Arrampicati sulle scogliere battute dal mare, con le grandi lampade segnalavano la costa ai naviganti. Ora i fari offrono camere di un lusso spartano a chi cerca una vacanza di fascino.
Ciclopi dall’occhio di luce: le sentinelle del mare sono lanterne che illuminano la notte dei naviganti. Pietra contro mare aperto, ingegneria posata sulla burrasca, i fari sono opere funamboliche, costruzioni nate contro ogni probabilità tra acqua e roccia.
Prendiamo l’Eddystone, al largo di Plymouth. Abbattuto due volte dalla forza della tempesta, la terza resiste grazie all’intuizione dell’ingegnere John Smeaton: incastrare i blocchi di granito come vertebre. Era il 1759. Quasi un secolo dopo nel Mare del Nord, al largo di Arbroath, in Scozia, il Bell Rock venne innalzato in condizioni estreme, tanto da essere considerato una delle sette meraviglie del mondo industriale. Alto 35 metri, il faro è tra i più antichi sopravvissuti.
Poi c’è l’Enfer de la Bretagne, costruito in uno dei punti più pericolosi dell’Atlantico. Ci sono voluti quindici anni per portarlo a termine: i muratori marinai si calavano con una fune dalla nave su una minuscola scogliera al largo dell’isola di Sein. «Tempi duri, da veri eroi» disse Yves Peland, guardiano del faro bretone che iniziò la sua professione proprio lì, ad Ar Men. «A volte eravamo certi che la torre potesse cedere: il mare sembrava deciso a sfondare tutto e per giorni restavamo isolati. Ogni mattina, sull’isola di Sein, correvano a guardare se era ancora in piedi».
Il Faro de Cudillero, nelle Asturie, nel nord della Spagna.
Vacanza nei fari, lusso del minimalismo
Da secoli queste torri nel mare parlano la lingua della resistenza. Nate per salvare vite, finiscono per custodirne altre: guardiani, artisti, spiriti inquieti. Virginia Woolf ne fece il centro di uno dei romanzi più intimi del Novecento, Gita al faro; per il poeta americano Henry Wadsworth Longfellow la luce era una «colonna di fuoco nella notte», una promessa di salvezza. Per chi viaggia oggi, è un richiamo. Negli ultimi anni il turismo dei fari è cresciuto del 40 per cento in Europa: molti sono stati riconvertiti in residenze, piccoli hotel, rifugi di mare. Si prenotano d’estate, ma è l’inverno a mostrarne l’autenticità: giorni corti, luce radente. Luoghi dove l’assenza diventa un lusso: una scelta controcorrente. Dalla Toscana alle Lofoten, dalla Cornovaglia a Ischia, la rotta segue lo stesso ritmo.
Faro del Giglio, un costone di roccia
Faro Capel Rosso sull’Isola del Giglio, in Toscana.
All’Isola del Giglio, la strada che conduce al Faro Capel Rosso attraversa colline di granito e macchia scura, con il mare che appare e scompare tra le curve. L’aria è pulita, il vento arriva senza ostacoli dal Tirreno, il traffico estivo è un ricordo. Si procede a piedi lungo un sentiero di poco meno di un chilometro. Si cammina nel silenzio, come se l’isola avesse ridotto il volume. La torre bianca e rossa costruita dalla Marina Militare nel 1883 è una residenza d’autore. «L’inverno rivela l’essenziale» dice Viola Mura, che con le sorelle ha guidato il recupero. «Non c’è nulla che distragga. La luce è più bassa, il mare cambia ogni ora, gli ospiti si adattano al ritmo della natura. Si vive con ciò che c’è: il cielo, il vento, la tavola apparecchiata per pochi, la lanterna che ruota lenta alla sera».
All’interno, quattro camere e spazi condivisi che mantengono l’impronta originaria del faro: muri spessi, finestre alte, arredi recuperati con eleganza. L’isola fuori stagione ha una dimensione più leggibile, sentieri liberi, spiagge vuote dove passeggiare o restare con un libro in mano. Strade e piazze appartengono a chi ci abita, il tempo cambia passo. Di giorno si cammina, si entra in una cantina per un bicchiere di Ansonica e alla sera la lanterna ruota segnando il passaggio tra un giorno e l’altro. Il Faro Capel Rosso apre dal 20 marzo; prima, su prenotazione.
Una sala di Faro Capel Rosso, sull’Isola del Giglio. costruzione militare riconvertita in hotel.
Faro di Ischia, la voce della tempesta
Anche a Ischia le stagioni fredde hanno il loro fascino, asciutto e spesso ventoso. L’isola lavora a ritmo ridotto: reti tirate a terra, vigne a riposo, strade interne che tornano scorrevoli. Il promontorio di Punta Imperatore è il suo estremo occidentale, una falesia di roccia vulcanica affacciata sul Tirreno. Il faro, 164 metri sopra il mare, è attivo dal 1884. Lo si raggiunge lungo via Costa, poi salendo 155 gradini scavati nel tufo tra cespugli di mirto e fichi d’India. Quattro camere, ciascuna con il nome di un vento, colori naturali, eleganza.
Al piano terra il ristorante Lucì, omaggio a Lucia Capuano che fu la prima guardiana d’Italia. In cucina lo chef ischitano Antonio Monti, che lavora in equilibrio tra tradizione isolana e ricerca vegetale, pesce del giorno dalle barche di Forio, erbe dall’orto del faro. Con il camino acceso e il mare in primo piano, d’inverno si cena all’interno. Il progetto di Punta Imperatore fa parte di una rete europea di fari recuperati dal gruppo Floatel , che da anni lavora su un’idea precisa: trasformare luoghi esposti e difficili in rifugi contemporanei. «Dei fari mi affascina l’intimità: un tempo case dei guardiani ne custodiscono la storia» dice Tim Wittenbecher, uno dei fondatori.
Il Faro di Punta Imperatore, trasformato in un resort sull’Isola di Ischia.
Avventure, di faro in faro
Appartiene al progetto Punta Cumplida, a La Palma, una torre rotonda in pietra vulcanica con poche suite affacciate sull’Atlantico e una piscina a filo roccia dove, nelle giornate limpide, si avvistano delfini e balene. Poi Cudillero, nelle Asturie, un faro sospeso tra boschi e scogliere, con una cucina attrezzata che invita a restare dentro quando il vento si alza. In ognuno c’è una piccola biblioteca dedicata ai fari nella letteratura e nel cinema. «D’inverno, dormire all’interno di un faro durante una tempesta è un’esperienza da fare una volta nella vita» aggiunge Tim Wittenbecher.
A Nord, dove la luce cambia
Il faro di Litløya, piccola isola in Norvegia, un rifugio isolato che offre pernottamento.
La Norvegia, con la sua costa di oltre 100mila chilometri, ha più di 200 fari, una sessantina aperti al pubblico. In molti è possibile dormire, anche in inverno, come al Faro Marsteinen . Su un isolotto all’ingresso del Korsfjorden, per attraccare serve meteo favorevole. Automatizzato nel 1987, è gestito da William Bernardsen. Poche camere, interni essenziali, la dimensione del tempo lento è l’esperienza. Diversi studi hanno dimostrato come i giorni trascorsi in aree costiere, senza inquinamento luminoso e acustico, possono ridurre in modo significativo i livelli di stress.
Succede anche a Litløya , piccola isola in norvegese. Si raggiunge dopo una breve traversata (organizzata dai gestori del faro) e 300 gradini. Il faro, del 1912, è oggi un affascinante b&b: l’unica casa dell’isola. Elena Hansteensen lo abita e lo custodisce. In questi mesi è chiuso per manutenzione: riaprirà a fine giugno, con gli stessi ritmi lenti che lo caratterizzano. Si potrà venire per una visita, per una notte, o restare più a lungo, lavorando in smart working con l’oceano intorno. Arrampicato sulle rocce dove nidificano le pulcinella di mare si può fare kayak, trekking, oppure semplicemente rimanere fermi a contemplare il paesaggio. Intorno alla tavola, insieme agli altri ospiti si mangia pesce fresco delle isole Vesterålen.