Remoto e incontaminato, l’arcipelago di Balabac regala spiagge bianche, acque trasparenti e una natura selvaggia lontana dai circuiti turistici.
Balabac è il nome di una grande isola abitata all’estremo sud di Palawan e, allo stesso tempo, un insieme di oltre 30 terre emerse che circondano quella principale. Una doppia identità che crea spesso equivoci, anche perché l’intera area resta appartata rispetto ai circuiti turistici più battuti.
Per arrivare da queste parti, infatti, sono necessari trasferimenti lunghi attraverso tratti marini delicati, per poi ritrovarsi al cospetto di servizi essenziali gestiti da famiglie che vivono qui da generazioni. Sono in pochi, quindi, a conoscere questo arcipelago delle meraviglie, ma tra chi ne ha sentito parlare si sa che la fama che ha è quello di Paradiso in Terra (uno degli ultimi), definizione che nasce dalle sue acque limpide con tonalità accese, banchi di sabbia che sembrano scolpiti dal vento e da una fauna marina ancora prospera.
Ma non solo, perché le Isole Balabac rimangono pure un segreto selvaggio a causa della loro difficoltà d’accesso, per la presenza ridotta di infrastrutture e per la scarsa diffusione di reti digitali, elementi che scoraggiano il turismo frettoloso e attirano invece viaggiatori curiosi e pazienti.
Cosa fare e cosa vedere sull’isola principale di Balabac
L’isola maggiore di Balabac permette di vivere, a chi la sceglie come sua meta di viaggio, esperienze molto varie grazie anche alla presenza di paesaggi altamente sorprendenti. Lungo la costa si erge un faro ottocentesco, costruito durante la dominazione spagnola, che ancora adesso domina la scena con la sua struttura cilindrica in pietra parzialmente invasa dalla vegetazione, testimoniando la storia marittima di queste acque che sembrano finte.
Più a sud, le cascate di Indalawan scendono tra pareti scure e rocciose, restituendo al visitatore un ambiente fresco e silenzioso. Poi ci sono le spiagge, come quelle che circondano il centro abitato che sfoggiano sabbia chiara e morbida, luoghi frequentati quasi esclusivamente dagli abitanti e in cui il ritmo della vita segue le maree e le stagioni.
Le acque circostanti sono custodi di giardini corallini vivaci, in particolare vicino a Sicsican e Pulau Bato, perfetti per osservare pesci tropicali e altre forme di vita marina. Mansalangan Sandbar e Patawan Island mostrano banchi sabbiosi dalle forme uniche, il primo esteso verso il mare aperto, il secondo sinuoso come un grande animale marino visto dall’alto, regalando prospettive insolite e scorci naturali intatti.
L’insieme di spiagge, banchi e fondali bassi mette in scena ambienti ideali per ammirare tartarughe e altre creature che popolano le acque cristalline, mentre i percorsi tra le zone sabbiose aiutano ad apprezzare la biodiversità senza interferire con l’equilibrio naturale.
Le altre isole dell’arcipelago
Oltre all’isola principale, l’arcipelago di Balabac si compone di più di 30 isole minori, ciascuna con caratteristiche proprie. Bancalan ospita comunità dedite alla pesca e agli scambi quotidiani, con pontili semplici e imbarcazioni leggere che animano il panorama.
C’è poi Candaraman che è segnata da spiagge morbide e palme alte che creano ombra naturale, mentre Tangkahan sorprende con gradazioni di blu che cambiano con la profondità, dovute alla trasparenza dell’acqua e al fondale sabbioso. Onok, conosciuta per le piattaforme in legno che avanzano sul mare poco profondo, regala l’opportunità di avvistare curiose tartarughe tra acque calme e trasparenti.
Poi ancora Bugsuk con il suo sorprendente litorale lunghissimo, soffice al tatto e abbagliante alla luce del mattino, il top per lasciarsi alle spalle qualunque tensione. In un’area poco distante, un banco di sabbia frequentato da numerose stelle marine offre un colpo d’occhio sorprendente grazie al fondale chiaro che esalta colori e forme.
Patawan si distingue per una linea sinuosa che ricorda un grande animale marino (qualcuno è pronto a giurare che sia un delfino) quando osservata dall’alto, mentre Mansalangan allunga una striscia candida verso il mare aperto, amplificando la sensazione di trovarsi su un lembo di terra emerso da poco.
Camiaran, detta anche Pink Island, vanta in alcuni periodi dell’anno una particolare colorazione rosata dei suoi arenili dovuta ai frammenti di corallo mescolati alla sabbia.
Camiaran, isola da sogno
E poi le isole meno battute che contengono tratti di foresta bassa, frutti selvatici e piccoli sentieri naturali, tracciati dagli abitanti per spostare materiali e pesce essiccato. Ogni lembo emerso reagisce diversamente ai venti stagionali e alle maree, dando vita a un mosaico di micro-ecosistemi separati da brevi tratti di mare, in cui la geologia e la vegetazione formano mondi distinti e intatti. Questo insieme di realtà conferisce all’arcipelago una varietà straordinaria, con paesaggi e scorci che cambiano durante la traversata e regalano un senso di scoperta continua.
Come arrivare
Raggiungere Balabac richiede pazienza. Si parte dall’aeroporto di Puerto Princesa, principale porta d’ingresso per chi arriva dalla Capitale delle Filippine. Da lì occorre procedere verso sud per circa 6 ore, attraversando distretti agricoli, villaggi affacciati sulla strada e zone di vegetazione fitta. L’ultimo tratto conduce a moli semplici situati sul lato meridionale di (altrettanto magnifica) Palawan.
Le partenze dipendono da onde e vento, per cui conviene dedicare una giornata all’avvicinamento senza fretta. Una volta saliti sull’imbarcazione, la traversata dura da 2 a 4 ore, con tratti più rapidi quando la corrente favorisce l’avanzamento.
Le escursioni successive tra un’isola e l’altra prevedono tempi variabili poiché alcuni punti presentano correnti delicate che il capitano preferisce affrontare con prudenza. In questo territorio, infatti, la figura del barcaiolo è centrale grazie alla conoscenza accurata di passaggi e secche, oltre alla lettura istintiva dei mutamenti delle acque.
Quando andare
La stagione più stabile va da marzo a maggio, periodo in cui il sole prevale e le acque restano generalmente tranquille. Questa fase attira un numero maggiore di viaggiatori attratti da cieli tersi e tonalità particolarmente brillanti. I mesi da giugno a novembre possono alternare giornate serene e piogge improvvise, mentre il mare varia in base al respiro dei venti che attraversano Palawan da est e da sudovest.
In questo periodo è possibile trovare spazi più tranquilli grazie alla diminuzione dei visitatori, sebbene alcune traversate possano richiedere qualche cautela in più. Da dicembre a febbraio soffiano correnti più fresche che danno vita a condizioni variabili e portano talvolta nuvole cariche d’acqua.
Ciò vuol dire che la scelta dipende soprattutto dal tipo di esperienza desiderata, anche se l’arcipelago mantiene inalterato il suo fascino grazie alla vitalità della natura.
Un angolo remoto dell’India dove foreste pluviali costiere, barriere coralline e spiagge isolate raccontano la vita autentica di un ecosistema straordinariamente integro.
L’arcipelago delle Nicobare, che conta più di 20 isole di cui solo 12 abitate, rappresenta un punto quasi unico al mondo dove l’oceano e la foresta tropicale si incontrano in modo primordiale. È un luogo che mantiene un senso di isolamento genuino: isole che non sono state trasformate per servire il turismo, ma che conservano ecosistemi tanto ricchi quanto vulnerabili.
In queste acque, infatti, si trova una delle biodiversità marine più elevate che esistano; sulle coste e quasi fino al limite del mare, le foreste pluviali costiere (ecosistemi piuttosto rari) aprono un paesaggio che non è solo “spiaggia e mare”, ma una frontiera tra terra, acqua e vita selvaggia.
Dove si trovano e come raggiungerle
Le meravigliose Nicobare occupano la parte meridionale dell’arcipelago Andaman e Nicobar, separate dal Ten Degree Channel dal gruppo settentrionale delle Andamane. L’isola più meridionale, la Great Nicobar Island, segna il limite geografico dell’India e presenta rilievi che superano i 600 metri.
Data la loro remota e particolare posizione, l’accesso è tutt’altro che ordinario: i trasporti sono pochi, l’accessibilità limitata, e per molte aree sono necessari permessi speciali rilasciati dalle autorità locali. Il primo passo è arrivare a Port Blair, capoluogo del territorio, attraverso voli dalle principali città indiane come Chennai, Kolkata o Delhi. Da Port Blair, il viaggio continua via mare o tramite elicottero fino al distretto delle Nicobar. I traghetti operano con frequenza limitata, generalmente un paio di volte alla settimana, e l’elicottero inter-isole rappresenta un’alternativa più veloce ma altrettanto soggetta a disponibilità e condizioni meteo.
Come accennato, molte zone richiedono permessi speciali e il motivo è proteggere l’ambiente e le comunità indigene che lo abitano. Questo significa che ogni spostamento va pianificato in anticipo e che i tempi di viaggio possono essere piuttosto lunghi. Inoltre, c’è da considerare che la logistica, seppur semplice, è più lenta rispetto a destinazioni turistiche convenzionali.
Quali isole si possono visitare
Tra le principali destinazioni visitabili si distinguono la Great Nicobar, la Little Nicobar e la Car Nicobar. La prima è la più vasta dell’arcipelago e concentra al suo interno ecosistemi straordinariamente integrati: foreste pluviali che arrivano quasi fino alla riva, mangrovie lungo le coste, spiagge isolate e barriere coralline che si estendono nell’acqua limpida. La varietà di ambienti consente di attraversare, nello stesso percorso, dense foreste umide, radure aperte, piccoli fiumi e scogliere dove il mare incontra la terra con un contrasto potente.
Car Nicobar offre un contesto diverso: isola più pianeggiante e accessibile, con foreste più rade ma altrettanto significative dal punto di vista ecologico. Le spiagge, quasi sempre deserte, si aprono su acque così trasparenti da poter osservare la vita marina senza particolari attrezzature. Little Nicobar, seppur di dimensioni ridotte, conserva anch’essa una natura integra: spiagge di sabbia chiara, scogliere, tratti di foresta densa e villaggi isolati. Gran parte delle altre isole dell’arcipelago, come già spiegato, non è attrezzata per il turismo tradizionale.
Cosa vedere nelle Nicobare
La principale forza delle Nicobare emerge nel modo in cui i vari ambienti si fondono in un unico panorama naturale. Le acque circostanti, quindi incluse quelle delle Andamane, ospitano più di 1 200 specie di pesci, circa 1 000 specie di molluschi e almeno 179 specie di coralli, appartenenti a 61 generi. I coralli formano labirinti intricati che danno rifugio a tartarughe marine, pesci pappagallo, pesci chirurgo e banchi di pesci variopinti che si muovono all’unisono come in una danza naturale.
In alcuni punti le mangrovie sommerse, tra cui quelle di Campbell Bay, oltre a creare rifugi e nascondigli per la vita marina, fanno sì che l’acqua prenda sfumature di verde e turchese che cambiano a ogni passo o a ogni onda.
Sulla terraferma, la Great Nicobar custodisce la Riserva della Biosfera, riconosciuta dall’UNESCO, in cui le foreste pluviali costiere si spingono quasi fino al mare, un fenomeno estremamente raro nel nostro pianeta. Tra la vegetazione si incontrano alberi tropicali, felci, liane e palme, mentre gli uccelli locali includono specie come il Nicobar pigeon, che contribuiscono al carattere unico della fauna terrestre.
Le foreste dei villaggi di Campbell Bay e Galathea Bay mettono a disposizione percorsi dove la densità della vegetazione sembra avvolgere ogni suono, amplificando la sensazione di trovarsi in un mondo lontano dal tempo e dal rumore.
Le spiagge completano questo quadro: Indira Point, il punto più a sud dell’India, appare come un lembo di terra isolato che si affaccia sull’oceano aperto, con sabbia chiara e acqua cristallina in cui è possibile vedere i pesci e i piccoli crostacei muoversi tra i coralli appena sotto la superficie. La Pulomilo Beach della Little Nicobar regala una tranquillità quasi irreale: la vegetazione arriva fin quasi alla riva e le acque basse e calme invitano a osservare la vita marina con uno snorkeling leggero. Car Nicobar, più pianeggiante e aperta, offre tratti di costa estesi e villaggi integrati nel paesaggio, mentre le barriere coralline più accessibili si trovano vicino alla baia di Malacca, in cui il mondo sottomarino è più facilmente osservabile anche senza immersioni profonde.
Logistica e impegno del viaggiatore
Come si può evincere dalle righe precedenti, visitare le Nicobare richiede più di un bagaglio e un costume da bagno. Serve attrezzatura adeguata per terra e per mare: scarpe da trekking per i sentieri che attraversano la foresta, maschera e boccaglio, protezione dagli insetti e abiti leggeri ma coprenti.
Spostarsi da un’isola all’altra può significare cambiare barca o aspettare un po’ di tempo (a volte anche per il meteo). Le strutture alberghiere sono semplici, spesso essenziali. Anche per tale motivo è importante muoversi con rispetto, soprattutto nei confronti delle comunità indigene e del prezioso ambiente.
Quando andare
La stagione migliore per visitare l’arcipelago è quella in cui le piogge sono meno intense e il mare più calmo: grosso modo tra ottobre e aprile. Invece, nei mesi da maggio a settembre, durante la stagione dei monsoni, piogge copiose e mare mosso rendono trasporti, percorsi terrestri e attività più difficili.
Scegliere il momento giusto non significa solo evitare l’acquazzone: è più che altro sinonimo di aumentare la probabilità di trovare acque cristalline, barriere coralline in condizioni migliori, e foresta meno tormentata dal vento e dalla pioggia.
Alla scoperta delle isole Comore, un paradiso naturale con spiagge da favola, foreste di palme e vulcani.
L’arcipelago delle isole Comore si trova nell’Oceano Indiano, tra il Mozambico e l’isola del Madagascar. Le isole principali sono quattro e, anche se spesso sono ancora chiamate con i nomi francesi, in seguito alla proclamazione d’indipendenza il governo delle Comore le ha ribattezzate con nomi swahili: Njazidja (Grande Comore), Mwali (Mohéli), Nzwani (Anjouan), e Mahoré (Mayotte).
Le isole Comore furono popolate solo nel VI secolo da popolazioni africane giunte dalle vicine coste. Nel IX secolo giunsero gli arabi shirazi che le invasero e sottomisero la popolazione creando diversi sultanati, tra questi il più importante ad Anjouan. All’inizio del XVI secolo le isole Comore furono raggiunte dagli europei. Portoghesi, francesi, olandesi e inglesi fecero di questo arcipelago una base per i loro commerci. Situate lungo le rotte commerciali di India, Golfo Persico e Sud Africa, le isole furono visitate da diverse popolazioni, non solo dai Malgasci che si insediarono a Mayotte, ma anche da pirati e contrabbandieri.
Nel XIX secolo la Francia sottomise i sultanati e prese il controllo delle isole Comore avviando un’economia di piantagione. Verso la fine del XX secolo fu avviato il processo per l’indipendenza che fu approvata il 6 luglio 1975: la ricorrenza viene ricordata ogni anno ed è festa nazionale. L’Unione delle Comore comprende oggi Grande Comore, Moheli e Anjouan, non ne fa parte l’isola di Mayotte che, seppur reclamata, ha rifiutato l’indipendenza dalla Francia.
La storia delle isole Comore fa sì che i comoriani siano oggi un’etnia arabo-africana mista. La maggioranza della popolazione è di cultura arabo-islamica, ma vi è anche una minoranza cattolica sull’isola di Mayotte. Le lingue più diffuse sono l’arabo e il comoriano, la lingua derivata dallo swahili, ma la maggior parte della popolazione comprende e parla anche il francese.
Il periodo migliore per visitare le isole Comore è durante la stagione secca, tra maggio e ottobre. Il clima tropicale presenta nel resto dell’anno una stagione umica e calda; da novembre ad aprile le temperature sono più elevate e, anche se le precipitazioni sono generalmente scarse, si possono manifestare dei cicloni.
L’isola più grande dell’arcipelago Comore è Njazidja, che è anche l’isola geologicamente più giovane. La città di Moroni è il capoluogo principale delle isole e ospita l’Aéroport International Moroni Prince Saïd Ibrahim che insieme al porto costituisce la porta d’ingresso del paese. Il centro della città è da visitare per cogliere nelle stradine il mix culturale che caratterizza le città delle isole Comore. Le case più antiche conservano le decorazioni tradizionali e il mercato offre non solo i prodotti locali ma un tuffo nell’atmosfera vivace e accogliente dell’isola. A sud di Moroni si trova l’antico capoluogo, Iconi.
L’arcipelago è di origine vulcanica e nell’isola Njazidja si trova il Karthala, un vulcano attivo alto più di 2.300 metri. Anche se l’isola è conosciuta per le sue rocce vulcaniche nere prodotte dalle numerose eruzioni, sono tuttavia presenti diverse spiagge di sabbia bianca, le più rinomate dell’isola si trovano vicino a Chomoni, a Chindini e a Maloudja. Il modo migliore per non perderne neanche una è prendere la strada principale che segue il perimetro dell’isola e lasciarsi tentare dai diversi piccoli golfi.
I panoramidi questa area delle isole Comore sono mozzafiato e le spiagge sembrano luoghi da cartolina, con le palme che crescono a ridosso delle bianchissime spiagge. Chi desidera intraprendere il trekking sulle pendici del vulcano deve proseguire verso l’interno. L’esperienza è decisamente affascinante ma richiede cautela e scarponcini comodi.
L’isola di Nzwani, o Anjouan, è famosa per la scogliera corallina che attira appassionati di snorkeling. La città principale è Mutsamudu, che oltre ad ospitare un grande porto, vanta un caratteristico centro storico. Proseguendo verso l’interno dell’isola si incontra la città di Tsembehou e successivamente la cascata di Tratringa. Il parco del Monte Ntringui include il lago Dzialandze e costituisce un luogo piacevole per escursioni alla scoperta della vegetazione e della fauna locale.
Proseguendo verso est si giunge alla costa orientale delle isole Comore dove si trova Bambao, un’antica città che mostra ancora gli edifici storici del sultanato. Da visitare anche la bellissima spiaggia di Moya, il luogo ideale dove rilassarsi prima di proseguire verso la prossima isola.
L’isola di Mwali, o Mohéli, è la più piccola delle isole Comore e il suo capoluogo è Fomboni. L’isola i cui rilievi non superano i 900 metri di altitudine è un vero e proprio paradiso ecologico. Nel comune di Nioumachoua si trova il parco marino di Mohéli che ha reso l’isola famosa in tutto il mondo. È possibile organizzare escursioni in barca o immersioni per scoprire l’incredibile fondale ricco di pesci colorati e di coralli Le spiagge dell’isola sono non solo il luogo del relax, ma soprattutto il territorio delle tartarughe verdi che vi depongono le uova.
L’isola di Mahorè, o Mayotte, è l’isola geologicamente più vecchia, non presenta particolari rilievi, ma nella regione centrale dell’isola i territori collinari coincidono con diverse Reserve Forestière.
Le isole Comore sono un territorio ricco di sorprese, l’origine vulcanica caratterizza le isole e le spiagge, la vegetazione e la fauna endemica la rendono un luogo unico al mondo, un vero e proprio paradiso naturale non ancora colonizzato dal turismo di massa.
Dagli spuntini al mercato allo street food delle Roulotte, dalle cene francesi con prodotti locali, alle serate giovani con la gente del posto e la birra artigianale, le esperienze enogastronomiche da non perdere nella “porta” del paradisiaco gioiello del Pacifico del Sud.
Sbrigate le pratiche del check-in all’hotel “Maitai Express Tahiti”, un monolite esotico e centralissimo per respirare autenticità non appena atterrati a Papeete, uscire per immergersi tra i sapori e i colori del vivace capoluogo della Polinesia Francese sulla verdeggiante isola di Tahiti, è un toccasana. Soprattutto per chi ha sorvolato ben due oceani e il Nuovo Mondo da Est a Ovest, con tanto di scalo negli Stati Uniti, per raggiungere la destinazione e iniziare quella che probabilmente è la vacanza da sempre sognata. La cittadina è piena di esperienze da vivere all’insegna del gusto, ma pure degli usi e dei costumi locali. Come l’aggraziata danza che evoca le onde del mare e il soffio dei venti Alisei, protagonista di seducenti spettacoli; ancora, le energiche sonorità degli ukulele, le chitarrine a 4 corde che si ascoltano nei live; oppure, le odorose decorazioni floreali che, in genere, adornano il capo delle burrose ballerine, da ammirare al mercato dove vengono realizzate a mano da laboriose e deliziose signore. Ma non solo: le diverse escursioni in mare e i tanti trekking disponibili, dimostrano come questa meta di viaggio valga più di una breve sosta, pensata solo per poi salire a bordo del traghetto Aremiti, di un aeromobile Air Tahiti o di una nave-cargo adibita a leisure come l’Aranui, con cui spostarsi altrove.
Papeete, il soggiorno per immergersi nella vera essenza della Polinesia Francese
“Poisson Cru” (foto di Grégoire Le Bacon)
Senza nulla togliere al resto, dalle isole di Moorea e Bora Bora, fino agli arcipelaghi delle Tuamotu, delle remote Marchesi e delle Australi, una vacanza a Papeete, storicamente la “porta” di accesso di questi paradisiaci gioielli tra lagune di color zaffiro o smeraldo, giardini di coralli ed entroterra lussureggianti, è l’occasione per conoscere i polinesiani di città e le tradizioni tra presente e passato, a partire dalla tavola e dai suoi prodotti più tipici. Come l’ananas, una variante piccola e dolcissima, e il tonno rosso, protagonista del “Poisson Cru” (o pesce crudo). Un piatto nazionale composto da cubetti di pesce fresco marinati in succo di lime e poi uniti a verdure come cetrioli e cipolle. Il tutto, condito con latte di cocco, una spremuta dell’alimento grattugiato a mano con una lama, e servito nella metà della sua noce. «Nonostante Tahiti non sia scelta per un unico soggiorno bensì come punto di partenza di una vacanza in Polinesia, è una tappa che non si può assolutamente saltare e che stiamo proponendo da diverso tempo per dare un tocco di autenticità al viaggio – racconta Simona Seghetti di Tinkywinky, storico tour operator con sede a Roma specializzato sulla Polinesia Francese – Chi prenota, accoglie questo nostro suggerimento, perché il mare non basta più. I turisti cercano le esperienze a contatto con la gente del posto, l’immersione nella cultura, negli usi e nei costumi. Anche per questo li supportiamo con la prenotazione, già dall’Italia, delle escursioni con i “local”. Altrimenti può accadere che si debba rinunciare poi, una volta a destinazione, perché i posti disponibili sono esauriti. Si tratta di mete in cui non si va ogni anno, meglio non rischiare di perdere occasioni», conclude Simona di Tinkywinky.
Dal mercato per assaggiare i sapori locali al cibo da strada nelle Roulottes
Una Roulotte – chiosco
Un “must” a Papeete è Le Marché, il caratteristico mercato coperto dove si viene accolti da una sinfonia avvolgente di colori, odori e suoni. È il cuore vibrante della città, ideale per lasciarsi tentare dal cibo, soprattutto al mattino presto, quando arrivano le materie prime freschissime come l’ananas o il tonno rosso appena pescato.
Ma è anche regno dell’artigianato floreale, con quei colori vivi che sembrano uscire da un dipinto di Gauguin. Camminare tra le bancarelle fa sentire i turisti parte di qualcosa di genuino e profondo. «Le Mamas, con i sorrisi luminosi e i vestiti floreali ti danno il benvenuto con il loro saluto in tahitiano “Ia Orana”. Sono un’icona di questa terra, incontrarle resterà nel cuore. Come pure la passeggiata al mercato, un’esperienza che ti porta a contatto con la vera essenza della Polinesia», conclude l’esperta della destinazione. I viaggiatori appassionati di street food in posti frequentati dai “local”, non possono mancare poi un pasto nelle Roulottes, i chioschi tipici di Papeete, che si trovano sia sulla strada per l’aeroporto, quindi ideali prima di imbarcarsi verso casa, per godersi l’ultimo tramonto mozzafiato del cielo; sia sul lungomare a ridosso delle banchine del porto, più comode per chi pernotta nella parte centrale della cittadina. Nelle cucine mobili, si preparano espresse, su ordinazione anche al barbecue, prelibatezze di carne e pesce, come i poké, da consumare comodamente seduti nei tavolini che le circondano e dove la clientela del posto non manca mai.
Dall’aperitivo al dopocena, passando per una raffinata esperienza gastronomica al ristorante
“Les 3 Brasseurs”
A Papeete, il tramonto si ammira durante l’aperitivo al boutique hotel “Kon Tiki Tahiti”, che vanta una panoramica terrazza con vista privilegiata del cielo che si tinge di arancione. Il “Maitai” è invece a un passo da “Les 3 Brasseurs”, imperdibile locale dove in particolare il venerdì sera si fa serata tra bevute conviviali di birre artigianali proposte in spillatori enormi posizionati al centro del tavolo, e giovani polinesiani che danno spettacolo, in t-shirt e pareo, ballando le danze della tradizione sulla musica live di una band del posto. Un appuntamento da non mancare, ma solo dopo una cena interessante per la particolare proposta enogastronomica che punta sugli ingredienti del territorio, acquistati nelle pescherie e dai contadini del mercato e non solo, usati per creare delle ricette di tradizione francese. Il ristorante da raggiungere è “Le Sully”, una gemma nascosta che accoglie la clientela in un ambiente raffinato ma semplice, tra conchiglie e fiori come décor, e dal tocco rustico ma caldo, con gli arredi di legno. Al tavolo si assaporano piatti come il tonno affumicato con foie gras su una purea di patate e legumi, servito con crostino; il pesce panato perroquet con auteraa (mandorle locali); il civet de cochon (maiale) a bocconcini cucinati con vino rosso; un irresistibile soufflé vanille, di cui va molto fiero lo chef Tereva Galopin, ideatore ed esecutore del curioso menu nato dalla sua stessa storia, essendo figlio di padre francese e di madre dell’isola di Taha’a, un profumato giardino del Pacifico dove la vaniglia regna sovrana tra orchidee, gardenie e frangipani.
Dalle colline marchigiane ai tunnel delle Ande, dalle stazioni sovietiche alle gallerie scozzesi: queste le ferrovie dimenticate più suggestive e inquietanti.
C’è qualcosa di profondamente affascinante, inquietante e suggestivo nei binari dimenticati. Le vecchie ferrovie, una volta arterie pulsanti di traffico e progresso, oggi giacciono silenziose, invase dalla vegetazione. Rappresentano vere e proprie istantanee storiche congelate nel tempo.
In tutto il mondo, anche in Italia, esistono linee ferroviarie abbandonate da brivido. Alcune sono state trasformate in sentieri turistici, altre restano luoghi fantasma, dove il rumore dei treni è solo un’eco nella memoria. Ecco alcune delle più suggestive.
Ferrovia Fano-Fermignano-Urbino, Marche
Nascosta tra l’Adriatico e le dolci colline marchigiane, la ferrovia Fano-Fermignano-Urbino è una delle linee abbandonate più suggestive d’Italia. Inaugurata nel 1898 e chiusa definitivamente nel 1987, collegava la costa con l’antica città ducale. Oggi, le piccole stazioni dismesse, i ponti in mattoni a picco sui fiumi e le gallerie immerse nella vegetazione sembrano usciti da un romanzo di viaggio dimenticato.
Molti tratti sono ancora percorribili a piedi o in bicicletta: il tratto tra Fermignano e Urbino, ad esempio, regala scorci incantevoli sulla valle del Metauro e sul profilo inconfondibile del Palazzo Ducale. Si parla di un progetto di recupero della linea a scopo turistico, ma per ora resta un luogo sospeso, dove il tempo si è fermato e la natura ha riconquistato il suo spazio.
La stazione fantasma di Canfranc, Spagna
Ai confini tra Francia e Spagna, invece, sorge la stazione internazionale di Canfranc, un colosso ferroviario inaugurato nel 1928 e presto caduto in declino. Un tempo soprannominata “la cattedrale dei treni” per la sua imponenza (stiamo parlando di oltre 200 metri di lunghezza, centinaia di finestre e un salone d’attesa degno di un palazzo reale) oggi è diventato un luogo sospeso tra storia e mistero.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, Canfranc fu teatro di traffici segreti, spie e passaggi clandestini: una leggenda racconta persino che nei suoi sotterranei sia transitato oro nazista diretto in Spagna! Oggi è visitabile, ma conserva un’aura spettrale, soprattutto nelle ore serali, quando il vento dei Pirenei fischia tra i binari arrugginiti.
Psyrtskha Station, Georgia
Cambiamo zona del mondo e andiamo in Georgia, dove tra le montagne e le foreste fitte dell’Abkhazia, nella cittadina di Akhali Atoni, si nasconde una delle stazioni abbandonate più affascinanti dell’ex Unione Sovietica: Psyrtskha Station. I suoi archi neoclassici, le colonne in stile sovietico e le piastrelle ormai scolorite si specchiano nelle acque turchesi del fiume Psyrtskha, creando un contrasto surreale con la vegetazione che lentamente la divora. Anche se i treni ancora sfrecciano nel tunnel accanto alla stazione, nessuna locomotiva si ferma qui da decenni!
La ferrovia Transandina, Argentina
Tra le nevi delle Ande troverete, invece, una delle linee ferroviarie più estreme e dimenticate del pianeta: la ferrovia Transandina, costruita all’inizio del Novecento per collegare Mendoza (Argentina) a Los Andes (Cile). Oggi i treni non passano più, ma restano i tunnel scavati nella roccia a oltre 3.000 metri d’altitudine, coperti di ghiaccio e graffiti.
Il silenzio assoluto, il vento che ulula tra i cunicoli e la vista sconfinata sulle montagne innevate creano un’atmosfera particolarmente surreale. C’è anche una leggenda locale: si dice che, nelle notti di tempesta, si sentirebbero ancora i fischi dei treni fantasma perduti nella neve.
Glenfarg Railway Tunnels, Scozia
Infine, a circa un’ora di auto da Glasgow, si trovano i Glenfarg Railway Tunnels, ossia i resti di una linea ferroviaria dismessa dal 1970. Questi tunnel gemelli, immersi in una vegetazione fitta e umida, proiettano un senso di abbandono che va oltre la semplice decadenza. Le pareti di cemento e le aperture oscurate formano un labirinto in cui ogni suono viene amplificato dall’eco. Coloro che l’hanno esplorata raccontano anche di aver vissuto un’esperienza inquietante, in cui l’oscurità diventa protagonista e il tempo sembra sospeso.
Terra di mare trasparente, montagne aspre e sentieri scolpiti dal vento, la Sardegna è un paradiso per chi ama vivere la natura passo dopo passo, pagaiata dopo pagaiata, pedalata dopo pedalata. Qui il paesaggio cambia continuamente: alle scogliere granitiche seguono foreste silenziose, ai canyon calcarei si alternano dune che sembrano deserti africani, mentre l’entroterra rivela un mondo antico fatto di nuraghi, domus de janas, tradizioni e rocce modellate dal tempo. Ogni angolo dell’isola offre uno scenario diverso, perfetto per attività outdoor memorabili e per chi desidera un contatto autentico con l’ambiente.
Cala Goloritzè
Kayak a Cala Luna
In kayak lungo coste selvagge
Scivolare sull’acqua in kayak è uno dei modi più affascinanti per scoprire la Sardegna. Nel Golfo di Orosei, le pareti del Supramonte precipitano nel blu tra archi naturali, grotte marine e calette di sabbia chiarissima raggiungibili solo dal mare. Pagaiando verso Cala Goloritzé o Cala Luna, il paesaggio assume tonalità sempre nuove, mentre il silenzio della scogliera amplifica il fascino di questo tratto di costa.
A nord, l’Asinara accoglie con acque limpidissime e un sorprendente patrimonio faunistico: asini bianchi, mufloni e una ricchissima avifauna accompagnano il percorso lungo le sue baie protette. Tra La Maddalena e la Costa Rossa il granito scolpito dal vento crea labirinti rocciosi e piccole insenature dove il tempo sembra fermarsi. Nel Sulcis e a Capo Teulada, invece, la pagaia si muove tra dune candide, faraglioni e un mare in cui non è raro avvistare delfini che nuotano vicino alla costa. Un’esperienza lenta e immersiva, ideale per cogliere la natura da un punto di vista privilegiato.
Arrampicata a Baunei
Arrampicata e canyoning: la Sardegna verticale
Dalle falesie affacciate sul mare alle strette gole dell’entroterra, l’isola è un riferimento internazionale per il climbing. A Cala Gonone le pareti calcaree offrono vie di tutti i livelli, con settori che alternano panorami sul mare e scorci di foresta. Ulassai, immersa in un anfiteatro di roccia, è un’altra mecca per gli arrampicatori, con falesie ombrose ideali in ogni stagione. L’Aguglia di Goloritzé resta però l’icona assoluta: un’imponente guglia che domina una delle spiagge più belle del Mediterraneo, meta ambitissima dai climber più esperti.
Nel sud-ovest, le scogliere di Masua e il Castello dell’Iride combinano adrenalina e orizzonti infiniti, offrendo vie esposte e scenografiche. Gli appassionati di canyoning trovano percorsi unici: Badde Pentumas, nel cuore del Supramonte, conduce tra pareti vertiginose e meandri modellati dall’acqua; Rio Pitrisconi regala cascate, pozze cristalline e tratti divertenti ideali per un bagno rigenerante.
In bici tra mare e montagna
Cicloturismo: pedalare tra mare e montagne
In Sardegna la bici è un invito alla scoperta. Strade silenziose, borghi sospesi nel tempo e continui cambi di scenario rendono ogni itinerario unico. La spettacolare litoranea tra Alghero e Bosa è un nastro d’asfalto sospeso sul mare, mentre nell’interno la Barbagia e il Supramonte offrono salite impegnative e vedute solitarie che ripagano ogni sforzo.
Gli amanti dell’enogastronomia possono pedalare tra i vigneti del Cannonau o del Carignano, incontrando piccoli paesi ricchi di tradizioni e sapori autentici. Sulla Costa Verde e nel Sinis, invece, il mare accompagna ogni curva: dune immense, scogliere frastagliate e lagune popolate da fenicotteri regalano un susseguirsi di paesaggi quasi irreali. Il clima mite e il traffico ridotto fanno dell’isola una meta ideale per pedalare in tutte le stagioni.
Gola di Gorropu, tra i canyon più profondi e spettacolari d’Europa
Trekking per tutti, tra le meraviglie dell’isola
Il modo più intimo per conoscere la Sardegna resta il trekking. Le lunghe traversate come il Selvaggio Blu, celebre per i suoi passaggi a picco sul mare, o la Grande Traversata del Supramonte, che attraversa altopiani rocciosi e antichi ovili, offrono emozioni forti e paesaggi primordiali.
Per chi cerca percorsi panoramici sul mare, Punta Giglio, Capo Caccia e la Sella del Diavolo regalano camminate accessibili con vedute luminose e cambi di prospettiva continui. Nell’entroterra dominano i mondi di roccia: Punta La Marmora, vetta più alta dell’isola, e Monte Corrasi offrono panorami infiniti, mentre la Gola di Gorropu, profonda e imponente, è uno dei canyon più spettacolari d’Europa. Non mancano itinerari che intrecciano natura e archeologia, come quello che conduce al villaggio nuragico di Tiscali, nascosto in una dolina, o il periplo di Capo San Marco, dove natura e storia fenicia convivono armoniosamente.
Escursionisti sul Monte Albo, Supramonte
Un’isola da vivere all’aria aperta
Che si navighi tra falesie, si pedali lungo strade solitarie o si cammini nella macchia mediterranea, la Sardegna offre una natura che sorprende sempre.Un mosaico di mare, roccia e foreste che invita a rallentare, osservare e respirare, lasciando emergere una bellezza essenziale e profonda. Un invito continuo a tornare, ogni volta con la voglia di esplorare un nuovo angolo di questa isola straordinaria.