Emozioni d’inverno a Tokyo: tra luce, tradizione e visioni futuriste

Emozioni d’inverno a Tokyo: tra luce, tradizione e visioni futuriste

A Tokyo, durante la stagione invernale, l’aria è secca e il sole è limpido, questo clima regala giornate ideali per i viaggiatori. Dal panorama mozzafiato della Tokyo Skytree e della terrazza di Shibuya Sky, si può scorgere perfino il Monte Fuji.
Oppure si può navigare lungo il fiume Sumida a bordo del moderno battello Hotaluna, ideato da Leiji Matsumoto, godendo un’esperienza unica tra acqua e design futuristico, immersi nel bagliore della luce d’inverno.
È molto piacevole passeggiare sotto il sole invernale tra le vie nostalgiche di Yanaka, dove il tempo sembra rallentare. Quando il freddo si fa sentire, ci si può rifugiare in un bagno pubblico sento, avvolti dal vapore e dal silenzio rigenerante. E dopo? Un ramen fumante, un nabe condiviso o un dolce caldo per ritrovare calore e gusto.
Non manca l’anima spirituale: con l’hatsumode, si visita il santuario per la prima preghiera dell’anno
e, con un pò di fortuna, ci si può imbattere nella danza del leone, lo shishimai, che allontana gli spiriti maligni e porta fortuna.
In questa stagione, si può anche assistere al mochitsuki, una tradizione giapponese invernale in cui il riso cotto viene pestato con grandi martelli di legno per preparare il mochi – un’attività collettiva che unisce le persone.
Tokyo d’inverno, immersa nella sua luce dorata, è un sogno da vivere per i clienti che cercano emozioni autentiche e dettagli che scaldano l’anima.

Battello futuristico

I paesaggi invernali di Tokyo, dal battello Hotaluna, sono poesia futuristica: vetrate panoramiche, forme da anime e il sole che si riflette sulle acque del Sumida.

 

Mochitsuki

In alcune strutture turistiche è possibile vivere l’esperienza del mochitsuki: riso appena cotto, colpi di martello ritmati e mani esperte che modellano la dolcezza dell’inverno.

 

Hatsumode

Durante l’Hatsumōde, la prima preghiera dell’anno, molte persone a Tokyo si recano in santuari significativi, come l’Ōkunitama Jinja.

 

Paradiso del ramen

D’inverno, una ciotola calda di ramen è il massimo. A Tokyo, migliaia di ristoranti si sfidano ogni giorno a suon di gusto per conquistare i clienti.

 

Tanzania. A bordo del Liemba, ultima regina d’Africa

Tanzania. A bordo del Liemba, ultima regina d’Africa

In viaggio sulla motonave Liemba nel cuore dell’Africa. È il più antico traghetto del mondo ancora in funzione. Un cimelio coloniale tedesco, affondato durante la prima guerra mondiale, recuperato dai britannici e mantenuto in attività dai tanzaniani. Da quasi un secolo solca le acque del lago Tanganica.

 

La notte ha inghiottito il Tanganica: ondeggiamo nel buio assoluto. I motori del battello si sono fermati, le eliche hanno smesso di schiumare, i fumaioli non sbuffano più dense nubi velenose. Lo sciabordio monotono dello scafo ha lasciato il posto a un silenzio inquietante. Il Liemba sembra sospeso nel nulla.
All’improvviso due colpi di sirena squarciano l’aria e una lama di luce fende l’oscurità che avvolge il lago. Davanti ai nostri occhi si materializzano una decina di piroghe gremite di gente sbraitante. Sono lanciate a tutta velocità verso di noi, un turbinio di pagaiate furibonde, fanno a gara per superarsi come se stessero partecipando a una regata. Ancor prima di raggiungerci, gli uomini a bordo scagliano delle corde di ancoraggio e saltano nel vuoto, tentando di aggrapparsi ai fianchi della nave. Qualcuno finisce in acqua. Da ogni parte si levano urla, imprecazioni e insulti rabbiosi. Sembra la scena di un arrembaggio.

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Scene da film
«Tranquillo, è tutta gente pacifica», mi rassicura un tizio in canottiera e braghe mimetiche, impegnato a stringere le cime che piovono sul ponte. «Siamo arrivati al piccolo villaggio di Kibwesa. Qui non c’è il molo per attraccare, abbiamo gettato l’ancora a circa duecento metri dalla riva. Appena siamo stati avvistati, l’intero paese si è precipitato in acqua. Nessuno vuole perdere l’appuntamento settimanale con il Liemba».
I passeggeri salgono e scendono dalla nave passando da un portellone laterale affiancato dalle piroghe. Nell’oscurità si intravvedono schiere di persone – tra cui vecchi, disabili e donne coi bimbi avvinghiati sulle schiene – costrette a trasbordare in precario equilibrio tra i flutti minacciosi. A poca distanza, nel cerchio di luce proiettato sul lago, alcuni barcaioli improvvisano un mercato galleggiante. È tutto uno sventolio di pesci barbigli, caschi di banane, scimmie abbrustolite, galline terrorizzate, mazzi di soldi che passano di mano in mano… Un caotico intreccio di commerci e trattative che infiammano la folla affacciata al parapetto del traghetto.
A prua nel frattempo sono iniziate le operazioni di carico e scarico delle merci. Un braccio meccanico preleva dalle canoe i pacchi più ingombranti mentre schiere di giovani muscolosi, piegati dai fardelli che portano sulle spalle, si fanno strada a spintoni e irrompono sulla nave. Il ponte principale viene invaso da sacchi di sardine, taniche di olio di palma, fascine di legna, piante tropicali, cesti di vimini: una valanga di uomini e mercanzie che travolge ogni cosa, seminando confusione e nervosismo. A tenere sotto controllo la situazione ci pensa un giovane ufficiale dallo sguardo imperturbabile che sta in piedi accanto al boccaporto. Si chiama Leonard Watson, ha il compito di annotare sul suo registro tutto ciò che scompare nella pancia, apparentemente insaziabile, del Liemba. «Alla fine del viaggio avremo stivato duecento tonnellate di carico», dice con soddisfazione. «Senza contare i quasi seicento passeggeri coi loro bagagli… Mica male per un battello che tra poco festeggerà un secolo di vita!».

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L’odissea del traghetto
L’orgoglio del marinaio è quanto mai giustificato: dopo novantasette anni di onorato servizio, il Liemba può fregiarsi di essere il più longevo traghetto del mondo ancora in attività. Fu l’imperatore tedesco Guglielmo II a ordinarne la costruzione nel lontano 1913: al Kaiser serviva una nave che pattugliasse il lago Tanganica, avamposto commerciale e militare delle colonie germaniche. Dieci mesi dopo i cantieri navali Meyer Werft di Papenburg diedero alla luce un gioiello d’ingegneria nautica di 1500 tonnellate, 70 metri di lunghezza e 10 di larghezza. Fu chiamato Graf Von Gotzen, in onore a un ex governatore dell’Africa Orientale Tedesca.
Il battello fu smontato in ogni sua parte, ridotto a un puzzle di cinquemila pezzi d’acciaio, e trasferito con un mercantile al porto di Dar es Salaam. Qui venne caricato su un treno e trasportato per 1250 chilometri fino alla città di Kigoma sulle sponde del lago, dove arrivò alla vigilia della prima guerra mondiale. Riassemblato a tempo di record, il vaporetto venne equipaggiato con mitragliatori e cannoni di grosso calibro per fronteggiare gli eserciti britannico e belga che stringevano in una morsa le truppe tedesche. Nel giugno del 1916 fu colpito da una bomba e un mese dopo, il suo capitano, ormai costretto alla resa, decise di affondarlo per non farlo cadere in mani nemiche. Il Graf Von Gotzen sparì nelle acque del Tanganica. Ma nel marzo del 1924 i britannici riuscirono a recuperarlo e a rimetterlo in funzione. Lo ribattezzarono con il nome di MV Liemba: così gli indigeni chiamavano il lago che aveva cullato – e custodito – il prezioso relitto.

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Una storia senza fine
Una storia incredibile che ha ispirato il celebre film d’avventura La regina d’Africa (tratto dal romanzo omonimo di Cecil S. Forester), diretto nel 1951 da John Huston e interpretato da Humphrey Bogart e Katharine Hepburn. Ma l’odissea del battello non si è conclusa come aveva previsto la fantasia di Hollywood. Malgrado gli acciacchi dovuti alla sua veneranda età, il Liemba naviga ancora nel cuore dell’Africa. Ogni settimana fa la spola tra la città tanzaniana di Kigoma e Mpulungu, il porto zambiano all’estrema punta meridionale del Tanganica. Nei due giorni e mezzo di traversata fa scalo in una ventina di piccole località disseminate lungo la costa. Sono villaggi di pescatori, vecchie stazioni missionarie, ex covi di negrieri o commercianti d’avorio. Difficile distinguerli. Di tanto in tanto la foresta pluviale che accerchia il lago si apre e tra gli alberi carichi di liane compaiono grumi di capanne di paglia sperdute in mezzo al nulla. Nel buio della notte si vedono solo i falò sulle spiagge e le luci tremolanti delle lampare che fluttuano nell’acqua. Paesaggi fuori dal tempo che paiono usciti del romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad. «Le terre che attraversiamo sono governate ancora dalla magia», assicura un cameriere del ristorante di bordo, camicia candida, vezzoso papillon al collo, gilet nero come il caffè che serve a colazione. «Gli spiriti invisibili del lago possono scatenare furiose tempeste, guastare i motori della nave, provocare terribili epidemie a bordo… Guai a farli arrabbiare».
Fino a pochi anni fa, quando il battello passava nelle vicinanze dei monti Kaboko, il comandante ordinava di spegnere i motori: si diceva che da quelle parti si nascondesse un terribile mostro lacustre. «Tutti i passeggeri si riversavano sul ponte a pregare per scongiurare un attacco», ricorda il vecchio responsabile della cambusa. «Oggi invece tiriamo dritto senza neppure rallentare», aggiunge scuotendo la testa.

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Imprevisti a bordo
Il Liemba procede il suo viaggio a una velocità media di 10 nodi, circa 18 chilometri orari. Dietro di sé lascia una lunga scia nera. Il motore a vapore è stato sostituito nel 1970 da un diesel tedesco di cinquecento cavalli… molti dei quali paiono sfiancati dalla vecchiaia. «Da qualche tempo non è più lo stesso», ammette l’uomo che sorveglia la sala macchine, il volto imperlinato di sudore, la tuta lercia di grasso, i sandali immersi nei rivoli oleosi che scorrono sul pavimento. Un paio di pistoni sembrano ansimare mentre il macchinista grugnisce contro una valvola difettosa. «Potrebbero andare avanti ancora degli anni, ma sarebbe meglio non rischiare», avverte. Se dovessero fermarsi, sarebbe un disastro.
«La vita di decine di migliaia di persone dipende dal Liemba», ricorda il capitano Titus Benjamin, quarantadue anni, gli ultimi dieci passati al timone del battello. È un uomo massiccio dai modi gentili e pacati, che parla con un filo di voce. «Siamo l’ultimo collegamento esistente in una regione isolata dal resto del mondo. Garantiamo alla gente del lago le provviste, i commerci e le comunicazioni. Trasportiamo in ospedale i malati che necessitano di cure urgenti. E quando scoppia una guerra o una crisi umanitaria, in Burundi o nella Repubblica Democratica del Congo, ci prodighiamo per mettere in salvo migliaia di profughi. A costo di rischiare la nostra incolumità». Tempo fa il battello ha dovuto respingere l’attacco di una banda di banditi, più di recente è stato bersagliato dai proiettili di un gruppo di miliziani.
«Viaggiamo in una terra di nessuno a cavallo tra frontiere irrequiete», riflette il capitano che comanda un equipaggio di cinquantatré persone addestrate a gestire ogni tipo di emergenza. «Ci capita di dover sedare delle risse tra i passeggeri, ma anche di recuperare qualche ubriaco finito in acqua o di salvare dal linciaggio un ladro colto sul fatto… A volte dobbiamo assistere delle donne in travaglio: abbiamo già fatto nascere a bordo cinque bambini, l’ultima neonata è stata chiamata Liemba», racconta con fierezza.

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Uomini d’affari e turisti

Il battello brulica di vita. Sul ponte di prua la gente bivacca fra tappeti di sardine distese a seccare al sole. Una radio gracchia canzoni swahili. Due fedeli musulmani pregano in ginocchio sotto l’albero della nave che ricorda il minareto di una moschea turca. A poca distanza un pastore evangelico tiene un sermone dai toni apocalittici a un capannello di passeggeri persi in ben altri pensieri. Papy Okita, trafficante congolese di diamanti, ha l’aria preoccupata. «Mi sposto ogni mese col traghetto», racconta. «Il capo della polizia di frontiera è un amico fidato, ma in questi giorni si trova in congedo per problemi famigliari. E il suo vice è una carogna: pretenderà un sacco di soldi per lasciarmi passare». Rashidi Muyella, ingegnere civile tanzaniano, sta recandosi in un cantiere. «Sto costruendo un dispensario per una missione cristiana sul lago», spiega porgendomi il suo biglietto da visita. «I lavori si sono fermati perché è finito il cemento. Sul battello ne ho caricato mezza tonnellata». Saimon Kifunda, commerciante zambiano vestito da notabile, ha riempito la stiva di sacchi di pesce disidratato. «Lo compro dai pescatori sul lago e lo rivendo nel mio Paese, guadagno circa dieci euro a sacco». Gli uomini d’affari del Liemba viaggiano in cabine di prima classe dotate di lavabo, guardaroba, scrittoio e zanzariere alle finestre. «Il massimo del comfort: vanno prenotate con almeno una settimana di anticipo», avverte mister Mohamedi, inserviente di rango che distribuisce lenzuola inamidate ai facoltosi passeggeri del ponte principale. «A volte mi capita di servire dei ragazzotti europei in vacanza: gentaglia!», dice con aria sprezzante. «Nascondono rotoli di banconote nelle mutande, ma non scuciono mai la mancia». L’unico turista a bordo è un gigante biondo che girovaga sul ponte cercando di rintracciare la connessione satellitare per il suo smartphone. È un trentenne norvegese, sta girando l’Africa con la carta di credito del padre. «Ho pagato due biglietti in first class per non dover condividere la camera con qualche sconosciuto», spiega prima di rintanarsi nella sua cuccetta.

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In terza classe

Fortuna per lui che c’era posto, altrimenti sarebbe finito nel ponte inferiore. Lì si viaggia ammassati in spazi claustrofobici e maleodoranti tra caterve di passeggeri dall’aria incarognita. «La bolgia, il caldo, una birra di troppo: basta niente perché scoppi una zuffa», avverte Juma Ramadan, venditore di ananas, che ciondola sul battello con un vassoio di frutta succulenta. I passeggeri di terza classe stanno incastrati sottocoperta in un groviglio inestricabile di valigie e animali. Una mama straripante occupa un’intera panca di legno, ma nessuno osa protestare. «Se vuoi stravaccarti devi scendere giù», fa sapere, con tono perentorio, indicandomi una rampa di scale che sprofonda nelle viscere del battello. In fondo alla stiva c’è un tugurio buio senza oblò. L’aria è pesante come il piombo, da un tubo nero sgorgano zaffate di gasolio. Nugoli di donne e bambini schiantati dal caldo boccheggiano per terra. In un angolo alcuni ragazzotti piluccano un cartoccio pieno di pesciolini fritti e polenta di manioca. Sono burundesi, vanno a cercare fortuna nelle miniere di rame e di oro dello Shaba. «Adesso viaggiamo rintanati qui sotto, ma torneremo a casa ricchi sfondati», urla uno di loro, per superare il rumore del motore. E giù a tracannare un bidone di vino di palma. Il trambusto nella stiva si affievolisce quando il battello rallenta la sua corsa nei pressi di un villaggio. Le soste durano solo una manciata di minuti. Le piroghe che serpeggiano nervose attorno al traghetto afferrano al volo drappelli di persone stremate dal viaggio e scaraventano a bordo nuovi passeggeri. Ogni fermata è una baraonda di spinte, strattoni, litigi furiosi. Dal ponte di comando gli ufficiali del traghetto schiumano di rabbia e urlano nel vano tentativo di riportare l’ordine. Solo il fischio della sirena interrompe lo scompiglio. Una dopo l’altra, le piroghe si staccano dal battello e si allontanano verso riva. Svaniscono nel buio della notte, mentre l’ombra del Liemba riprende a scivolare silenziosa sulle acque scure del Tanganica

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Che differenza c’è tra un safari in Kenya e uno in Tanzania?

Che differenza c’è tra un safari in Kenya e uno in Tanzania?

Che differenza c’è tra un safari in Kenya e uno in Tanzania?

Questa è una delle domande che spesso si pone chi si accinge a organizzare un safari in questi paesi.

Partiamo da un punto fermo e certo: il Kenya e la Tanzania sono sicuramente due tra i paesi in Africa dove si può vedere il maggior numero di animali, sia in termini numerici che di varietà. Tra l’altro, uno degli spettacoli più belli e maestosi che si possono vedere al mondo, si svolge proprio al confine tra il Kenya e la Tanzania: la grande migrazione!

grande migrazione

Quindi che differenza c’è tra fare un safari in Kenya o in Tanzania? Spoiler …. poca o nulla, ma andiamo per ordine.

Quando si organizza un safari, la cosa più importante da tenere presente è la diversità di paesaggio e di ambiente dei parchi nazionali dove si va a fare il safari. Infatti, se il paesaggio che fa da cornice è sempre lo stesso, si corrono due rischi: primo, potrei vedere gli stessi animali (quelli che vivono in quel contesto, ma non altri). Il secondo è che, dopo un paio di giorni, potrebbe diventare noioso. Tornando alla nostra domanda iniziale: visto che l’ambiente e il paesaggio sono importanti per la buona riuscita di un safari, in Kenya e Tanzania cosa trovo?
Gli ecosistemi che troviamo sono principalmente: savana, laghi e foreste ad alto fusto. Gli animali che vivono in questi differenti ecosistemi sono molteplici e in alcuni casi diversi fra loro.

Partiamo dalla Savana. In Kenya c’è il famoso Parco del Masai Mara, in Tanzania c’è il parco del Serengeti. Per la verità questi costituiscono un unico grande parco che è diviso solo dalla frontiera che gli esseri umani hanno deciso di tracciare. Frontiera che gli animali, ovviamente, non rispettano.
La savana è un’ampia distesa erbosa caratterizzata dal quel tipico colore giallastro ed è la “casa” di erbivori come le zebre, gli gnu, le antilopi, le giraffe etc. Dove ci sono gli erbivori ci sono anche i carnivori, come il leone ed il ghepardo, molto più raramente il leopardo perché, appunto, preferisce ambienti con alberi ad alto fusto dove si rifugia per riposare e divorare le loro prede.

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Laghi. In Kenya troviamo tanti laghi (tutti di origine vulcanica facendo parte della Rift Valley): il Lago Nakuru, il lago Naivasha, il Lago Elementaita, giusto per citarne alcuni.
In Tanzania invece abbiamo il Lago Manyara.

Dove c’è acqua non possono mancare i coccodrilli e gli ippopotami, ma non solo: i laghi sono spesso abitati anche da diverse specie di uccelli che invece altrove sono impossibili da vedere, come ad esempio i fenicotteri.

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Vegetazione ad alto fusto. In Kenya abbiamo il bellissimo parco Samburu, mentre in Tanzania c’è il parco Tarangire dove si possono ammirare estese foreste di baobab, tipico albero africano caratteristico per il grande diametro del tronco.
In queste foreste, spesso molto fitte, possiamo trovare principalmente bufali ed elefanti . Questi ultimi spesso possono rappresentare un problema per queste foreste infatti, con il loro comportamento gli elefanti abbattono gli alberi, o per cibarsi delle radici, o per cibarsi delle foglie che si trovano più in alto o … semplicemente … per grattarsi la schiena. Come già accennato prima, in questi parchi è più facile (anche se mai garantito) avvistare il leopardo.

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Abbiamo quindi capito che non è tanto importante se Kenya o Tanzania, ma l’importante è che il safari avvenga in ambienti differenti e sia in Kenya che in Tanzania ne abbiamo.
Ma c’è qualcosa che possiamo vedere in Kenya e non in Tanzania o viceversa? Sì, ma non ha a che fare con il safari, bensì con il paesaggio.
Uno dei parchi più suggestivi della Tanzania si trova all’interno di un cratere, il cratere di Ngorongoro, una grande caldera vulcanica dal diametro di circa 20 km e 600 metri di profondità. Con i suoi 260 kmq,  sul fondo del cratere si possono avvistare tanti animali in un contesto davvero unico al mondo.

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In Kenya in realtà non c’è qualcosa di simile, ma se dovessimo trovare un parco che ha una caratteristica particolare quello è sicuramente il parco Amboseli. Anche qui, non perché ci siano degli animali particolari, ma perché si può godere di una vista spettacolare sul Kilimanjaro, la montagna più alta dell’Africa.

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Ovviamente, quanto detto sopra non è da prendere alla lettera, infatti potremo avvistare gli elefanti anche nella savana, così come trovare dei leoni lungo le rive del lago, o dei rinoceronti nella savana o nella foresta. Si tratta solo di un discorso di probabilità di avvistamento: in certi ambienti è più facile avvistare certi animali invece di altri.

Se mi accingo quindi ad organizzare un safari e non so se scegliere il Kenya o la Tanzania, l’elemento da considerare è come è organizzato il safari, quanti parchi andrò a visitare e sicuramente vivrò una delle esperienze più memorabili della vita.

Orta San Giulio e gli altri. I borghi top dell’estremo Nord piemontese. Ammantati nel foliage

Orta San Giulio e gli altri. I borghi top dell’estremo Nord piemontese. Ammantati nel foliage

In questa stagione i piccoli centri del “far North” della regione che sono parte dei Borghi più Belli d’Italia – Vogogna, Orta San Giulio, Rassa, il Ricetto di Candelo e Rosazza – offrono il consueto pacchetto storia e tradizione immerso nei colori dell’autunno.

È bello scoprire l’Alto Piemonte in autunno. Le giornate fresche, i colori che trasformano boschi e colline e i laghi che riflettono luci più morbide rendono questo angolo di regione particolarmente accogliente. In questa stagione i borghi che appartengono al circuito dei Borghi più Belli d’Italia – Vogogna, Orta San Giulio, Rassa, il Ricetto di Candelo e Rosazza – offrono un viaggio che unisce paesaggi, storia e tradizioni locali.

Il percorso può iniziare a Vogogna, nel cuore della Val d’Ossola. È un borgo medievale dall’impianto ancora leggibile, un tempo capitale dell’Ossola Inferiore, con il Castello Visconteo che ne domina l’abitato e il Palazzo Pretorio che ricorda l’importanza amministrativa avuta nei secoli passati. In autunno, passeggiare tra le stradine che si affacciano sul torrente e salire fino al castello permette di apprezzare il contesto naturale che circonda il paese: proprio qui si apre l’accesso al Parco Nazionale della Val Grande, la più vasta area wilderness delle Alpi.

 

Il borgo di Rassa Valsesia (Arch fot. Atl Terre Alto Piemonte)
Il borgo di Rassa Valsesia 

 

Dal paesaggio alpino si scende verso le acque del Lago d’Orta. Orta San Giulio conserva un impianto urbano di grande fascino: i vicoli acciottolati si snodano tra case affrescate e palazzi seicenteschi fino a Piazza Motta, il cuore cittadino che si affaccia direttamente sul lago. Da qui parte il percorso che conduce al Sacro Monte, complesso di venti cappelle affrescate immerso nella natura, oggi riconosciuto come Patrimonio UNESCO. Non lontano, l’isola di San Giulio mantiene un’atmosfera raccolta: al centro si trova la Basilica millenaria che custodisce l’ambone romanico del XII secolo, una delle opere medievali più preziose dell’Italia settentrionale.

Risaliamo poi verso la Valsesia per raggiungere Rassa, borgo che si inserisce in un contesto di boschi e vallate. Qui la memoria delle attività artigiane rivive nell’Ecomuseo del Legno, che documenta la storia delle antiche segherie idrauliche, come quella di Brasei, ancora funzionante. Anche la Bottega del Patel, piccolo laboratorio artigianale, custodisce la tradizione locale con oggetti in legno lavorati secondo metodi tramandati da generazioni. Rassa non è solo memoria: è punto di partenza per diversi itinerari escursionistici, come il sentiero che conduce verso Oropa o quello legato alla figura di Fra Dolcino. Da vedere anche la Chiesa Parrocchiale di Santa Croce, con affreschi seicenteschi realizzati da Antonio Orgiazzi, autore che ha lavorato anche al Sacro Monte di Varallo.

 

Il castello di Rosazza, Arch. Fot. ATL, Terre Alto Piemonte
Il castello di Rosazza, 

 

Il viaggio prosegue nel Biellese con il Ricetto di Candelo, straordinario esempio di borgo fortificato medievale, costruito tra il XIII e il XIV secolo dalla comunità locale. La struttura pentagonale, le robuste mura in ciottoli disposti a spina di pesce e le strette “rue” interne hanno mantenuto nei secoli la loro autenticità, tanto da renderlo uno dei ricetti meglio conservati d’Europa. Oggi il borgo ospita l’Ecomuseo della vitivinicoltura, che racconta la tradizione enologica del territorio, e il Centro di documentazione dei Ricetti del Piemonte. Nei dintorni si estende la Riserva Naturale della Baraggia, un ambiente insolito e sorprendente, con ampi spazi aperti e querce secolari, ideale per escursioni a piedi, in bici o a cavallo.

Ultima tappa è Rosazza, borgo dell’Alta Valle Cervo che deve il suo aspetto attuale all’opera di Federico Rosazza Pistolet, benefattore che nell’Ottocento finanziò la costruzione di edifici, ponti e ville in stile neogotico. Passeggiando per le vie si incontrano la chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Giorgio, il castello e il cimitero monumentale, tutti segni distintivi della visione del fondatore. La Casa Museo del paese restituisce uno spaccato della vita di un tempo e ospita anche una sezione dedicata alla Scuola Tecnica Locale, che ha formato generazioni di scalpellini, artigiani ancora oggi legati a queste valli.

 

Vogogna, la Rocca. Arch Fot. Comune di Vogogna
Vogogna, la Rocca. 

 

Visitare questi borghi in autunno significa incontrare luoghi meno affollati, dove il ritmo rallenta e la natura diventa parte integrante dell’esperienza. È un viaggio che unisce patrimonio storico, cultura e paesaggio, un modo per scoprire il volto autentico dell’Alto Piemonte.

Ecuador :  Dalle Ande alle Galapagos in crociera

Ecuador : Dalle Ande alle Galapagos in crociera

L’Ecuador, il più piccolo tra i paesi degli altipiani andini, è una terra compatta ma sorprendentemente ricca che racchiude in sé un’incredibile varietà di paesaggi, culture e biodiversità.

In compagnia di Ensy7 puoi partire per un vero e proprio viaggio nel cuore dell’anima andina: dal centro storico di Quito (Patrimonio UNESCO) al Parco Nazionale Cotopaxi e a Chimborazo, dominato dall’imponente vulcano omonimo; dal colorato mercato indigeno di Guamote all’enigmatico sito archeologico di Ingapirca e alla splendida città coloniale di Cuenca (anch’essa Patrimonio UNESCO), fino a raggiungere la vivace Guayaquil.

E poi in volo fino alle remote Isole Galapagos, un arcipelago cconsiderato uno dei più preziosi tesori della storia naturale per la singolare varietà di flora e fauna, tra cui albatros, pinguini, sule, tartarughe giganti, iguane, leoni marini, balene, delfini… Qui, a bordo di uno yatch dotato di ogni comfort, si va alla scoperta di un habitat straordinario, selvaggio e irripetibile, che ha acceso la mente di Charles Darwin e dato vita alla rivoluzionaria teoria dell’evoluzione della specie.

Il Mar Rosso più bello e sconosciuto

Il Mar Rosso più bello e sconosciuto

Un incredibile viaggio alla scoperta dei coralli e della vita marina.

Questo viaggio , ti conduce alla scoperta dei coralli e delle isole incontaminate del Mar Rosso. Ma anche delle bellezze archeologiche che per centinaia di anni sono rimaste isolate nel deserto saudita.

Viaggiamo da Jeddah a Medina, una delle due città sante, assieme alla Mecca, dell’Islam. Proseguiamo poi verso terre più remote, per raggiungere AlUla, l’immensa e ricchissima oasi dell’omonima regione, che racchiude meraviglie millenarie stupefacenti come l’antica Hegra, la gemella meridionale della Petra giordana, dove centinaia di tombe colossali puntellano un territorio desertico che in tempi passati era uno dei centri principali lungo la Via dell’Incenso. Risaliamo verso nord fino a Tabuk attraverso la Disah Valley, un immenso canyon con pareti scoscese di arenaria, per poi tornare a sud, a Al Lith.

Proprio qui ci imbarchiamo su un moderno yacht dotato di tutti i comfort e in esclusiva per Ensy7 per una crociera alla scoperta dei Farasan Banks. Questo vasto arcipelago di isole di origine vulcanica e barriere coralline, che il celebre esploratore Jacques Cousteau descrisse come una delle aree più affascinanti e incontaminate del pianeta, è habitat ideale di tartarughe, di colonie di uccelli e di pesci coloratissimi. E la presenza a bordo di un esperto Ensy7 ci guida verso la conoscenza e il rispetto di un luogo che può anche sembrare un angolo di paradiso, ma che è soprattutto un delicato quanto fondamentale ecosistema da conoscere, vivere e preservare per le future generazioni.