«Accomodatevi e preparatevi a essere stupiti». Potrebbe davvero essere questo il motto delle strutture italiane che hanno deciso di andare oltre la solita camera perfettina e un po’ anonima per trasformarsi in luoghi dove l’ospitalità smette di essere semplice accoglienza e diventa invenzione, incontro, sorpresa. Dal B&B dove si dorme tra gli scaffali pieni di volumi consumati dal tempo e che danno la sensazione di stare in una biblioteca, all’hotel che espone quadri come in una galleria d’arte, passando per l’ex casa di tolleranza che custodisce memorie quasi fossero confidenze. Ogni struttura ha un carattere tutto suo, pronta a regalare non solo un letto, ma un’esperienza che lascia una traccia, un sorriso, magari anche una storia da raccontare al ritorno. E allora il viaggio si fa scoperta anche quando si spengono le luci della giornata per la buonanotte.
Il nostro percorso può iniziare da Torino, città dalla sobria eleganza e amata dagli scrittori. Cesare Pavese amava passeggiare lungo il Po, Guido Gozzano trovava nella vita quotidiana i suoi versi più delicati, Edmondo De Amicis raccontava un’Italia in cammino. In questo scenario, il Turin Bed&Books, sotto i portici di via Po, continua quella tradizione di intellettualità diffusa. Il nome che gioca con le parole e qui i libri non sono un dettaglio, ma il filo conduttore dell’esperienza. L’alloggio si trova sopra una storica libreria antiquaria, e gli ambienti conservano l’anima del passato: scaffali colmi di volumi antichi da avere la sensazione di stare in una biblioteca, copertine segnate che fanno venire voglia di sfiorarle con attenzione, camere che profumano di storie. Un punto di partenza ideale per scoprire il centro a piedi: Piazza Vittorio a pochi passi, il Po con i suoi parchi, la collina che accompagna lo sguardo.
Pure le Dolomiti hanno ispirato artisti, scrittori, viaggiatori in cerca di respiro ampio. È in questo contesto che a San Vigilio di Marebbe sta per nascere un’esperienza che intreccia ospitalità e gioco in modo del tutto nuovo: Ama Escape, la prima escape room pronta da metà gennaio prossimo all’interno di Ama Stay, ai piedi del Plan de Corones. Il progetto, ideato da Josef Rizk con lo studio berlinese Spielearchitekten, trasforma l’intera struttura in una sorta di racconto interattivo: ogni dettaglio può rivelarsi un indizio, ogni porta può aprire a un enigma. L’avventura inizia con una busta sigillata che contiene il primo mistero e da lì si snoda un itinerario fatto di codici da decifrare, simboli nascosti e riferimenti alla cultura ladina, che affonda le radici nella memoria del territorio. Settantacinque minuti per trovare la chiave giusta e ricomporre la trama del “caso”, tra collaborazione, intuito e un pizzico di teatralità. Dopo il gioco, il tempo ritrova il suo passo naturale e ci si abbandona alla cucina dell’Ama Restaurant che rilegge i sapori ladini.
A Milano, invece, ci si può ritrovare a dormire dentro una chiesa. Non una metafora, ma la storia concreta della chiesa di Cristo Re, costruita negli anni ’30, consacrata nel 1935 dal cardinale Alfredo Schuster e poi caduta in disuso dagli anni Novanta. Oggi quei muri che un tempo custodivano ritualità e raccoglimento accolgono viaggiatori, valigie, voci che arrivano da mezzo mondo. L’NH Collection Milano CityLife, ha ripensato l’edificio con pianta a croce latina a tre navate senza cancellarne l’anima: la verticalità, le proporzioni, il bianco ottico, la luce che filtra dall’alto rimangono riconoscibili e funge da ingresso all’hotel. Sono stati mantenuti i portoni in legno originali, gli archi a tutto sesto e le campate delle navate laterali. Là dove un tempo si pregava oggi si dorme – 10 suite sono state costruite proprio sopra la navata centrale -, si lavora, ci si affaccia alla finestra per osservare lo skyline milanese che si allunga verso l’orizzonte.
Sul Renon in Alto Adige, a Soprabolzano, l’Apipura Hotel Rinner ha trasformato il mondo delle api in una forma di benessere e il vicino lago di Costalovara creano un paesaggio di calma diffusa. Le camere, tutte in legno, richiamano il mondo mellifero anche nei dettagli – alcune si chiamano mellifera o Apis royal – e la testata dei letti ricorda la geometria dell’alveare. Paul, il padrone di casa, è apicoltore per passione e la sua idea di ospitalità è intrisa di natura e sostenibilità. La struttura adotta il metodo Beecura, sviluppato dall’apicoltore e terapista naturale tedesco Jürgen Schmiedgen. Il trattamento avviene in una casetta di legno collegata alle arnie, dove si respira – tramite speciali mascherine – aria ricca di oli essenziali, flavonoidi e pappa reale. E per chi non ha l’auto, o non vuole usarla, si sale con la funivia del Renon da Bolzano e si prosegue con il trenino storico che attraversa l’altipiano.
A Castel d’Azzano, poco fuori Verona, i sogni si fondono con la Street Art. Siamo al Muraless Art Hotel, un albergo che ha fatto dell’arte urbana la propria lingua madre. Corridoi, porte, camere e spazi comuni diventano tele che raccontano la creatività italiana. E pure la facciata, con l’enorme murale firmato da Mr. Brainwash, ispirato a Romeo e Giulietta. Oltre cinquanta artisti coinvolti: storiche firme del writing e nomi della street art e del muralismo. Ogni camera è un piccolo mondo: c’è chi dorme tra le etichette dei grandi vini italiani (Amarone, Barolo, Brunello), chi tra i personaggi dell’opera lirica, chi nella fantasia del cinema con omaggi ad Anna Magnani, Federico Fellini, Massimo Troisi. L’artista Neve ha dedicato una stanza alla figura di Turandot, ritratta con un dragone dorato che svanisce alle sue spalle, simbolo della trasformazione da crudeltà ad amore guidata dalla tenacia del principe Calaf. In un’altra camera, l’inconfondibile tratto di Tackle Zero rende omaggio a Modigliani. E ancora Botticelli, Michelangelo, Modigliani.
È come vivere una galleria espositiva all’Ara Maris di Sorrento. Qui ogni passaggio – scale, corridoi, nicchie, salottini – diventa parte di un percorso d’arte contemporanea curato da Orma Art, galleria milanese. La luce dell’inverno mediterraneo filtra morbida e si posa su pitture, ceramiche, installazioni site-specific che raccontano memoria, identità, materia, colore. Gli artisti arrivano da Italia, Europa e Sud America come Paula López-Bravo la cui pittura fonde astrazione e figurazione in un tono poetico, Matteo Negri, maestro del colore e delle superfici riflettenti, Lucia Zamberletti, ceramista che celebra l’imperfezione e la forza evocativa della materia. La pittrice Giulia Mangoni, inoltre, ha realizzato un murales site-specific nello spazio che prende spunto dal quadro “Casa sul Lago” e collega la lobby al ristorante Cora Bistrot. Le opere non decorano semplicemente gli spazi: li abitano, li trasformano, li rendono luoghi di osservazione lenta. Vale la pena entrare a dare un’occhiata alla hall-galleria, anche se non si soggiorna, o magari fermarsi per un aperitivo. A poca distanza, un altro indirizzo racconta una creatività diversa ma altrettanto magnetica. Maison la Minervetta, sospesa tra cielo e mare, è un luogo dall’anima moderna e un po’ ribelle: il design dialoga con le opere visionarie di Gaetano Pesce e di altri pezzi artistici, come vasi e ceramiche, disseminati nella casa e nelle poche esclusive camere. Colori vivi negli arredi – bianco, blu, rosso, azzurro – e ovunque compaiono libri di viaggi e d’arte, pronti a farsi sfogliare. E poi c’è quella scala privata che scende fino al borgo dei pescatori di Marina Grande, un invito a rallentare, a sentire il respiro del mare come un complice discreto delle giornate.
E che dire delle “case di tolleranza di prim’ordine” che non hanno mai smesso di raccontare la propria storia, nemmeno quando hanno cambiato vita? Napoli – forse per l’occupazione americana o per i patimenti del dopoguerra – fu una delle capitali italiane del piacere regolamentato: fino al 1958 se ne contavano almeno novecento. Tra queste, La Suprema, chiusa il 20 settembre 1958 con l’entrata in vigore della legge Merlin e trasformata nel Chiaja Hotel de Charme. Varcare la soglia significa entrare in un passato che non fa scandalo: semplicemente affiora nei dettagli. Anche l’insegna è quella originale, ben restaurata. Il rosso domina ovunque, nella carta da parati punteggiata di orchidee, nei broccati, nei copriletti che evocano una sensualità d’altri tempi. Le “signorine” che qui lavoravano – Nanninella ’a spagnola, Mimì d’ ’o Vesuvio, Anastasia ’a friulana, Dorina da Sorrento – sopravvivono nei nomi riportati sulle porte delle camere. In un angolo, ancora in bella vista, ci sono il tariffario dell’epoca, uno specchio antico e persino il bidet originale, testimonianza concreta di un’epoca in cui l’igiene era una questione seria. Ovunque si immaginano voci, risate, attese sussurrate.
Spostandosi a Matera, ci si ritrova davanti a un’esperienza che sembra uscita dal tempo: un hotel che è soprattutto un museo. È il Moyseion (dal greco antico, “Museo”), ideato e voluto da Antonio Panetta nel cuore dei Sassi patrimonio Unesco. Appena si varca la soglia si percepisce un’energia antica, un silenzio sacrale che subito rilassa. Le camere, scavate nella pietra si ispirano a tre epoche – Neolitico, Enotria e Magna Grecia – e sono arricchite da vetrine che custodiscono repliche fedeli di reperti archeologici, dai vasi ai gioielli, realizzati con tecniche di archeologia sperimentale. Ogni dettaglio – le luci soffuse delle fiaccole, i tessuti, i profumi, i materiali – è pensato per restituire la sensazione di entrare in una storia remota e, allo stesso tempo, incredibilmente presente. Il soggiorno segue una ritualità che rimette al centro il gesto e il tempo. Al momento del check-in si è accolti con La Xenia, antica accoglienza greca, con il lavaggio purificatorio delle mani: un attimo semplice e potente, che azzera il rumore e accende l’attenzione. La sera, poi, arriva il momento più intenso: il Simposio, un aperitivo rituale tra musica dal vivo e racconti. Marilia suona il Trigonon, un piccolo strumento a corde pizzicate dell’antica Grecia, e le sue note rimbalzano sulle pareti in pietra come un richiamo a ciò che eravamo. Si assaggia, si ascolta, si osserva: il convivio torna a essere un rito di pensiero e incontro, con la testa di Dioniso in alto che sembra controllare ogni cosa. Nel seminterrato, il Santuario delle Acque – sviluppato su quattro livelli e dedicato alla dea Demetra – sorprende per la sua intensità: piscine in pietra, statue, luci basse che evocano i complessi termali ellenistici. Sembra quasi di entrare in una scena mistica, sospesa tra sacro e intimo. Le pietanze arcaiche per la colazione – Akratismos in greco – sono frutto di ricette studiate e rielaborate: pane, focacce, formaggi, uova di quaglia, frutta e hummus ispirati alle usanze alimentari del mondo greco antico. Qui non si è semplici viaggiatori: si diventa abitanti temporanei di un passato che ricomincia a respirare, parte di un rito che unisce corpo e memoria, storia e sensi.
A Cagliari, Casa Clàt, boutique hotel situato tra i bastioni di San Remy e la Marina, nasce dentro un palazzo dell’Ottocento ma respira Mediterraneo in ogni dettaglio e il mare è l’elemento generatore. Appena oltrepassata la facciata storica, ci si ritrova in un universo fluido, dove design e immaginazione riportano al colore dell’acqua, al movimento delle onde, ai silenzi profondi degli abissi. Le nove suite, tutte diverse, portano nomi che sembrano titoli di racconti marini, da Corallo ad Abissi, da Smeraldo a Isola. Giorgio Casu, direttore artistico dell’hotel, ha coinvolto artigiani e designer sardi in un progetto che unisce pareti affrescate, opere grafiche, arazzi tessuti a mano. Il risultato è un continuo gioco di rimandi: dune sabbiose trasformate in linee morbide, conchiglie suggerite nelle curvature degli arredi, profondità oceaniche evocate da luci e tonalità. All’ultimo piano, raggiungibile con l’ascensore interno, una scala di ferro porta al Torrino, una terrazza con vista a 360° sulla città e l’azzurro.
Infine, anche se per poco tempo, ci si ritrova dentro a una fiaba, a Villa Agrippina Gran Meliá a Roma. A poca distanza da Castel Sant’Angelo culla i sogni insieme ai personaggi de Lo Schiaccianoci (fino al 7 gennaio). L’hotel – grazie alla collaborazione con Fao Schwarz, antico marchio newyorkese – si è trasformato in un piccolo teatro natalizio: il viale d’ingresso brilla di luci, la lobby accoglie con un grande albero e soldatini che sembrano pronti a prendere vita, e ogni angolo richiama l’atmosfera del celebre racconto ottocentesco (Schiaccianoci e il re dei topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, successivamente adattata da Alexandre Dumas padre). Ci si gode l’incanto più silenzioso: una luce calda, le note che ricordano la danza della Fata Confetto, l’impressione che la fiaba possa davvero iniziare da un momento all’altro.