Dalla passeggiata nella parte antica di Al-Balad, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, tra souq, architetture “Hijazi” e moschee, allo snorkeling tra i coralli di Bayadah island, fino ai ristoranti tipici della tradizione e non solo, le esperienze da non perdere nella culla della società più cosmopolita del Paese mediorientale.
In passato, se un musulmano non saudita voleva raggiungere La Mecca, doveva approdare al porto di Jeddah, unica “porta” di accesso per i devoti di ogni parte del mondo alla vicina città santa. Oggi, invece, il viavai di fedeli forestieri che vi sono diretti è nel suo aeroporto: gli uomini si notano facilmente, perché indossano l’Ihram, un abito rituale composto da due pezzi di stoffa bianca non cuciti (uno per i fianchi, l’altro per il busto), simbolo di purezza e uguaglianza, che si usa durante l’Hajj e l’Umrah, i due pellegrinaggi sacri (si distinguono per obbligatorietà, come il primo, uno dei cinque pilastri dell’Islam, e per tempistiche). Seguaci che un tempo, una volta giunti nella località del Mar Rosso saudita per adempiere ai doveri spirituali della religione, spesso sceglievano di fermarvisi per ricominciare una nuova vita, rendendo così, nei secoli, la società di Jeddah la più cosmopolita del Paese mediorientale, pur restando ben salda alle tradizioni. Visitando le architetture “Hijazi” del centro storico Al-Balad, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dal 2014, passando per souq, ristoranti tipici e moschee, si scopre oggi un centro culturale autentico, tappa obbligata per gli appassionati di storia, in viaggio in Arabia Saudita. Turisti che resteranno ammaliati dalla località, rinomata anche per la sua scintillante Corniche, teatro del Gran Premio Jeddah, lo spettacolare e adrenalinico circuito notturno di Formula 1.
Le architetture di Al-Balad, la Jeddah storica Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO
Alzando lo sguardo, mentre si esplora Al-Balad, incantano i palazzi tipici “Hijazi”, delle vere e proprie opere d’arte tutte da ammirare (buona parte in corso di restauro conservativo, iniziato nel 2018 e voluto dal Ministero della Cultura), per apprezzare la loro particolare architettura, il cui nome richiama quello della regione di cui fa parte la città: tradizionale e autentico, lo stile si distingue per l’uso di materiali locali di costruzione, a partire dai blocchi di pietra corallina estratti dal Mar Rosso mescolati con il calcare; ma anche per le tecniche utilizzate, evidenti nelle pareti sostenute da possenti travi orizzontali in teak. E non mancano a caratterizzarlo le torri del vento e le incantevoli “mashrabiyya”, le finestre a grata con intricati intarsi in legno «che filtrano la luce e proteggono le donne dagli sguardi indiscreti dei passanti», racconta la guida Ahmed Zahrani davanti a Beit Nassif, una delle residenze del precedente re saudita Abdullah bin Abdulaziz. Una dimora con oltre 150 anni di storia nel centro storico di Jeddah, testimone del ricco patrimonio culturale. I visitatori possono esplorarne ambienti e manufatti, raggiungendo l’ingresso sorvegliato, da oltre 130 anni, da un albero di Neem. La guida invita i turisti a entrare poi nell’antica abitazione Beit Almatbouliin, aperta al pubblico e presente da più di 423 anni. È imperdibile l’occasione di vedere dall’interno un “roshan”, parola al singolare di “rawashin”, i balconi lignei sporgenti fatti a mano su commissione dei proprietari.
Il souq, le esperienze olfattive e la pausa caffè
Importante snodo, in passato, tra Asia, Africa ed Europa, di preziosi traffici commerciali di spezie e incenso per i mercanti venuti dal mare, Jeddah ha sempre accolto i forestieri in cerca di affari da una delle sue otto porte. Vicino Makkah Gate, ancora oggi si può raggiungere il vivace souq Al Alawi, l’antico mercato beduino risalente al 1716, dove si trovava latte, formaggio e pelle di animali per coprirsi. Un bazar popolato dai nomadi del deserto, ammessi nel ventre del fiorente centro saudita dall’alba al tramonto. La passeggiata continua tra le stradine profumate di oud e muschio, i cui estratti sono protagonisti di popolarissimi percorsi olfattivi, passatempo favorito di chi è a caccia di souvenir ed è già inebriato dalla magia del luogo, soave e sospeso nel tempo. Un microcosmo di pacata vivacità, con le botteghe artigiane popolate da donne e uomini abbigliati per lo più in modo tradizionale: in niqab o abaya, le prime, in entrambi i casi di colore nero, per non essere appariscenti e «perché da sempre il giorno, quando il sole rischia di infuocare i corpi abbigliati con tonalità scure, loro restano a casa», precisa la guida; in tunica bianca, i secondi, ideale per chi esce sin dal mattino, anche solo per raggiungere un locale specializzato in datteri e caffè arabo di qualità, dove fare il pieno di energie.
Come “Diyab”, un indirizzo che non resta indifferente già solo per il suo curioso ingresso puntellato di “dallah”, le raffinate caffettiere saudite in ottone e col becco allungato.
L’antica moschea di Jeddah
Sebbene la moschea più famosa sia quella galleggiante di Al Rahma in scintillante marmo bianco e con un sistema di illuminazione all’avanguardia, unica per le palafitte che sostengono uno dei primi luoghi di culto al mondo dei musulmani costruiti sull’acqua, è da non perdere la visita (fuori dagli orari di preghiera e col capo coperto dal velo) nella affascinante moschea Al-Shafi’i, una delle più antiche del centro storico di Jeddah. Costruito 1400 anni fa (sotto un tappeto, si scorge la sua struttura originale) e con un minareto arrivato 5 secoli dopo, il sito è l’occasione per scoprire (dal filtro di un monitor) anche la storia e gli spazi più significativi de La Mecca e di Medina, i due santuari dell’Islam. Il “mihrab”, la nicchia che indica la direzione dove si trova la celebre Kaaba per il raduno dei devoti nel sacro recinto de La Mecca, è un susseguirsi di intricate sculture e vivaci dettagli color cremisi, verde smeraldo e indaco, che risaltano di fronte al viavai delle devote con le lunghe abaya nere, gli abiti indossati tradizionalmente per ritrovarsi nel luogo di culto dopo l’“adhan”, la chiamata del “muezzin” alla preghiera.
Snorkeling e kayak tra i coralli di Bayadah island nel Mar Rosso saudita
È una delle isole sommerse più belle del Mar Rosso saudita, con le sue acque cristalline turchesi sempre calme, che consentono di ammirare la barriera corallina e i pesci che la abitano, facendo snorkeling o salendo su un kayak. Bayadah, gioiello al largo della costa di Jeddah, è ideale per una facile via di fuga dalla città e per trascorrere una mezza giornata rilassandosi e divertendosi con l’outdoor sottomarino e altri sport come lo sci nautico. Per raggiungere il posto, si prenota un’escursione in barca con uno dei tour operator locali (alcuni dei quali permettono anche di fare pescaturismo), che durante la gita deliziano pure i palati, a suon di succhi freschi e gustosi sandwich.
Il ristorante tradizionale di pesce alle porte di Jeddah e il locale lifestyle
Per una cena dal sapore autentico, in cui ci si mescola con i sauditi, il ristorante da prenotare è “Albasali”. Una cucina di pesce di qualità, alle porte della Jeddah storica, per un locale aperto nel lontano 1949 e rinomato per il banco di pescato fresco a vista che finisce nei piatti. Come il prodotto rosso locale “Najel” che ricorda la spigola e l’orata, ma anche i calamari, i gamberi e il granchio, che possono essere preparati al forno, alla griglia o fritti. L’ambiente è semplice, tra tavoli di legno e tovagliette di carta, le più pratiche per sparecchiare velocemente. Il personale è gentile e cordiale, e restituisce al meglio l’immagine di una città portuale cosmopolita e multiculturale, considerate le differenti origini di chi si occupa della sala. Si cambia atmosfera salendo al Kabana, un ristorante nella parte moderna di Jeddah, glamour ma in stile, con gli immancabili narghilè per il fine pasto, consumato tra ricette di cucina afghana e libanese, come il kebab del sultano con manzo e salsa yogurt, gli spiedini di agnello marinato e i gamberi con maionese speziata, senza dimenticare i samosa, i mezè con hummus e tanto altro, il croccante formaggio fritto Halloumi e, “ça va sans dire”, la tipica crema mediorientale babaganoush.




