Georgetown è un posto incredibile. Questa ‘città giardino dei Caraibi’ è un porto battuto dalle tempeste dell’Atlantico che, pur trovandosi ai margini del Sud America e dei Caraibi, in realtà non assomiglia a nessuno dei due.

Il fiume Demerara nella foresta pluviale ©Leonid Andronov /Shutterstock

Il fiume Demerara nella foresta pluviale

I nomi delle strade sono olandesi, l’architettura tradizionale è britannica e, nonostante l’inglese sia la lingua ufficiale, si parla una miriade di lingue, spesso in modo intercambiabile, dal creolo e dall’indostano guyanese a numerose lingue amerindie. Con il suo eterogeneo mosaico di architettura coloniale – le imposte a lamelle sbiadite e i portici in filigrana scrostata sono le vestigia dei proprietari di piantagioni europei che colonizzarono la Guyanaa dal XVII al XIX secolo – la capitale della Guyana ha un’atmosfera da città di frontiera per il suo vasto entroterra, in gran parte disabitato. “Non ho mai visto quella zona del mio paese”, dice un artigiano che vende sedie tradizionali di Berbice in Regent St. “Non ho mai lasciato la costa”. Una frase che accomuna molti abitanti della pianura costiera della Guyana, una stretta striscia di terra che costituisce solo il 10% della superficie totale del paese, ma ospita circa il 90% della popolazione. Dalla capitale l’entroterra si allarga intorno a fiumi che scorrono verso il Venezuela, il Brasile e l’Amazzonia: Georgetown è il punto di partenza per una grande avventura overland.

Circa il 95% del territorio della Guyana è costituito da natura selvaggia © Douglas Olivares / Getty Images

Nella foresta pluviale

Sentirete le Kaieteur Falls molto prima di vederle. Con un’altezza pari a quasi cinque volte quella del Niagara, questa cascata a salto singolo è la meraviglia naturale più rinomata della Guyana, ma è quasi del tutto priva di strutture turistiche (non ha neanche i parapetti).

L’emozione di vedere una delle cascate più possenti della terra gettarsi fragorosa da 226 m da un tepui (montagna dalla cima piatta) richiama molti viaggiatori da Georgetown con un volo di un’ora che scende su una pista di atterraggio nella foresta pluviale. Chi arriva via terra affronta un percorso più arduo e poi si spinge in cerca di avventura nella foresta pluviale selvaggia che ispirò Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Per addentrarsi in questa zona in gran parte impenetrabile spesso non ci sono neanche le strade. Accidentate piste di terra rossa si snodano attraverso la foresta per terminare bruscamente nella giungla, da dove si prosegue a piedi e in canoa.

A sei ore di viaggio verso sud da Kaieteur, la Iwokrama Rainforest Reserve introduce a un mondo naturale di proporzioni mastodontiche. La fitta foresta pluviale ospita gigantesche varianti di formichieri, lontre di fiume e tartarughe d’acqua dolce, oltre a pipistrelli vampiro (i più grandi del Sud America), aquile arpia (l’aquila più grande delle Americhe) e giaguari (il felino più grande dell’emisfero occidentale). Sulla passerella che corre attraverso le chiome degli alberi, le scimmie urlatrici si lanciano tra i rami all’alba, accompagnate dal richiamo della piha urlatrice. Ma come in ogni safari nella giungla, la pazienza è fondamentale.

Serve l’occhio di una guida per individuare gran parte dei tesori naturali, sopportando la compagnia costante e fastidiosa di zanzare che penetrano anche attraverso i pantaloni. Gli acquazzoni improvvisi trasformano i sentieri in fiumi, bagnando i vestiti ma offrendo un breve sollievo dall’umidità. Se cercate di combattere questo posto, lo farete a vostro rischio e pericolo. Piuttosto rallentate il ritmo, cedete alla morsa della giungla e osservate a ogni istante la mutevole e complessa meraviglia della foresta: il guizzo dei tucani beccorosso che si intravede tra gli alberi, il profumo simile a incenso che si sprigiona dal terreno ricoperto di foglie dopo le piogge.

Le Kaieteur Falls sono alte quasi cinque volte quella del Niagara ©OverlandTheAmericas /Shutterstock

Le Kaieteur Falls sono alte quasi cinque volte quella del Niagara

A sud nella savana

Ancora più a sud, il Surama Eco-Lodge offre una calorosa accoglienza e semplici sistemazioni nelle tradizionali capanne amerindie makushi con pareti in mattoni di argilla e tetti di paglia. Le guide locali, estremamente competenti, conducono le escursioni nella savana circostante incorniciata dalla giungla, indicando gli alberi che forniscono balsamo contro i morsi dei serpenti e i rampicanti da cui si può bere in tutta sicurezza. Guidano inoltre le discese all’alba lungo il fiume Burro-Burro in canoe scavate in tronchi d’albero.

I pipistrelli volteggiano bassi, gli occhi vigili dei caimani brillano nell’oscurità e le torce delle guide proiettano ombre gotiche intorno alle immense radici sporgenti degli alberi del genere Mora, detti ‘signori delle foresteè. Dal Surama salpano imbarcazioni fluviali che trasportano i fuoristrada verso sud, attraverso fiumi infestati dai piranha, per portare i viaggiatori nella savana rovente e assolata.

Un tempo regno dei vaqueros (mandriani) e dei cercatori d’oro, le praterie del Rupununi sono un luogo ideale per osservare la fauna selvatica. “Qui sono stati Mick Jagger, Evelyn Waugh e la famiglia reale”, dice Colin Edwards, proprietario del Rock View Lodge e dell’allevamento di bestiame tutt’attorno. Gli espatriati britannici giunsero in Guyana per le miniere di diamanti e vi rimasero per le altre ricchezze naturali. La vicina pista d’atterraggio di Annai rende il Rock View una meta facile per chi arriva in aereo, ma le sue attrattive – gli accoppiamenti dei galletti di roccia arancioni, i tapiri dalle impronte grandi come quelle degli orsi – sono la giusta ricompensa per i visitatori che compiono il faticoso viaggio via terra.

Le case tradizionali del Rupununi ©Gail Johnson /Shutterstock

Le case tradizionali del Rupununi