Nella graduatoria delle 50 spiagge più belle del mondo appena stilata dal sito web Big 7 Travel trionfa la filippina Port Barton con White Beach. Perfetta cartolina che in una baia racchiude un arco di sabbia chiara tempestato da palme curvate dal vento, fronteggiato da fondali blu e spalleggiato da rilievi foderati di foresta pluviale.

Port Barton è meno spettacolare dei vortici di sabbia immacolata delle australiane isole Whitsunda. Non ha l’orizzonte dominato dai vulcani come le lingue di sabbia che imprigionano la laguna di Bora Bora in Polinesia Francese. Nè l’arenile rosa dell’indonesiana Komodo. Quelli farinosi e bianco latte della Giamaica. O quelli neri di tanti litorali vulcanici. Non ha i faraglioni che spuntano come funghi dal mare come la thailandese Krabi. E non è lunga come la Ninety Miles Beach sulla costa settentrionale del Western Australia. Ma – nel pianeta globalizzato in cui si muovono un miliardo e mezzo di turisti l’anno – ha l’ormai singolare pregio di essere remota, fuori rotta e raggiungibile con fatica. É quindi meravigliosamente intatta, senza albergoni e cemento, senza rete elettrica, bancomat, porto e aeroporto. Dalla sua pace naturale sono esclusi i clienti dei viaggi organizzati e i croceristi. Ci arrivano viaggiatori disposti a lunghi viaggi su improbabili strade, o skipper che approdano tra isole e coste della sua incantevole baia. A Port Barton non esiste il turismo di massa.

 

 

É situata sulla costa centro-settentrionale dell’isola di Palawan, la prosecuzione geografica del Borneo. La regione con la natura più integra delle Filippine, un’isola lunga 400 km e larga 40, circondata da una miriade di isolotti. É chiamata «la frontiera vergine» perché custodisce il 40% delle mangrovie, un terzo delle barriere coralline ed è in gran parte coperta da giungla sudante in un Paese dove le selve umide sono state ridotte dall’originale 96 ad appena il 7% del territorio.

La situazione stradale nel nord di Palawan è molto migliorata, i 257 km che collegano Puerto Princesa al turistico El Nido (ambedue collegati da voli a Manila) sono stati in gran parte asfaltati, ma la deviazione per Port Barton è ancora su una sterrata percorsa dai minivan che dal capoluogo impiegano da 4 a 5 ore per coprire 160 km. Fino a pochi anni fa si raggiungeva Port Barton solo in jeepney, i colorati gipponi assemblati con motore giapponese 4×4 di seconda mano e carrozzeria in lamiera stampata artigianalmente: esperienze da survival tra passeggeri sul tetto, polvere e fango su piste disastrate tra gomme forate e impantanamenti. Si viaggia attraverso un paesaggio fantastico tra fiumi orlati di palme e di mangrovie, risaie arate dai bufali, cespugli di ibischi con fiori di tutti i colori, capanne di bambù e un’infinità di farfalle.

Formata da due sole strade, dove la giungla precipita nella baia, Port Barton è un luogo tranquillo, trasognato, per ritmi indolenti e paesaggi ricorda i Mari del Sud, anche se si trova a nord dell’Equatore. Si alloggia in guesthouse con l’energia prodotta da generatori che arriva solo prima del tramonto, ma anche in un paio di club muniti di ogni comfort. Barche a bilanciere conducono nelle isole della baia. A Exotic Island, due isolette divise da una secca, dove si fa snorkeling tra fondali corallini. A Paradise Island, isola privata con un piccolo resort. E chi cerca una full immersion nella natura può campeggiare (affitano le tende) e nuotare con le tartarughe a German Island.

Da Port Barton si raggiungono le Papuwyan Falls con un trekking di un’ora e mezza: fatica compensata da un tuffo nell’acqua fresca della pozza formata dalla cascata.