Neve, ciaspole e panorami selvaggi in un grande parco naturale del Piemonte, al confine con la Francia, per vivere pienamente anche la stagione fredda.
Da una parte l’Italia, dall’altra la Francia. Neve, vette verticali, roccia e, all’orizzonte meridionale, il mare. Ecco le Alpi Marittime, catena montuosa unica nel panorama alpino italiano, capace di far sposare l’alta quota con un influsso mediterraneo. Una montagna amata, frequentata eppure ancora lontana dalla notorietà più mainstream. L’inverno, qui, è sinonimo di attività all’aperto: sci da discesa o ciaspole ai piedi lungo sentieri che attraversano boschi silenziosi di larici e abeti.
Il Parco Nazionale delle Alpi Marittime, uno dei più importanti d’Italia per biodiversità e tutela ambientale, offre paesaggi intatti, candidi e selvaggi al tempo stesso, e incontri ravvicinati con la fauna alpina.
Alpi Marittime: dove si trovano e come arrivare
Le Alpi Marittime si estendono nell’estremo settore sud-occidentale della catena montuosa, lungo il confine tra la regione italiana del Piemonte e la Francia, rappresentando la porzione alpina più vicina al Mediterraneo. Il massiccio comprende alcune delle vette più meridionali d’Europa sopra i 3000 metri: il Monte Clapier vanta questo primato, mentre l’Argentera è la cima più alta del gruppo.
Dal lato italiano il territorio è tutelato dal Parco Nazionale delle Alpi Marittime, che confina con il Parco Nazionale del Mercantour sul versante francese. La continuità delle due aree protette forma una zona protetta di grande valore naturalistico, ideale in particolare per la fauna.
Sulle Alpi Marittime al confine con la Francia
Il cuore del parco si sviluppa in provincia di Cuneo e comprende splendide vallate come la Valle Gesso, la Valle Vermenagna e la Valle Stura di Demonte, ognuna caratterizzata dal proprio corso d’acqua. I principali centri di accesso sono borghi di montagna come Entracque, Valdieri, Terme di Valdieri e Vernante, punti di partenza ideali per escursioni e ciaspolate anche in inverno.
Raggiungere le Alpi Marittime è relativamente semplice: da Torino si percorre l’autostrada A6 fino a Cuneo, per poi proseguire lungo le strade provinciali che risalgono le valli. Il parco è accessibile anche con i mezzi pubblici, grazie a collegamenti ferroviari fino a Cuneo e autobus locali.
Cosa fare nel Parco Nazionale delle Alpi Marittime in inverno
L’inverno in montagna è una stagione unica da vivere. Nel Parco Nazionale delle Alpi Marittime la neve e il freddo cambiano il volto alle vallate, regalando un’atmosfera unica tanto ai piccoli borghi adagiati nei fondovalle quanto alle vertiginose cime delle imponenti montagne.
La pratica più diffusa durante la stagione fredda è senza dubbio l’escursionismo con le ciaspole, una attività sempre più diffusa e perfetta per chi desidera esplorare il territorio senza affrontare difficoltà alpinistiche. L’utilizzo delle racchette da neve è alla portata di tutti, ma ci sono anche molte opportunità per escursioni di gruppo e guidate.
La Valle Gesso è una delle principali delle Alpi Marittime
Accanto alle ciaspolate, il parco offre itinerari per l’osservazione della fauna selvatica e la fotografia naturalistica. In inverno, infatti, è più facile avvistare alcuni degli animali che caratterizzano i boschi e gli ambienti montani, come camosci, stambecchi e cervi.
Lo sci, ovviamente, rappresenta una delle attività più praticate nelle Alpi Marittime durante questa stagione. Le stazioni sciistiche principali, come Isola 2000 e Auron, si trovano in territorio francese. Sul versante italiano, ai margini del Parco Nazionale delle Alpi Marittime si trova Limone Piemonte, storica località sciistica con un comprensorio che si sviluppa tra boschi e creste panoramiche, offrendo tracciati adatti a diversi livelli di esperienza.
A Entracque, in Valle Gesso, si trova invece una stazione sciistica dalle dimensioni più contenute, ma che offre piste per tutti i gradi di abilità alle pendici del Monte Viver. Il comprensorio è particolarmente frequentato dagli amanti dello sci di fondo, che vi trovano oltre 45 chilometri di tracciati da esplorare. Gli anelli tracciati seguono il profilo naturale del territorio e permettono di attraversare boschi e radure innevate, godendosi tutta la magia dei mesi invernali.
Grande importanza riveste infine lo sci alpinismo, che nelle Alpi Marittime trova un terreno ideale grazie alla varietà di pendii, valloni e itinerari di alta quota.
L’inverno nelle Alpi Marittime è anche un’occasione per scoprire i piccoli paesi ai margini del parco, che animano le vallate e dove il tempo sembra scorrere più lentamente, a maggior ragione durante questa stagione. Qui la montagna si racconta attraverso l’architettura tradizionale, la cucina locale e una cultura profondamente legata al territorio.
Tre ciaspolate nelle valli delle Alpi Marittime
Tra le numerose possibilità offerte dal parco, alcune ciaspolate si distinguono per bellezza del paesaggio e accessibilità anche nella stagione fredda, a patto di affrontarle con attrezzatura adeguata e in condizioni meteo favorevoli.
Le Alpi Marittime imbiancate
La ciaspolata al Pian della Casa del Re, in Valle Gesso, è una delle più frequentate e suggestive. Il percorso parte da Entracque e si sviluppa su carrarecce e sentieri ampi, ideali anche per chi si avvicina per la prima volta alle escursioni invernali. Il pianoro innevato, circondato da imponenti pareti rocciose, regala uno dei panorami più caratteristici e simbolici del parco.
Un’altra proposta interessante è la ciaspolata nel Bosco Bandito di Palanfré, in una valle laterale della Val Vermenagna. Questo itinerario attraversa boschi di faggio e radure aperte, offrendo scorci panoramici sulla valle sottostante. La borgata di Palanfré, minuscola frazione di Vernante spesso avvolta dalla neve, rappresenta un punto di partenza suggestivo e poco affollato, ideale per chi cerca tranquillità e contatto diretto con la natura. L’escursione è semplice e ideale per i principianti.
Più impegnativa, ma di grande soddisfazione, è la ciaspolata verso il Piano del Valasco, sempre in Valle Gesso. Il Piano è un grande prato, eredità di un antico lago, incastonato tra vette che si aggirano attorno ai 3000 metri di altitudine e attraversato da un idilliaco torrente. Al centro si erge il noto Rifugio Valasco, che in origine era destinato alle battute di caccia del re Vittorio Emanuele II.
Si parte da Tetti Gaina, dove in inverno finisce la strada carreggiabile e si prosegue in salita fino a Terme di Valdieri, a quasi 1400 metri di altitudine. Da lì ci vorranno almeno un paio d’ore di ciaspolata per salire fino al Piano del Valasco, attraversando uno splendido bosco di larici, ma al termine si potrà godere di una splendida vista. L’escursione è già di per sé meritevole se non si trova la neve, ma quando il manto candido abbraccia il pianoro non ci sono molti panorami in grado di pareggiare il fascino di questo luogo.
Esplora il sottomarino USS Bowfin a Pearl Harbor a Oahu!
Dirigiti verso il basso nel boccaporto e in uno storico sottomarino della seconda guerra mondiale.
Pronto per immergerti? Un sottomarino della seconda guerra mondiale è ormeggiato a Pearl Harbor, appena oltre il parco erboso del centro visitatori, con il suo boccaporto aperto per la discesa.
All’interno del Bowfin, un tour audio ti guida attraverso gli otto compartimenti da prua a poppa. All’interno di questo scafo largo quasi 5 metri, un equipaggio di 80 uomini lavorava e dormiva a turni su cuccette condivise, alcune accanto ai siluri. Le pareti sono coperte da cavi e tubi.
Il pannello delle luci rosse e verdi della Control Room, soprannominato “albero di Natale”, mostrava se ogni apertura dello scafo era chiusa. Oltre il disordine dell’equipaggio e la zona notte, dove possono essere appesi fino a 36 letti a forma di amaca, ci sono due sale macchine e la sala di manovra, con la sua banca di grosse leve argentate di controllo della velocità poste all’altezza della vita.
Esci sul ponte dalla stanza del siluro di poppa e oltrepassa la torre che porta sulla passerella. La missione di Bowfin durante la seconda guerra mondiale fu di interrompere le spedizioni in Giappone, così i cargo mercantili erano nel mirino. Il sottomarino ha anche mostrato con orgoglio sulla sua bandiera da battaglia il contorno di un autobus silurato, fatto saltare in aria insieme a una banchina parcheggiata in un porto giapponese.
Attraverso un cortile c’è il museo, incentrato su tutte ciò che riguarda il sottomarino. Qui troverai anche un pesce montato come se stesse nuotando nell’aria, esuberante e pronto a combattere. È un bowfin, per il quale è stato chiamato il sottomarino nelle vicinanze. C’è una muta da sub del 1961, che sembra provenire dal Nautilus di Jules Verne.
Sono esposte spille luminose provenienti da insegne di sottomarini straniere, così come un modello della USS Hawaii, con sede a Pearl Harbor. Le informazioni pubblicate sulle esposizioni sono ridotte, quindi pianifica di fare il tour audio del museo in 40 minuti.
Nel parco esterno passerai accanto ad armi come un missile Poseidon C-3 e un siluro suicida della Seconda Guerra Mondiale progettato per essere guidato da un sommozzatore giapponese (circa 900 vite perse durante il programma del siluro umano).
Un cerchio marino di pietre commemorative onora i 52 sottomarini americani e gli oltre 3.500 sommergibilisti persi durante la seconda guerra mondiale.
Da Hanalei Bay alla Nāpali Coast, da Waimea Canyon allo snorkeling a Mākua: Kauai non delude mai!
C’è un’isola nelle Hawaii che non urla per farsi notare, ma ti cattura piano, con il respiro profondo del Pacifico e il verde così intenso da sembrare irreale. Kauai non è solo la più antica: è quella che conserva ancora l’anima selvaggia, dove il tempo scorre al ritmo delle onde e delle cascate nascoste. Qui non si viene per scattare selfie veloci, ma per perdersi: tra scogliere che cadono a picco, foreste che sussurrano storie antiche e tramonti che tingono il cielo di fuoco.
È il posto dove l’avventura si mescola al silenzio, dove una spiaggia deserta può diventare casa per un pomeriggio intero e un sentiero ti porta esattamente dove avevi bisogno di arrivare, anche se non lo sapevi.
Assicuratevi di fermarvi all’Hanalei Valley Lookout a Princeville per ammirare la vista panoramica sulle piantagioni di taro e sulle splendide colline di Hanalei.
Costellata di spiagge da cartolina, escursioni panoramiche e ristoranti incredibilmente buoni, la Garden Isle è davvero un paradiso. Kauai è sempre stata una delle isole hawaiane preferite da visitare. Che si tratti di fare escursioni e esplorare o semplicemente passare qualche giorno a rilassarsi su una spiaggia isolata, la Garden Isle offre la miscela perfetta di avventura e relax.
Kauai, la più antica delle principali isole hawaiane, è famosa per le sue valli smeraldine e la grandiosa Nāpali Coast, ma non è tutto qui. L’isola vanta anche spiagge bellissime ed è sede di resort di livello mondiale, ristoranti incredibili e attività indimenticabili.
1. Rilassarsi a Hanalei Bay
Hanalei Bay è una delle spiagge preferite a Kauai. Non si può fare a meno di meravigliarsi per le incredibili creste montuose e le valli verdeggianti che fanno da sfondo a questa riva sabbiosa. La spiaggia a forma di mezzaluna è un posto ideale per surf, bodyboard e kayak. Il tuffo dal famoso pontile è un must.
Non vedo l’ora di tuffarmi dal molo di Hanalei Bay.
2. Fare snorkeling a Mākua
Questa spiaggia sulla North Shore dell’isola è soprannominata Tunnels per il suo labirinto di tubi di lava sottomarini. Mākua è considerata uno dei migliori spot per snorkeling a Kauai per vedere formazioni coralline intricate e una vivace varietà di vita marina, come pesci unicorno, capre di mare e murene. Come molte spiagge su questo lato dell’isola, lo snorkeling a Mākua è migliore in estate: correnti forti e onde grandi la rendono pericolosa in inverno.
La spiaggia di Mākua è spesso chiamata “Tunnel” per via del labirinto di tunnel di lava sottomarini.
3. Fare escursioni e nuotare a Hāʻena State Park
Sulla North Shore di Kauai, Hāʻena State Park è letteralmente la fine della strada. Ospita Kēʻē Beach con le sue acque cristalline ed è anche il punto di partenza del famoso Kalalau Trail, un’escursione ardua di circa 18 km attraverso la natura selvaggia. Per un’escursione giornaliera piuttosto intensa – senza impegnarsi per l’intero Kalalau Trail – si può fare trekking fino alle Hanakāpīʻai Falls, circa 13 km andata e ritorno.
L’Hāʻena State Park ospita la spiaggia di Kēʻē
ed è anche il punto di partenza del famoso sentiero Kalalau.
4. Ammirare la Nāpali Coast
Estesa per circa 27 km, le scogliere smeraldine della Nāpali Coast sono uno spettacolo da vedere mentre si tuffano nell’oceano Pacifico blu. Che la si veda da una barca o da un elicottero, o a piedi percorrendo il Kalalau Trail, è un’esperienza che non si dimentica facilmente.
Ammirare la bellezza mozzafiato della costa di Nāpali è un’esperienza indimenticabile.
5. Imparare la storia sul Daniel K. Inouye Kīlauea Point Lighthouse
Il faro di Kīlauea al Kīlauea Point National Wildlife Refuge è stato costruito negli anni 1900, la sua luce si è spenta nel 1976. Oggi si può imparare di più sulla storia del faro, aperto al pubblico. Gli appassionati di birdwatching si riuniscono qui, attratti da centinaia di uccelli marini che nidificano lungo le scogliere. Le viste sulla costa di Kauai sono mozzafiato, e in inverno si possono avvistare balene megattere e i loro cuccioli che giocano in acqua.
Il faro di Kīlauea si trova nel Kīlauea Point National Wildlife Refuge.
6. Fare escursioni a Kōkeʻe State Park
Esteso su circa 1.758 ettari sul lato nord-occidentale dell’isola, Kōkeʻe State Park vanta un terreno unico e circa 72 km di sentieri escursionistici. Si può camminare attraverso una foresta umida nativa o seguire sentieri che portano a viste su Waimea Canyon e la Nāpali Coast. Qualunque sentiero si scelga, non si sbaglia: il parco ha alcune delle migliori escursioni delle Hawaii. È anche un ottimo posto per vedere piante native e uccelli forestali endemici come ʻapapane e ʻiʻiwi.
Il belvedere di Kalalau nel parco statale di Kōke’e.
7. Ammirare Waimea Canyon
Si può ammirare una delle caratteristiche geologiche più impressionanti delle isole dal belvedere di Waimea Canyon, soprannominato il “Grand Canyon del Pacifico”. Lungo circa 22,5 km e profondo più di 1.097 metri, Waimea Canyon è uno spettacolo sorprendente e un contrasto inaspettato sull’isola lussureggiante della Garden Isle. Le sue scogliere ripide e creste frastagliate sono dipinte di rosso, marrone e verde desertico. E a volte si può persino scorgere una cascata in lontananza.
Il Waimea Canyon è un sito spettacolare.
8. Osservare il fiume Wailua
Kauai ha gli unici fiumi navigabili delle Hawaii. Il fiume Wailua, lungo circa 32 km e il più grande dell’isola, scorre attraverso giungle verdeggianti e un tempo passava accanto a diversi heiau (templi).
Il fiume Wailua è il fiume più lungo di Kauai.
9. Fare tubing in un canale di irrigazione
Scendere in tubing lungo un vecchio canale di irrigazione potrebbe essere una delle cose più uniche da fare a Kauai. Alla storica Līhuʻe Plantation si può galleggiare lungo canali aperti scavati a mano negli anni 1870.
Con Kauai Backcountry Adventures puoi navigare lungo canali aperti scavati a mano nel 1870.
10. Escursione sul Wai Koa Loop Trail
I sentieri escursionistici preferiti non sono necessariamente quelli che portano a viste mozzafiato. A volte è gradevole passare un’ora o due (o anche tre) a camminare su un sentiero circondato da alberi. Per questo, il Wai Koa Loop Trail è una delle escursioni preferite a Kauai. Questo sentiero relativamente pianeggiante di circa 6,4 km – che non è più un anello – guida gli escursionisti attraverso una foresta tranquilla. A metà percorso si raggiunge la Kīlauea Stone Dam, in un’oasi giardino completa di cascata, vegetazione tropicale e persino una statua del Buddha.
Il Wai Koa Loop Trail è una delle mie escursioni preferite a Kauai.
11. Mangiare i cibi iconici di Kauaʻi
Oltre alle spiagge e alle escursioni, la Garden Isle ospita una piacevole varietà di ristoranti e locali notevoli. Dai chioschi di fattoria ai negozietti nascosti, la lista è in continua evoluzione di posti da visitare sull’isola. Se ci si trova sulla North Shore, è bello fermarsi da Nourish Hanalei per ricaricarsi con una bowl di açaí o un’insalata sostanziosa; entrambe servite con viste mozzafiato su Hanalei. Carino è anche passare da Taro Ko Chips a Hanapēpē per prendere sacchetti di alcuni dei migliori chips di taro e patate dolci delle isole.
Situato sopra la North Shore, Nourish Hanalei prepara delle ciotole di açaí che vale la pena cercare.
12. Soggiornare in alloggi unici
Soggiornare in un resort come il 1 Hotel Hanalei Bay è un sogno! Questo santuario sostenibile sulle scogliere di Hanalei Bay incanta: dalla piscina infinity solo per adulti, ad una cena nel ristorante del resort o semplicemente durante il relax in camera, non si riesce a staccare gli occhi dalla vista sulla baia. Gli ospiti del 1 Hotel Hanalei Bay hanno accesso allo studio fitness di circa 929 m² del resort, alla spa olistica e a Vitality Kauai, dove si possono ricevere trattamenti benessere personalizzati e terapia IV.
E non ci sono molti posti come il Longhouse.
Sogno ancora il giorno in cui potrò tornare al 1 Hotel Hanalei Bay.
Questa villa eco-lusso è immersa nelle colline di Kalāheo sul lato sud di Kauai ed è stata progettata per integrarsi perfettamente nel paesaggio naturale dell’isola. Le finestre a tutta altezza sul lato sud offrono viste su pascoli verdi che digradano verso il Pacifico. Uno dei luoghi più belli da cui ammirare il panorama è dalla piscina infinity della villa.
Il mio posto preferito per ammirare il panorama della Longhouse è la piscina a sfioro della villa.
13. Guidare attraverso il Tree Tunnel
Una chioma di 500 alberi di eucalipto fiancheggia Maluhia Road verso le città di Kōloa e Poʻipū sulla costa sud dell’isola. Anche se breve, è un’esperienza serena guidare attraverso quello che comunemente viene chiamato Tree Tunnel.
Una chioma di 500 eucalipti costeggia Maluhia Road.
14. Esplorare Old Kōloa Town
Che si tratti di un gioiello nascosto o di un negozio appena aperto, sembra sempre di imbattersi in qualcosa di nuovo a Old Kōloa Town. Una tappa imperdibile in zona è da The Fresh Shave per un dolce. Il negozio di shave ice è famoso per le sue creazioni creative e sciroppi naturali. Giocando sul nome da barbiere, le combinazioni sono nominate come stili di baffi, tipo il Professor, il Fu Manchu e il Caterpillar. Da non perdere durante la visita a Kōloa è uno spuntino (o due) da Sueoka Market. Sul lato del negozio si trovano anche alcuni dei migliori plate lunch da Sueoka Snack Shop.
La città di Kōloa ospita una varietà di negozi e ristoranti locali.
15. Guardare il tramonto a Poʻipū Beach
Si può facilmente passare il pomeriggio a nuotare, fare snorkeling e rilassarsi a Poʻipū Beach, sulla costa sud dell’isola. La spiaggia è uno dei posti migliori per ammirare il tramonto a Kauai. E da dicembre ad aprile, a volte si possono avvistare balene megattere che giocano al largo.
La spiaggia di Poʻipū è uno dei posti migliori per ammirare il tramonto a Kauai.
16. Fare shopping al Warehouse 3540
Questo magazzino riconvertito a Lāwaʻi era un tempo una fabbrica di inscatolamento di ananas. Oggi ospita più di una dozzina di attività locali eclettiche. Da gioielli e abbigliamento ispirati all’isola ad arte fine, si trova una gamma unica di prodotti fatti localmente al Warehouse 3540.
Il magazzino 3540 ospita più di una dozzina di eclettiche attività commerciali locali.
17. Visitare la più grande piantagione di caffè degli Stati Uniti
Estesa su più di 1.200 ettari e con oltre 4 milioni di alberi di caffè, Kauai Coffee Co. è la più grande piantagione di caffè negli USA. I visitatori sono benvenuti per tour a piedi gratuiti per imparare come il caffè viene coltivato, raccolto e tostato. Nel centro visitatori si possono gustare campioni gratuiti dei prodotti Kauai Coffee Co.
La Kauai Coffee Co. è la più grande piantagione di caffè degli Stati Uniti.
La storia di un sommelier di Stellenbosch che, durante la pandemia, con il divieto di consumare alcol in vigore nel Paese australe, ha avuto l’idea di creare un centro di assaggio delle più preziose minerali del pianeta. La più costosa vale 250 euro a pezzo, in bottiglie simili a quelle dello champagne.
La maggior parte dei turisti viene a Stellenbosch per assaporare un Merlot o un Pinotage, il vitigno locale, proveniente dai magnifici vigneti circostanti. Ma alcuni ora sono tentati dalla degustazione di acque minerali provenienti da tutto il mondo, un’esperienza nuova in Sudafrica. In una sala degustazione con eleganti bottiglie di vetro, il sommelier Nico Pieterse esalta le virtù e persino il “legame emotivo” di ogni acqua, una risorsa che la maggior parte dei sudafricani attinge dai propri rubinetti.
Minerali con il pedigree
“La maggior parte di queste sono acque pluripremiate”, spiega il signor Pieterse, 49 anni, a proposito della sua selezione. Situata ai piedi di una maestosa montagna, 40 km a est di Città del Capo, Stellenbosch attrae molti turisti sudafricani e internazionali che vengono ad assaggiare i vini che le hanno fatto guadagnare una reputazione mondiale. Ma la passione di Nico Pieterse è l’acqua, e la sua collezione comprende circa 40 marchi prestigiosi o rari, provenienti da sorgenti vulcaniche in Armenia o da antichi ghiacciai nella Repubblica Ceca.
La maggior parte proviene dall’Europa, ma ci sono eccezioni degne di nota: un’acqua di sorgente dall’Himalaya, un’altra dal Messico… Deré Vermeulen, un sudafricano di 19 anni abituato a bere l’acqua del rubinetto, è uscito entusiasta dalla degustazione durata un’ora. “Sono il tipo di persona che ti dice che ‘l’acqua è acqua’, racconta all’agenzia di stampa France Presse. “Ma è stato davvero molto interessante poter distinguere i diversi sapori da un’acqua all’altra. Non pensavo di potercela fare.”
Dalla birra all’acqua
Nico Pieterse, birraio esperto, si è interessato all’acqua, la materia prima della birra, durante la pandemia di Covid-19, quando la vendita e la distribuzione di alcolici sono state vietate dal governo. Da cosa nasce cosa, è diventato uno degli unici due sommelier d’acqua certificati in Sud Africa ed è entrato a far parte di un club chiuso di un centinaio di specialisti in tutto il mondo, secondo lui. Ora fa parte di una giuria che, durante un summit annuale dedicato alle acque eccezionali, non vede l’ora assaggia e giudica più di 100 acque naturali e 100 acque frizzanti.
Nella sua sala di degustazione a Stellenbosch, gli ospiti assaggiano sei acque – tre ferme e tre frizzanti – servite in calici a una temperatura compresa tra 14 e 18 gradi, discutendo di “mineralità” e filtrazione. L’acqua più costosa, quella tedesca, viene venduta in bottiglie simili a quelle dello Champagne, a 5.000 rand (circa 250 euro l’una). Si affianca all’acqua sudafricana ricca di minerali, che viene venduta a due euro a bottiglia. Alcuni imbottigliatori vendono acqua del rubinetto purificata mediante un processo di osmosi inversa, che rimuove minerali e sapore, avverte il sommelier. “Toglie tutto dall’acqua, in modo che l’acqua sia completamente morta.”
I rubinetti in Sudafrica
L’acqua del rubinetto è generalmente considerata sicura da bere in Sud Africa ma, in uno dei paesi con le maggiori disuguaglianze al mondo, secondo le statistiche ufficiali nel 2023 solo il 45% delle famiglie aveva accesso all’acqua corrente nelle proprie case. Oltre a queste famiglie, il 30% della popolazione ha accesso a un rubinetto in cortile, a un punto d’acqua collettivo o a collettori di acqua piovana. L’obsolescenza della rete porta regolarmente a interruzioni prolungate della fornitura di interi comuni, provocando manifestazioni spontanee e spesso tempestose.
In alcune regioni, la mancanza di precipitazioni e le numerose perdite sotterranee costringono i residenti a farsi consegnare l’acqua tramite autocisterne. “In un Paese in cui l’acqua non è facilmente disponibile, è importante evidenziare ed educare sull’acqua e sulla sua scarsità”, ritiene Pieterse. “Bisogna dare valore all’acqua, affinché le persone se ne prendano cura”.
Il trend nel turismo giovanile spinge a visitare attivamente luoghi associati a tragedie recenti o storiche. Non è solo morbosa curiosità, ma un tentativo di metabolizzare il trauma globale, come forma estrema di consapevolezza e di lotta all’anestesia digitale.
C’è una nuova, e a tratti inquietante, motivazione che spinge la Gen Z a viaggiare: la ricerca del trauma. Il fenomeno, noto come Grief Tourism(o Dark Tourism), consiste nel pellegrinaggio attivo verso luoghi associati a tragedie umane, disastri naturali, zone di conflitto o siti di memorie dolorose. Non si tratta più solo di visitare siti storici come Auschwitz o le rovine di Pompei, ma di recarsi in luoghi colpiti da eventi recenti o che sono diventati l’epicentro di un trauma collettivo, come alcune aree di recenti conflitti o zone segnate da crolli e disastri.
La necessità di metabolizzare il trauma
Questo trend non può essere liquidato come semplice morbosa curiosità, ma rappresenta un complesso meccanismo psicologico. La continua esposizione digitale a immagini di guerra, crisi climatiche e tragedie globali, tipica della generazione cresciuta con il doomscrolling, ha creato una forma di anestesia emotiva. Di fronte alla saturazione di contenuti virtuali, il viaggio fisico diventa l’unico modo per “toccare con mano” la realtà e provare un’emozione autentica.
Studi sulle motivazioni psicologiche del viaggio confermano che il Grief Tourism è, per molti giovani, un tentativo di metabolizzare il trauma e di contrastare il senso di impotenza generato dalla distanza.
Visitare un luogo dove la storia ha avuto un impatto violento è percepito come un atto di consapevolezza estrema e di rispetto verso la memoria delle vittime.
Tra etica e flussi turistici
La diffusione di questa tendenza pone sfide etiche non indifferenti. Se da un lato il turismo della memoria può sostenere economicamente le comunità colpite e garantire che la storia non venga dimenticata, dall’altro solleva questioni sullo sfruttamento del dolore e sulla mercificazione della sofferenza.
Analisi di sociologia del turismo che studiano i flussi in aree post-conflitto, mostrano che l’afflusso turistico può contribuire alla ricostruzione economica, ma richiede una gestione estremamente sensibile per evitare di trasformare i luoghi del trauma in semplici attrazioni. Per i giovani, il viaggio non è relax, ma un impegno intellettuale ed emotivo. È la ricerca di una verità che i media digitali, pur essendo onnipresenti, non riescono più a trasmettere pienamente.
Tra le destinazioni più misteriose e meno battute dell’Asia Centrale c’è il Turkmenistan: un mondo altro dove il turista torna a vivere senza internet. Qui i cinque milioni di abitanti (è grande una volta e mezzo l’Italia) vivono circondati per l’80% dal deserto del Karakum, una delle tappe più pericolose della Via della Seta, che custodisce fuoco eterno, rovine millenarie e città futuristiche. A ricordarcelo è anche l’Italia visto che a Roma, ai Musei Capitolini fino 12 aprile c’è “Antiche civiltà del Turkmenistan”, mostra che espone reperti archeologici, ori, statue e testimonianze di una storia millenaria poco conosciuta. Un invito a guardare oltre le mappe per scoprire un Paese dove il passato della Via della Seta convive con paesaggi estremi e città dall’estetica inaspettata. Ecco cinque esperienze fondamentali per comprendere il Turkmenistan.
Il cratere di Darvaza, la Porta dell’Inferno
Il Turkmenistan è il quarto Paese produttore di gas naturale al mondo. Ecco come mai nel mezzo del deserto del Karakum si apre una voragine infuocata, che brucia ininterrottamente da oltre cinquant’anni. È il cratere di Darvaza, nato da un’esplosione sovietica in cerca di gas risalente al 1971 e mal riuscita visto che il fuoco continua a bruciare. Oggi è tra le maggiori attrazioni turistiche: di giorno colpisce per le dimensioni, ma è al calare del sole che diventa spettacolare, quando le fiamme danzano nel buio del deserto, creando un’atmosfera primordiale e quasi mistica, che avvolge il turista di calore e odore di gas.
Dormire in una yurta nei pressi del cratere e osservare le stelle sopra il fuoco eterno è un’esperienza unica: la sensazione è di essere nel nucleo dell’inferno dantesco.
Aşgabat, la capitale tra marmo e record
Aşgabat anche nota come la “città bianca” detiene numerosi primati mondiali, tra cui la più alta concentrazione di edifici in marmo bianco di Carrara (pare quattro milioni e mezzo di lastre), intervallato da fregi d’oro e finestre immacolate e chiuse. Tutte chiuse. La capitale turkmena è una città scenografica, fatta di viali spaziosi, monumenti celebrativi, statue dorate, fontane monumentali e auto esclusivamente bianche; è il luogo ideale per comprendere la visione assolutista del Paese, sospesa tra controllo, monumentalità e una forte identità nazionale. Basti pensare che il Turkmenistan si è proclamato neutrale ed è indipendente dall’URSS dal 1991 e il primo presidente Nyyazov, che si è fatto chiamare Turkmenbashi padre del Turkmenistan, ha scritto un libro, il Ruhnama, contenente la sua visione della vita; questo testo deve essere letto per legge dall’asilo all’università. In città si possono incontrare le donne vestite con abiti tradizionali: sono obbligatori se si lavora per un ente pubblico, le universitarie devono indossare quello rosso e avere i capelli acconciati con le trecce e devono, idem le liceali ma con abito verde. Da non perdere il Museo Nazionale di Storia, il Monumento della Neutralità e il Museo Nazionale del Tappeto Turkmeno che ospita il tappeto realizzato a mano più grande del mondo, certificato dal Guinness dei primati.
La grotta-piscina di Köw Ata
Ai piedi dei monti Kopet-Dag si nasconde un’altra esperienza in stile Turkmenistan: un bagno nella grotta di Köw Ata al cui interno si trova un lago sotterraneo di acqua termale ricca di minerali, con temperature che oscillano intorno ai 33-37 gradi; l’illuminazione soffusa, il vapore che sale dall’acqua e il silenzio della caverna creano un’atmosfera quasi rituale. È un luogo frequentato da viaggiatori e dai locali, convinti delle proprietà curative delle sue acque. Da tenere a mente come sia discesa (e viceversa) siano sfidanti.
Il canyon di Yangykala, il deserto che si colora
Nel nord-ovest del Paese lontano dalle rotte più comuni c’è il canyon di Yangykala composto da formazioni rocciose stratificate. È possibile raggiungerlo a bordo di 4×4 guidate da locali: le strade sono piene di buche e dossi; per provare un’emozione nostalgia ci si può arrivare usando i treni notturni, rimasti agli anni ’50. A Yangykala le pareti si tingono di rosso, rosa, arancio e giallo, soprattutto all’alba e al tramonto, quando la luce trasforma il paesaggio in un mosaico naturale. Un tempo fondale marino, oggi Yangykala è uno dei luoghi più fotogenici del Turkmenistan e regala una sensazione di isolamento totale e incontaminato.
L’antica Merv, cuore della Via della Seta
Il Turkmenistan è il paradiso degli archeologi. Patrimonio dell’Umanità UNESCO c’è Merv, uno dei siti archeologici più importanti dell’Asia Centrale. Tra mura, mausolei e resti di antiche cittadelle, si scopre quella che fu una delle più grandi città del mondo medievale, crocevia di commerci, religioni e culture. Qui passarono mercanti, studiosi e conquistatori, lasciando un’eredità che ancora oggi racconta la grandezza delle civiltà turkmeniche, le stesse celebrate nella mostra romana.