Il kami non è un dio nel senso occidentale del termine, ma forza spirituale, presenza sacra. I kami possono essere elementi naturali (montagne, fiumi, alberi), antenati, eroi, fenomeni atmosferici, o concetti astratti come fertilità, purezza, verità. Questa immanenza del sacro nello Shintoismo è uno degli aspetti più distintivi e radicati della spiritualità giapponese.
Il mito della creazione giapponese inizia con il caos primordiale. Da questa massa indistinta, emergono i primi esseri divini che, successivamente, danno vita ad altri dèi (kami), come per emanazione. Questi, a loro volta, generano ogni essere, animato e inanimato, che porta dunque in sé una scheggia di divino. Il sacro è immanente, è ovunque, secondo un concetto profondamente diverso da quello a noi ben noto di un Creatore che plasma le sue Creature, che sono un suo prodotto, più che una sua emanazione.
Il senso del sacro nello Shintoismo (che significa via degli dèi) è uno degli aspetti più distintivi e profondamente radicati della spiritualità giapponese. A differenza delle religioni monoteiste o dottrinali, lo Shintō non propone una verità rivelata o un dio trascendente unico, ma una visione del mondo in cui il sacro è immanente, ovvero presente nella natura, negli oggetti, nei luoghi e negli eventi. Il centro del sacro è il kami, che non è un dio nel senso occidentale del termine, ma forza spirituale, presenza sacra. I kami possono essere elementi naturali (montagne, fiumi, alberi), antenati, eroi, fenomeni atmosferici, o concetti astratti come la fertilità, la purezza, la verità.
Non sono eterni né onnipotenti, ma manifestazioni del sacro nella realtà quotidiana. Lo Shintoismo ne riconosce migliaia, per questo il Giappone è spesso chiamato “la Terra degli ottomila kami” (Yaoyorozu no kami), a indicare la loro pluralità e diffusione. La mitologia shintoista, che rappresenta dunque l’insieme delle credenze religiose e narrative autoctone del Giappone, è stata formalizzata nei testi antichi Kojiki (712) e Nihon Shoki (720), uniformando una tradizione orale parcellizzata e varia in un corpus che ha fissato la genealogia divina al fine di legittimare il potere imperiale giapponese.
Matrice animista con elementi di sciamanesimo
Lo Shintoismo è una religione profondamente naturalistica. Il sacro non è separato dal mondo, ma si manifesta nella natura stessa. Un albero particolarmente maestoso, una cascata, una roccia isolata possono essere considerati yorishiro, ossia “ricettacoli” del kami. Non sono tanto simboli del divino, quanto manifestazione del divino stesso. Non a caso, i santuari shintoisti sono spesso immersi nella natura, senza statue o immagini sacre elaborate: è il luogo stesso a essere sacro. La Natura è lo spazio degli dèi, il villaggio quello degli uomini, ed esistono confini che, opportunamente segnalati (con i tipici portali detti torii), vanno rispettati.
Matrice animista con elementi tipici dello sciamanesimo, lo shintoismo non presenta un canone teologico rigido o una figura suprema onnipotente, ma una visione panteistica. L’universo shintoista non è dunque dominato da un unico dio, ma si configura come una rete dinamica di forze spirituali, in perenne equilibrio tra sacro e profano. I kami sono numerosi e possono incarnare elementi naturali (come fiumi, montagne, rocce), fenomeni atmosferici, concetti astratti o anche spiriti ancestrali, antenati, eroi che hanno compiuto gesta particolarmente eclatanti per le loro comunità, in un intreccio di narrazioni cosmologiche, genealogie divine e leggende locali. Non sono eterni né perfetti, ma manifestazioni viventi del sacro.
Questa fluidità e plasticità dei kami ha permesso l’attecchire nel Paese di una seconda tradizione religiosa, il Buddhismo, arrivato in Giappone nel VI secolo (intorno al 552 d.C.) dalla Corea e dalla Cina. All’epoca, lo Shintoismo (termine che nacque a posteriori per definire il culto autoctono dei kami) non era una religione organizzata con testi sacri o dottrine, ma un insieme di pratiche animistiche e rituali legate alla natura e agli antenati.
Buddhismo e Shintoismo
Inizialmente, il Buddhismo, visto come una religione straniera e dotta, non entrò in conflitto diretto con lo Shintoismo. Anzi, i due sistemi cominciarono presto a coesistere e integrarsi, a essere percepiti come complementari: lo Shintō si occupava della vita, della natura e della purezza, mentre il Buddhismo offriva risposte sul dolore, la morte e l’aldilà.
Questo sincretismo, tratto distintivo della tradizione giapponese, si concretizzò nella credenza del honji suijaku, che letteralmente significa “la realtà originaria e la sua manifestazione”. Secondo questa visione, i kami sono manifestazioni locali, tracce (suijaku) di divinità buddhiste superiori (honji). Amaterasu, dea del Sole, ad esempio, massima divinità shintoista, viene interpretata come manifestazione di Dainichi Nyorai (Vairocana), il Buddha cosmico. Una sorta di “localizzazione” che permise da una parte al Buddhismo di legittimarsi culturalmente, senza cancellare ma anzi assorbendo i kami nel suo pantheon, e dall’altra agevolò l’avvicinamento del popolo giapponese alle pratiche e al messaggio salvifico buddhista. Si svilupparono così siti religiosi misti dove santuari shintoisti (jinja) e templi buddhisti (tera) coesistevano nello stesso complesso, pratica detta Shinbutsu-shūgō, cioè “fusione tra kami e Buddha”. I monaci buddhisti spesso officiavano anche riti per i kami, e viceversa i sacerdoti shintoisti si ispiravano a pratiche buddhiste.
Solo in epoca recente i due culti, che convissero in maniera sincretica per secoli, vennero separati forzatamente, in seguito all’affermazione del cosiddetto Shintō di Stato (Kokka Shintō), forma politicizzata e istituzionalizzata dello shintoismo sviluppata nel periodo Meiji (1868–1912) e durata fino alla fine della Seconda guerra mondiale (1945). Si differenzia dallo Shintō tradizionale e popolare per la sua funzione centrale come strumento ideologico e politico nazionale, volto a rafforzare l’identità giapponese e legittimare il potere imperiale. In questo senso lo Shintoismo ha fornito le basi ideologiche per il potere imperiale e continua a permeare la cultura, le arti e le cerimonie giapponesi moderne.
I mondi creati dal regista Miyazaki
Ancora oggi la vita delle persone anche oggi è scandita da una serie di pratiche e riti legati agli antichi dei e il rispetto per i ritmi della Natura si celebra con l’entusiasmo locale per la fioritura dei ciliegi in primavera, o per il foliage autunnale degli aceri. Anche il cinema di Hayao Miyazaki è profondamente influenzato dal senso del sacro e della natura tipico dello Shintoismo. Le sue opere non ne sono semplicemente “ispirate”, ma incarnano in forma narrativa e visiva i suoi principi fondamentali: il rispetto per la natura, la presenza dei kami, l’importanza della purezza spirituale, l’equilibrio tra mondo umano e mondo naturale. I mondi creati da Miyazaki sono abitati da spiriti che ricordano da vicino i kami: non divinità onnipotenti, ma esseri ambigui, a volte benevoli, a volte vendicativi, che esprimono la vitalità e il mistero del mondo. Dal momento che lo Shintoismo non concepisce un dualismo di opposti dicotomici, ma di opposti in armonia tra loro, anche il rapporto uomo-natura non viene rappresentato solo nel suo aspetto negativo di conflitto, ma anzi si incoraggia la scelta di una visione che esalta interdipendenza e rispetto.
In Princess Mononoke, non esistono buoni e cattivi. Così, la città di ferro (Tatara) rappresenta il progresso umano, ma non è interamente negativa, è lo sfruttamento violento della foresta a scatenare la furia degli spiriti. Il messaggio centrale è: l’uomo deve imparare a vivere in equilibrio con il mondo naturale, senza pretendere di dominarlo.
Miyazaki, in linea ai principi originali dello Shintō, rifiuta una visione antropocentrica e propone l’armonia tra tutte le forme di vita. I suoi mondi sono profondamente shintoisti per sensibilità, estetica e filosofia. Il senso della natura come sacro, vivo e degno di rispetto è al centro della sua poetica. Le sue opere ci ricordano che il sacro non è lontano, ma intorno a noi, nei fiumi, nei boschi, negli spiriti che abitano le cose. E non solo in Giappone.