E così, di nuovo qua, su questo fiume che dà il nome a una nazione in cui non scorre quasi. Su questo fiume, Padre delle Epoche. Su queste acque figlie d’Himalaya e del monte Kailash, dimora di Shiva e centro dell’universo del buddhismo tibetano, e sorelle del Brahmaputra, e in parte del Gange, madre dell’India.

 

Ecco, laggiù scorre l’Indo, gorgogliando tumultuoso e grigio in fondo alla valle scura, in questa terra di montagne piena di vento e di frane. In questa tratta, nel Kohistan pakistano, tra Dasu e Besham Qala, il fiume detta la direzione alla Karakoram Highway, la strada del Karakoram, sunto d’asfalto dei millenari cammini della Via della seta. Ora è la via della Cina verso l’Oceano Indiano, opera ardita, cavata a suon di sangue dalla pietra, in bilico sugli strapiombi e presidiata giorno e notte da invisibili squadre operaie, pronte a intervenire con le ruspe per liberarla dai massi che, a tratti, piovono come fosse dal cielo.  

Come questo nastro d’asfalto – negli ultimi anni mondato dalle buche e ampliato a due vere corsie con guard rail dalle ambizioni planetarie cinesi (già provvidenziali artefici della prima versione degli anni Settanta del Novecento) – anche il suo mentore acquatico scende dal Karakorum, anzi lo lambisce, vi s’insinua, drenandone le acque cinerine dei ghiacciai. All’inizio del suo corso, e per un bel pezzo, l’Indo è un fiume d’altopiano. La sua sorgente fu individuata nel 1907 presso il monte Kailash da Sven Hedin, esimio esploratore svedese autore di scorribande perlustrative in tutta l’Asia interna e di mappature, rinvenimenti di storiche città e relativo (usuale!) accaparramento di centinaia di preziose antichità (soprattutto volumi sanscriti buddhisti e induisti). Per centinaia di chilometri scivola a oltre 4.000 metri tra sabbioni deserti e gole d’altura nel Tibet occidentale, prima in territorio cinese, poi in quello indiano, in Ladakh, dove la sua valle si popola di millenari monasteri del buddhismo lamaista, o gompa, che in questo Piccolo Tibet, dalle sue acque traggono sostentamento.  

I fasti della civiltà Vallinda

Poi smette di parlar buddhista. In queste regioni di annose contese politiche condite di frequenti scontri a fuoco, lui passa l’invalicabile confine pakistano senza colpo ferire e, nel Baltistan, altro magico altopiano himalayano, prende l’accento d’islam sotto gli occhi altezzosi di monti supremi come il K2 (8.611 metri) o il Gasherbrum I (8.068 metri) e dello splendore orografico di Settemila come il Masherbrum (o K1), il Rakaposhi o il Nanga Parbat. Il tutto, tra ghiaioni, strapiombi o vallate con oasi d’altura che l’estate serpeggiano verdi e cariche di frutta lungo le sue rive o su per quelle dei suoi affluenti, su, fino a sbattere contro insormontabili pareti di roccia.  

È dopo il Kohistan dell’Indo, più a valle, che quei monti, tra i quali ci si sente formica sull’altare di San Pietro, cominciano a digradare. Le vette s’arrotondano, gli spigoli si smussano e si fan colline.  

Lì, il fiume si riversa nelle pianure del Punjab, che rende fertili e pullulanti vita. Vita che diventa civiltà urbana sofisticata fin dai tempi più remoti. È sulle sue rive, infatti, che sorse quella che da esso prende il nome: la civiltà Vallinda, o di Harappa, dal sito in cui i britannici realizzarono i primi ritrovamenti, nel 1857, durante la costruzione della ferrovia Lahore-Multan. Era il III millennio a.C., l’epoca dell’Antico Regno egizio e dei sumeri, dei primi insediamenti sul Fiume Giallo, e quella in cui fiorì Caral, in Perù. Era l’alba della storia. Sorsero così decine di città per tutto il bacino del fiume, dall’oceano Indiano al Karakorum, dal Baluchistan fino al Gujarat (in India) e oltre. Avevano alti palazzi, fognature (le più antiche al mondo, pare), una pianta ortogonale, una scrittura (ancora non decifrata), e le loro navi commerciavano con la Mesopotamia, l’Egitto, il mondo d’allora. 

Lungo i suoi 3.180 chilometri di corsa verso il Mare Arabico, l’Indo ne ha fatta, di storia. Nella sua valle si sono riversati (quasi) tutti gli invasori del subcontinente Indiano. I primi furono gli indo-arii, a metà del II millennio a.C., con i loro Rig-Veda e il sanscrito, e l’induismo, e le caste. Sono coloro che hanno posto le basi della cultura locale, che è arrivata fino a noi. Su questa si è inserita quella di altri popoli venuti da lontano. I persiani di Dario I (VI sec. a.C.) e i greci di Alessandro (IV sec. a.C.), per esempio, del cui impero l’Indo fu il limite più orientale. Furono loro a portare il suo nome in Occidente, traendolo da Sindhu, che suonava Oceano e che ancora indica la provincia pakistana intorno alla sua foce: il Sindh. Da lì all’iranico Hendu e al greco Indòs il passo fu breve. E determinante. Ci viene dalle Storie di Erodoto, che parla delle ricognizioni del navigatore greco Scilace, commissionate proprio da Dario.  

Monasteri buddhisti e moschee

Il regno lasciato dal Macedone sviluppò una cultura sincretica unica, mista di indiano ed ellenico, che fu detta del Gandhara, dal nome dell’antico regno sulla sua riva destra, che gravitava sull’odierna Peshawar e la valle dello Swat. Lì, dal III secolo a.C. in poi, sorsero e prosperarono enormi complessi monasteriali e culturali buddhisti, a Taxila, a Mingora, a Takht-i-bahi, che formarono gli intellettuali e i monaci che portarono la loro dottrina lungo la Via della seta, oltre l’Hindukush e il Karakoram, fino all’Asia Centrale, a Bukhara, a Bamyian, e verso l’Estremo Oriente, in Tibet e fino alla Corea e al Giappone.  

Poi arrivò l’islam e, sulle prime, ci arrivò via mare. Il delta dell’Indo, un’enorme zona acquitrinosa non lontano da Karachi, ospita una delle prime moschee del subcontinente. Fu eretta all’antico porto di Banbhore nel 727, dopo la prima incursione navale araba, che risalì il fiume fino al Punjab, realizzandone la sottomissione al califfo di Damasco. Da allora, l’islam cominciò a diffondersi lungo il suo corso attraverso i passi montani d’Occidente, soprattutto dall’Iran, da dove proveniva la maggior parte dei sufi predicatori, che ora sono venerati come santi nei luoghi delle loro sepolture, splendidi mausolei che costellano le città e i villaggi della valle. Da Multan a Bahawalpur, a Uch Sharif, a Sukkur, a Lahore, che per un periodo fu anche la capitale dell’impero Moghul, pure islamico, fondato da Babur, pronipote di Tamerlano. 

Nonostante sia navigabile a partire dalla confluenza con il Kabul, tra Peshawar e Islamabad, l’Indo non ha un corso molto regolare, ragione per cui non esistono linee di navigazione che lo risalgano. Se n’erano accorti anche i britannici che, prima di provarci, l’avevano ambìto per decenni proprio perché pensavano di poterlo utilizzare per inoltrarsi a nord del Subcontinente e penetrare, da lì, anche in Asia Centrale. Infatti, subito dopo la conquista costruirono, sulle sue rive, la ferrovia, meno soggetta ai capricci della natura. Nel 1932 realizzarono anche una enorme diga, a Sukkur, per controllare il flusso delle acque e distribuirle nella pianura circostante, creando uno dei maggiori sistemi di irrigazione del Pianeta.  Nelle mie peregrinazioni lungo l’Indo, proprio qui mi sono imbattuto in una popolazione che molti dicono essere tra gli eredi dei primi abitanti del Subcontinente: i mohanna, il cui nome alcuni appunto accostano a quello di Mohenjo Daro. Li ho conosciuti sulle rive del fiume, poco a monte dello sbarramento. È una comunità sparuta, in via di estinzione perché, come mi diceva Ahmet, ormai è oggetto di una sorta di persecuzione: “In città diamo fastidio. Guarda qui, hanno quasi bloccato ogni accesso al fiume, per isolarci. Ma dove dovremmo andare? Ci hanno avvelenato il lago Manchar, che ora non ha quasi più pesce. Ci cacciano, se ci avviciniamo troppo alle città… Non so dove andremo a finire!”. Sono nomadi acquatici, i mohanna. Grandi pescatori e ingegneri navali, se così si può dire, considerando la grande varietà di imbarcazioni che costruiscono.  

L’Indo di oggi, è figlio della decolonizzazione. Anzi, della Partizione, la separazione del Pakistan dall’India, del 1947. E così, ora, sulle sponde del grande fiume, che ospitarono adoratori del sole, templi giainisti, santuari indù, stupa buddhisti, divinità ellenistiche e forse anche ateshkadé zoroastriani, non risuonano ormai che parole d’islam, inni sacri, canti di pellegrini nei mausolei… e da lassù, dai minareti, i richiami alla preghiera del muezzin.