“Da noi il mondo è lontano, ma c’è un odore di terra e di gaggia, e il pane ha sapore del grano”. Sembra di sentire riecheggiare i versi di Mario Trufelli, girando tra i borghi della “Lucania” (che dà il titolo a questa sua famosa poesia). Una terra sincera e generosa, dove ogni angolo – un po’ lontano dal mondo – racconta una storia, ogni profumo è un richiamo al passato. Una terra che il nuovo progetto “Basilicata Rurale – Rete dell’accoglienza per turisti, viaggiatori, curiosi” (https://basilicatarurale.com) sta cercando di narrare e valorizzare. E il viaggio di scoperta non può che iniziare dal cuore pulsante del Vulture, dove il paese di Rionero in Vulture è custode di memorie racchiuse nell’ex carcere borbonico nato, nel 1443, come grancia per la conservazione proprio del grano e poi trasformato in struttura detentiva, ma per reati minori, come il furto di una gallina o di ortaggi nell’orto del vicino. Oggi questo luogo ospita il Museo del Brigantaggio e tutto ruota attorno al proverbio popolare: “Il brigante è come la serpe: se non lo stuzzichi, non ti morde”. Un monito che racconta tutta la complessità di quell’epoca. Si scopre così come si vestivano i briganti, dai cappelli a larghe tese ornati di nastri rossi e piume ai mantelli di lana con cappuccio, passando per l’immancabile “scoppetta” a doppia canna portata a tracolla da tutti. E soprattutto il ruolo delle brigantesse: donne che combattevano, guidavano, resistevano, affiancando gli uomini in una lotta per la libertà. Quella che una volta fu la camerata femminile fino al 1930, quando il carcere fu destinato ai soli uomini, ospita la storia di Carmine Crocco, il leggendario Generalissimo dei briganti, originario proprio di Rionero che riuscì, con la sua armata a conquistare numerosi paesi, prima di morire in carcere a Portoferraio.

E di certo i briganti non si facevano mancare un bicchiere di buon Aglianico, il vino apprezzato già dal poeta Orazio. Diverse la Cantine concentrate in questa zona e, tra queste, le Cantine del Notaio si aprono come un abbraccio sotterraneo: le grotte scavate nel tufo vulcanico, risalenti al 1600 e utilizzate dai padri francescani, si sviluppano nel sottosuolo del paese e si irradiano da una piccola piazzetta chiamata Facìle, tipica dell’architettura locale, utilizzata per la raccolta delle acque piovane. I vini portano nomi di atti notarili, come “Il Preliminare, Il Rogito, il Sigillo”, a ricordare il nonno del fondatore Gerardo Giuratrabocchetti che era un notaio. Una curiosità? “Il Lascito 2018” è stato donato nel 2022, dall’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, durante un incontro a Palazzo Chigi. Le cantine organizzano visite guidate e degustazioni del nettare di Bacco, un’occasione anche per assaggiare “l’emigrante” un salame “avvolto” dal formaggio. Un escamotage ai tempi dell’emigrazione verso l’America: non essendo consentito esportare i salumi oltreoceano, la gente era solito nasconderli all’interno della provola. Proseguendo tra paesaggi di vigne e fitti boschi di castagneti e cerri, rifugio del brigante Crocco, si arriva ai Laghi di Monticchio che appaiono come due gemme d’acqua ai piedi del vulcano spento. Il Lago Piccolo e il Lago Grande, divisi da un ruscello, riflettono le chiome degli abeti bianchi – una rarità a questa altitudine – e dell’antico acero campestre, qui conosciuto come “occhiène” per via dei suoi semi, simili a piccole eliche. Si dice che Sikorskij, uno degli inventori dell’elicottero, abbia avuto l’idea osservando un seme di acero cadere a terra.

Sulle acque del lago piccolo si specchia l’Abbazia di San Michele, fondata dai frati Benedettini nel XI secolo su una grotta naturale nella quale, secondo la leggenda, apparve San Michele Arcangelo. E anche i resti dell’Abbazia di Sant’Ippolito, d’impianto basiliano (in origine era una grandissima abbazia che dal 1000 al 1500 ha condizionato l’intera area nel Vulture. Considerata al pari di quella di Montecassino, tanto che i monaci venivano a fare quello che ora chiameremmo stage). L’interno custodisce il Museo di Storia Naturale del Vulture, dove si può ammirare la Bramea (il cui nome è dedicato dai cercatori orientali al dio Brahma), una falena notturna considerata un fossile vivente, unica al mondo, scoperta nel 1963 da un entomologo altoatesino, Fred Hartig. Sono diffuse in Etiopia, in Giappone, in India e in Cambogia, ecco perché la presenza sul Vulture la rende ancora più preziosa.

Da qui, salendo tra colline fiorite e fitti boschi, si raggiunge Ripacandida, la “piccola Assisi di Basilicata”. Nel Santuario di San Donato (riconosciuto nel 2010 come monumento messaggero di cultura di pace dall’Unesco) si resta incantati dagli affreschi giotteschi che raccontano il ciclo della Genesi: la loro bellezza ricorda quelli della cittadina umbra. Proprio accanto il giardino comunale ospita piante secolari, tra cui una Sequoia Gigantea di oltre duecento anni. Ma Ripacandida è anche la “prima città del miele” e qui c’è il primo centro benessere in Europa – Honey Spa – a tema. Tutto nasce dalla volontà di Franco Rondinella, che negli anni ‘90 dette vita alla sua azienda “L’Apicoltura Rondinella Franco” e negli ultimi anni ha deciso di diversificare la sua attività, provando ad affiancare la produzione di molte varietà di miele alla cultura del benessere. Nella Stanza delle Api, si pratica l’api-aromaterapia (si respirano i profumi intensi delle arnie, ricchi di resine e oli essenziali) e l’apisound, ovvero il rilassante ascolto del ronzio naturale delle api (favorisce uno stato profondo di meditazione e benessere, simile a quando si ascolta musica classica).

Tra le altre cittadine inserite nel progetto di Basilicata rurale rientrano Venosa e Melfi. Venosa, fondata dai romani come Venusia (nasce nel 291 a.C.), in onore di Venere, Dea dell’amore, vanta i natali del poeta latino Orazio (nacque nel 65 a.C. e lo ricordiamo per il suo “Carpe diem”) ed era una città molto ricca dal punto di vista commerciale, del resto ci passava l’Appia Antica. Batteva persino moneta, aveva un teatro, le terme, il foro. Da vedere, il Castello del Balzo del 1470 (piazza Umberto I), con le possenti torri cilindriche e la pianta quadrangolare, sede del Museo Archeologico con una raccolta di “tesori” dalla preistoria al periodo normanno: collezioni di ceramiche e di monete, mosaici e pitture parietali. Attorno si dipanano stradine e piazzette sulle quali affacciano le botteghe artigiane (specie di ceramica, tra cui Muscatiello Ceramiche D’arte) e negozi di specialita? tipiche da assaggiare. Il fiore all’occhiello resta l’Incompiuta, un complesso monastico in aperta campagna, e come s’intuisce dal nome, mai completato. Si presume che le condizioni economiche dei benedettini influirono sulla possibilità di proseguire nei lavori. Il colpo d’occhio è straordinario. Qua e là bassorilievi, ornamenti, stele e incisioni.

Poco distante, Melfi evidenzia secoli di potere imperiale con il suo castello normanno. Federico II vi promulgò le Constitutiones Augustales, primo codice giuridico medievale a regolare diritti civili, sanitari e feudali, e a riconoscere anche alle donne il diritto di successione ereditaria. Al suo interno, il museo Archeologico Nazionale del Vulture Melfese che custodisce meraviglie come i sarcofagi marmorei di Atella e Rapolla, testimonianze della raffinatezza culturale dell’antica Lucania.

In questo percorso, merita una sosta pure Potenza, capoluogo discreto e autentico, città che detiene il record delle scale mobili più lunghe del mondo, seconde solo a quelle di Tokyo (un sistema di 1,3 chilometri di lunghezza complessiva, rispetto a 1,5 chilometri della capitale del Giappone). Tra le novità, l’esperienza del Silent Play (promosso da Gommalacca Teatro): una passeggiata immersiva dove ogni passo, lungo via Pretoria, è racconto, musica, visione. E si arriva alla Torre Guevara, da poco ritornata al suo splendore e grazie a una visita virtuale si ritorna indietro nei secoli.

Così fra i silenzi antichi e moderni, fra le storie sussurrate, il tour nella Basilicata rurale sembra sospeso nel tempo.

Ma proprio quando il cammino pare farsi più lento e ci si lascia cullare dalla dolcezza dei borghi, ecco che la terra cambia respiro. All’improvviso il paesaggio si fa roccia viva, slancio verso il cielo. È il richiamo delle Dolomiti Lucane, dove l’emozione prende velocità. A Castelmezzano, da qualche giorno, ha aperto, infatti, la slittovia delle Dolomiti Lucane, un nuovo attrattore che si unisce al più famoso Volo dell’Angelo. Un bob su rotaie che corre per 1180 metri tra i picchi scolpiti dal vento, ai quali la fantasia popolare ha dato i nomi di Becco della Civetta, la Grande Madre o Aquila Reale. Il via è nel quartiere San Marco – dalla “Cima delle emozioni” – e la pendenza della pista non lascia spazio alla noia: una media del 46% che si spinge fino a un picco del 65%, mentre si arrivano a toccare i 40 km orari tra curve vertiginose e rettilinei che tolgono il fiato.