Cinque tappe tra architettura d’autore e ginepri in Sardegna: tra Luigi Vietti, Jacques, Savin Couëlle e Busiri Vici il volto più sorprendente della Sardegna.

Tutti arrivano in Costa Smeralda per il mare. Quasi nessuno si accorge delle finestre. Delle scale che sembrano scolpite dal vento, dei muri bianchi che non seguono mai una linea retta, delle terrazze che imitano il profilo del granito e delle piazze costruite come se fossero sempre esistite.

La vera invenzione della Costa Smeralda non è stata il lusso. È stata l’architettura. Per scoprirla bisogna dimenticare per un momento gli yacht e trasformare la vacanza in un itinerario lento, dove ogni curva della strada racconta un’idea diversa di abitare il paesaggio. È un viaggio che comincia nei primi anni Sessanta, quando il principe Karim Aga Khan IV, insieme al neonato Consorzio Costa Smeralda, immagina qualcosa che allora sembra impossibile: costruire senza conquistare, lasciare che siano il granito, il maestrale e la macchia mediterranea a dettare le regole del progetto. Il regolamento del Consorzio impone muri in pietra locale, tetti bassi, colori della terra, volumi spezzati e il divieto di interrompere la continuità del paesaggio. Oggi lo chiameremmo sostenibilità; allora era semplicemente una visione.

Prima tappa. Porto Cervo, dove un paese viene inventato

Si parte da Porto Cervo, ma conviene dimenticare per un attimo le boutique e il porto turistico. Bisogna guardare in alto, verso le logge, le finestre tripartite, i camini e i pergolati. Luigi Vietti costruisce qui un luogo che sembra esistere da secoli. In realtà è un sofisticato collage di architetture mediterranee: vicoli che si stringono, piazze irregolari, archi che incorniciano il mare e scale che obbligano a rallentare. Nulla è monumentale, tutto è pensato per essere scoperto camminando. Lo stesso linguaggio ritorna nella Chiesa di Stella Maris, affacciata sul porto come un faro bianco. Le linee morbide, il campanile essenziale e gli interni luminosi custodiscono opere di El Greco e un crocifisso ligneo seicentesco, dimostrando come spiritualità, arte e paesaggio possano convivere senza ostentazione. Il percorso continua verso il Villaggio Pevero, altro capolavoro di Vietti, dove case, giardini e piazzette si rincorrono senza mai interrompere il profilo naturale della collina. Qui l’architettura sembra crescere insieme ai ginepri e ai massi di granito, mentre terrazze e pergolati trasformano l’ombra in un elemento progettuale. Pochi minuti dopo si raggiunge Villa Tamarisca, nascosta tra il rosmarino selvatico di Piccolo Romazzino. È qui che si comprende davvero il “Metodo Vietti”. La casa non domina il pendio ma lo segue: ogni stanza occupa un livello diverso, la piscina ha una forma organica, le terrazze interrompono il profilo del tetto e l’ingresso costringe a lasciare l’automobile lontana per attraversare il giardino. È un’architettura che insegna a rallentare ancora prima di essere abitata.

Seconda tappa. Pitrizza, dove gli hotel sembrano rocce

La strada piega verso il mare e improvvisamente appare il Pitrizza. O meglio, sembra di non vedere nulla. L’Hotel Pitrizza, dove suite nascoste tra il granito, terrazze sospese sulle calette e piscine d’acqua salata trasformano il soggiorno in un’esperienza immersiva, è uno degli alberghi più esclusivi del Mediterraneo. Progettato da Vietti come una formazione geologica, ha i tetti verdi che scompaiono nella vegetazione, i muri a secco che sembrano appartenere da sempre al promontorio, la piscina di acqua marina che incorpora massi di granito e perfino la clubhouse che ricorda un grande rifugio scavato nella roccia. Negli interni ritornano terracotta, tappeti sardi, travi in ginepro, mobili rustici e grandi aperture sul mare.

Il lusso non è aggiungere ma togliere, fino a far sembrare l’architettura un elemento naturale del paesaggio. Oggi, dopo il rilancio firmato Cheval Blanc-LVMH, questo spettacolare albergo continua a rappresentare un’idea di lusso discreto e silenzioso, dove protagonista resta sempre la natura.

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Terza tappa. Casa Renaredda e il mondo organico di Jacques Couëlle

Proseguendo verso Porto Cervo il paesaggio cambia ancora. Le linee diventano curve, i muri sembrano modellati con le mani, le finestre non hanno quasi mai la stessa forma. È il territorio di Jacques Couëlle, che si definiva più scultore che architetto. La sua Casa Renaredda, affacciata su una piccola spiaggia privata, si sviluppa come un ferro di cavallo aperto verso il mare. Le ali della casa si piegano seguendo il terreno, una scala a chiocciola gira intorno al camino, le gallerie collegano gli ambienti come in un piccolo borgo e la copertura sembra muoversi indipendentemente dalle stanze. Non esistono prospetti principali: ogni lato dialoga con il paesaggio. Poco più avanti compare il suo capolavoro, Cala di Volpe. Da lontano sembra un villaggio di pescatori; da vicino rivela una straordinaria macchina scenografica fatta di archi irregolari, torri, ponti, passaggi coperti e terrazze sospese.

Quarta tappa. Le case invisibili di Savin Couëlle

Il viaggio continua seguendo strade secondarie, quelle dove le ville si intravedono appena tra ginepri e olivastri. Qui lavora Savin Couëlle, che eredita dal padre il gusto per le forme organiche ma lo rende ancora più radicale. Casa Wood sembra appoggiata tra i massi della Gallura: legno, granito e intonaco bianco si alternano senza soluzione di continuità, mentre pergolati e terrazze diventano stanze all’aperto. Poco distante, Casa in Sanatorio dissolve definitivamente il confine tra edificio e natura. Non si entra in una casa: si attraversa un paesaggio fatto di cortili, muri, scale e pergole.

Quinta tappa. Busiri Vici e il Mediterraneo immaginato

L’ultima deviazione porta verso il mondo elegante di Michele Busiri Vici. La sua Casa Studio è un laboratorio di archi, logge e superfici bianche che ritroveremo in tutta la Costa Smeralda. Il quartiere Sa Conca si sviluppa come un piccolo villaggio, con piazzette e percorsi che seguono il profilo della collina invece di modificarlo. Poi arriva Villa Bettina, una delle più raffinate interpretazioni dell’abitare mediterraneo, dove ceramiche, pergolati, camini e terrazze costruiscono un equilibrio quasi silenzioso tra architettura e paesaggio. Il viaggio termina al Romazzino. Più che un hotel è una passeggiata: corti, logge, porticati, archi e terrazze accompagnano lo sguardo verso il mare senza mai cercare di dominarlo.

Alla fine ci si accorge che la Costa Smeralda non è un insieme di edifici ma un unico progetto lungo venti chilometri, costruito da Vietti, Jacques e Savin Couëlle, Busiri Vici e dal Consorzio come un grande racconto corale. Perché il vero capolavoro della Costa Smeralda è il dialogo continuo tra architettura e natura: un museo a cielo aperto dove ogni curva della strada regala una lezione di design mediterraneo ancora sorprendentemente contemporanea.