Viaggio nella città che ha rifondato sé stessa tra memoria, musica elettronica, arte, installazioni e nuovi sapori. La guida: «La città per chi crede in un mondo multietnico».
«Sarajevo non è una città per tutti. È la città per quelli che hanno un grande cuore. Non è una città per nazionalisti, ma per quelli che credono in un mondo multietnico». Nermin Kahriman che undici anni fa ha fondato il suo Bella Bosnia Tours con cui, assieme a 9 ragazzi e ragazze dai 18 ai 45 anni tutti vissuti in Italia e ora tornati in città, organizza tour soltanto in lingua italiana, lo spiega con grande semplicità: «Sarajevo è la città dove puoi incontrare ragazze musulmane, ebree, cristiane e cattoliche ortodosse, velate e non velate. credenti o non credenti, sedute insieme al tavolo di un bar a fumare narghilè».
È lui, nato in Italia e tornato nella sua città a sedici anni, ad accompagnarci alla scoperta, a trent’anni dalla fine dell’assedio sofferto tra il ‘92 e il ‘96, della città che non è più soltanto il simbolo di una delle pagine più drammatiche della storia europea recente ma ha mostrato di essere capace di trasformare la memoria in una forza creativa e di reinventarsi come una delle destinazioni più interessanti e inaspettate del continente. I numeri lo confermano: secondo i dati dell’Ente per il Turismo del Cantone di Sarajevo, nel 2025 si è registrato un aumento stabile del numero di turisti, con una crescita costante che ha portato a 108 mila arrivi, con un ulteriore incremento nel mese di agosto. Autenticità, cultura, storia e nuove energie urbane sono le attrattive maggiori di una città che resta struggente proprio perché non ha cancellato le sue cicatrici, ma ha saputo trasformate in una nuova forma di bellezza.

Città ibrida, tra Oriente e Occidente
Lontani dall’overtourism che impazza in Europa, passeggiare per Sarajevo significa attraversare epoche e identità diverse in pochi isolati. «Chi viene a Sarajevo non deve aspettarsi una metropoli ma arte, musica, un po’ di jugonostalgia e soprattutto l’amore che questa città ti dà» aggiunge Nervin. Un mosaico urbano unico in cui quartieri ottomani si fondono con l’eredità austro-ungarica e con architetture socialiste, dove le tracce di una sanguinosa storia ancora troppo recente si mescolano ad architetture di rara bellezza, rigenerate, ricostruite, restaurate o appena nate. Ma quello che colpisce, in questa città unica che una volta conosciuta si ama per sempre, è la vitalità culturale contemporanea: gallerie indipendenti, spazi creativi ricavati da edifici industriali e musei immersivi raccontano un mondo e un popolo che vuole guardare avanti.
L’energia della città esprime la vitalità tipica dei sarajevesi, quella di quelle ragazze e ragazzi che, anche dentro l’assedio contemporaneo più lungo della storia moderna – iniziò con la conquista dell’aeroporto nella notte tra il 4 e il 5 aprile ‘92, durò 1.425 giorni, più di 11.000 persone persero la vita, tra cui 1.601 bambini, e 50.000 rimasero ferite – seppero continuare a incontrarsi di notte per ballare; che reagirono alla chiusure dei teatri fondando il Teatro di Guerra di Sarajevo (SARTR) che mise in scena oltre 2000 spettacoli; che stremati da tre anni di assedio riuscirono ad inaugurare il Sarajevo Film Festival che ogni estate continua a portare in città oltre 100 mila appassionati di cinema (l’edizione 2026 sarà dal 14 al 21 agosto). I sarajevesi non si rassegnarono mai alla guerra e inventarono un’incredibile resistenza culturale.
La nightlife diventa cultura

La rinascita di Sarajevo passa, moltissimo, dalla notte. E, in pieno spirito sarajevese, il collettivo Garden of Dreams ne è oggi il simbolo. Fondato nel 2016 da un gruppo di DJ, promotori e operatori culturali, organizza eventi di musica elettronica in luoghi non convenzionali – musei, cortili ottomani, edifici brutalisti – trasformando la città in un palcoscenico diffuso che reinterpreta luoghi iconici e spesso trascurati, come musei, tetti e piazze pubbliche, in esperienze culturali immersive. Sarajevo è da sempre famosa per la sua scena musicale. Lo era al tempo della Jugoslavia e lo è rimasta ancora oggi, capace di riconquistarsi un posto d’onore fra le scene artistiche internazionali. Sarajevo Matinée è uno degli eventi che, soprattutto nella stagione estiva, incanala la vivacità culturale della città. Dedicato alla musica elettronica e all’arte trasforma luoghi storici in esperienze immersive coinvolgendo scene artistiche locali e internazionali, musica elettronica e tecno.

Non lontano dalla scalinata di via Pruščak si trova la sala concerti Sloga. Salendo o scendendo le scale, dedicate ai musicisti che vi hanno lavorato, è possibile fermarsi presso uno dei carillon interattivi e ascoltare i successi di alcune band leggendarie di Sarajevo come Indexi, Por-Arte, Bijelo Dugme, Merlin, Prijatelji, New Primitives, oltre alla musica del concerto Rock under the Siege. Ma se sei a Sarajevo non puoi far finta che non esista il genere musicale più bosniaco che ci sia: la Sevdha, tutta passione, amore e dramma. Un’ottima possibilità per ascoltarla è al Kuca sevdaha, vero e proprio museo dedicato all’iconico canto tradizionale oppure, se siete fortunati, in un concerto per pochi intimi organizzato in case private dove si può aver la fortuna di ascoltare il più famoso tra i nuovi interpreti, Damir Imamović, e la sua sevdah venata di jazz. Infine, non vi aspettate interni raffinati ma un’atmosfera accogliente e molto calda (soprattutto il lunedì sera) al Kino Bosna, pub iconico per la musica dal vivo e amatissimo dai sarajevesi.
Tra memoria e futuro: itinerari insoliti

Il passato resta presente, ma viene raccontato in modo nuovo. A restituire quel mondo che si frantumò proprio con l’inizio dell’assedio nell’aprile del ’92 c’è Planet Sarajevo, viaggio emozionale nella città che fu capitale culturale della Jugoslavia. La sua storia, dal secondo dopoguerra agli anni ’90, prende vita attraverso installazioni immersive, archivi rari e racconti personali.
Le rose di Sarajevo, rosse come il sangue, punteggiano le strade come installazioni urbane permanenti. Sono le cicatrici lasciate nell’asfalto dalle quotidiane esplosioni delle granate serbe che martoriarono la città e la sua popolazione durante l’assedio. Ne caddero così tante – una media di circa 329 esplosioni al giorno con un massimo di 3 777 bombe sganciate il 22 luglio ’93 – che i sarajevesi decisero di riempirle di indistruttibile resina rossa proprio per renderle ricordo e monito, ferite mai completamente guarite. Nel centro città il Ponte Festina Lente – con quel nome latino affrettati lentamente che dal 2012 suggerisce di rallentare e godersi il panorama – progettato dai tre studenti dell’Accademia di Belle Arti di Sarajevo Adnan Alagić, Amila Hrustić e Bojana Kanlić, rappresenta il dialogo tra passato e futuro.
Nella città che custodisce orgogliosamente – e orgogliosamente la protesse durante l’assedio – la Haggadah di Sarajevo, una delle più antiche haggadah sefardite del mondo, originariamente realizzata a Barcellona intorno al 1350 e attualmente conservata presso il Museo Nazionale della Bosnia ed Erzegovina dove è esposta permanentemente come simbolo della lunga tradizione multiculturale e multireligiosa della città, non mancano monumenti più insoliti. ICAR, conosciuto come il monumento alla carne in scatola, è certamente uno di questi: ironico e amaro ricordo degli aiuti umanitari durante l’assedio. Inaugurata nel 2007 quest’opera, creata da Nebojša Šerić Šoba, raffigura una grande lattina di carne di manzo realizzata in acciaio verniciato. “Monumento alla Comunità Internazionale da parte di tutti i grati cittadini di Sarajevo” recita l’iscrizione incisa sulla base in marmo con un’ironia sarcastica tipica dei sarajevesi: molti degli aiuti arrivati negli anni della fame dell’assedio consistevano infatti in cibo scadente, in alcuni casi risalente alla guerra del Vietnam.
Musei che guardano al futuro
Altra tappa fondamentale è il Museo dell’Infanzia in Guerra, primo museo al mondo dedicato all’esperienza dei bambini durante i conflitti, con oggetti quotidiani, lettere e testimonianze. Da non perdere anche il progetto museale Ars Aevi (in latino “arte dell’epoca”, ma anche parziale anagramma della parola Sarajevo): una collezione di circa 150 opere donate a Sarajevo già durante i duri anni dell’assedio da prestigiosi artisti internazionali (tra cui Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Marina Abramovic, Joseph Kosuth, Maja Bajevic e molti altri) in una suggestiva gara di solidarietà alla rinascita civile, etica e culturale della città. Oggi, in attesa del museo commissionato a Renzo Piano, le opere sono in parte esposte presso la storica Vijećnica, sede della Municipalità che però tutti ricordano come la splendida ex Biblioteca Nazionale, affacciata sul fiume Miljacka, il più vasto e rappresentativo edificio del periodo austro-ungarico in tutta Sarajevo, distrutta dall’incendio causato dalle granate serbe il 25 agosto ‘92 assieme alla maggior parte del milione e mezzo di volumi e più di 155.000 libri rari e manoscritti che vi erano custoditi.
Sarajevo da mangiare: tradizione che evolve
Come in Italia anche in Bosnia, e soprattutto a Sarajevo, la cucina resta uno dei pilastri dell’identità locale, ma anche qui soffia un vento nuovo. Accanto ai piatti tradizionali come ćevapi, burek e zuppe come la begova čorba, emergono contaminazioni e sperimentazioni. E mentre non diminuisce l’interesse per le ricette della memoria, quei piatti nati durante l’assedio che oggi sono riscoperti come patrimonio culturale e simbolo di resilienza, l’enogastronomia di alto livello offre indirizzi notevoli in città. Nel quartiere di Džidžikovac, lontana dai turisti e dal trambusto cittadino, si trovano diversi ristoranti di cucina internazionale con piccoli giardini. Alla fine degli anni Ottanta questo quartiere era il centro della vita notturna di Sarajevo, dal Cafe Bar Bugatti all’SOS Bar.

Proprio da queste parti si trovano tre ristoranti con giardini unici: Avlija (Il Cortile) dove rilassarsi e godersi il giardino in qualsiasi periodo dell’anno; il Ristorante Dunja (Mela Cotogna), in un’antica casa bosniaca con un ampio giardino; e Četri sobe Gospođe Safije (Le quattro stanze della signora Safija), un ristorante che narra la leggenda dell’amore proibito tra la signora Safija e il conte austriaco Johan. La casa di Safija fu costruita nel 1910 e la ricostruzione ne ha miracolosamente restituito lo splendore architettonico. A Drvenija invece si incontra il Delikatesna radnja, uno dei bar più frequentati della città, luogo ideale per rilassarsi che però spesso ospita mostre temporanee di designer e artisti bosniaci-erzegovini. Girovagando di sera il palcoscenico all’aperto dell’Accademia di Arti Performative di Sarajevo o l’Academy Café, hanno sempre qualcosa da proporre.
Turismo lento e natura: la “sorgente” della Bosnia
In un’epoca segnata dall’overtourism, Sarajevo rappresenta una controtendenza. Sempre più viaggiatori scelgono questa destinazione per sfuggire alle mete affollate, attratti da un ritmo più lento e da un contatto diretto con la natura. A pochi chilometri dal centro, le montagne olimpiche come Jahorina e Bjelašnica si sono reinventate: non più solo sci invernale, ma trekking, bike trail ed escursioni estive. Ancora più suggestiva è la Sorgente del fiume Bosna, che sgorga da una serie di sorgenti carsiche a un’altitudine di 492 metri, alla fine di un lungo un viale alberato di platani e castagni, che si raggiunge a piedi o in taxi, ai piedi del monte Igman. Un piccolo straordinario parco con numerosi corsi d’acqua che formano laghi e isolette. Tutte diverse, tutte uguali fra loro, come gli abitanti di Sarajevo.