La città di Gibuti, capitale dell’omonimo stato, è un luogo geografico di capitale importanza geopolitica e allo stesso tempo un non-luogo urbanistico, storico e culturale.
Questa città si trova infatti al centro nevralgico di una delle aree più calde per la politica internazionale (Somalia, Etiopia, Eritrea, Yemen, Arabia, Sudan…): è l’unico porto sicuro nel mezzo di un’area pericolosissima e, allo stesso tempo, la porta del mar Rosso, che è la via d’accesso all’Europa per tutti i cargo asiatici (e viceversa). Nell’800 i Francesi, una volta creato il canale di Suez, staccarono questo pezzettino di Africa e lo occuparono, creando una mini-regione che non aveva altro senso se non il suo porto naturale e il controllo dello stretto.
Nel ‘77 il Gibuti ha acquistato la sua indipendenza, ma non esistono né un popolo gibutino (metà sono Afar etiopici e metà Issa somali), né una lingua ufficiale (infatti per capirsi fra di loro parlano francese), ma neppure una comune tradizione culturale. Qui sembra che nessuno abbia niente da fare, gli uomini masticano qat tutto il giorno (compreso il nostro autista!) e guardano gli stranieri che si affaccendano al porto o i camionisti etiopi che trasportano quantità prodigiose di merce nel proprio Paese senza mare.
Poco più in là ci sono le ambasciate dei principali Paesi e le gigantesche basi navali e aeronautiche francesi, americane, cinesi, giapponesi, che controllano tutta l’area circostante, ospitando decine di migliaia di soldati ed impiegati. Infine ci sono i rifugiati eritrei e somali che cercano di attraversare le pericolosissime acque dello stretto per scappare in Yemen e da lì in Arabia Saudita.
Insomma, sembrerebbe il luogo perfetto di un incredibile melting pot, un crocevia delle genti di tutto il mondo ed il punto di contatto ideale fra l’Africa e l’Asia.
In realtà non è così: Gibuti city è una non-città, un luogo senz’anima dove i diversi gruppi vivono giustapposti uno accanto all’altro senza mai mescolarsi. Ognuno vive nelle sue zone ben protette, e gli unici posti dove vedi le varie comunità incrociarsi sono i moderni shopping malls.
Mi aspettavo un centro coloniale, ma i Francesi non hanno lasciato neppure quello. Non c’è un piano regolatore, non ci sono parchi pubblici, strade commerciali… l’unica anima di Gibuti city è il suo mercato centrale, quello sì vivace e animato: la povera gente un modo di convivere lo trova sempre.
La definirei una città interessante nella sua bruttezza, perché ricorda da vicino un film da Day after, o il luogo ideale di una guerra di spie; intendiamoci, nulla di memorabile: giusto l’aeroporto dove prendere il volo di ritorno dopo un viaggio in Dancalia.
Ecco, la Dancalia, invece, non la dimenticherò mai.