. Se il tempo a disposizione è limitato, due tappe imperdibili sono il defilato Ta Nei (un tempio solitario nascosto nella foresta dove raramente si scorgono turisti) ed il ben più affollato Ta Prohm. Noto per il simbiotico rapporto tra gli alberi e le millenarie pietre abbracciate dalle serpeggianti radici del fico strangolatore, Ta Prohm è stato immortalato nel film Tomb Raider con Angelina Jolie. A circa 50 Km di distanza, George Lucas scelse invece un altro edificio degli Khmer per le riprese d’Indiana Jones; Il Tempio Maledetto.
I mille volti di Bayon

Tornati al volante della Mutt seguendo alla lettera i determinanti consigli della guida Ly di Royal Angkor Tours, percorriamo un off-road nella boscaglia. Sullo sfondo della fitta vegetazione, la vettura evoca fotogrammi di Platoon e viene da chiedersi se sia effettivamente appropriato guidare un mezzo militare legato al distruttivo decennio (1965-75) che sconvolse tre paesi del Sudest asiatico. La risposta dei cambogiani è “non ha più importanza” ed a ben guardare, sia a Siem Reap che ad Hanoi e Ho Chi Minh City circolano numerosi fuoristrada dell’esercito statunitense, convertiti da uso ludico. Usciti dall’ombra della vegetazione, torniamo sulle strade secondarie per raggiungere i diversi accessi al complesso archeologico, dislocati nei quattro punti cardinali dove come accade nel magnifico tempio di Bayon, i portali in pietra sono ornati da raffigurazioni di demoni e divinità.
Cambogia on the road tra tuk-tuk, pick-up e remork

Tra una visita e l’altra, la Cambogia rurale straripante di alberi da frutta da cui penzolano manghi, papaye, jack fruit, rambutan e tamarindi, presenta un divertente distillato della variopinta mobilità nazionale. I tuk-tuk di fabbricazione indiana trasportano i turisti da tempio a tempio e bisogna prestare sempre attenzione ai pick-up americani ed ai fuoristrada specialistici, che sfrecciano sull’unica corsia mettendo due ruote nella polvere sfiorando motorini e biciclette. Le altre macchine in circolazione sono prevalentemente di fabbricazione giapponese o coreana mentre i remork (scooter con dei carretti attaccati) vengono utilizzati in egual misura per merci e persone; alcuni sono equipaggiati con un’amaca utilizzata dai conducenti per riposarsi tra le corse.
La cultura del cibo di strada

Altro elemento insito nella cultura popolare di quasi tutti i paesi del Sudest asiatico, è il cibo di strada che non prevede tanto stuzzichini mordi e fuggi quanto veri e proprio piatti cucinati al momento su fornelli portatili e trainabili. Di conseguenza, a Siem Reap come in ogni altra città cambogiana si può mangiare tanto e bene spendendo 3 euro a persona. Per scegliere i “carretti” giusti, basta selezionare quelli più affollati e dopo essersi accomodati sul ciglio della strada nelle lillipuziane sedie in plastica, si utilizzano consunti menù ed illustrati da foto per ordinare i tipici piatti locali quali amok, manzo al curry, noodles saltati nel wok, zuppa di fori di banana e l’insalata di papaya condita con salsa di pesce fermentato.
Tarantole e larve sulla strada verso Phnom Penh

Nell’unica strada a due corsie e doppio senso di marcia che collega Siem Reap con la capitale, l’unica soluzione sensata è procedere adagi. Superati i 50 km/h, le turbolenze invadono l’abitacolo della jeep Mutt ed il tremore della carrozzeria è direttamente proporzionale alla velocità. Ai margini dell’asfalto delimitato da case costruite sulle palafitte (durante la stagione monsonica il terreno è spesso alluvionato) il perpetuo via vai di bambini, bici e motorette contromano suggerisce ulteriore prudenza. Ancor più particolare è l’offerta gastronomica lungo la via dove oltre ai punti di ristoro che offrono spiedini di carne grigliata, chips di banane fritte e mango essiccato, ci sono venditrici con vassoi ricolmi di tarantole, grilli, larve e di un’ampia varietà d’insetti, insaporiti da peperoncino e kroeung (mix di erbe e spezie)
Raffles Le Royal, la Grand Dame di Phnom Penh

Se nel corso del Novecento la capitale cambogiana ha vissuto massicce trasformazioni e migrazioni, alcuni edifici come il Raffles Le Royal continuano a rappresentare un filo conduttore tra passato, presente e futuro. Aperto nel 1929 ed oasi di tranquillità nel bel mezzo della frenetica canicola urbana, l’edificio Art Deco è caratterizzato da eleganti interni in stile coloniale con l’aggiunta di elementi Khmer. Le scalinate ed i mobili in mogano, i pavimenti piastrellati, le sculture indocinesi e le zanne d’elefante ad annunciare l’ingresso del cocktail bar (con gin a marchio Elephant distillato a Phnom Penh) più famoso della città, compongono un raffinato affresco di diversi stili ed epoche. Non stupisce dunque che nel suo primo secolo di storia, Le Royal abbia sedotto Capi di Stato, politici, uomini d’affari e personalità dal mondo dello spettacolo, del cinema e della moda. L’indirizzo merita una visita anche solo per ammirare la bellezza degli arredi d’epoca e dei molteplici cimeli prodotti dai più rinomati artigiani d’oriente.
Le due facce della capitale cambogiana

Attraversata dal fiume Tonle Sap, la capitale cambogiana alterna case diroccate e avveniristici grattacieli, gli splendori del Palazzo Reale e luoghi carichi di orrori come i “killing fields”. Quest’ultimi sono i campi di sterminio dove gli Khmer Rossi guidati da Pol Pot, uccisero quasi 3 milioni di cittadini (donne e neonati inclusi) in 3 anni con metodi disumani. Per avere una vaga idea dell’atroce passato, bisogna visitare la scuola elementare di Tuol Sleng convertita nel 1975 in centro di detenzione e rieducazione. Sul pavimento delle aule, ci sono ancora le macchie di sangue dei prigionieri e le brande in metallo a cui erano incatenati durante le torture.