La chiamano da secoli il Paese del Calmo Mattino, ma oggi la Corea del Sud è anche uno dei Paesi più dinamici, tecnologici e culturalmente influenti del mondo. Molti vi arrivano attratti dalla Hallyu, l’“onda coreana” che ha portato ovunque K-pop, cinema, serie televisive, moda e cosmetica. Basta però trascorrervi pochi giorni per rendersi conto che il Paese offre molto di più. E il successo internazionale della cultura coreana non riguarda soltanto K-pop e serie televisive. Nel 2024 Han Kang è diventata la prima autrice sudcoreana a vincere il Nobel per la Letteratura: nei suoi romanzi, da La vegetariana ad Atti umani, ha raccontato con una scrittura insieme lirica e feroce il corpo, la violenza, la memoria e le ferite della storia coreana.

Ci sono città ultramoderne e antichi palazzi reali, templi buddhisti immersi nel verde, mercati rimasti sorprendentemente autentici, spiagge sotto i grattacieli e un’isola vulcanica dove il tempo atmosferico può decidere il programma della giornata. E poi c’è una caratteristica che accompagna quasi ogni tappa del viaggio: una capacità di organizzare la vita quotidiana che, per chi arriva dall’Italia, continua a sorprendere. Basta atterrare a Seoul — che in coreano suona più o meno “Sŏ-ul” — per avere il primo assaggio di questo mondo. La capitale contiene in sé molte città: i grattacieli e le grandi arterie di Gangnam, che non hanno nulla da invidiare agli skyline delle grandi metropoli americane, le strade dei mercati, gli hanok di Bukchon, i palazzi della dinastia Joseon, i quartieri del divertimento e quelli dove nascono le nuove tendenze.

Ma per capire davvero la Corea bisogna anche guardare alla velocità con cui il Paese è cambiato. Dal 1910 al 1945 la penisola coreana fu sottoposta alla dominazione giapponese. Con la resa del Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945 la Corea venne divisa lungo il 38° parallelo: a nord si insediarono le forze sovietiche, a sud quelle statunitensi. Nel 1948 nacquero così due Stati distinti, la Corea del Nord e la Corea del Sud.

Nel 1950 fu la Corea del Nord a invadere il Sud, dando inizio alla guerra di Corea, conclusa nel 1953 con un armistizio ma senza un vero trattato di pace. Il 15 agosto si celebra ancora oggi il Gwangbokjeol, la Festa della Liberazione, che ricorda la fine del dominio coloniale giapponese nel 1945 ed è una delle ricorrenze nazionali più importanti del Paese. Da quel dopoguerra difficile è cominciata una trasformazione impressionante. Nel giro di poche generazioni la Corea del Sud è passata da una società ancora in larga parte agricola a uno dei grandi poli mondiali dell’elettronica, dell’automobile e della tecnologia e, più recentemente, dell’industria culturale. Una crescita rapidissima, accompagnata anche da decenni di forte disciplina sociale, industrializzazione e poi democratizzazione. Oggi quella trasformazione si legge ancora nel paesaggio: vecchi mercati, case basse e quartieri popolari convivono con grattacieli, centri finanziari, metropolitane efficientissime e quartieri creativi.

Probabilmente è anche questa compressione della storia in così poco tempo a spiegare alcuni tratti della società coreana: disciplina, forte investimento nell’istruzione, competitività, pressione sociale ma anche una straordinaria capacità di adattamento e innovazione. E la Corea sorprende ancora di più quando si lascia Seoul e si comincia a viaggiare attraverso il Paese. Nelle principali destinazioni si incontra ancora un turismo organizzato, educato, senza troppi eccessi e lontano, almeno per ora, dall’overtourism che ha trasformato molte mete europee. C’è poi un altro vantaggio concreto: grazie anche al rapporto tra euro e won, mangiare, spostarsi e pernottare può risultare meno costoso di quanto ci si aspetti.

Gyeongju, dormire in un hanok nell’antica capitale di Silla

Il nostro itinerario ha inizio da Gyeongju. Se si prevede di ripartire subito verso il resto del Paese, è molto comodo trascorrere la prima notte nei pressi della stazione centrale di Seoul: il mattino seguente basta raggiungere il KTX, il treno ad alta velocità coreano, che è molto più semplice da utilizzare di quanto possa sembrare. I biglietti si acquistano sul sito ufficiale Korail.com — meglio fare attenzione agli intermediari e ai siti che ne imitano l’aspetto — mentre il binario viene comunicato solo poco prima della partenza, in genere una quindicina di minuti prima. Partendo al mattino, si raggiunge Gyeongju con il KTX in un tempo che varia, a seconda del collegamento, dalle due alle tre ore. La stazione ferroviaria si trova fuori dal centro storico, ma per raggiungerlo ci sono autobus e taxi molto convenienti.

 

Seoul. lSeokchonhosu LakeⓒKorea Tourism Organization - Yoo Gyejeong
Seoul. lSeokchonhosu Lake

 

Il cambio di atmosfera è immediato. Tanto verde, edifici bassi, temperature piacevoli e un ritmo decisamente più tranquillo rispetto alla capitale. Si può soggiornare in un hanok nel cuore storico di Gyeongju, nella zona di Hwangnam-dong. Ed è una scelta che vale già da sola l’esperienza: permette non soltanto di entrare in contatto con un’ospitalità calorosa e concreta, di sorseggiare un tè verde nei piccoli giardini, ma soprattutto di vivere la città nei momenti più belli, la sera e nelle prime ore del mattino, quando le strade si svuotano e questi luoghi emanano una sensazione di tranquillità e pace difficilmente percepibile nelle ore più affollate.

Da qui gran parte del centro storico si può esplorare a piedi. Per gli spostamenti in autobus sono molto utili le T-Money, carte ricaricabili acquistabili nei convenience store. I taxi, invece, accettano normalmente le principali carte di pagamento e, sui mezzi abilitati, anche la T-Money. A Gyeongju un giorno e mezzo può essere sufficiente, dedicando almeno mezza giornata ai grandi complessi buddhisti fuori città, due se si vogliono fare le cose con più calma. Per quasi mille anni qui ebbe sede il regno di Silla e Gyeongju viene spesso definita un “museo a cielo aperto”. È una definizione che si comprende passeggiando: i grandi tumuli verdi di Daereungwon, che a prima vista sembrano colline perfettamente modellate, custodiscono le tombe di sovrani e aristocratici, mentre poco distante sorge Cheomseongdae, l’antico osservatorio astronomico diventato uno dei simboli della città.

Ma Gyeongju acquista forse ancora più fascino dopo il tramonto. Vale la pena tornare la sera al Donggung Palace e Wolji Pond: il biglietto costa appena pochi euro e vedere il complesso illuminato, con padiglioni e alberi riflessi nell’acqua, offre una prospettiva completamente diversa rispetto al giorno. Lo stesso vale per il ponte Woljeonggyo, particolarmente suggestivo quando si accendono le luci. Almeno mezza giornata va poi riservata al Bulguksa, uno dei grandi templi buddhisti della Corea, immerso nel verde e visitabile anche con guida in inglese. Qui si comprende bene quanto nel Paese spiritualità e paesaggio naturale siano intimamente legati.Anche il cibo diventa presto parte del viaggio. In Corea non bisogna necessariamente cercare il grande ristorante: spesso si mangia benissimo in locali semplici, specializzati in pochi piatti. Per un pranzo veloce c’è il gimbap, il rotolo di riso avvolto in un’alga e riempito con verdure, carne o pesce, apparentemente semplice ma declinato in moltissime varianti.

Busan, fare il bagno sotto i grattacieli

Da Gyeongju si prosegue verso Busan, raggiungibile in circa mezz’ora di treno. L’impatto con Busan è spettacolare: grattacieli altissimi convivono con case molto più vecchie, neon e architetture avveniristiche con mercati che sembrano appartenere a un’altra epoca. Pulizia e modernità sono ovunque, senza che la città precedente sia stata completamente cancellata. A Haeundae il mare fa parte della vita urbana. Si può fare il bagno in spiagge sorvegliate e attrezzate, con aree dedicate al nuoto e agli sport acquatici, mentre alle spalle si innalzano le grandi torri residenziali. Sul lungomare l’organizzazione coreana arriva nei dettagli più piccoli: docce, aree per cambiarsi, moltissimi bagni pubblici gratuiti, fontanelle per risciacquare i piedi e perfino sistemi ad aria compressa per eliminare la sabbia dalle scarpe.

 

Busan. Gwangan Bridge ⓒKorea Tourism Organization- Lee Byeonghyun
Busan. Gwangan Bridge 

 

In Corea l’organizzazione è quasi una forma mentis. Lo si vede anche nelle città, dove compaiono ombrelloni ai semafori per riparare i pedoni dal sole. E lo si nota osservando i coreani stessi: cappelli, maschere, guanti e copribraccia per proteggersi dai raggi solari anche in piena estate. Un’attenzione quasi ossessiva alla protezione della pelle. Altrettanto evidente è il rispetto delle norme sul fumo. In moltissimi spazi pubblici fumare è vietato e nelle zone più frequentate vengono predisposte aree specifiche. Per chi non fuma, poter camminare, mangiare all’aperto o aspettare un mezzo pubblico senza essere continuamente circondato dal fumo è una differenza tutt’altro che secondaria.

Nel pomeriggio si può raggiungere la celebre Sky Capsule della Haeundae Blue Line Park. Il sistema è perfettamente organizzato: si acquista il biglietto, viene assegnato il proprio turno e si torna all’orario previsto. L’esperienza, va detto, è forse meno straordinaria di quanto suggeriscano Instagram e le guide; vale soprattutto per il panorama sulla costa. Il ritorno a piedi può risultare persino più piacevole. La mattina successiva si parte per lo Haedong Yonggungsa, uno dei templi più spettacolari del viaggio. Sorge sulla scogliera, con una magnifica vista sul mare, ed è imperdibile. Poi si va verso il Gamcheon Culture Village, ormai abbastanza turistico ma comunque interessante come esempio di riqualificazione di un quartiere popolare nato negli anni difficili del dopoguerra.

Un’altra tappa interessante è il grande Jagalchi Market, il mercato del pesce. Qui il cibo racconta immediatamente il carattere marittimo di Busan: vasche con pesci e molluschi vivi, banchi di frutti di mare e ristoranti nei quali ciò che si vede al mercato può arrivare direttamente a tavola. Da Jagalchi si prosegue a piedi verso BIFF Square, con le impronte di registi e attori internazionali legati al Busan International Film Festival, e quindi attraverso Nampo-dong e Gukje Market. È una delle parti più interessanti di Busan: zone commerciali autentiche, piccoli esercizi e bancarelle che progressivamente lasciano spazio a una grande strada commerciale con tutti i marchi internazionali.

La sera si cambia nuovamente scenario con Gwangalli Beach. Il Gwangan Bridge illuminato diventa una gigantesca quinta scenografica sul mare e l’area si anima con installazioni, spettacoli e persino proiezioni cinematografiche in spiaggia. A Busan si può assaggiare uno dei piatti più rappresentativi della cucina locale, il gukbap: una zuppa con riso, spesso preparata con carne di maiale. È un piatto semplice, quotidiano e profondamente legato alla tradizione gastronomica della città.

 

Gyeongju. Gyochon Traditional VillageⓒKorea Tourism Organization - Son Myungkwon
Gyeongju. Gyochon Traditional Village

 

Ed è proprio viaggiando che si comprende quanto sia difficile ridurre la cucina coreana al solo barbecue o al kimchi. Il kimchi, naturalmente, accompagna quasi ogni pasto, ma a tavola arrivano anche i banchan, le piccole preparazioni servite in ciotole da condividere: verdure, germogli, alghe, prodotti fermentati, frittate e altri contorni che cambiano da locale a locale. Non sono semplici accompagnamenti: creano quella tavola piena di piatti che è una delle immagini più tipiche del mangiare coreano. Zuppe e brodi sono altrettanto importanti, così come noodles, riso, carne alla griglia e pesce. E il rapporto con il cibo resta generalmente poco cerimonioso: si condivide, si assaggia, si mettono molti sapori contemporaneamente sul tavolo.

Due giorni sono sufficienti per conoscere Busan, a meno che non si voglia dedicare un’intera giornata alla spiaggia. Prima del volo per Jeju siamo saliti anche allo Hwangnyeongsan Observatory, da cui si apre uno dei panorami più vasti sulla città. Un consiglio pratico però è importante: raggiungerlo in taxi è semplice, trovare un mezzo per tornare giù può esserlo molto meno. Meglio concordare il ritorno in anticipo.

Jeju, l’isola di pietre, vento e donne

Da Busan si vola verso Jeju, si ritira l’automobile e si raggiunge Seogwipo, scelta come base per esplorare l’isola. Jeju è la più grande isola della Corea del Sud, un territorio vulcanico dominato dall’Hallasan, il grande vulcano al centro dell’isola e la montagna più alta del Paese. Tradizionalmente viene chiamata Samda-do, l’isola delle tre abbondanze: pietre, vento e donne. La pietra vulcanica è ovunque, nei muri che delimitano i campi, nelle scogliere e lungo le strade. Il vento accompagna parte del viaggio e il riferimento alle donne rimanda anche a una delle tradizioni più straordinarie di Jeju: quella delle haenyeo, le celebri pescatrici dell’isola che per generazioni si sono immerse in apnea nelle acque intorno a Jeju per raccogliere molluschi, ricci e altri prodotti del mare, assumendo un ruolo fondamentale nell’economia e nella struttura sociale delle comunità costiere. La cultura delle haenyeo è riconosciuta dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale.

Per comprenderla meglio vale la pena visitare il Jeju Haenyeo Museum, sulla costa orientale: piccolo ma molto interessante, racconta attraverso fotografie, strumenti, abiti e testimonianze le tecniche di immersione, la vita quotidiana e il ruolo sociale delle pescatrici sull’isola. Con la pioggia abbiamo attraversato anche Jongdal-ri e Hado-ri, due località costiere ancora strettamente legate alle comunità delle haenyeo. Sulla costa orientale si trova anche Seongsan Ilchulbong, uno dei luoghi simbolo di Jeju: un antico cono vulcanico che si raggiunge con una salita breve ma piuttosto ripida. Molti vengono qui all’alba per vedere sorgere il sole dall’alto, con la costa e il paesaggio vulcanico che si aprono tutt’intorno.

Ma Jeju è soprattutto natura. Se il tempo lo permette, è anche un’isola da percorrere a piedi: ci sono numerosi sentieri e soprattutto il Jeju Olle Trail, una rete di percorsi costieri che attraversa villaggi, campi, scogliere e tratti di natura vulcanica. Un itinerario nel sud dell’isola può toccare Jeongbang Falls, Oedolgae, un tratto del Jeju Olle Trail, Yakcheonsa Temple, Jusangjeolli Cliff e Jungmun Saekdal Beach. Sulla costa occidentale dell’isola si trovano alcune delle spiagge più belle di Jeju, come Hyeopjae e Geumneung, con sabbia chiara, acqua turchese e fondali bassi che nelle giornate limpide restituiscono un paesaggio quasi tropicale.

Poi il viaggio prosegue verso l’O’Sulloc Tea Museum e le piantagioni circostanti. È una visita che merita per il paesaggio delle coltivazioni e per l’ottima selezione di tè. Jeju è famosa anche per gli agrumi, soprattutto i mandarini, diventati uno dei simboli dell’isola. Sono praticamente ovunque: nei mercati, nei dolci, nelle bevande, nei souvenir e nelle vetrine, fino a diventare quasi un segno visivo dell’identità locale. E naturalmente c’è il maiale nero di Jeju, una delle specialità più note dell’isola, servito spesso alla griglia. Qui, come nel resto del Paese, mangiare la carne diventa un rito conviviale: la griglia al centro del tavolo, le foglie nelle quali avvolgere i bocconi, le salse e i banchan che accompagnano il pasto. La sera, Seogwipo Olle Market offre un’altra possibilità di attraversare la cucina locale passeggiando: street food, pesce, carne, dolci e prodotti dell’isola, in un ambiente vivace ma molto ordinato.

 

Jeju, Geumneung Beach - Korea Tourism Organization - Chun Kunyup
Jeju, Geumneung Beach 

 

A Jeju l’automobile è probabilmente il mezzo migliore per spostarsi. Guidare in Corea, del resto, è un’esperienza particolare: telecamere ovunque, limiti che cambiano spesso, navigatori che avvertono continuamente dell’arrivo di controlli. All’inizio la segnaletica può confondere, ma ci si abitua rapidamente e la sensazione complessiva rimane quella di viaggiare in grande sicurezza, anche perché generalmente si procede a velocità moderate. E poi c’è il tempo. Pioggia e vento possono costringere a modificare il programma in poche ore. È forse uno dei pochi elementi del viaggio che gli organizzatissimi coreani non possono controllare.

Seoul, palazzi, mercati, quartieri creativi e vita notturna

Dopo Jeju si torna a Seoul. E a questo punto la città appare diversa rispetto alle prime ore trascorse all’arrivo. Le dimensioni restano gigantesche, ma i quartieri cominciano ad avere un’identità e la metropolitana non sembra più un labirinto. È come se, dopo aver attraversato Gyeongju, Busan e Jeju, si riuscisse finalmente a leggere meglio anche la capitale. Un itinerario può iniziare dalla Seoul storica, quella dei grandi palazzi della dinastia Joseon. Il Gyeongbokgung, il maggiore dei palazzi reali, introduce alla monumentalità della capitale antica, mentre poco distante Bukchon, con le sue case hanok e i vicoli in salita, permette per qualche momento di dimenticare di trovarsi nel cuore di una megalopoli.

Ma uno dei luoghi più affascinanti della Seoul storica è sicuramente il Changdeokgung, soprattutto per il rapporto tra architettura e paesaggio. Il suo celebre Huwon, il Giardino Segreto, è una delle visite che meritano più tempo e volendo si può approfittare della guida in inglese, ad orari ben precisi. Non è un semplice giardino ornamentale: è un vasto spazio naturale concepito come luogo di riposo, studio e contemplazione per la famiglia reale, con padiglioni, boschi, sentieri, stagni e piccoli corsi d’acqua distribuiti in modo da seguire il più possibile la conformazione naturale del terreno. È questa armonia a renderlo così affascinante. A differenza di molti giardini monumentali europei, costruiti secondo geometrie rigide e prospettive studiate, qui tutto sembra più discreto e naturale. I padiglioni appaiono quasi nascosti tra gli alberi, gli specchi d’acqua si aprono all’improvviso e il percorso invita a rallentare. Uno dei punti più suggestivi è l’area del Buyongji Pond, con il padiglione Buyongjeong affacciato sull’acqua, dove architettura e paesaggio sembrano fondersi.

Passeggiando nello Huwon si ha per qualche momento la sensazione di essere molto lontani dalla metropoli, anche se Seoul continua a pulsare tutt’intorno. Ed è proprio questo contrasto a renderlo uno dei luoghi più belli della capitale: un angolo di silenzio e natura custodito nel cuore di una delle città più grandi e frenetiche dell’Asia. Nei palazzi reali si incontra poi una delle immagini più caratteristiche della capitale: ragazzi, coppie e turisti che noleggiano un hanbok, l’abito tradizionale coreano, e trascorrono la giornata passeggiando tra cortili e padiglioni. Indossarlo consente anche l’ingresso gratuito in diversi palazzi reali e questo ha contribuito a trasformare la visita in un piccolo rito contemporaneo. È divertente osservare come la tradizione venga vissuta senza troppa solennità, fotografata e condivisa, ma al tempo stesso mantenuta visibile nella vita della città. Da qui si può proseguire verso Insadong-gil, una delle strade più note per artigianato, gallerie, case da tè e prodotti tradizionali, e la vicina Ikseon-dong, diventata ormai molto turistica ma comunque interessante per osservare come i vecchi hanok siano state trasformati in ristoranti, piccoli negozi e caffè.

 

Busan. Blue Line Park ⓒ Korea Tourism Organization - Design Geulggol
Busan. Blue Line Park 

 

Un’altra Seoul è quella di Euljiro, dove vecchie tipografie, ferramenta, officine e attività artigiane convivono con locali contemporanei, bar e caffè nascosti. È uno dei quartieri nei quali appare più evidente la velocità con cui Seoul riesce a trasformare sé stessa senza cancellare completamente ciò che esisteva prima. Da qui si può raggiungere il Gwangjang Market, uno dei posti migliori per entrare nel rapporto tra la città e il cibo. I tavoli sono spesso direttamente davanti ai banchi, in mezzo al mercato, e si possono assaggiare mandu, noodles, pancake, carne, verdure, gimbap e moltissimi altri piatti. Qui la cucina coreana perde qualsiasi patina da moda internazionale e torna a essere quello che è sempre stata: cibo quotidiano, condiviso, spesso economico e profondamente legato alla vita sociale. Poco distante si può proseguire verso Dongdaemun e il DDP, Dongdaemun Design Plaza, progettato da Zaha Hadid. Le sue forme curve e continue, quasi prive di spigoli, fanno pensare a una grande astronave atterrata nel tessuto urbano. È uno dei simboli della Seoul contemporanea, punto di riferimento per design, moda, mostre ed eventi. Particolarmente suggestivo di sera, quando le superfici metalliche e l’illuminazione accentuano il contrasto con le strade e i mercati circostanti, il DDP racconta bene la capacità coreana di trasformare un quartiere storico in un laboratorio di nuove tendenze.

Un’altra tappa quasi inevitabile è Myeong-dong, uno dei quartieri più vivaci dello shopping di Seoul. Dal pomeriggio fino a sera la zona cambia ritmo: lungo le vie principali si susseguono negozi di cosmetica, moda, grandi marchi e insegne luminose, mentre la sera le bancarelle di street food aggiungono una dimensione ancora più popolare, insieme a piccoli acquisti e a una folla continua. È uno dei luoghi migliori per capire quanto shopping, cibo e intrattenimento siano intrecciati nella vita quotidiana della capitale. Per osservare Seoul dall’alto bisogna invece salire verso Ihwa Mural Village e quindi al Naksan Park, seguendo un tratto delle antiche mura. È una delle passeggiate più belle soprattutto sul finire della giornata. Ci si può fermare in uno dei piccoli locali affacciati sulla città, bere qualcosa e aspettare il tramonto. Poi, lentamente, si accendono le luci della megalopoli sotto di voi. È uno di quei momenti in cui si percepisce davvero la scala di Seoul: le mura antiche alle spalle e, davanti, una distesa quasi infinita di edifici, strade e grattacieli che prende vita con il buio.

Un’altra Seoul completamente diversa è Gangnam, la città verticale e internazionale, quella delle grandi aziende, degli skyline, delle cliniche estetiche, dei ristoranti e dello shopping. Passeggiare lungo Teheran-ro significa attraversare una delle vetrine della potenza economica coreana, tra torri di vetro, sedi aziendali e scorci che gli appassionati di serie televisive riconosceranno immediatamente. Poco distante si trova anche il COEX, uno dei grandi complessi commerciali e congressuali della città. All’interno merita una sosta la spettacolare Starfield Library, con le sue altissime pareti di libri diventate una delle immagini più riconoscibili della Seoul contemporanea. E lì vicino, in netto contrasto con vetro, shopping e grattacieli, sorge il Bongeunsa Temple, antico tempio buddhista che offre un improvviso spazio di quiete nel cuore di Gangnam. Ma Gangnam non vive soltanto di uffici. Intorno a Gangnam Station e nelle strade laterali si apre una Seoul completamente diversa, con negozi, ristoranti e locali che la sera si riempiono rapidamente. Le grandi arterie commerciali invitano allo shopping con i grattacieli a fare da quinta scenografica, mentre basta entrare in una strada laterale per trovarsi in mezzo a una delle tante vite notturne della città.

 

Gyeongiu. Donggung Palace and Wolji Pond (Anapji Pond) ⓒ Korea Tourism Organization - Park Jangyong
Gyeongiu. Donggung Palace and Wolji Pond (Anapji Pond) 

 

E poi c’è un’altra esperienza ormai profondamente associata alla Corea contemporanea: la cura della pelle. Seoul è una delle capitali mondiali della cosmetica e i trattamenti estetici sono molto diffusi e rappresentano uno degli aspetti più visibili della cultura coreana della skincare. Concedersi qualche ora in una clinica o in un centro specializzato, tra pulizia della pelle, idratazione e trattamenti di nuova generazione, significa anche entrare in contatto con un’altra delle grandi attenzioni coreane: la cura dell’immagine. Non soltanto vanità, ma una vera cultura del benessere e della prevenzione estetica.

Se invece si cerca la Seoul internazionale, bisogna andare a Itaewon. È un quartiere con un carattere diverso dagli altri: ristoranti di cucine provenienti da tutto il mondo, negozi curiosi, piccoli locali, bar e spazi creativi. Di giorno mantiene una dimensione più rilassata, ma la sera le strade si animano e la zona acquista un fascino particolare. Itaewon è meno uniforme di Gangnam, meno giovane di Hongdae, ma proprio per questo racconta bene il carattere cosmopolita della capitale. Qui merita una visita anche il Leeum Museum of Art, interessante forse ancora più per la sua architettura che per la collezione. Il complesso riunisce edifici progettati da Mario Botta, Jean Nouvel e Rem Koolhaas, con linguaggi molto diversi che convivono nello stesso spazio. Mattoni, superfici metalliche, vetro, cemento e grandi volumi contemporanei ne fanno una tappa interessante anche per chi non vuole dedicare troppo tempo alle raccolte. Un’altra tappa quasi obbligata è la Lotte World Tower. Salire la sera significa trovarsi davanti a uno dei panorami più impressionanti della città: Seoul si estende in ogni direzione e dall’alto si capisce ancora una volta quanto sia enorme. Ma vale la pena anche passeggiare ai piedi della torre, lungo il lago: le luci riflesse sull’acqua e l’enorme profilo del grattacielo creano uno degli scenari più spettacolari della Seoul notturna.

 

Seoul. Changdeokgung Palace_Huwon ⓒKorea Tourism Organization - Lee Bumsu
Seoul. Changdeokgung Palace_Huwon 

 

E poi ci sono i negozi. Non soltanto moda e cosmetica, ma interi magazzini dedicati a gadget, mascotte, personaggi, blind box, pupazzi e oggetti da collezione. I coreani ne vanno letteralmente pazzi. Si entra pensando di dare un’occhiata e ci si ritrova circondati da migliaia di piccoli oggetti perfettamente esposti, personaggi trasformati in fenomeni commerciali e merchandising che racconta un’altra faccia della cultura pop coreana.

Tra tutte le visite, però, una merita un posto particolare: il Jongmyo Shrine. Il grande santuario confuciano della dinastia Joseon custodisce le tavolette spirituali dei re e delle regine. La sua architettura è austera, quasi severa, molto diversa dall’esuberanza cromatica dei palazzi reali. Qui si celebra ancora il Jongmyo Jerye, il rito ancestrale accompagnato dalla musica e dalle danze rituali di corte. Entrare in questo spazio silenzioso dopo aver attraversato una delle metropoli più tecnologiche del mondo restituisce anche qui il rapporto che la Corea mantiene con il proprio passato. Pochi minuti prima si cammina tra negozi, traffico e schermi; improvvisamente ci si trova davanti a lunghi edifici, cortili vuoti e un silenzio quasi irreale. È uno dei contrasti più forti di Seoul.

E appena scende la sera la città cambia ancora.

A Hongdae, lungo la Red Road, le strade si riempiono di giovani, musica e luci. I busker si esibiscono davanti a piccoli pubblici che si formano spontaneamente, gruppi di ragazzi riproducono le coreografie del K-pop e ristoranti, negozi, bar e noraebang, i karaoke coreani, restano aperti fino a tardi. È qui che la Hallyu, l’onda coreana che ha portato nel mondo musica, cinema e serie televisive, smette di essere una definizione e diventa qualcosa che si osserva direttamente per strada. Seoul sa divertirsi, e molto. Ma anche qui senza rinunciare all’organizzazione: anche quando le strade sono piene, la folla non significa necessariamente caos.

Un’altra faccia della Seoul giovane è Seongsu, ex quartiere industriale trasformato negli ultimi anni in una delle zone più alla moda della capitale. Vecchie fabbriche e magazzini sono diventati flagship store, caffè, pop-up, spazi della moda e della cosmetica. Ma tra un negozio di design e un marchio internazionale sopravvivono ancora vecchie attività e tracce della precedente identità operaia. Ed è proprio questa convivenza a rendere il quartiere interessante: non una zona costruita a tavolino per il turismo, ma una parte della città che sta cambiando pelle sotto gli occhi di chi la attraversa. Ed è forse proprio alternando tutti questi mondi che Seoul stupisce: Gyeongbokgung e Gangnam, Changdeokgung e la Lotte World Tower, Bukchon e Seongsu, Jongmyo e Hongdae, Itaewon e le vie illuminate di Gangnam, Myeong-dong e i suoi mercati, le mura di Naksan al tramonto e i grattacieli accesi nella notte. Non esiste una sola Seoul. Ed è probabilmente questo il suo fascino maggiore.

 

Seoul. Changdeokgung Palace ⓒ Korea Tourism Organization - Seo Munkyo
Seoul. Changdeokgung Palace 

 

Come muoversi in Corea del Sud

Al termine del viaggio uno degli aspetti che rimangono più impressi è la facilità con cui si può percorrere il Paese. Il KTX collega rapidamente le principali città, le metropolitane sono efficienti e capillari, le T-Money permettono di utilizzare con semplicità buona parte dei trasporti e i taxi rappresentano un’opzione tutt’altro che proibitiva.Anche la sicurezza contribuisce alla qualità del viaggio. Si cammina tranquillamente la sera, sui mezzi si parla generalmente a voce bassa, il fumo è fortemente regolamentato e gli spazi pubblici appaiono curati. Sono dettagli, ma dopo un viaggio finiscono per raccontare il Paese quasi quanto i suoi monumenti.

Come arrivare a Seoul dall’Italia

Per raggiungere Seoul dall’Italia si può viaggiare con KLM, che sulla rotta per Incheon utilizza Boeing 787 Dreamliner configurati in tre classi: Economy, Premium Comfort e Business. Lo scalo ad Amsterdam Schiphol è generalmente ben organizzato e, con coincidenze favorevoli, consente di proseguire senza soste troppo lunghe. La Premium Comfort rappresenta un buon compromesso tra Economy e Business, con sedili più comodi, poggiatesta e poggiagambe, una proposta di ristorazione dedicata, kit comfort e servizi prioritari SkyPriority. A rendere il viaggio più piacevole contribuiscono anche la cordialità dell’equipaggio, l’attenzione costante durante il volo e una comunicazione chiara e puntuale, insieme agli snack e alle bevande offerti durante il viaggio e a una selezione aggiornata di film e serie televisive, utile ad alleggerire le lunghe ore necessarie per raggiungere la Corea.

Molto più della Hallyu

Molti arrivano in Corea perché hanno visto una serie televisiva, ascoltato un gruppo K-pop o scoperto la cosmetica coreana. Poi si ritrovano davanti a qualcosa di molto più complesso. Una casa hanok e una torre di cinquanta piani. Un mercato del pesce e una strada piena di insegne al neon. Le haenyeo che ancora entrano in mare e ragazzi che ballano sulle note dell’ultimo successo K-pop. Un tempio sulla scogliera e una spiaggia sotto i grattacieli. Una cerimonia confuciana e una notte a Hongdae. Una tavola piena di banchan e un treno ad alta velocità pronto a partire con precisione. La Corea del Sud corre velocissima, ma continua a portarsi dietro ciò che è stata. Forse è proprio questo, oggi, il significato più interessante di quel vecchio nome di Paese del Calmo Mattino. E quando arriva il momento di partire resta soprattutto una certezza: un viaggio in Corea non basta.