Altro che “di fronte”: tra mare, miti e opere d’arte contemporanee, la città dello Stretto conquista da sé. Dalla passeggiata più bella d’Italia fino a Scilla, è tutto un intreccio di storia e futuro.
«La bellezza di Reggio Calabria? La Sicilia di fronte». È una battuta che si sente ripetere spesso, a raccontare quanto questa città alla punta dello Stivale venga ancora sottovalutata, come se il meglio fosse sempre “oltre”. Ma chi si ferma, anche solo per qualche giorno, scopre che Reggio Calabria non vive di riflesso: ha una luce sua, forte e cangiante, che nasce dall’incontro tra storia millenaria e creatività contemporanea, dal respiro del mare e dalla capacità di trasformarsi. Oggi più che mai, complice un fermento culturale e turistico che la sta riportando sotto i riflettori. Sei nuove tratte Ryanair dall’Italia e dall’Europa – tra cui Londra, Milano-Malpensa e Pisa – hanno accorciato le distanze, favorendo l’arrivo di molti più turisti. Ed eccoli, numerosi, a passeggiare sul lungomare Italo Falcomatà, che Gabriele D’Annunzio battezzò “il chilometro più bello d’Italia” (anche se è lungo quasi il doppio, ben 1700 metri) e che per Pascoli era “luogo sacro”, ricostruito dopo il catastrofico terremoto del 1908.
Antico e moderno
Da qualche anno è pure una galleria d’arte a cielo aperto. Spicca, nella Rotonda 8 marzo, Opera, un monumento alla contemplazione di Edoardo Tresoldi che celebra la relazione tra il luogo e l’essere umano ed è un esplicito richiamo alle origini magnogreche (l’antica Reggio fu fondata dai Greci Calcidesi attorno al 730 avanti Cristo). Evoca un tempio classico, ma lo scompone e lo rende trasparente: il colonnato di rete metallica crea corridoi prospettici in cui l’azzurro intenso del mare si incornicia da solo, come un merletto in controluce. Già la posizione incanta, con armonie e piccole dissonanze che invitano alla contemplazione, ma alla magia visiva si aggiunge un tocco tecnologico: tramite un QR code, infatti, in tre momenti diversi della giornata – mattino, tramonto e notte – si possono ascoltare, direttamente dal proprio smartphone, varie composizioni musicali, mentre un leggero venticello porta l’eco delle onde.

Sull’altro lato, quasi a fare da contrappunto, tre imponenti sculture dell’artista romana Rabarama si impongono con la forza del loro linguaggio simbolico e fanno da sfondo a selfie e foto ricordo. Si tratta di tre umanoidi, “divinità in forma umana”. C’è Co-stell-azione, una figura di alluminio dipinta di bianco e bordeaux: sembra meditare, gli occhi socchiusi verso il mare, come se affidasse pensieri e desideri alle stelle che ha raffigurate ovunque. Ancora Trans-lettera, in bronzo dipinto di bianco e nero, con il corpo avvolto da lettere dell’alfabeto: vocali e consonanti che sono vincolo del linguaggio e libertà, simbolo di una comunicazione interrotta e frammentaria. È accovacciata, raccolta in sé, come a difendersi da un dialogo che può essere potente ma al tempo stesso problematico.
Le sculture che non ti aspetti…
E infine Labirintite, sempre in bronzo ma dipinta di bianco e verde, si distende con un’apparente rilassatezza, ma le linee spezzate rappresentano la complessità dell’IO e ai suoi disequilibri. Il titolo richiama il disturbo uditivo che provoca vertigini, mentre la decorazione labirintica invita a cercare una via d’uscita dai propri limiti. Tutto intorno, una distesa di alberi, tra palme delle Canarie, pini italici, lecci, eucalipti e ulivi, molti dei quali centenari, con radici che si allargano oltre i marciapiedi. E soprattutto lo sguardo è attratto dall’architettura dei palazzi, come quella di Palazzo Barbera, dall’eleganza anni Venti, con le paraste giganti a capitello ionico, o di Villa Genoese Zerbi su corso Vittorio Emanuele III, dove, alla fine dell’Ottocento, vi era l’antica villa in stile barocco della famiglia dei Marchesi Genoese, famiglia del patriarcato reggino. Si distingue per i richiami neogotici, e in passato ha ospitato mostre ed eventi incluso quelli della biennale di Venezia. Nel cortile della villa, apre le sue porte un locale innovativo voluto dallo chef Vincenzo Pennestrì, un luogo ideale per l’aperitivo.

Per una sosta più lunga non mancano i locali affacciati sul mare, dove fermarsi a pranzo o a cena: trattorie di pesce con menù che cambiano in base al pescato del giorno e wine bar dove i vini calabresi raccontano il sole delle colline. Tra i ristoranti, merita Royal Reef (tel. 0965 255555) con una veranda proprio sul mare. Sedersi a un tavolino, mentre si accendono le prime luci della sera e il cielo si colora al tramonto, significa lasciarsi abbracciare dalla magia dello Stretto. Per assaggiare la famosa brioche con il gelato, invece, si va da Cesare, la più nota gelateria cittadina, il cui chiosco verde spicca al centro della strada, proprio all’inizio del lungomare.
Teatro e Duomo
Da vedere anche il Teatro Cilea – intitolato al musicista palmese Francesco Cilea e caratterizzato dal grande sipario rosso sul proscenio – e il Duomo nel cuore del centro storico, in stile neo-romanico, con le due statue sulla gradinata di San Paolo, a sinistra, e di Santo Stefano da Nicea, a destra (entrambe opera dello scultore Francesco Jerace, 1934) che sembrano dare il benvenuto a chi arriva. È il più grande edificio sacro della Calabria (94 metri di lunghezza, 22 di larghezza e 21 di altezza) e dal 1978 è stato elevato a Basilica Minore. Al suo interno è custodita anche la cosiddetta “colonna di San Paolo”, legata a una leggenda che affonda nelle origini del cristianesimo sul territorio. Si racconta che l’apostolo, giunto a Reggio come prigioniero dei Romani, durante una festa pagana osò proclamare un Dio giusto che liberava gli afflitti, opponendosi agli dei falsi e bugiardi. Invitato a fare silenzio, accese una candela sul capitello di una colonna, chiedendo di parlare finché la fiamma fosse rimasta viva. Una folata di vento la fece piegare e, al contatto con il marmo, la colonna prese fuoco come fosse legno. La fiamma avvolse la pietra illuminando i volti attoniti della folla, che si inginocchiò chiedendo di essere battezzata.

Ma è dentro il MArRC, il Museo Archeologico Nazionale, che il tempo si comprime e si dilata. I Bronzi di Riace sono lì, sospesi nella loro perfezione di atleti-eroi, a rappresentare l’altro grande tesoro di Reggio Calabria. Denominate “A” e “B”, ribattezzate però affettuosamente “il giovane” e “il vecchio”, sono due guerrieri nudi di epoca greca (V secolo a.C.). Si possono ammirare solo per pochi minuti in ambiente protetto, quanto basta però per restare incantati dalla loro storia e dalle loro fattezze. Furono ritrovati il 16 agosto 1972 a Riace Marina, nella località Porto Forticchio, e misurano rispettivamente 1,98 e 1,97 metri. Il loro peso, originariamente di circa 400 kg, è sceso a 160 dopo la rimozione della terra di fusione. Sulla loro datazione, sul luogo, sugli autori e persino sull’identità dei personaggi rappresentati esistono ben dodici ipotesi accreditate da studiosi di ogni parte del mondo, tutte diverse tra loro.
… e le statue che ti aspetti
Attorno, il percorso museale è un’immersione completa nella Magna Grecia. Nelle sale è esposta la Testa di Arpocrate, divinità del pantheon egizio, figlio di Iside ed Osiride, solitamente rappresentato come un fanciullo, nudo con lunghi capelli raccolti alla sommità del capo. Ancora i kouroi (giovinetti) dal sorriso enigmatico, un sarcofago a forma di piede, raro reperto che commuove con la sua piccolezza, un ripostiglio di 134 monete d’argento che sembra ancora luccicare di storie. Preziose anche le laminette d’oro rinvenute nelle tombe, recanti istruzioni per le anime degli iniziati: in quella di Hipponion, ad esempio, si invita la defunta a evitare la fonte dell’oblio e a bere invece alla fonte della Memoria, per intraprendere il lungo viaggio verso un destino ultramondano di beatitudine. E poi le anfore appuntite, le figurine votive, i vasi miniaturistici dei corredi infantili: ovunque frammenti di un’umanità che non si lascia dimenticare.

E se Reggio Calabria invita a rallentare il passo, basta spingersi di pochi chilometri per ritrovarsi dentro un mito. Scilla domina l’imbocco dello Stretto di Messina dall’alto del castello Ruffo, arroccato sulla roccia e proteso verso la Sicilia. Subito la mente va alle gesta di Ulisse e dei suoi uomini, lungo la rotta verso Itaca, alle prese con la furia di Scilla, il terribile mostro marino antropofago capace di afferrare e divorare sei uomini contemporaneamente e la forza dirompente di Cariddi, gigantesco gorgo in grado di inghiottire qualsiasi cosa. Secondo Omero, qui vivevano le sirene che, con la loro voce melodiosa, incantavano i marinai: solo il furbo Odisseo riuscì ad ascoltarle senza conseguenze, dopo aver ordinato ai suoi uomini di legarlo all’albero maestro della sua nave.
Scilla e il suo mito
Per questo motivo la spiaggia di Scilla è conosciuta anche come Spiaggia delle sirene. Sul belvedere di piazza San Rocco si staglia la statua della Sirenetta, mentre sull’alto di una rupe domina il maestoso castello Ruffo. E non si può tralasciare Chianalea, il quartiere dei pescatori: case in pietra adagiate direttamente sul mar Tirreno (siamo nella Costa Viola, così chiamata per le sfumature violacee che l’acqua assume in certi momenti della giornata), vicoli stretti che finiscono in scalette d’acqua, reti stese ad asciugare e il rumore delle onde che accompagna ogni passo. Basta guardarlo anche da lontano per capire perché, da secoli, questo borgo incanta poeti e viaggiatori. Come il pittore e scrittore inglese Edward Lear, tra i primi stranieri a percorrere la regione, che ne dipinse gli scorci e ne raccontò lo spirito selvaggio. Qui, mito e quotidianità si fondono e continuano a ispirare.