Scopri un mix di natura selvaggia e storia cinematografica in Costa de Almería.

Ricami bianchi di nuvole barocche solcano un cielo terso, mentre la luce – ruvida, impietosa e cristallina – taglia l’orizzonte della Costa di Almería, in Andalusia. È una luce che sembra pensata per il grande schermo, un’illuminazione naturale che esalta il contrasto tra l’oro arido del deserto e l’azzurro accecante del Mediterraneo. Qui, nel territorio del Parque Natural de Cabo de Gata-Níjar e del deserto di Tabernas, il paesaggio è più di un’opera naturale: è finzione, mito, leggenda western. A San José, dopo un viaggio lungo strade ondulate che attraversano fichi d’India, agavi, saline tinte di rosa e montagne di pietra cruda, si arriva in un villaggio sospeso nel tempo, dove il candore delle case risplende sotto il sole cocente della Spagna meridionale. Una passeggiata in e-bike nel cuore vulcanico del Parco è il modo ideale per entrare nella dimensione più autentica e selvaggia dell’Andalusia orientale. Si pedala tra scogliere laviche, dune fossilizzate e calette nascoste – come quella di Cala Rajá o Cala Carbón – dove il silenzio è rotto solo dal vento e dal grido dei gabbiani. Il mare, ancora lontano dalle rotte del turismo di massa, si offre nella sua forma più primitiva, quasi biblica. Ma è nell’entroterra, verso Rodalquilar e le terre brulle dell’interno, che Almería mostra la sua anima cinematografica. I cactus, i letti prosciugati dei ramblas, i ranch abbandonati evocano il West. Non è un caso: il deserto di Tabernas, l’unico ufficialmente riconosciuto in Europa, è stato lo scenario di oltre 300 pellicole, in particolare tra gli anni ’60 e ’70, quando il cinema italiano vi scoprì la sua America.

San José e il cuore vulcanico di Cabo de Gata

Arrivare a San José, centro nevralgico del Parco Naturale di Cabo de Gata-Níjar, significa varcare una soglia temporale e ambientale. È uno dei pochi angoli d’Europa in cui la natura domina ancora incontrastata. Il percorso inizia sulle due ruote nei sentieri che serpeggiano tra colate laviche pietrificate, falesie mozzafiato e macchia mediterranea. Il Parco, istituito nel 1987 e dichiarato Riserva della Biosfera dall’Unesco, è il più grande tratto di costa vulcanica protetta dell’Europa continentale. Le sue spiagge, come Playa de los Genoveses, che prende il nome dallo sbarco di una flotta genovese nel XIII secolo, o la spettacolare Playa de Mónsul, teatro di film come “Indiana Jones e l’ultima crociata”, sono oggi iconiche. I raggi solari scolpiscono ogni dettaglio, rendendo il paesaggio un palcoscenico ideale per escursionisti, fotografi, e sognatori.

Rodalquilar e il silenzio minerario della memoria

Il piccolo borgo di Rodalquilar, incastonato tra montagne calcaree ed erose, è un luogo intriso di storia geologica e umana. Fu un importante centro minerario per l’estrazione dell’oro, in particolare tra il 1956 e il 1966, durante il regime franchista. La miniera, conosciuta come “La Casa de los Volcanes”, oggi accoglie un centro di interpretazione naturalistica ed ecomuseo. Fra ruderi industriali e scorci da epopea biblica, si risale fino al Cortijo del Fraile, una costruzione rurale del XVIII secolo divenuta famosa grazie al dramma “Bodas de sangre” (Nozze di sangue) di Federico García Lorca, ispirato a un tragico fatto di cronaca del 1928. La polvere che avvolge il cortijo, termine che indica le masserie locali, parla ancora di passioni spezzate, vendette e onori. Il contesto paesaggistico – canyon sabbiosi, piante grasse, e una luce radente quasi mistica – è il preludio perfetto al cielo stellato del Playazo de Rodalquilar, distante da ogni inquinamento luminoso.

Deserto di Tabernas, il Far West europeo

Poi, lui: il deserto di Tabernas. Si estende per oltre 280 km² ed è classificato come l’unico deserto caldo e semi-arido d’Europa. Rocce friabili, formazioni sedimentarie modellate dal vento e calanchi ne fanno una delle location naturali più versatili del continente. Fu il regsita Sergio Leone a consacrarlo al mito, trasformandolo, negli anni ’60, nel cuore pulsante del genere spaghetti western. Film leggendari come “Per qualche dollaro in più”(1965) e “Il buono, il brutto, il cattivo” (1966) furono girati tra alture aride e pianure polverose. Clint Eastwood, Lee Van Cleef ed Eli Wallach divennero miti cinematografici proprio su questi terrirori. Il set del cimitero di Sad Hill, costruito per l’ultima scena del cult datato 1966, è ora oggetto di un’iniziativa di recupero e meta di pellegrinaggio cinefilo. Non solo Leone: Sergio Corbucci girò qui “Django” nello stesso anno, Enzo G. Castellari vi ambientò “Keoma” nel 1976, e persino Hollywood approdò nelle lande desertiche con “Lawrence d’Arabia” del 1962 e “Game of Thrones”, passando per “Exodus: Dei e Re” e “Il regno dei cieli” di Ridley Scott.

L’Oasys MiniHollywood, originariamente set, è oggi un parco tematico che ospita spettacoli, spazi espositivi dedicati al cinema e un giardino zoologico con oltre 800 animali. È una celebrazione vivente della settima arte, un’occasione unica per vivere l’atmosfera dei western senza attraversare l’Atlantico.

 

Almería: dove l’Oriente incontra l’Occidente

Ultima tappa è la città di Almería, fondata nel 955 d.C. dal califfo di Cordova ʿAbd al-Raḥmān III, come porto fortificato contro il califfato dei Fatimidi tunisini. La cittadina, il cui simbolo è il “Sol de Portocarrero”, conserva ancora intatta la sua anima moresca, visibile nella maestosa Alcazaba, seconda solo all’Alhambra di Granada. Con i suoi giardini pensili, cisterne arabe e mura ciclopiche, è un gioiello dell’architettura islamica in Spagna. Si prosegue con la Cattedrale-fortezza di Santa María de la Encarnación, costruita dopo l’attacco dei pirati berberi nel 1522 e progettata in stile gotico con torre barocca da Diego de Siloé, e con il suggestivo Cable Inglés, pontile in ferro pensato dall’ingegnere britannico John Ernst Harrison e in uso dal 1904 fino al 1970 per lo smercio dei minerali. Segno della rivoluzione industriale nella Spagna sud-est, richiama la Tour Eiffel per struttura e periodo, considerando la moda delle Expo universali. Il grande schermo è passato anche di qui: il centro storico fu location per “Il vento e il leone” (1975), e l’Alcazaba, che si affaccia sul Cerro de San Cristóbal, compare nella sesta stagione de “Il trono di spade” come palazzo dei Martell nella fittizia città di Dorne.

Realismo e armonie, la pittura si fonde con la musica

Il Museo del Realismo Español Contemporáneo (Murec) narra l’intreccio profondo tra identità e creatività attraverso l’arte contemporanea del posto. Lo spazio museale è un’istituzione inedita, interamente dedicata al realismo artistico dal XX secolo ai giorni nostri. Inaugurato il 15 marzo 2024, è ospitato sui due piani dell’antico Hospital de Santa María Magdalena, un edificio rinascimentale del XVI secolo recentemente restaurato, che conserva elementi architettonici di pregio come la facciata nord, l’artesonado mudéjar e la scala di Villalán. La collezione permanente comprende 269 opere, tra cui 187 dipinti, 64 sculture, 17 disegni e un’incisione. Tra gli artisti rappresentati figurano Joaquín Sorolla, Ignacio Zuloaga, Julio Romero de Torres, Mariano Benlliure, Antonio López e Andrés García Ibáñez. A pochi passi, il Museo de la Guitarra rende omaggio ad Antonio de Torres, padre della chitarra classica moderna, con esposizioni interattive e strumenti storici. Le sale vibrano di ritmi e legno, ricordando secoli di tradizione musicale andalusa. Visitare entrambi significa scoprire le due anime cittadine: quella che innova e quella che suona. Un itinerario culturale che si esprime con forza e, al contempo, delicatezza.

“Mar de Plástico”, il paesaggio alieno delle serre agricole

Nel cuore arido dell’Andalusia, tra El Ejido e Roquetas de Mar, si estende un paesaggio surreale: un oceano bianco, a tratti lunare, fatto non d’acqua ma di plastica. È il cosiddetto “Mar de Plástico”, un’immensa distesa di serre che trasforma il sole implacabile in risorsa e produce ortaggi per mezza Europa fra cui il caratteristico pomodoro “Raf”. Dall’alto sembra un ghiacciaio alieno, che contrasta con l’arsura circostante e racchiude in sé una doppia verità: quella del progresso tecnologico e quella, più scomoda, del lavoro invisibile. Sotto i teli, che riflettono come specchi, convivono innovazione e fragilità, mentre la voce di chi coltiva e dei braccianti resta spesso fuori inquadratura. Una realtà così ambivalente da divenire sceneggiatura, come nella serie tv “Mar de Plástico”, un thriller investigativo che ha acceso i riflettori su dinamiche sociali e tensioni razziali, portando alla ribalta il volto oscuro di questa frontiera agricola europea.

Viaggiare nella Costa di Almería è come attraversare una pellicola vivente. È percorrere luoghi dove la natura è padrona, ma l’uomo ha saputo raccontarla con arte e passione. È camminare in un deserto dove ogni roccia può essere una frontiera, un rifugio, la scena di un duello. E ogni tramonto, sulle acque turchesi di Cabo de Gata, sembra sussurrare una battuta finale, da western perfetto.